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Fraternità Monastica della Trinità

"Ogni uomo spirituale rientra nel segreto del suo cuore come in un tabernacolo; qui dischiude i suoi segreti più intimi a Dio, qui prende consiglio e parere dal Signore. E così, ciò che nel silenzio intessuto di ascolto si apprende, viene a dirigere l’azione, la nostra vita quotidiana"
C
i sono molte testimonianze sulla preghiera, molte definizioni di essa. Su di essa sono stati scritti tanti trattati; sono state spese lunghe ore di meditazione e di riflessione e la mente e il cuore dell’uomo, sempre in ricerca dell’Assoluto non sono mai stanchi di approfondire il discorso sulla preghiera. Anche noi in questi giorni vogliamo fermare il nostro passo e stare davanti al Signore per riflettere sulla preghiera. Non pretenderemo di esaurirne i contenuti, sarebbe presunzione, ci accontenteremo di ravvivare in noi questo dono che Dio ci ha lasciato come uno dei più preziosi, come il dono che ci permette di creare in noi quella sinfonia di amore e di amicizia fra ciò che è l’inaccessibile e l’invisibile, ossia Dio e noi, fragili creature impastate di umanità e di terra.Diceva un Padre che la musica è l’arte che più si avvicina e ci avvicina a Dio perché possiede in sé quelle qualità che appartengono solo a Dio: l’inafferrabilità e l’invisibilità.
Così la preghiera, come la musica, è invisibile e inafferrabile: la possiamo si leggere su un libro o su un pezzo di carta ma, come le note su un pentagramma, per renderla viva per essere veramente quello che dice il suo nome deve essere suonata, parlata con le labbra e col cuore dell’uomo. Ecco perché la preghiera, prima di ogni altra cosa, è dono prezioso di Dio all’uomo: perché è l’arte spirituale che, meglio di ogni altra, ci avvicina a Dio e ci mette in sintonia con Lui.
Il liuto è tuo e anche il plettro: il tuo cuore e la parola di Dio intessuta della sua tenerezza e della sua sollecitudine; è la parola che prima ancora di invocarla, e già presente e fa vibrare il tuo strumento. Se è il caso, dunque, metti in gioco in questi giorni tutto il tuo essere per captare più chiaramente ancora in te la voce silenziosa di Dio.
La preghiera allora è una pratica assolutamente straordinaria, perché con essa di avviciniamo a Dio e Dio a noi. Egli accetta di ascoltarci, di lasciarci parlare. Dio lo sapeva. L’uomo non può bastare a se stesso. Egli è fatto per fiorire in un’apertura all’Altro e, nell’Altro, ai fratelli in una comunione di carità. Per questo, uno degli inviti pressanti di Gesù è "Domandate e vi sarà dato" (Mt 7, 7).
Più di una volta Egli ritorna su questo tema, perché vuole aiutarci. È attento ai nostri bisogni per supplire alle nostre carenze. Aspetta che contiamo su di Lui, che abbiamo bisogno di Lui.
Egli è un Dio di bontà che desidera dialogare con gli uomini, con loro intrattenersi e raccogliere le loro confidenze. Dio accetta così di mettersi alla portata dell’uomo. Per mezzo del suo Figlio, Egli si pone umilmente in mezzo a noi. Egli fa qualcosa di più che ascoltare. Vi prende da parte, con la sollecitudine di un Padre. Dunque, la preghiera autentica non è un semplice atto umano; ma una comunione d’amore di Dio con la sua creatura. Dio è sempre e in ogni tempo disposto a riceverti e non cessa di invitarti a venire a Lui. "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28); "Colui che viene a me, non lo respingerò (Gv 6, 37). Perché Dio si rallegra di aversi accanto a sé; e, se è possibile, in modo permanente.
Quando siano dinanzi a Dio, alla sua presenza, realizziamo di fatto il ritorno della creatura esiliata verso il seno del suo creatore. Così la preghiera è, di per se stessa, un ritorno a Dio dopo lunghe ore passate lontano da Dio, in mezzo alle preoccupazioni della terra e agli affanni quotidiani.
Perciò la preghiera autentica, che è riuscita a rispondere al desiderio che Dio ha di stare sempre con noi, deve continuare segretamente in fondo al cuore, con uno scambio senza parole, anche dopo che abbiamo lasciato il luogo della preghiera. Possiamo allora tornare alle occupazioni della giornata ma intanto la preghiera non cessa il suo lavoro segreto all’interno del nostro cuore.
Diceva Karl Barth: "Dio ha tempo per l’uomo"; questo è il mistero del suo amore: che Dio ha avuto tempo per l’uomo. La risposta a questo è che l’uomo abbia tempo per Dio, e si lasci amare nel silenzio, nella docilità, nella perseveranza, nella fedeltà. Ecco, in questo senso, la preghiera diventa alleanza di amore, che non si fonda sull’entusiasmo del momento, sulla emotività che passa, ma sulla scelta, coraggiosa e forte, di stare alla presenza di Dio, di resistere e sopportare anche il silenzio di Dio, perché Egli parli quando e come a Lui piacerà.
Sotto questa veste, dunque, Dio e l’uomo intessendo un colloquio d’amore, donandosi e comunicandosi vicendevolmente, creano la preghiera.
Che cosa contiene questa comunione reciproca?
Innanzitutto è necessario superare quella concezione della preghiera che porta tutta, o quasi, l’attenzione sull’iniziativa dell’uomo, sulla sua ricerca, sul suo desiderio, sul suo sforzo ascetico. Tutto questo viene dopo. L’iniziativa è e rimane sempre di Dio: della sua libertà, della sua bontà. Dio si mostra tutto proiettato, con lo slancio di tutto il suo cuore, verso la sua creatura; desidera renderla partecipe della sua intimità, della sua stessa vita infinita.
Non siamo noi a dirlo o a pensarlo, ma è la Scrittura stessa che ce lo rivela: "Piace a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà" (Ef 1, 9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, verbo fatto carne, nello Spirito Santo accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina (cf. Ef 2, …).
Così non dobbiamo pensare a dio come a un Dio lontano: Egli, nel suo grande amore, è vicino alle pieghe, (anche le più impercettibili), e si intrattiene con essi per invitarli alla comunione con Lui.
Questo Dio, che secondo la definizione di Giovanni, è "Carità", donatosi a noi e operante nell’intimità del nostro cuore (cfr. Gv 14, 17-23), è il divino interlocutore della nostra preghiera. Quando l’uomo, quando noi saremo capaci di ascoltare e di capire sino in fondo questo discorso d’amore?
Mi sono diffuso nel parlare di Dio e del suo discorrere con l’uomo per sottolineare il bisogno di partire sempre a Dio quando si parla della preghiera cristiana, Ciò nonostante, grande è la responsabilità dell’uomo, di noi, nel mettere in opera questo dialogo di amicizia che Dio desidera per noi. E questa responsabilità gli viene dallo svelamento interiore della sua dignità di Figlio di Dio: come egli ci ha uniti strettamente al Figlio suo; come ci abbraccia e ci fonde nello stesso amore del Figlio, così vuole che con tutte le forze rimaniamo uniti e radicati in lui: nella sua vita, nel suo amore, alla sua parola; Egli vuole che preghiamo "nel nome" del Figlio: con le sue disposizioni, col suo stesso cuore.
Certo, noi siamo creature, ed in quanto tali limitate; tuttavia dobbiamo sforzarci di impegnare tutto noi stessi in questo dialogo d’amore e di amicizia: la nostra sensibilità, la nostra immaginazione, il nostro sentimento, la nostra intelligenza, la nostra volontà.
Dobbiamo avere, per questo, tanta umiltà: coscienti che non siamo nati uomini di preghiera, ma lo possiamo diventare attraverso un lavoro arduo e paziente su noi stessi. La possibilità di saper pregare è condizionata alla nostra volontà di conoscere ed assaporare l’amicizia di Dio. La preghiera può essere spontanea nella misura in cui io mi lascio cambiare, trasformare dallo Spirito. Occorre che lo Spirito faccia breccia nel nostro cuore perché nasca una sinfonia fra noi e Dio; e solo dall’incontro d’amore fra la nostra e la Sua vita nascerà spontaneamente una preghiera vera.
E allora chiudo questo primo pensiero sulla preghiera ribadendo che la preghiera è attesa, ascolto, abbandono, è lasciarsi amare da Dio, secondo un’immagine che usava Carlo Carretto: "La goccia d’acqua deve lasciarsi assorbire dal sole, per essere poi rimandata a fecondare la terra".
Diciamo con verità al Signore, usando le parole di Agostino: "Hai fatto il nostro cuore per te ed inquieto è il cuore nostro, finché non riposi in te".
Alcuni aspetti pratici della preghiera
Nella
preghiera Dio impegna tutto se stesso per un dialogo d’amore e di amicizia,
perciò
Dobbiamo quindi ritirarci dalle cose terrene, per impegnare tutta la nostra attenzione, il nostro cuore, i nostri affetti in questo colloquio con Dio. Ce lo ha raccomandato Gesù stesso come preparazione immediata alla preghiera: "Quando vorrai pregare, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto" (Mt 6, 6). Quando Dio ci chiede di chiudere la porta prima di pregare, vuole ricordarci di separare l’attività esterna, (ossia le nostre occupazioni quotidiane), dalla vita interiore: e questo va fatto per quanto riguarda il cuore, i sensi e le persone.
Riguardo al cuore: è necessario che noi gettiamo via tutte le preoccupazioni, i pesi, le ansietà e i timore nel momento in cui ci mettiamo di fronte a Dio, in modo che sia possibile entrare nella pace vera.
Riguardo ai sensi: siamo generalmente assillati da pensieri e da passioni che si sono fissate nella nostra mente; da immagini che hanno colpito la nostra fantasia, da parole che ci hanno detto, che abbiamo ascoltato e che memorizziamo. Occorre allora mettere, per quanto ci è possibile, nel cuore di Dio; fare una pulizia interiore; altrimenti ci tolgono la capacità di pregare e di stare di fronte a Dio.
Riguardo alle persone: succede a tutti di trovarci legati agli altri; di essere emotivamente turbati dall’amore verso una persona, il che ci conduce a ricercare una vicinanza fisica che ci priva della nostra indipendenza e della libertà interiore, che sono il fondamento della preghiera, dell’amore per Dio; oppure possiamo essere preoccupati per le condizioni delle persone che ci sono care, per la loro salute o per il loro avvenire; oppure possiamo essere scossi da rancori, da ostilità, da disaccordi, dall’odio nei confronti degli altri, a tal punto che l’amarezza ci invade e ci impedisce di liberarci da pensieri malvagi e da desideri di vendetta, oppure ancora di essere preoccupati di trovare qualcuno che lodi la tua devozione, la tua "santità". In tutti questi casi chiudere la porta della tua casa significa troncare o interrompere qualsiasi rapporto che limita il tuo slancio verso Dio e che rischia di distruggere, di soffocare il tuo cuore e la tua vita interiore:
"Quale vantaggio", dice Matteo 16, 26, "infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e perderà la propria anima?". Questo non significa che non dobbiamo più provare sentimenti verso noi stessi o verso gli altri, che dobbiamo troncare ogni cosa col mondo: si tratta solo di purificare il nostro sguardo interiore da tutto ciò che non crea armonia con Dio, con noi stessi e con gli altri.
Dice S. Gregorio Magno: "La voce di Dio giunge al nostro cuore se ci quietiamo dalle preoccupazioni del mondo. Essa si ascolta quasi in un sonno, perché, tacendo alle cose esteriori, nel silenzio della mente, si meditano i precetti del Signore" (Mor. Lib XXIII). Sono le "orecchie del cuore" che debbono chiudersi al tumulto del mondo; e "nel segreto della mente" che occorre entrare facendo zittire le molte voci che ci circondano perché e impossibile che l’uomo sia diviso tra il chiasso e la voce di Dio.
"È per questo che ogni eletto", dice ancora S. Gregorio, "quasi nuovo israelita, imita Mosè che comprese la parola del Signore nella sua fuga dall’Egitto e nella sua peregrinazione nel deserto. Qui ebbe la grazia di salire il monte e ricevere la legge del Signore. Ma cosa è mai questo monte se non i "segreti del cuore" in quanto più ci si addentra, tanto più la voce di Dio giunge all’anima?".
Ma ogni uomo spirituale rientra nel segreto del suo cuore come in un tabernacolo; qui dischiude i suoi segreti più intimi a Dio, qui prende consiglio e parere dal Signore. E così, ciò che nel silenzio intessuto di ascolto si apprende, viene a dirigere l’azione, la nostra vita quotidiana.
Perciò è necessario innanzitutto darsi un tempo per prepararsi alla preghiera, liberarci da tutto ciò che ostacola il nostro colloquio con Dio. In questo tempo è necessario anche che ci liberiamo dai dubbi e che siamo certi che Dio è presente alla nostra preghiera, ascolta le nostre parole e le nostre suppliche e accoglie con piacere il nostro dialogo. Dobbiamo anche essere convinti che Dio non è incostante come gli uomini: il suo amore è stabile e la sua promessa fedele. Una volta che Egli ha amato l’uomo, non cessa più di venire in suo aiuto. Talvolta con gesti di amore, altre con gesti di correzione o con l’abbandono, fino a portare a compimento ciò che di più caro desidera per noi: la salvezza e la felicità eterna. Non dobbiamo, dunque, fondare la nostra relazione con Dio sugli effetti e sulle sensazioni che proviamo; mediante la fede dobbiamo invece superare l’ambito del sensibile.
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