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LA PREGHIERA DEL CUORE
NEI CONTEMPLATIVI DELL'ORDINE CERTOSINO:

Immobile nella gioia
Poiché l'esercizio della contemplazione,
proprio degli angeli, è al di sopra della scienza umana e della virtù, ad essa
nessuno può arrivare se non con l'aiuto e la preparazione della grazia divina. Ora, appare chiaro che è assai necessaria la preghiera incessante per ottenere la grazia
continua, «senza la quale non possiamo fare nulla» (cfr. Gv 15, 5).
La
preghiera è una buona contemplazione, che ci avvicina e ci fa avanzare nella
conoscenza e nell'amore di Dio. Tuttavia a questa forma di preghiera non si
arriva subito. Di essa parla Guglielmo di S. Thierry: «Essa è uno slancio affettuoso dell'uomo, che si attacca a
Dio; è un colloquio molto semplice e pieno di
abbandono; è l'anima che, tutta illuminata, resta
immobile per gioire, per quanto le è dato, di Dio». Ma se tu
non hai questo genere di preghiera, cerca, per quanto puoi, di pregare
intensamente Dio finché tu meriti di ricevere da lui grazie più grandi.
(Della contemplazione, lib. II, c. VI, p. 47)
Il
ricordo di Dio
Il santo re Davide, parlando di sé,
dice: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore» (Sal 25, 15). Questo si deve intendere degli occhi interiori, cioè l'intelletto
e la ragione. Questi occhi si devono sempre dirigere ed elevare a Dio, con
la meditazione e con l'amore per lui, con devote riflessioni, con rette
intenzioni, con l'assidua aspirazione alla beatitudine Celeste, e con la
fervente e gioiosa lode interiore dell'onnipotente Creatore.
Con questi santi atti deve occupare continuamente la sua mente il religioso,
come confessa Davide di aver fatto egli stesso, dicendo: «Io pongo sempre
innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare» (Sal
15, 8). Se il re Davide, occupato in molti e vari affari esteriori del regno
d'Israele, e vivendo in mezzo agli uomini, elevava continuamente e ferventemente
la sua mente al Creatore, quanto maggiormente non deve fare ciò il religioso,
liberato dalle occupazioni esteriori, segregato dal tumulto e dalle inquietudini
degli uomini, e che vive in una famiglia religiosa? Non
deve forse innalzare continuamente il suo cuore a Dio, unirsi al suo Sposo
celeste e invocarlo e lodarlo continuamente?
Ma
forse dirà qualcuno: Come può una fragile ed instabile creatura innalzare
continuamente la sua mente a Dio dovendo in certi tempi dormire, mangiare, bere,
conversare con gli uomini, attendere a lavori manuali, e ricrearsi? La risposta è che il religioso deve elevare a Dio il suo cuore
incessantemente, vale a dire in ogni tempo opportuno, secondo la parola del
divin Salvatore sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarsi»
(Lc 18, 1). E secondo il Salmista: «Benedirò il
Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode» (Sal
34, 2).
Oltre a
ciò, quello che non può l'uomo da sé e con le proprie forze, lo può con
l'aiuto della grazia e con il sostegno dell'Onnipotente, come dice l'Apostolo: «Tutto
posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). Quindi
il religioso deve pregare Dio con tutta fiducia e fervore in ogni momento, per
chiedergli che la sua mente si fissi sempre più in lui, e che egli si degni di
infondere tanta grazia nel suo cuore, in modo che lo spirito si elevi
continuamente a Dio, fonte di ogni bene.
Inoltre,
siccome suol dirsi che la consuetudine è quasi una seconda natura, niente è
tanto difficile per l'uomo, che non glielo si possa far diventare facile e
accessibile con l'uso e l'abitudine. Ora, la
consuetudine si acquista mediante molti atti ripetuti frequentemente;
e come un'abitudine cattiva si forma con gli atti cattivi, così la consuetudine
buona e virtuosa si acquista e conserva mediante gli atti buoni. Quindi è certo
che se l'uomo si sforza di elevare di continuo la sua mente a Dio, non solo
nell'orazione, nella santa messa e nella salmodia, ma anche durante il pranzo,
durante il lavoro manuale, durante la conversazione ed in ogni azione od
occupazione, subito si formerà la buona e ottima consuetudine, ed ogni giorno
acquisterà maggior facilità nell'elevarsi soavemente a Dio, nel pensare a lui
e nell'infiammarsi del suo amore con sante meditazioni, come dice il Profeta: «Ardeva il mio cuore nel mio petto, al ripensarci è divampato
il fuoco» (Sal 39, 4).
Abituati dunque, o religioso, ad elevare assiduamente il tuo cuore a Dio,
pensando a lui ed avendolo sempre presente nel tuo intimo, lodandolo,
supplicandolo, contemplando la sua eccellenza infinita ed infiammandoti
del suo amore. Dice la Scrittura: «In tutti i tuoi passi pensa
a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri» (Pr 3, 6).
Infine l'amore è una forza unitiva, che unisce l'amante con l'amato; esso
infonde e mantiene nel cuore dell'amante, una costante memoria dell'amato, e
quanto più ardentemente ama, tanto più spesso si ricorda dell'oggetto del suo
amore. Perciò dice il Salvatore: «Dove è il tuo tesoro, sarà anche il
tuo cuore» (Mt 6, 21). Anche S. Agostino dice:
(De profectu spirituali et custodia cordis, art. VI, Opera omnia, t. 40, pp. 479-480)
Dardi infuocati
Benché i santi ci indichino diverse vie per arrivare alla
Questa Via consiste nell'elevare continuamente l'anima a Dio con
ardenti affetti, aspirando a lui, parlandogli e desiderando di avvicinarsi
ed unirsi a lui.
Questa via,
questo esercizio è opera della sapienza divina, e non si impara dalla lettura
di molti libri né con profonde e sottili dispute, ma con l'innalzare il cuore e
l'affetto a
A questo scopo è grandemente utile, anzi necessario, evitare le occasioni di discorsi inutili, la curiosità di sapere, le cure ed occupazioni inutili, la ricerca di soddisfazioni dei piaceri sensibili, e la superfluità e l'attacco nelle cose, anche necessarie. Bisogna poi tenere desta ed esercitata la volontà, formando molti desideri d'amar Dio, con molto fervore e purezza. E per fare questo, come abbiamo detto, non occorrono lunghi ragionamenti e speculazioni dell'intelletto, ma soltanto moti del cuore, con cui si aspira continuamente a Dio, passando sopra creature con un desiderio infiammato, senza fermarsi in alcuna cosa fuori di Dio, desiderando ardentemente di piacergli sempre più, abbracciando con affetto la sua volontà e sospirando di poter unirsi a lui, mediante l'allontanamento di ogni ostacolo.
Per
conseguire questo giova aver sempre presenti alcune aspirazioni, e brevi
ma infuocate orazioni con le
quali ti abituerai ad elevare sovente la tua mente a Dio, ogni volta che lo
vorrai. Queste brevi preghiere sono da S. Agostino chiamate GIACULATORIE perché sono come dardi (in
latino jaculum) infuocati che partendo dal cuore dell'
uomo vanno a ferire il Cuore di Dio. Vi
sono libri che somministrano in abbondanza tali giaculatorie ed orazioni e di cui puoi servirti non solo nel tempo dell'orazione ma anche
in qualunque altro tempo, ad esempio durante i pasti, il passeggio e la
conversazione, prendendo
ovunque l'occasione di lanciare a Dio dei dardi, cioè dei desideri amorosi. Perché ogni anima amante
deve con ogni suo sforzo far in modo che ogni azione, anzi, tutta la sua vita
sia una continua e perfetta orazione; e
col tempo, l'esercizio e l'aiuto della grazia avverrà che per pregare,
quest'ultima non avrà più bisogno di libri o
Non si può
credere quanto questo esercizio sia efficace a cancellare i peccati, per
rimediare ogni deformità e stortura dell'anima, per illuminare, semplificare, purificare
ed infiammare il cuore, e per unirsi con Dio. Né si può dire adeguatamente
Tuttavia bisogna guardarsi in questo esercizio dall' eccesso, dal voler far troppo, spinti a questo da una certa gola spirituale o dal demonio, per non mettere a repentaglio la nostra salute mentale, e soprattutto per non incorrere in un altro grave inconveniente, con l'allontanarci da Dio attaccandoci ai nostri gusti spirituali, ossia mettendo il nostro affetto più nei doni di Dio che in Dio stesso. Per questo bisogna usare in tale esercizio la discrezione, e badare attentamente di avere un'intenzione pura, per non agire al di sopra delle proprie forze e per non cercare altro che la gloria di Dio. (...)
Inoltre, all'uso frequente di brevi
preghiere e aspirazioni a Dio, ci proviene un vantaggio che non si ha in altri esercizi spirituali, cioè
di vedere e conoscere i nostri difetti, le difformità e quanto siamo dissimili
dalla persona adorabile di Gesù Cristo, mentre domandiamo la carità,
l'umiltà e le altre virtù che consideriamo solitamente nelle preghiere, nelle
meditazioni e nel santo rosario. (...)
(Pharetra divini amoris, lib. I, Praefatio, Opera omnia, t. 5, pp. 1-3.5)
Ardente
continuità
Le
preghiere lunghe presentano un pericolo: affaticano; aprono la porta alle
distrazioni che, anche se involontarie, devono essere eliminate il più
possibile; esse possono condurre alla routine". Uno slancio rapido che
porta l'anima molto in alto, che si rinnova spesso, che unisce fra loro i
Era il metodo dei Padri del deserto. Si è dovuto abbandonarlo per gettarsi nell' azione esteriore. (...)
Preghiere lunghe,
preghiere corte, se lo Spirito d'amore
Se, per esprimersi, l'amore ha bisogno di molto tempo, che persista nel suo slancio e negli atti che lo traducono. Se una parola, un pensiero fanno penetrare un'anima in Dio, oppure essa vi dimora senza parola e senza pensiero, o se, chiamata da altri doveri, essa impregna la sua attività esteriore di questa atmosfera interiore in cui lo Sposo divino si dona con le sue carezze, tutto questo è buono, tutto ciò è fuori discussione.
(Ecrits spirituels, t. 1, pp. 50-51)