![]()
CARMELITANI SCALZI
Giovanni di Gesù Maria
ISTRUZIONE
DEI NOVIZI:
L’ORAZIONE

Premessa
Questa istruzione ai Novizi carmelitani, ormai introvabile, viene offerta al lettore sia per metterlo a conoscenza dei principi di base della orazione carmelitana, sia per illustrare, seppur indirettamente, le differenze tra alcune forme di meditazione occidentale in cui non si disdegna l'uso della immaginazione e la venerazione per la santa Umanità di N. S. Gesù Cristo, e le pratiche contemplative dell'oriente che insistono invece sul non uso dei supporti immaginativi.
C'é da aggiungere tra l'altro che anche i mistici occidentali (cfr. S. Giovanni della Croce, S. Teresa D'Avila), pur concedendo ampio spazio alla classica "orazione mentale" discorsiva e all'uso della facoltà immaginativa e simbolica, sottolineano che nei più alti gradi contemplativi (orazione di quiete, di raccoglimento infuso, di unione, estasi, etc.) non ci si deve affidare alla propria fantasia, ma bisogna "svuotarsi" completamente per essere riempiti dello Spirito di Dio. Sarebbe in ogni caso inappropriato sovrapporre sic et simpliciter l'esperienza mistica dei santi cattolici con le pratiche contemplative dei maestri orientali, e l'articolo che segue ne è in qualche modo la prova. Allo stesso modo è banale affermare, come fanno alcuni, che al di là delle differenze dottrinali-teologiche tutti i mistici si ritrovano a vivere la stessa esperienza di unione con Dio una volta giunti agli ultimi stadi della contemplazione. E questo è verificabile rileggendo i resoconti degli stessi mistici: pensiamo al fenomeno delle stigmate, praticamente sconosciuto in oriente, e ad altri fenomeni straordinari di cui non si parla nella mistica orientale quali "la rinnovazione o cambio dei cuori" (vissuto in occidente da S. Caterina da Siena, S. Ludgarda, S. Gertrude, S. Maria Maddalena de' Pazzi, S. Caterina de' Ricci, S. Givanna di Valois, le beate Osanna di Mantova e Caterina da Racconigi, la Ven. Madre Agnese di Langeac ed altri).
Altri fenomeni mistici sono invece comuni alle due tradizioni: bilocazione, levitazione, luminosità, profumo soprannaturale, sottigliezza, incendi di amore, ierognosi, discernimento degli spiriti, visioni, rivelazioni, locuzioni e altri fenomeni.
CAPITOLO I
La
Preghiera
La virtù della religione, nobilissima fra tutte le virtù morali, chiamata pure teosebia, eusebia e latria, dà origine a un gran numero di atti, tanto interni che esterni. Atti interni sono la preghiera e la devozione. Parleremo principalmente di queste.
La religione è una virtù che risiede nella volontà e fa rendere a Dio il culto e l'onore che gli è dovuto. La preghiera poi, atto di questa virtù, è un'elevazione della mente a Dio. In essa la volontà muove l'intelletto e lo porta a onorare Iddio.
Per farsi un'idea dell'eccellenza della preghiera basta considerare da dove promana, perchè se la virtù della religione tiene il primo posto fra tutte le virtù morali, è chiaro che la preghiera, che da quella proviene, sorpassa in eccellenza gli atti di tutte le altre virtù. Benché non sia un atto teologale propriamente detto, tuttavia si riferisce a Dio come a suo fine, in un modo assai più elevato di ogni altro atto. Inoltre, questa elevazione dell'anima, che, secondo tutti i Santi, costituisce l'essenza della preghiera, è un'altra prova della sua eccellenza, perchè vuol dire che l'anima, data alla preghiera, sdegna di occuparsi delle cose create per dirigere ogni sua attività alle altezze divine.
Non meno eccellente appare poi questo esercizio se lo consideriamo alla stregua delle azioni umane. Se tanto si stima l'onore di essere in frequenti relazioni con un re o un imperatore della terra da preferirlo alle stesse ricchezze, nonostante le comodità e i piaceri che queste procurano, come appare dalle spese che volentieri si fanno per mantenersi quell'onore, che si deve dire della preghiera che procura l'onore di tenersi in rapporto con Dio?
La preghiera è il cardine su cui si muove la vita ammirabile di tutti i Santi: ad essa si sono applicati con ardore; per essa si sono occultati nelle solitudini e nelle spelonche; per essa hanno rifiutato le più alte cariche; in essa hanno trovato il loro alimento preferito. E questo non solo dei Santi della Nuova Legge, formati da Gesù Cristo con il suo esempio nel passar le notti in preghiera, nel ritirarsi nel deserto per quaranta giorni, nel consacrare trent’anni di vita a conversare con suo Padre nel silenzio della casetta di Nazareth, ma ancora dei Santi che hanno preceduto la venuta di Cristo, come Abramo nei suoi viaggi per il deserto, come Mosè nel pascolare le greggi, come i Profeti Elia ed Eliseo nelle grotte del Carmelo: i quali tutti si sono applicati alla preghiera con esercizio costante e fedele. Obliando qualsiasi altra cura per non attendere che a Dio, erano cosi dimentichi di sè che il loro spirito, quasi trasformato in Dio, pareva non più abitare nel corpo.
Tale è la potenza della preghiera. Ma tale soprattutto si è manifestata nel Nuovo Testamento. Quel che avvenne al Figliuolo di Dio, Maestro incomparabile di questa divina sapienza, che mentre pregava sul Tabor, si cambiò d'aspetto, pare avvenga a coloro che si danno alla preghiera, perché nella loro conversazione con Dio riverberano come di una luce divina e si presentano agli sguardi altrui con un certo che di soprannaturale che incute riverenza.
Cosa sublime! Appena la preghiera prende possesso di un cuore, vi fa nascere una grande speranza di felicità. Solo da Dio, infatti, possono venire quei beni che fanno l'uomo felice, e Dio clementissimo è pronto a darli volentieri purché gli siano domandati con la preghiera. Perciò, proporre fermamente di darsi alla preghiera è trovare la via che mena diritto alla felicità, per non dire anzi che sia già un mettersi per essa. Nessuna meraviglia, quindi, che l'implacabile nemico della nostra eterna salute moltiplichi le sue insidie contro coloro che si danno alla preghiera per distornarli da questo santo esercizio, o almeno ottenere che vi si applichino poco generosamente, sapendo il maligno il gran danno che costoro gli procurano con la luce divina che diffondono dintorno a sè e con la santa emulazione che suscitano nelle anime.
È tanto il danno di queste insidie che S. Teresa d'Avila, così esperta nell'arte della preghiera, fa di tutto per esortare a mantenersi fermi nella risoluzione di praticarla, essendo impossibile, secondo lei, darsi a questo santo esercizio senza fare rapidi progressi nella via della perfezione. Nell'orazione, infatti, gli animi abbattuti prendono nuova forza, si danno con maggior vigore alla repressione delle passioni e alla pratica della virtù, e benché entrati nell'orazione senza alcuna energia, ne escono vigorosi ed intrepidi, pronti a tutte le battaglie. Un esempio di questi effetti l'abbiamo in Nostro Signore Gesù Cristo che, dopo aver pregato nel giardino degli Olivi, andò incontro animosamente ai suoi nemici.
La preghiera dilata e rende grande il cuore, quasi vi faccia in esso discendere la stessa forza di Dio. Che se nulla è più atto a rilevare li coraggio di una creatura quanto la mano del Creatore stesa su di lei a darle aiuto, la mano soccorrevole di Dio non manca mai dove si prega.
Che dire poi dell'intima consolazione, della conoscenza delle cose celesti, del disprezzo del mondo, della pace del cuore e degli altri caratteri della filiazione divina che s'imprimono nell'anima di chi prega? No, tutto quello che se ne potrebbe dire non è nemmeno paragonabile con quello che prova un'anima di orazione.
Per tutti questi motivi i Novizi si sforzeranno di applicarsi all'orazione con grande assiduità, anche per non menomare la gloria di coloro che ci hanno preceduto e che furono così illustri per le loro comunicazioni con Dio. Su questo punto non è possibile alcuna scusa.
Dio richiede dai religiosi quello che fu compiuto dai più illustri contemplativi in tutto il corso dei loro giorni, vale a dire che consacrino all'orazione tutto il tempo che hanno libero dalle necessità della vita. In questo, d'altronde, è l'ornamento più bello del nostro stato, non essendovi nulla di più glorioso che consacrarsi a Dio al modo dei Serafini, coro supremo delle angeliche gerarchie, e tenersi innanzi a Lui in preghiera così costante da non esserne distolti che dalla sola necessità.
Quelli fra i nostri che hanno ben compresa questa loro vocazione - e neppure oggi ne mancano - hanno preso tanta pratica dell'orazione e hanno compiuto ogni loro dovere con tanta perfezione, che camminare sulle loro tracce è per noi sommamente utile e onorevole. Le azioni della nostra giornata, se non sono accompagnate dalla elevazione della mente a Dio, che cosa sono se non inerti cadaveri, incapaci di alcun movimento generoso? Ma appena comincia a soffiare quello spirito di vita che l'anima attinge da Dio con la preghiera, quei cadaveri si destano, danno gloria al Signore, con gloria e profitto anche per chi le fa.
Indotti da tutti questi motivi, cerchino i nostri Novizi di darsi all'orazione con impegno sino ad acquistarne la perizia, onde poterne conseguire tutti i grandi vantaggi. A questo scopo leggano attentamente e procurino di ben comprendere il Compendio che facciamo seguire, nel quale intendiamo di riassumere tutto l'insegnamento dei Padri. In tal modo cominceranno col far orazione a regola d'arte, proseguendovi fino a quando non saranno guidati dallo Spirito, che non può essere limitato da alcuna regola.
CAPITOLO II
Compendio dell' Orazione
Origine di tutti i mali è
l'amore delle cose temporali, causato a sua volta dall'ignoranza dei beni
eterni, giacché è impossibile
attaccarsi a ciò che passa conoscendo bene le cose divine. Ma a questa funesta
ignoranza si arriva per la via dell'inconsiderazione, perchè è provato che a chi
aspira alla conoscenza delle cose di Dio il lume celeste non manca mai.
Nel divino esercizio dell'orazione si compendiano i tre beni che seducono il cuore umano: l'utile, che vi abbonda fino al punto da esentare, in certo qual modo, dal bisogno delle stesse cose indispensabili, come si sa di certe persone dedite all'orazione che meno delle altre sono tormentate dalla fame, dalla sete, dal freddo e dal caldo, assai parche anche quanto al vitto e al vestito; l'onorevole, in quanto vi si intreccia un'intima familiarità con Dio; il dilettevole, in quanto vi si cominciano a gustare le ineffabili e castissime delizie del paradiso.
Inoltre si tratta di un esercizio assai facile, possibile anche agli spiriti meno colti, perchè la natura umana ne ha in sè il germe, non meno di quello di tutte le altre virtù, che in grazia dell'istinto umano si possono praticare da tutti, sia pure imperfettamente. Comunque non manca mai l'aiuto della grazia divina, con il quale si danno a questo esercizio anche uomini rozzi e ignoranti donnicciole. Nessuno poi può esentarsene con il pretesto della difficoltà, come si può dimostrare con la seguente considerazione.
Nessuno è così rozzo da essere incapace, almeno quando è circondato da pericoli e calamità, di pensare che Dio essendo dovunque, può venire in suo aiuto, e, forte di questa fede, ricorrere alla sua protezione e desiderare d'essere nelle sue grazie. Ora, tutto questo non è altro che pregare, secondo la definizione che i Santi Padri danno della preghiera, vale a dire: una elevazione della mente a Dio.
L'orazione risulta di varie
parti, cioè: preparazione, lettura, meditazione, ringraziamento, offerta,
domanda.
Preparazione - Essa è duplice: preparazione remota e preparazione prossima. La remota consiste nel sottrarsi alle distrazioni e alle preoccupazioni superflue. La prossima nella considerazione della divina Maestà, dalla quale deve nascere nel cuore un sentimento di grande riverenza per tanta grandezza e di amore per la sua immensa benignità, poichè il cuore non può non andare commosso nel vedersi ammesso a colloquio con la Maestà di Dio. Ne sgorga pure - altra parte della preparazione - la convinzione della propria miseria, per il fatto che quanto più l'uomo si avvilisce ai suoi propri occhi, tanto più grande gli appare Colui che si degna di ammetterlo alla sua presenza. Ora, siccome il peccato è la somma di ogni miseria, e per esso ci si riconosce vili e spregevoli, l'uomo (che si prepara) odia ed abbomina il peccato; e così, con questo fondamento di umiltà, a guisa di pubblicano, con gli occhi bassi e accusandosi per indegnissimo, comincia a intrattenersi con la Divina Maestà.
Lettura - La lettura può precedere o seguire la preparazione, non essendovi in proposito alcun ordine obbligatorio. Quello che importa è che sia adatta allo scopo, che è di muovere il cuore.
(Il Maestro dei Novizi espone a questo punto il metodo illustrato e divulgato in modo particolare da S. Teresa di Gesù nelle sue opere magistrali e in particolare nel Cammino di Perfezione. Il metodo gravita tutto sul colloquio amoroso che si deve stabilire tra l'anima e Dio durante la meditazione propriamente detta. - n.d.t.)
La lettura deve essere fatta posatamente e accompagnata da profonda riflessione, allo scopo non già di istruirsi ma di eccitarsi a un più vivo amore di Dio. Se s'incontra un pensiero che impressiona e commuove, s'interrompe la lettura per meglio ponderarlo e approfondirlo. Questo, che è già meditare, fa sì che la volontà s'infiammi ed erompa in affetti. Tali gli avvisi che si devono seguire se si vuole trarre profitto dalla lettura.
Meditazione - La meditazione non è che un discorso fatto dall'intelletto alla volontà allo scopo di esortarla al bene e distoglierla dal male. Si fa con assimilare e penetrare a fondo la lettura che si è scelta per l'orazione, come cibo con cui nutrire e fortificare la volontà. Perciò la meditazione deve conformarsi al bisogno della volontà, quasi mezzo per affezionarla al bene. Nell'attività intellettuale si deve evitare tanto l'eccesso che il torpore, servendosi di essa unicamente per infiammare il cuore. Infiammato che sia, s'interrompe il discorso, fino a quando il decrescere dal calore non obblighi a ripigliarlo. Più che all'attività intellettuale si deve attendere agli affetti. Di solito quanto più breve e compendioso è il lavoro dell'intelletto, tanto più vantaggiosa è l'orazione, perchè più feconda di affetti.
La meditazione può esser fatta su due specie di argomenti: su fatti accessibili ai sensi, tali da poter essere raffigurati sotto forma dl immagini corporee, come le varie fasi della passione di Cristo, oppure sopra cose puramente intellettuali, come la bontà e la bellezza divina, circa le quali si può pure ricorrere a raffigurazioni corporee ma se ne può fare anche a meno, per trattenersi unicamente nell'operazione intellettuale senza alcun concorso dell'immaginazione.
In conformità di queste due specie di argomenti è pure la presenza di Dio: immaginaria nel primo caso, intellettuale nel secondo. Essa consiste nell'applicare la mente e il cuore a Dio o alle cose di Dio, concepiti in modo immaginario o intellettuale.
Nel corso della meditazione bisogna attendere seriamente a varie cose.
1. Gli oggetti che ci vogliamo rappresentare dobbiamo considerarli come vicini o dentro di noi, affine di evitare divagazioni.
2. Non si deve applicare troppo intensamente l'immaginazione a fissare le immagini che essa compone, e ciò per impedire l'illusione in cui si potrebbe cadere ritenendo per vero quello che è una sua semplice e vivace rappresentazione.
3. Moderare il lavoro dell'intelletto per dar più tempo al movimento degli affetti.
4. Temperare anche il lavoro della volontà per evitare ogni eccesso. Quindi essa deve astenersi dal ricorrere a sforzi violenti, capaci di nuocere alla testa, per spremere il sentimento della devozione come per un torchio. Al contrario, appena ha concepito qualche sentimento divino, si abitui ad assaporarlo in pace, evitando lo sforzo di volersi troppo dilatare e commuovere.
5. Si richiede, sì, grande attenzione, ma sempre con misura, specialmente da principio, per non affaticare lo spirito, attendendo piuttosto che s'infiammi da sè col procedere dell'orazione.
6. Non fermarsi troppo a lungo in ogni gusto spirituale che s'incontra, ma passare innanzi, affinché il cuore venga più abbondantemente irrorato e permeato, dalla rugiada celeste: una devozione troppo debole si dissipa e svanisce facilmente.
7. Ovunque si faccia sentire il soffio dello Spirito Santo, si cerchi, potendolo, di non lasciarlo inascoltato, perchè quello è come il fischio del pastore che invita la pecorella al pascolo, vale a dire, all'orazione. Perciò, se si è attratti alla meditazione di oggetti estranei alla materia preparata e ai quali neppure si era pensato, ci si lasci guidare dove si è chiamati.
8. Quando la volontà comincia a infiammarsi, si tronchi il ragionamento per intensificare gli affetti.
9. Se gli affetti si fanno troppo violenti, bisogna cercare di scemarli, orientandoli ad oggetti che meno impressionino, affine di non stancare il cuore e dargli un po' di riposo.
10. Non dare troppo credito alle immagini che ci formiamo a forza di pensare. Una medesima immagine, quella di Cristo, ad esempio, può provenire da Dio, dal demonio o dalla nostra immaginazione, tanto che per deciderne la provenienza occorre prendere consiglio dagli esperti.
11. Vi sono alcuni che hanno poco bisogno di lavorare d'intelletto, sia perché hanno la volontà già ben convinta e disposta in seguito a una lunga abitudine di questo esercizio, il che è virtù; sia perché dotati di grande sensibilità, il che è difetto di nature troppo molli. Occorre grande attenzione per veder bene.
12. Vi sono altri dotati di così forte immaginazione che si raffigurano molto al vero ogni oggetto che vogliono, anche nelle più piccole parti e nei più leggeri lineamenti. Questi sono in gran pericolo di illudersi, per cui hanno molto bisogno di consiglio e di frenare la loro immaginazione.
13. Altri invece sono quasi incapaci di far lavorare l'immaginazione e sogliono esser tormentati dall'aridità. Basta per costoro che riescano a rappresentarsi almeno qualche cosa, non essendo necessario farsi un'immagine perfetta dell'oggetto che si medita. Benché non sia consigliabile darsi subito a considerazioni puramente intellettuali, tuttavia, se l'immaginazione è assolutamente refrattaria, si potrà, dietro consiglio del Maestro, attendere all'orazione e alla presenza di Dio in maniera intellettuale.
14. Si abbia o non si abbia viva immaginazione, occorre sempre guardarsi dal moltiplicare troppi atti diversi, come, ad esempio, a ogni movimento affettuoso che si prova durante l'orazione dell'ufficio, rendere successivamente i propri omaggi a tutte le membra dell'immagine di Cristo che si è rappresentata, alle sue mani, ai suoi piedi, al suo costato. Questo continuo oggetto nuoce alla testa e finisce con rendere inetti all'orazione. Più prudente e più utile è invece considerare la persona di Cristo nel suo complesso.
15. Quelli che vanno soggetti a molte distrazioni devono badare, in prossimità del tempo stabilito per l'orazione, di sottrarsi all'occasione di vedere e sentire cose inutili per non voler altro sapere che Gesù Cristo. Se neppure così possono raccogliersi, facciano del loro meglio per allontanare i pensieri importuni, e se non vi riescono, s'impieghino nella recita di una preghiera, come il Pater noster o qualche salmo, mentalmente se sono con altri, vocalmente nel caso contrario, fermandosi a ogni parola per intercalarvi delle brevi riflessioni. Nel caso che neppure così si sappiano raccogliere, ricorrano a qualche buon libro facendone una lettura meditata.
16. Quanto alla materia dell'orazione non si può dare alcuna regola fissa. La migliore è quella da cui si ricava più frutto. Ma siccome questo dipende dallo spirito dei singoli e dall'aiuto divino, non si deve nulla decidere se non dopo essersi consigliati.
Però queste regole non devono
essere applicate dai Novizi se non dietro consiglio del loro P. Maestro. Se
questo principio di dipendenza si deve osservare in ogni cosa, s'impone più che
mai in quanto riguarda l'orazione per i molti pericoli che vi si possono
incontrare.
Avvenendo loro qualche cosa
d'insolito o di dubbio, ricorrano senza indugio all'oracolo dell'obbedienza, per
non esporsi a funeste cadute.
Ringraziamento - Dopo aver meditato e aver appreso la grandezza dei benefici di Dio, che appunto con la meditazione si approfondiscono meglio, si passa al ringraziamento. Se, ad esempio, si sarà meditata la crocifissione di Nostro Signore per la quale si è stati redenti, si concepirà un vivo sentimento di gratitudine. Al ricordo del singolare beneficio allora considerato si aggiungerà quello di tutte le grazie ricevute da Dio, tanto generali che particolari, facendone come un breve catalogo che si andrà rivedendo col pensiero, dalla creazione in poi. Indi, per meglio intensificare la riconoscenza, si formerà il desiderio di possedere tutti i cuori fedeli a Dio in cielo e sulla terra, allo scopo di offrirgli l'immensa gratitudine di tanti cuori come risultante da un solo e unico cuore. Soprattutto si vorrà avere il cuore della beatissima Vergine Maria, o, meglio ancora, quello di N. S. Gesù Cristo, affinchè più vivo sia l'ardore della riconoscenza nella quale si desideri consumarsi.
Offerta - Dopo che il sentimento della gratitudine avrà fatto del suo meglio per eccitare l'affetto del cuore, e questo avrà cercato di ringraziare, si passerà all'offerta, con la quale si vorrà ricambiare la bontà di Dio. Perciò, se ne dovranno moltiplicare gli atti, e sotto forme diverse. In riconoscenza dei benefici ricevuti e specialmente di quello che si è allora approfondito, si offrirà a Dio in ostia di lode e con vivo sentimento di gratitudine il dolcissimo Signor Nostro Gesù Cristo e la beatissima Vergine Maria con tutti i loro meriti, più la stessa propria persona con i suoi pensieri, parole ed azioni, aggiungendo infine nel medesimo mistico sacrificio l'offerta di tutti i cuori che sono a Dio fedeli in ogni parte del mondo.
Si può e si deve rinnovare questa offerta anche come sacrificio di espiazione per i propri peccati, come sacrificio pacifico per ottenere quelle grazie di cui si avrà bisogno in tutto il tempo della vita, e infine come olocausto per ottenere l'unione intima con Dio, la grazia di non venir mai meno nella fede e di esser sempre pronta a professarla. Così, mediante questa quadruplice offerti, intonata ai diversi sentimenti e alle intenzioni diverse del cuore, ogni parola, pensiero ed azione può divenire un quadruplice modo di piacere a Dio, assai fecondo di meriti.
Domanda - All'offerta segue ragionevolmente la domanda. Non è forse a buon diritto che si può reclamare quello di cui si è offerto il prezzo? Infatti, stando a quello che abbiamo detto delle quattro specie di sacrifici, chi fa orazione offre se stesso a Dio in unione di N. S. Gesù Cristo e della beatissima Vergine con tutti i loro meriti in ostia di espiazione per i suoi peccati e in sacrificio pacifico per ottenere nuovi favori. (Lasciamo stare le altre due specie che, propriamente parlando, non hanno rapporto con il nostro oggetto). Perciò, potrà domandare istantemente il perdono dei suoi peccati, le grazie di cui ha bisogno per arrivare alla desideratissima visione e fruizione di Dio, la contrizione sincera delle colpe commesse, l'umiltà, le virtù teologali, soprattutto l'amore verso la bontà divina, e infine la virtù di cui si riconosce più sprovvisto, la vittoria sulle tentazioni o sulla passione che più lo tormenta. Questi ed altri beni non domanderà soltanto per sè, ma anche per la Chiesa e per tutto il genere umano, affine di non escludere nessuno dalla legge della carità.
Nella domanda occorre anzitutto avere grande fiducia: cioè essere fermissimamente sicuri che in quello che si domanda in nome di Gesù Cristo si sarà esauditi. Infatti, di natura sua Dio è fortemente inclinato a beneficare e a usare misericordia, perché infinitamente buono. Non me l'ha Egli dimostrato sufficientemente con dare a morte il suo Figlio divino per me, senza alcuna mia precedente sollecitazione, ma soltanto per la sua naturale bontà? Se dunque senza alcuna mia preghiera, e per di più senza alcun merito da parte mia, perchè immerso nel fango del miei peccati, Egli mi ha dato il suo Figlio divino, non bisogna essere stolti per dubitare che debba esaudirmi ora che invece di pensare ad offenderlo, sono qui per chiedergli perdono dei peccati commessi ed altre cose a Lui gratissime, infinitamente meno considerevoli di quel dono? Questa prima ragione mi deve assolutamente convincere o d'aver io perduta la testa o di appressarmi senza alcun dubbio al mio Dio per chiedergli tutto quello che concerne la mia eterna salute.
Inoltre, è fuor di dubbio che il dolcissimo Signor Nostro Gesù Cristo si è dato alla morte per me come se non vi fossero stati al mondo altri uomini. L'esser Egli morto per la salute di tutti non è a me di pregiudizio, perché io posso usufruire del suo Sangue come se l'abbia sparso per me solo senza pensare ad alcun altro. Questo sembra insinuare l'Apostolo dove dice: "Io vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e si è offerto per me". È come se Egli abbia avuto da espiare non già i peccati di tutti gli uomini, ma soltanto il numero relativamente ristretto dei miei, e si sia presentato all'Eterno Padre per ottenerne perdono, sollecitando la sua clemenza mediante il prezzo di tutto il suo sangue: insomma, come se avesse dovuto ottenere perdono per un uomo solo, quasi che gli altri non ne avessero avuto bisogno. Ora, bisogna essere ben ciechi per non mettersi in preghiera con la massima fiducia di essere esauditi, senza alcun dubbio. Questa ragione non vale meno della prima, fondate ambedue sulla dottrina della stessa verità. Una cosa sola è sorprendente: la debolezza della mia fede.
Al di sopra di ogni altro motivo di speranza c'è infine la promessa formale con la quale Gesù Cristo si è impegnato quando disse: "Qualunque cosa domanderete con la preghiera, abbiate fede d'ottenerla e l'otterrete". Con le quali parole Egli ha voluto elevare la mia speranza a tal grado da essermi impossibile immaginare alcunché di meglio e di più energico a tal fine.
Che si richiede dunque da me se non di credere fermamente che Egli vuole esaudire le mie domande? E che v'è di più facile? Se Egli è portato a beneficare in virtù della sua stessa natura, come abbiamo visto nella prima ragione; se si è dato alla morte per ottenermi a quel prezzo tutto quello che io gli domando, come abbiamo considerato nella seconda; se si è solennemente impegnato ad esaudirmi, come abbiamo visto nella terza, nulla è più facile che concepire la speranza di essere esauditi e ottenere le grazie che si desiderano. Se io soddisfo alle condizioni da Lui richieste al mantenimento del suo impegno, perchè non dovrò credere che sarò esaudito? Questa ragione mi deve assolutamente convincere che è solo per la mia insipienza se manco di fiducia nel chiedere le grazie necessarie alla mia salute.
Perciò, animato da questo triplice motivo, impiegherò quest'ultima parte dell'orazione, dalla quale dipende il suo frutto, nel modo suggeritomi dal presente testo scritturistico: "Se alcuno di voi ha bisogno di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti con abbondanza. Ma la chieda con fede senza esitare".
CAPITOLO
III
Devozione in generale

Il divino esercizio dell'orazione è scuola di vera devozione, e la devozione, atto principale della virtù della religione, è fine o frutto dell'orazione.
La devozione si definisce un atto della volontà con la quale ci si dà al servizio di Dio con prontezza. L'elogio della devozione si trae dai suoi molti meriti, ma specialmente dal fatto che essa costituisce la pinguedine dello spirito, conformemente a quanto dice il Reale Profeta: "L'anima mia sarà sazia come di midollo e di grasso". Alle quali parole aggiunge subito in testimonianza, indice della santa allegrezza che ne deriva: "E con voci di giubilo ti loderà la mia bocca". Infatti, la devozione agendo su tutto l'uomo, lo rende pronto di anima e di corpo agli esercizi di pietà, senza che stanchezza, pene interiori e travagli vengano a sminuire il vigore e la prontezza della volontà. Essa quindi è di grandissimo vantaggio, perchè sveglia l'avidità delle buone opere e ingenera disgusto per tutto ciò che non è Dio. Per questo si deve cercarla con diligenza secondo il costume dei Santi, e rimuovere gli ostacoli che ne precludono la strada.
Però occorre che i nostri fratelli sappiano discernere la devozione apparente da quella vera e necessaria. Consistendo la devozione in un atto della volontà, vera e sincera è quella che sta nella buona disposizione della volontà, mentre non sempre necessaria nè sincera è quella sensibile che tocca in modo piacevole l'appetito sensitivo.
Anche questa può essere vera se deriva dalla disposizione pronta ed efficace della volontà, ma spesso la vera devozione di volontà sussiste senza effetti sensibili, testimonio lo stesso Apostolo che diceva: "Sento nelle mie membra una legge che contrasta con la legge del mio spirito". Poco prima aveva spiegato detta lotta parlando in questo modo: "Non fo il bene che voglio, ma il male che odio". Con queste parole (voglio il bene, odio il male) indicava la forza della sua volontà e la vera devozione che lo animava per fare il bene e fuggire il male. Tuttavia sentiva nel medesimo tempo entro se stesso le più violente opposizioni dell'appetito.
A quel modo che non mancava a S. Paolo la vera devozione, nonostante che il suo appetito sentisse ripugnanza per le cose divine, così non devono credere d'esserne privi i nostri fratelli se avvenga loro non solamente di non sentire alcun gusto delle cose di Dio ma di averle anzi in fastidio. Per contrario la loro devozione sembra allora più solida per un duplice motivo, anzitutto perché essi non tralasciano di fare il bene nonostante non ne sentano alcun gusto, e poi perchè soggiogano l'appetito sensitivo a forza di volontà.
Tuttavia, bisogna cercare che l'energia della volontà muova tutto l'uomo a portarsi al servizio di Dio con alacrità, facendo ognuno del suo meglio per rimuoverne gli ostacoli. Che se neppure così la devozione s'impossesserà dell'uomo inferiore, non per questo lo sforzo rimarrà senza frutto, ma aumenterà lo splendore della nostra corona.
Dopo aver determinato la natura della vera devozione, è doveroso ricordare le sue sorgenti ordinarie, che sono la considerazione delle cose divine, la meditazione dei benefici di Dio e soprattutto il ricordo dei misteri che hanno rapporto con la Umanità di N. S. Gesù Cristo, perchè, quantunque la devozione abbia per oggetto principale la Divinità, tuttavia questa è messa a nostra portata per mezzo dell'Umanità.
Sotto la segreta influenza dello Spirito Santo la devozione può anche sorgere, e in abbondanza, da altre cause: per alcuni dalla considerazione della gloria celeste, per altri dal pensiero della morte, e per altri da quello del giudizio. Ma da qualunque parte essa nasca, deve sempre aver Dio per ultimo termine di riferimento.
CAPITOLO
IV
La devozione verso la SS. Eucaristia, la SS. Vergine e i Santi
Si
usano chiamare devoti quelli che si applicano a onorare la SS. Eucaristia o i
Santi, sia che si sentano attratti a questo culto da un loro particolare affetto
o che si sforzino d'esservi attratti con maggiore alacrità. Del resto, nulla di
più atto del soavissimo pane eucaristico ad eccitare la fame delle anime e, per
conseguenza, l'avidità di riceverlo. Se la carne attira il leone e l'erba la
pecorella, nessuna meraviglia che l'uomo di fede si senta attratto a questo
adorabile Sacramento che occulta Nostro Signore Gesù Cristo. Se il dolce attira
chiunque, qui la dolcezza spirituale si gusta nella sua stessa sorgente, senza
poi dire del grande incentivo che vi trova l'amore, con tutti quei fomenti di
amore che mettono in rapida azione questo nobile sentimento. Ciò spiega la
grande avidità con cui vediamo i devoti dell'Eucaristia correre a questo celeste
banchetto. Si aggiunga che questo Sacramento racchiude tutti i beni di cui
possiamo aver bisogno, per cui dobbiamo esserne devoti anche in vista della
nostra stessa miseria.
Per questi ed altri molti motivi c'e' l'uso di far frequente orazione innanzi al SS. Sacramento, specialmente da parte dei Novizi, che per meglio apprendere questo santo esercizio devono applicarvisi devotamente secondo l'ordine stabilito dal Maestro. Sorte felice quella d'intrattenersi, come servi fedeli, innanzi a un sì gran Re per commuovere la sua infinita misericordia per sè, per gli altri, per la propria Congregazione, per tutta la Chiesa, per la conversione degli infedeli!
Da questa lodevolissima pratica e da altri atti consimili i Novizi si sentono eccitati al salutifero desiderio di accostarsi spesso alla S. Comunione e a disporvisi degnamente. Concepiscono quella profonda venerazione che un tanto Sacramento si merita; e non contenti di adorare Gesù Eucaristia quando gli si accostano durante la pubblica esposizione, non si permettono mai di passare nei luoghi vicini al suo altare o da cui si possa vedere il tabernacolo senza onorare segretamente N. S. Gesù Cristo con una genuflessione o con una profonda inclinazione.
L'uso ha pure introdotto molte altre pratiche che qui non è il caso di enumerare, ma che i Novizi devono osservare esattamente e trasmettere con l'esempio agli altri. Di questo li scongiuriamo caldamente, esortandoli insieme a servire la S. Messa in modo tutto angelico e a riguardare come un grande onore e come un immenso vantaggio potervi assistere frequentemente e prestarvi il loro concorso.
Dopo il culto del SS. Sacramento, che è un culto di latria, conviene parlare del culto di dulia, particolarmente verso la beatissima Vergine che per la sua singolare eccellenza si deve onorare con culto di iperdulia.
Per ben comprendere quanto convenga al nostro stato la devozione a si gran Vergine, basta considerare la sua protezione a nostro riguardo, il titolo dell'Ordine a cui apparteniamo e i benefici che Maria SS. effonde ogni giorno su di noi, giacché siamo intimamente persuasi di non aver nulla ottenuto e di non poter nulla ottenere dalla bontà divina che per i meriti di questa purissima Vergine, a cui noi attribuiamo tutti i beni spirituali e temporali che Dio ha concesso al nostro Ordine.
Ma quand'anche non ci avesse favoriti più di ogni altro cristiano, le dobbiamo ugualmente il nostro ossequio più sentito e continuo per la sua altissima gloria e per la sua soavissima beltà. Se Dio stesso va rapito di amore per le grazie incantevoli di questa Figlia di Sion, non è forse doveroso che pur noi, servi di sì gran Signore, andiamo rapiti da tanta grazia e bellezza, capace d'intenerire il cuore di un Dio?
"La sua statura assomiglia alla palma", tanto elevata da raggiungere i confini della Divinità; "il suo seno ai grappoli della palma", rigonfi di succo prezioso, come colei che nutre i suoi figli e concilia in se stessa quello che è alto con quello che è basso. Bellissima d'aspetto e molto atta ad attrarre i cuori, suscita la meraviglia degli uomini non meno che degli Angeli, i quali, mentre Ella saliva al cielo, si chiedevano a vicenda: "Chi è costei che sale dal deserto, colma di delizie, appoggiata al suo Diletto?"
Quasi cinnamomo e balsamo prezioso, ha riempito di profumo i cieli e la terra, e delle sue deliziose emanazioni si è compiaciuto lo stesso Dio. Sotto i suoi piedi è tutto quello che la Sapienza divina ha disseminato per il mondo. Come cedro del Libano Ella s'innalza anche sui Serafini, che la guardano con ammirazione. Più ammirabile e sereno della purezza dei cieli è lo splendore del trono di questa dolcissima Regina, che d'un fiume di delizie soavissime inonda tutti i cuori della celeste Gerusalemme. In fiotti abbondanti la sua bontà si spande sulla terra, "simile a pioggia sull'erba, a gocce d'acqua sulla verzura", poichè mai si è udito che la sua misericordia sia mancata alla vedova e al pupillo.
Vergine sapiente, una, anzi la prima del beatissimo numero delle prudenti, riempie la terra di sapienza, insegnando con soavissimo magistero la prudenza dei giusti.
Felici coloro che si danno a Lei! Felici coloro che nel silenzio del proprio cuore contemplano con ammirazione la sua suprema bellezza, quel suo incomparabile splendore che in gara di emulazione non si stancano di ricercare "gli incliti figliuoli di Sion, vestiti di oro finissimo".
Perciò i nostri Novizi faranno di tutto per darsi al servizio di questa dolce Regina, "bella come la colomba che si libra sui ruscelli, le cui vesti hanno un profumo inestimabilmente prezioso, intorno a cui fanno eterna primavera i fiori dei rosai e i gigli delle convalli": vicini a Lei si ricreeranno, respirandone l'aria imbalsamata.
E cerchino di non contentarsi di una devozione qualunque verso questa bellissima Regina, più grande degli stessi cieli. Procureranno, come veri suoi figli, di portarsi sempre nel cuore il Suo dolce ricordo; e ogni giorno, al primo svegliarsi, offriranno a Lei, non meno che al suo Figliuolo divino, i loro affetti, i pensieri, le parole e le opere.
Si preparino alle sue feste con molta diligenza mediante particolari esercizi di pietà, atti a meglio rilevare la solennità di quei giorni; e ogniqualvolta ci sia da far qualcosa in suo onore, vi si applichino con grande impegno.
Meditino spesso la sua vita e i suoi esempi, degni di perenne riflessione, per trarne utili insegnamenti in proprio e in altrui vantaggio.
Benché la vera devozione consista più nell'imitazione che nelle preghiere, tuttavia reciteranno ogni giorno le Litanie, il Rosario e la commemorazione della medesima Vergine, e si sforzeranno di dirne le lodi con fervore tutte le volte che ne avranno l'occasione. E finalmente, come espediente utilissimo per raggiungere la perfezione cristiana non meno che per liberarsi e preservarsi da ogni genere di male, faranno il possibile per aver sempre presenti in un medesimo pensiero Gesù e Maria, memori che l'uomo non deve separare quello che Dio ha congiunto.
Questo che abbiamo detto della beatissima Vergine è ben poco in paragone dei suoi meriti e delle nostre obbligazioni, ma con questo poco abbiamo inteso di convincere i Novizi che sarà molto indegno di loro far meno ancora o di portarvisi coi negligenza.
Dopo la gloriosa Vergine Maria il nostro Ordine ha in grande venerazione il suo degnissimo Sposo, Giuseppe, ben meritevole della nostra devozione per la sua dignità e per i molti benefici che ci ha fatto...
Raccomandiamo infine ai Novizi di onorare devotamente quei Santi che l'Ordine riguarda come Padri. Se lodevole è l'imitazione degli altri Santi, assai più lodevole e doveroso è avere devozione per quelli che Dio stesso ha loro proposto con un atto di sua particolare provvidenza, essendo ciò molto utile per raggiungere la perfezione del loro stato.