LA PREGHIERA DEL CUORE

NEI CONTEMPLATIVI DELL'ORDINE CERTOSINO:

Guigo du Pont

Dionigi il Certosino

Lanspergio

Augustin Guillerand

 

GUIGO DU PONT (+ 1297)

Immobile nella gioia

Poiché l'esercizio della contemplazione, proprio degli angeli, è al di sopra della scienza umana e della virtù, ad essa nessuno può arrivare se non con l'aiuto e la preparazione della grazia divina. Ora, appare chiaro che è assai necessaria la preghiera incessante per ottenere la grazia continua, «senza la quale non possiamo fare nulla» (cfr. Gv 15, 5).   Inoltre questa preghiera non dev'essere vocale, espressa con molte parole, ma spirituale, con lo spirito che fissi e diriga la mente a Dio, secondo l'affermazione del Salmista: «La mia preghiera è presso il Dio vivente» (Sal 41, 9). La preghiera, fatta così, ottiene buone disposizioni affettuose e, con l'andare del tempo, «sale come una colonna di fumo» (Ct 3, 6) alla presenza del Signore, secondo l'affermazione dell'Apocalisse: «E dalla mano dell'angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio» (Ap 8, 4). Con l'andare del tempo, questa preghiera diventa colloquio umile e familiare con Dio, che non ci respinge come indegni, ma vuole essere con noi in maniera familiare perché egli è « mite e umile di cuore» (Mt 11, 29), «pietoso e misericordioso» (Ne 9, 17) e perciò «le (sue) delizie (sono) tra i figli dell'uomo» (Pr 8, 31).

La preghiera è una buona contemplazione, che ci avvicina e ci fa avanzare nella conoscenza e nell'amore di Dio. Tuttavia a questa forma di preghiera non si arriva subito. Di essa parla Guglielmo di S. Thierry: «Essa è uno slancio affettuoso dell'uomo, che si attacca a Dio; è un colloquio molto semplice e pieno di abbandono; è l'anima che, tutta illuminata, resta immobile per gioire, per quanto le è dato, di Dio». Ma se tu non hai questo genere di preghiera, cerca, per quanto puoi, di pregare intensamente Dio finché tu meriti di ricevere da lui grazie più grandi.

                                   (Della contemplazione, lib. II, c. VI, p. 47)

 

DIONIGI IL CERTOSINO (+ 1471)

Il ricordo di Dio

Il   santo re Davide, parlando di sé, dice: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore» (Sal 25, 15). Questo si deve intendere degli occhi interiori, cioè l'intelletto e la ragione. Questi occhi si devono sempre dirigere ed elevare a Dio, con la meditazione e con l'amore per lui, con devote riflessioni, con rette intenzioni, con l'assidua aspirazione alla beatitudine Celeste, e con la fervente e gioiosa lode interiore dell'onnipotente Creatore.

Con questi santi atti deve occupare continuamente la sua mente il religioso, come confessa Davide di aver fatto egli stesso, dicendo: «Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare» (Sal 15, 8). Se il re Davide, occupato in molti e vari affari esteriori del regno d'Israele, e vivendo in mezzo agli uomini, elevava continuamente e ferventemente la sua mente al Creatore, quanto maggiormente non deve fare ciò il religioso, liberato dalle occupazioni esteriori, segregato dal tumulto e dalle inquietudini degli uomini, e che vive in una famiglia religiosa? Non deve forse innalzare continuamente il suo cuore a Dio, unirsi al suo Sposo celeste e invocarlo e lodarlo continuamente?

Ma forse dirà qualcuno: Come può una fragile ed instabile creatura innalzare continuamente la sua mente a Dio dovendo in certi tempi dormire, mangiare, bere, conversare con gli uomini, attendere a lavori manuali, e ricrearsi? La risposta è che il religioso deve elevare a Dio il suo cuore incessantemente, vale a dire in ogni tempo opportuno, secondo la parola del divin Salvatore sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1). E secondo il Salmista: «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode» (Sal 34, 2).

Oltre a ciò, quello che non può l'uomo da sé e con le proprie forze, lo può con l'aiuto della grazia e con il sostegno dell'Onnipotente, come dice l'Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). Quindi il religioso deve pregare Dio con tutta fiducia e fervore in ogni momento, per chiedergli che la sua mente si fissi sempre più in lui, e che egli si degni di infondere tanta grazia nel suo cuore, in modo che lo spirito si elevi continuamente a Dio, fonte di ogni bene.

Inoltre, siccome suol dirsi che la consuetudine è quasi una seconda natura, niente è tanto difficile per l'uomo, che non glielo si possa far diventare facile e accessibile con l'uso e l'abitudine. Ora, la consuetudine si acquista mediante molti atti ripetuti frequentemente; e come un'abitudine cattiva si forma con gli atti cattivi, così la consuetudine buona e virtuosa si acquista e conserva mediante gli atti buoni. Quindi è certo che se l'uomo si sforza di elevare di continuo la sua mente a Dio, non solo nell'orazione, nella santa messa e nella salmodia, ma anche durante il pranzo, durante il lavoro manuale, durante la conversazione ed in ogni azione od occupazione, subito si formerà la buona e ottima consuetudine, ed ogni giorno acquisterà maggior facilità nell'elevarsi soavemente a Dio, nel pensare a lui e nell'infiammarsi del suo amore con sante meditazioni, come dice il Profeta: «Ardeva il mio cuore nel mio petto, al ripensarci è divampato il fuoco» (Sal 39, 4).  

Abituati dunque, o religioso, ad elevare assiduamente il tuo cuore a Dio, pensando a lui ed avendolo sempre presente nel tuo intimo, lodandolo, supplicandolo, contemplando la sua eccellenza infinita ed infiammandoti del suo amore. Dice la Scrittura: «In tutti i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri» (Pr 3, 6).   Fatti una salutare violenza, scacciando le vane distrazioni ed i pensieri frivoli dalla tua mente, e come si fissa con l'ancora la nave, perché non fluttui continuamente di qua e di là, così con questo lavoro, fatto con continua diligenza, rendi fissa, stabile ed immobile la tua mente in Dio, dicendo con il Salmista: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73, 28). Tutto ciò che ti distrae ed impedisce questo raccoglimento della mente in Dio, cioè ogni discorso inutile e vano, e tutto ciò che può offendere Dio, fuggilo come il veleno e la peste.

Infine l'amore è una forza unitiva, che unisce l'amante con l'amato; esso infonde e mantiene nel cuore dell'amante, una costante memoria dell'amato, e quanto più ardentemente ama, tanto più spesso si ricorda dell'oggetto del suo amore. Perciò dice il Salvatore: «Dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 21). Anche S. Agostino dice: «Ove è l'amore, ivi è l'occhio».    Se dunque il religioso si studia di crescere di giorno in giorno sempre più nel divino amore e nella vera e fervida carità, vedrà che gli sarà non solo possibile, ma anche facile e dolce di elevare la sua mente a Dio nel modo che abbiamo detto: così si ricorderà sempre di Dio, sia che vada al lavoro sia che mangi, sia che si corichi; e anche se parlerà con qualcuno o si troverà in una conversazione; non mancherà tuttavia di intrattenersi spesso mentalmente con Dio, con preghiere, suppliche e lodi segrete. Ci si guardi  infine dal rilassarsi smoderatamente e vanamente nelle ricreazioni esterne. E come il fuoco sale sempre in alto e il calore del sole fa salire verso di sè i vapori della terra, così il fervido amor di Dio eccita la mente amante, la muove e la solleva verso Dio, assieme ai suoi pensieri ed ai suoi affetti, e solo ini lui si riposa, non trovando pace e riposo altrove.

    (De profectu spirituali et custodia cordis, art. VI, Opera omnia, t. 40, pp. 479-480)

 

LANSPERGIO (+ 1539)

Dardi infuocati

Benché i santi ci indichino diverse vie per arrivare alla perfezione della carità, tuttavia la più facile e breve è quella insegnata da Dionigi l'Areopagita.

Questa Via consiste nell'elevare continuamente l'anima a Dio con ardenti affetti, aspirando a lui, parlandogli e desiderando di avvicinarsi  ed unirsi a lui.

Questa via, questo esercizio è opera della sapienza divina, e non si impara dalla lettura di molti libri né con profonde e sottili dispute, ma con l'innalzare il cuore e l'affetto a Dio, dal che nasce il   desiderio di amarlo ardentemente e di servirlo con più perfezione. Perciò Dionigi lo chiama "mistica teologia", per il motivo che viene infuso nell'anima mediante l'irradiazione divina, e si pratica più con l'affetto che con la cognizione dell'intelletto. Per arrivare a questa sapienza è necessaria la purità del cuore  che si ottiene  mediante la buona e fervente volontà, custodendo con gran cura il proprio cuore da ogni peccato, cercando Dio in tutte le cose con vera innocenza, purezza, sincerità e semplicità, e avendo sempre Dio davanti agli occhi, come se lo vedessimo presente. (...)

A questo scopo è grandemente utile, anzi necessario, evitare le occasioni di discorsi inutili, la curiosità di sapere, le cure ed occupazioni inutili, la ricerca di soddisfazioni dei piaceri sensibili, e la superfluità e l'attacco nelle cose, anche necessarie. Bisogna poi tenere desta ed esercitata la volontà, formando molti desideri d'amar Dio, con molto fervore e purezza. E per fare questo, come abbiamo detto, non occorrono lunghi ragionamenti e speculazioni dell'intelletto, ma soltanto moti del cuore, con cui si aspira continuamente a Dio, passando sopra creature con un desiderio infiammato, senza fermarsi in alcuna cosa fuori di Dio, desiderando ardentemente di piacergli sempre più, abbracciando con affetto la sua volontà e sospirando di poter unirsi a lui, mediante l'allontanamento di ogni ostacolo. 

Per conseguire questo giova aver sempre presenti alcune aspirazioni, e brevi ma infuocate orazioni  con le quali ti abituerai ad elevare sovente la tua  mente a Dio, ogni volta che lo vorrai. Queste brevi preghiere sono da S. Agostino  chiamate GIACULATORIE perché sono come dardi (in latino jaculum) infuocati che partendo dal cuore dell' uomo vanno a ferire il Cuore di Dio.  Vi sono libri che somministrano in abbondanza tali giaculatorie ed orazioni e di cui puoi servirti non solo nel tempo dell'orazione ma anche in qualunque altro tempo, ad esempio durante i pasti,  il passeggio e la conversazione, prendendo ovunque l'occasione di lanciare a Dio dei dardi, cioè dei desideri amorosi. Perché ogni anima amante deve con ogni suo sforzo far in modo che ogni azione, anzi, tutta la sua vita sia una continua e perfetta orazione; e col tempo, l'esercizio e l'aiuto della grazia avverrà che per pregare, quest'ultima non avrà più bisogno di libri o di orazioni formate, ma tutto ciò che vede ed ascolta le sarà libro e materia per elevarsi  a Dio. avverrà mai che per le occupazioni necessarie si distragga e dissipi in modo che non possa, ogni volta che lo voglia, raccogliersi rapidamente e ritornare a Dio. Questo perché non si stacca mai del tutto da Dio, nonostante le occupazioni esterne, ma anzi, ha cura che le stesse azioni che deve compiere per obbedienza, carità, o necessità, e non per capriccio, anzi, gli stessi difetti e debolezze proprie, le diano motivo e materia per pregare e parlare a Dio; le avverrà così di poter concentrarsi ed elevarsi a Dio ogni momento, senza faticoso sforzo dell'intelletto per raccogliersi.

Non si può credere quanto questo esercizio sia efficace a cancellare i peccati, per rimediare ogni deformità e stortura dell'anima, per illuminare, semplificare, purificare ed infiammare il cuore, e per unirsi con Dio. Né si può dire adeguatamente ciò che prova in sé l'anima che assapora il divino amore, perché ciò che si gusta non si può esprimere.

Tuttavia bisogna guardarsi in questo esercizio dall' eccesso, dal voler far troppo,  spinti a questo  da una certa gola spirituale o dal  demonio, per non mettere a repentaglio la nostra salute mentale, e soprattutto per non incorrere in un altro grave inconveniente, con l'allontanarci da Dio attaccandoci ai nostri gusti spirituali, ossia mettendo il nostro affetto più nei doni di Dio che in Dio stesso. Per questo bisogna usare in tale esercizio la discrezione, e badare attentamente di avere un'intenzione pura, per non agire al di sopra delle proprie forze e per non cercare altro  che la gloria di Dio. (...)

Inoltreall'uso frequente  di brevi preghiere e aspirazioni a Dio, ci proviene un vantaggio che non si ha in altri esercizi spirituali, cioè di vedere e conoscere i nostri difetti, le difformità e quanto siamo dissimili dalla persona adorabile di Gesù Cristo,  mentre domandiamo la carità, l'umiltà e le altre virtù che consideriamo solitamente nelle preghiere, nelle meditazioni e nel santo rosario. (...) Guardati quindi grandemente dal tollerare in te qualcosa che ti impedisca d'innalzare e dirigere il tuo cuore a Dio. Senza di questo non vi può essere né salvezza, né regno di Dio dentro di noi. Se perdi questa libertà di innalzarti a Dio, fai perdita maggiore che non sarebbe se tu perdessi il cielo e la terra.

                                (Pharetra divini amoris, lib. I, Praefatio, Opera omnia, t. 5, pp. 1-3.5)

 

AUGUSTIN GUILLERAND (+ 1945)

Ardente continuità

Le preghiere lunghe presentano un pericolo: affaticano; aprono la porta alle distrazioni che, anche se involontarie, devono essere eliminate il più possibile; esse possono condurre alla routine". Uno slancio rapido che porta l'anima molto in alto, che si rinnova spesso, che unisce fra loro i momenti e assicura una ardente continuità, è un mezzo più sicuro.

Era il metodo dei Padri del deserto. Si è dovuto abbandonarlo per gettarsi nell' azione esteriore. (...) Ma questo  antico metodo conserva il suo valore  per le anime contemplative e per tutte quelle che  in genere, non sono assorbite da qualche 'obbligo' esteriorizzante.  Queste considerazioni però non dicono che i margini del problema; la durata delle preghiere di devozione personale dipende da Colui che prega in noi. Esse devono essere ciò che lui vuole che siano. Ora, egli vuole innalzare l'anima e custodirla in sé il più possibile. L'anima che ha accantonato gli ostacoli e che si tiene libera perché egli possa rapirla è un'anima che prega. Il suo stato è un'ascensione, un movimento in Dio e un movimento verso Dio. Prolungarlo è bene; cessarlo è buono; riprenderlo e continuarlo di nuovo è buono; tutto è buono ciò che è regolato dal divino motore.

Preghiere lunghe, preghiere corte, se lo Spirito d'amore infiamma e trasporta, tutte sono secondo Dio. Se ci si lascia  invadere dalla distrazione  tutte sono senza valore. (...)

Se, per esprimersi, l'amore ha bisogno di molto tempo, che persista nel suo slancio e negli atti che lo traducono. Se una parola, un pensiero fanno penetrare un'anima in Dio, oppure   essa vi dimora senza parola e senza pensiero, o se, chiamata da altri doveri, essa impregna la sua attività esteriore di questa atmosfera interiore in cui lo Sposo divino si dona con le sue carezze, tutto questo è buono, tutto ciò è fuori discussione.

    (Ecrits spirituels, t. 1, pp. 50-51)