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PARALLELI NELLE ALTRE TRADIZIONI
ALFONSO M. DI NOLA
IL CABBALISMO ESTATICO. LE TECNICHE DI ABULAFIÀ

I nove stadi dell’ascensione mistica al Trono
La
via estatica del cabbalismo è proposta e predicata nel XIII sec. da Abulafià
(Abraham Abul’-Afiya), una personalità estremamente complessa, nella quale le
incessanti attività di una vita spesa in peregrinazioni per il mondo, in aspre
polemiche, in imprese messianiche, non impedirono l’approfondimento e la
meditazione dei temi mistici. Appunto per il parossismo degli aspetti estroversi
del suo carattere, e per la singolarità delle iniziative sempre ardenti e spesso
disperate, ad Abulafià è toccato in sorte di essere ricordato nella storiografia
ebraica quasi esclusivamente a motivo degli aspetti meno importanti e più
transeunti della sua esistenza, come una sorta di illuminato e di esaltato. A G.
Scholem (n. LVI, p. 134-171), che ha ripreso e completato un discorso già
iniziato da A. Jellinek (Philosophie und Kabbala, I, Abraham Abulafia’s
Sendschreiben uber Philosophie und Kabbala, Lipsia, 1854), e da J. Guenzig (Il
cabbalista Abraham Abufalià, in Ha-Eshkol, V, 1904, p. 85-112,
in ebr.), spetta il merito di aver segnalato l’importanza delle dottrine di
Abulafià, come momento essenziale della storia del misticismo giudaico.
Per le esteriori vicende della sua vita, quali è possibile ricostruirle, con
abbondanza di dettagli sulla fonte delle stesse sue opere (in particolare sul
frammento Osar ‘Eden Ganuz, pubblicato da A. Jellinek in Beth
ha-Midrash, III, e variamente utilizzato da G. Scholem), Abulafià è spinto
ed agitato da quella disordinata impulsione messianica che è una delle
componenti connaturali della mistica ebraica, ora dormiente come in un letargo
immemoriale, ora esplodente in improvvisi fanatismi.
L’epoca nella quale egli vive sembra tutta predisposta ad accogliere un nuovo
esperimento messianico. Non ancora spento è il ricordo delle gesta di David
Alroy che, nel 1160, aveva sollevato le folle in Persia, e di quel Messia che,
secondo una notizia di Mosé Maimonide (Iggereth Teman), aveva predicato a
Fez nel 1172. D’altra parte, di recente diffusione era la leggenda che collegava
la grande invasione mongola del 1236-1242 a segreti accordi che sarebbero
intercorsi fra il khan tartaro e gli Ebrei. Costoro avrebbero chiamato
l’invasore in Europa per vendicarsi dei cristiani e per realizzare il loro sogno
di potenza terrena: di qui il nome di Filius David che gli Ebrei medesimi
avrebbero attribuito al khan, per riconoscergli una indiretta missione
messianica.
Nato a Saragozza nel 1240, va in Oriente nel 1260, per scoprirvi il mistico
fiume Sambation, al di là del quale,
secondo
la leggenda, dimoravano i discendenti delle dieci tribù disperse.
Tornato in Europa, trascorre un decennio in viaggi attraverso l’Italia e la
Grecia. Nel 1270, ritorna in Spagna, a Barcellona, dove i suoi precedenti
interessi filosofici, tutti diretti al pensiero di Maimonide, si volgono ora al
Sefer Jesirah, e alla mistica numerica delle lettere. A Barcellona
avverte il primo invasamento profetico, e conosce, per rivelazione, i misteri
del Nome tetragrammatico.
Nel 1274 è ancora una volta in Grecia. Ed è del 1280 l’episodio culminante della
sua avventura religiosa. Circolava, allora la relazione scritta della pubblica
disputa intercorsa a Barcellona, nel 1263, fra Mosé ben Nachman e
l’apostata Pablo Cristiani (pubblicata, poi, in latino con il titolo Tela
Ignea Satanae, Altdorf, 1681), e in essa il dottore ebreo dichiarava che il
Messia sarebbe andato dal papa a chiedere la liberazione del suo popolo, quando
la consumazione dei tempi sarebbe stata ormai prossima. Abulafià, viene a Roma
con l’idea di avvicinare i1 pontefice, e, forse, di convertirlo. Ma Niccolò III
Orsini, informato dell’intenzione del visionario, ordina che, appena abbia messo
piede nella città, lo si prenda e lo si dia a rogo. Ma, non vi è tempo, per
l’uno e per l’altro, di concludere la vicenda, perché il 22 agosto del 1280
Niccolò III muore d’improvviso nel suo castello di Soriano, e la notizia, venuta
a conoscenza di Abulafià, gli sembra un segno della divina predilezione che lo
ha salvato dal piano del papa. E’ preso e trattenuto presso i francescani, in
una prigionia, forse non rigida, dalla quale è liberato dopo solo ventotto
giorni. Incerte sono le posteriori notizie della sua vita: continuò a
peregrinare in Italia fino al 1291, proclamandosi ancora una volta Messia in
Sicilia e fu, successivamente, espulso dalle comunità ebraiche.
Mi pare che, in una breve esposizione delle dottrine di Abulafìà, non si possa
prescindere dalla chiara sintesi che ne ha dato G. Scholem, tentando di
individuare, in aggiunta a quanto lo studioso ha detto, la reale natura
storico-religiosa delle relazioni che intercorrono fra il cabbalismo estatico ed
analoghe esperienze presenti in altri ambiti culturali. Il fondo ideologico del
sistema di Abulafià è costituito da un fecondo incontro fra la filosofia
sistematica di Maimonide e la mistica del Sefer Jesirah. Egli designa la
sua via operativa come un disigillamento dell’anima e una soluzione dei
nodi che la legano, e, nella specificazione di questa
terminologia, è evidente il ricorso all’aristotelismo e al platonismo, quali
erano passati in Maimonide. Sciogliere l’anima dai suoi vincoli
mondano-carnali e dalle pastoie della conoscenza sensoriale, con la conseguente
doppia liberazione etica e conoscitiva, significa, in effetti, abolire la
contingente molteplicità e riattingere l’unità divina e cosmica. Il mistico deve
tendere a sopprimere gli elementi di separazione fra se stesso e la sfera della
realtà metafisica, che corrisponde all’intellectum agens della filosofia
medioevale, rappresentato come una specie di corrente cosmica presente nel
mondo. Fin qui noi troviamo ripetuto il consueto motivo ricorrente in ogni
esperienza unitiva, come reversione del tutto nell’uno.
Gli aspetti precipui del sistema sono, invece, nella determinazione degli
strumenti che vengono adottati per il fine unitivo, Si propone, anche qui,
i] problema di una trasformazione del praticante al doppio livello
psico-fisiologico e mentale, nel senso di procurargli, attraverso il tirocinio
ascetico, le strutture condizionanti l’esperienza interiore.
Come si
presenta, in Abulafià, la tecnica religiosa di distruzione dell’uomo vecchio e
di formazione dell’uomo nuovo? E in che cosa propriamente consiste l’esperienza
realizzata dall’uomo nuovo?
E’ possibile ricostruire le varie tappe della via mistica, attraverso gli
iscritti di Abulafià e grazie ad un singolare documento di un suo anonimo
discepolo, pubblicato da Scholem, nel quale ci è stata trascritta una diretta
relazione di questo tipo di esperienza (Sha‘are Sedeq, Porte della Giustizia,
ap. n. LVI, p. 162-1711:
1. Si esige, preliminarmente, che il praticante si assoggetti alla regola ascetica di una purificazione del corpo. Egli si isolerà, poi, per più giorni o settimane o mesi, in una cella, lontana da ogni rumore, preferibilmente dedicandosi alla pratica nelle ore notturne. La preferenza per le ore notturne si spiega con il valore mistico attribuito, anche nel Sefer ha-Zohar, alla notte, in particolare alla mezzanotte, come l’ora in cui, verificandosi in alto la ierogamia divina (l’unione della Matrona), immediata è, in basso, l’efficacia unitiva dell’azione mistica.
2. Si inizia, attraverso successive fasi, la pratica del distacco della mente del praticante dal flusso delle immagini e dei pensieri che, provocati dal mondo esterno, costituiscono la materia transeunte della nostra conoscenza profana. Rendere l’anima nuda di ogni riflesso di mondanità conoscitiva e sentimentale, e spingerla nella esasperata solitudine di un colloquio, in cui, inizialmente, essa non abbia altro interlocutore che se medesima, sono in Abulafià i fondamenti del metodo estatico.
3. Nella nudità dell’anima, liberata da ogni esteriore eccitazione e da ogni turbamento, si inizia la meditazione. L’attività meditante deve svilupparsi in forma di concentrazione intorno ad un unico punto ed oggetto, il più possibile sradicato dalle connessioni sensibili, e atto a costituirsi un veicolo verso la realtà che il mistico intende attingere. Vi è, cioè, un peculiare significato nel termine ‘meditazione’ qui usato, poiché questa deve esercitarsi su realtà soprannaturali ed archetipali, non già sulle forme visibili della natura (come, per esempio, nella mistica bonaventuriana dell’ Itinerarium). Tali forme, tutte immerse nella confusione sensoriale e percettiva, costituirebbero, anzi, un ostacolo per l’ulteriore fase mistica.
4.
La realtà metafisica, sulla quale si instaura la concentrazione, è la
serie delle lettere, come segni-fonemi cosmici, e il Nome tetragrammatico,
loro sintesi e radicale.
E’ da osservare che questo oggetto di concentrazione rappresenta la massima
astrazione possibile, per quanto riguarda i contenuti concettuali, e la massima
concretezza possibile, per quanto si riferisce ai contenuti ontologici e
metafisici. Cioè, il praticante ha effettivamente individuato, nelle lettere e
nel Nome, il necessario modulo di meditazione, esente, in assoluto, da ogni
substrato di percezione e di conoscenza normale e profana; ma tale modulo è pure
il mondo della realtà teofanica e della sfera numinosa, nell’unica forma in cui
esse sono rese accessibili alla creatura. Via dei Nomi, Scienza della
Combinazione delle Lettere (Hokhmath ha-Seruf), sono, perciò, in
Abulafià, le tecniche di questa meditazione e i veicoli verso la condizione
unitiva estatica.
5.
La meditazione, pur partendo da un termine iniziale razionale e
discorsivo (concentrazione sulle lettere come prototipi delle realtà), si
trasforma rapidamente in un’attività subliminale del soggetto, non controllabile
coscientemente.
Per un lato, alle strutture logiche normali si sostituisce un tipo di logica
mistica, costituita da libere associazioni (dillug, salto, e qefitsah,
balzo), che consente l’involontaria emersione delle immagini
subconscie e porta in primo piano la dimensione profonda dello spirito, ormai
libero dalle ferree leggi della conoscenza.
Per un altro lato, il mistico avverte subito che l’anima, prima denudata della
sua veste sensoriale e poi rivestita della numinosa presenza delle lettere, è in
dominio di un’energia che egli più non controlla. E’ passato, cioè, dalla
normalità conoscitiva ad una prima esperienza extraumana che mi pare ben
definita in Sha’are Sedeq:
«
La Via dei Nomi è piuttosto in ciò: il loro rango
è più alto, quanto meno essi sono comprensibili, finché arriverete all’attività
di una forza che non è più sotto il vostro controllo, ma piuttosto il vostro
pensiero e la vostra ragione sono sotto il controllo di essa»
(n. LVI., p. 165).
I segni alfabetici non sono più assunti nella loro funzione di simboli
metafisici di realtà superiori, ma divengono essi medesimi realtà cariche di
potenza: così che l’asceta non opera più su segni emblematici, che sono
rappresentati sul piano dell’intelletto, dell’immaginazione o del pensiero, ma
mette in movimento forze cosmiche che si sottraggono al controllo della sua
mente e il cui valore conoscitivo è insignificante ai fini del processo
estatico.
6.
Perciò stesso, la Via dei Nomi, come sollecitazione
di forze superiori, provoca una serie di epifenomeni che riguardano i livelli
fisiologico e psicologico del cabbalista, e sono l’indice dell’instaurarsi in
lui di nuove strutture mistiche. Nell’esaminare sommariamente tali epifenomeni,
è inevitabile il ricorso alla corrente terminologia parapsicologica e
psichiatrica. Ma sia chiaro che essa non implica un parallelismo fra la
condizione mistica e le malattie mentali; e il ricorso è giustificato soltanto
dall’esigenza di rendere evidenti alcuni stati di esperienza, la cui descrizione
in termini propriamente mistici sarebbe confusa ed inadeguata. In sostanza,
niente è più lontano dalla sintomatologia morbosa che la condizione mistica: in
essa i termini di illusione, allucinazione, stato stuporoso ecc. servono
a designare non già un crollo delle facoltà mentali negli stati confusionali, ma
una dimensione di conoscenza e un’esperienza vitale che superano gli schemi
della normalità.
Poiché la tecnica delle combinazioni esige che il praticante sia fornito di una
tavoletta e di una penna per tracciare i segni alfabetici, una delle prime
conseguenze dell’ascesi è il verificarsi degli “automatismi della scrittura”:
«
Durante la seconda settimana, il potere
di meditare divenne in me così forte che non riuscivo più a trascrivere le
combinazioni delle lettere, che fluivano automaticamente dalla mia penna»
(o. c. p. 166). Immagini e ideazioni non
volontarie si inseriscono nell’attività meditante:
«
Ecco che le lettere presero ai miei occhi la
forma di grandi montagne» (o. c.).
Inoltre si presentano illusioni ed allucinazioni sensoriali in forma di luci e
di suoni interiori: «la terza notte, dopo mezzanotte, sonnecchiavo un poco,
con una penna in mano e una tavoletta sulle ginocchia. Poi, notai che la lampada
era sul punto di spegnersi. Mi alzai allora per spegnerla, come accade spesso a
chi si risveglia. Poi vidi che la luce continuava a risplendere. Ero molto
stupito, perché, guardando da vicino, mi accorgevo che essa usciva da me stesso.
Dissi: Non ci credo. Andai di qua e di là nella casa, ed ecco che la luce è con
me; mi stendo sul giaciglio e mi copro, ed ecco che la luce è sempre con me»
(o. c., p. 165). E, per quanto riguarda i suoni interiori: «Sappiate che il
metodo di Seruf può essere paragonato alla musica, poiché l’orecchio sente dei
suoni di diverse combinazioni, in accordo con il carattere della melodia e dello
strumento» (Abulafià, Sefer Gan Na’ul, 324 b, ap. n. LVI, p.
149).
7.
Tutta l’esperienza di questo tipo è accompagnata da rischi e da emozioni
orrifiche, nella sua fase ascetica preliminare. La tensione meditante determina
una condizione di labilità nervosa che espone il cabbalista all’angoscia del
contatto provocato e all’emersione di segni di crollo nell’irrazionale, che
vanno dalla semplice sensazione di terrore immobilizzante ai limiti della
pazzia:
«
Un forte tremito mi prese, e non riuscivo più a
trovare forza. I miei capelli si rizzarono, ed era come se non fossi più di
questo mondo... Pensavo: Forse, a Dio non piaccia, uno spirito di follia è
entrato in me?» (Sha’are Sedeq, ap. n.
LVI, p. 166).
In effetti, la tecnica ascetica ha posto il praticante in una regione intermedia
di rischio estremo, quando l’anima è già del tutto pervasa dalle correnti
numinose sollecitate mediante gli strumenti di concentrazione, e tuttavia la
meta finale non è stata ancora raggiunta. Vi è un rischio generico, inerente
alla probabile inadeguatezza personale del soggetto: «Se un uomo, che non sia
particolarmente a ciò preparato, aprisse la diga (cioè: osasse utilizzare il
Nome come veicolo estatico), sarebbe sommerso dalle sue acque e l’anima lo
abbandonerebbe» (o. c ).
Ma, oltre questo pericolo tipico della fuga del soffio, vi sono rischi specifici
che ineriscono a taluni momenti della tecnica. Per esempio, estrema cautela è
richiesta nell’utilizzazione del Sefer Jesirah, dove come abbiamo
visto, è dichiarata la solidarietà omologica fra alcuni segni alfabetici e le
varie membra del corpo umano. Il cabbalista, nel provocare il movimento di tali
segni mediante il suo sforzo di concentrazione, deve sempre far corrispondere al
segno provocato l’immagine mentale della parte del suo corpo relativa, poiché
un’omissione di corrispondenza fra i due piani, il metafisico delle lettere e il
fisiologico delle strutture anatomiche, determinerebbe una paralisi dell’organo.
E, nel trattare mentalmente le lettere del Sefer Jesirah, egli
deve rispettare l’ordine costituito fra esse (che è, in essenza, un ordine
primordiale di fondazione del cosmo), perché un arbitrario spostamento dei segni
potrebbe provocare un corrispondente disordine fisiologico e anatomico.
Vi è,
infine, un altro rischio specifico,
caratteristico di tutta Via del Trono, ed è quello della natura
ignea delle lettere e del Nome:
«
Sappi che un fiume di fuoco ne fluisce, e colui
che pratica delle combinazioni deve curarsi di nutrire un reverenziale timore
per il suo Nome glorioso,
a
rischio che il suo
sangue lo abbandoni e che egli sia responsabile della propria rovina. Ma, se
il suo cuore batte, egli tornerà allo stato normale,
poiché la chiave del Nome è nelle sue
mani» (Abulafià
, Imré Shefer, ap. n. LVI, p. 391, n. 62).
L’avvertimento circa quest’ultimo rischio indica che il praticante, attraverso
le varie esercitazioni propedeutiche, verrà a trovarsi, nella fase culminante,
nella condizione di chi deve superare una barriera di divisione fra il piano
cosmico-umano e quello divino. E la prova alla quale egli è assoggettato
(rischio di cessazione della vita e di arsione) non è più una prova mentale,
ma esistenziale: investe, cioè tutta la sua condizione di creatura, che,
trasformata, è ormai prossima al contatto.
8.
Superate le ascesi propedeutiche e le prove finali, l’anima è ormai
pronta alla presa di contatto, rappresentata in termini di uscita-da-sé. Essa,
mentre il corpo è come morto, riceve l’influsso divino e accede alla visione del
Nome, come sintesi della realtà.
Vi è un diretto rapporto fra il progressivo indebolimento delle energie
fisiologiche e l’aumento della percettibilità mistica:
«
E sappi che, più l’influsso spirituale
sarà forte in te, più la tua figura esteriore e interiore sarà debole. Tutto il
tuo cuore sarà preso da un tremito estremamente violento, così che avrai
l’impressione di essere prossimo a morire, poiché la
tua anima, rapita dalla conoscenza che ha, abbandonerà il corpo tuo. E sii
pronto, in questo momento, a scegliere coscientemente la morte; allora saprai
d’essere arrivato molto avanti per ricevere l’influsso
(Abulafià, Sefer Hajje ‘Olam ha-ba, ap. n.
LVI, p. 153).
In che cosa propriamente consista questo influsso, lo spiega la filosofia di
Maimonide, quando individua, nel momento di invasamento profetico, l’apertura,
momentanea e pure totale, di un circuito di contatto fra l’intelligenza umana
e la sfera numinosa. Nella ricezione estatica dell’influsso, si realizza la
captazione di quell’energia cosmica (l’intellectum agens), che,
come abbiamo visto, l’anima, ancora legata carnalmente, non riusciva a
percepire.
Ma nello stesso momento della ricezione dell’influsso, il praticante accede alla
chiara conoscenza dell’unità dell’Essere, rappresentato nel mistero del Nome
tetragrammatico che gli si rivela nella sua vera natura di radice ontologica e
metafisica dell’universo.
Le caratteristiche di questa presa di contatto devono essere rilevate proprio ai
fini di ridimensionare il problema, che esamineremo avanti, dei rapporti del
cabbalismo estatico con altre esperienze religiose. Vi è stata, è vero, nelle
fasi propedeutiche di ascesi, una spoliazione dello spirito da ogni riflesso
carnale e una progressiva trasformazione delle strutture conoscitive normali in
strutture mistiche, ma la meta finale attinta si presenta ora precipuamente in
forma di esperienza intellettuale, in visione e in contemplazione trasumanante e
trasformante, e tuttavia pienamente intellegibili al pensiero ormai adeguato a
riceverla. I segni di tale adeguatezza sono proprio l’acquisizione di una più
intensa facoltà intellettuale e immaginativa:
«
Il primo segno fu la intensificazione del mio
pensiero naturale.., il secondo segno fu che la mia immaginazione divenne molto
forte, e mi parve che la fronte stesse per scoppiarmi. Allora compresi che ero
pronto a ricevere il Nome» (Sha’are Sedeq,
ap. n. LVI, p. 167).
Questo particolare rapporto conoscitivo esclude, per il cabbalismo estatico, un
processo di annichilazione della mente del mistico e di assorbimento di essa
nella sfera del divino. Anche nella fase finale, sussistono, come due termini
del reale, Iddio che, uscito dal suo infinito silenzio, si è per un attimo
teofanicamente concesso al mistico, e il puro pensiero di quest’ultimo, presente
ed aperto a ricevere l’illuminazione.
9.
A dire il vero, vi sono, nella dottrina di Abulafià, taluni elementi che
farebbero presumere, nel processo estatico, un finale stadio di annullamento nel
divino e di abolizione della personalità del praticante.
Vi sono, infatti, due fenomeni di identificazione del cabbalista con Dio, e su
di essi è opportuno soffermarsi.
Nella tecnica ascetica, il cabbalista avverte la necessità di una guida che gli
trasmetta gli insegnamenti; e proprio in questa ricezione orale delle dottrine è
il più genuino significato della Cabbala. Ma, oltre il maestro visibile, egli si
avvale di un maestro invisibile (corrispondente al guru invisibile
dello yoga e dei tantra), che si costituisce in tramite mistico ci contatto.
Nella terminologia di Abulafià, intervengono un maestro esteriore e un
maestro interiore:
«
L’intelligenza
(la potenza più alta dell’anima) ha
bisogno di qualcuno che la muova dall’esterno e che abbia ricevuto
l’insegnamento della Cabbala sui Misteri della Torah; e di qualcuno che la muova
dall’interno e che apra le porte chiuse dinanzi a lei» (Sefer
Mafteah ha-Sefiroth, ap. n.
LVI, p. 155). Questo maestro interiore è l’Angelo Metatron, ma è
anche Dio stesso. E, poiché si verifica una sorta di identificazione fra
iniziato e maestro, si può ipotizzare una fusione unificante dell’iniziato con
Dio. Tuttavia Abulafià non ha mai espressamente dichiarato tale identificazione,
e ha piuttosto lasciato credere che si tratti di un adeguamento del cabbalista
al maestro, senza che la fusione si verifichi: «Non vi è differenza fra loro,
salvo per il fatto che il maestro occupa il suo rango supremo di proprio
diritto, e non dipende dalle altre creature, mentre il cabbalista è elevato al
suo rango per intermediazione delle altre creature» (ha-Mashiah’-We-Hokhmath
ha-Goel, ap. n. LVI, p. 156).
Ma Abulafià ricorre pure ad un secondo tipo di rappresentazion unitiva più
complessa e difficile. Nell’estasi, la mente dell’iniziato proietterebbe al di
fuori di sé il proprio io, per farne oggetto di concentrazione meditante e
veicolo unitivo. Ci troveremmo di fronte ad un fenomeno di sdoppiamento della
personalità e di conseguente materializzazione visiva della propria coscienza in
corpo sottile esterno, che viene, così, ad incontrarsi con il meditante, in una
forma di esperienza paranormale che G. Scholem ha ben definita
«
incontro con sé» (Selbstbegegnung,
n. LIV). Ma interviene, qui la
dottrina fondamentale giudaica, secondo la quale l’immagine del volto umano (prosopon)
non è che il riflesso del modello divino: e della dottrina sono
testimonianze, oltre che il Genesi
(«E
creò Iddio l’uomo ad immagine sua, ad
immagine di Dio io creò»,
Gen. 1, 27), le teofanie proprie della Via
del Trono che, fondandosi su Ezechiele e Daniele, presentano Dio nell’atto in
cui si rivela come volto di Uomo o di Antico dei Giorni. Così, nello stadio
estatico dell’incontro con sé, il mistico, in effetti, incontra
non più la sua proiezione sottile, ma lo stesso mistero centrale dell’essenza
divina, manifestantesi in prosopon umano. Non vi è, tuttavia,
nemmeno in questo secondo fenomeno, una vera e propria identificazione con
conseguente annichilimento della personalità dell’iniziato in Dio, ma piuttosto
la rivelazione del supremo mistero della propria dignità di creatura portante il
sigillo dell’immagine divina. E questo valersi della traccia fisiognomica divina
che è nell’uomo, per costituirla in veicolo verso un’esperienza numinosa, mi
pare tipico della religiosità ebraica nei suoi significati di nobilitazione
dell’uomo, che, per ciò stesso. esclude ogni processo di soppressione della
persona come condizione mistica.
Vedi anche:
![]()
I PARTE:
IL PIANTO COME
PRATICA MISTICA
![]()
NOTA DI APPROFONDIMENTO DEL WEBMASTER
A conclusione di questo studio ripresentiamo una parte del famoso scritto: LA NUBE DELLA NON-CONOSCENZA per evidenziare anche le differenze sostanziali tra la ascesi mistica cristiana e altre forme contemplative che si affidano a VIE E MEZZI TECNICI O INIZIATICI.
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Dio dona liberamente e senza vie intermedie la grazia
della contemplazione, che non si può in alcun modo meritare.
E se mi domandi in qual modo tu possa giungere al lavoro contemplativo, prego Dio onnipotente perché nella sua grande grazia e benevolenza te lo insegni lui stesso. E io faccio veramente una cosa buona a farti capire che non sono in grado di dirtelo. Non c'è da meravigliarsi: la contemplazione è lavoro di Dio solo, che egli compie di sua volontà nell'anima di quanti gli sono graditi, senza tenere conto dei loro meriti. Se manca
l'aiuto di Dio, non c'è angelo o santo che possa, anche lontanamente, sentire
il bisogno di un simile lavoro. E credo che nostro Signore sia disposto a
compiere questo lavoro con uguale premura e frequenza, anzi, forse con premura e
frequenza maggiori, nei peccatori incalliti, piuttosto che in quanti, rispetto a
essi, non l'hanno mai offeso gravemente. E Dio agisce a questo modo perché noi
possiamo riconoscere la sua infinita misericordia e onnipotenza: Tuttavia,
non dà questa grazia, nè compie questo lavoro in un'anima incapace di
riceverli, anche se non c'è nessun anima, peccatrice o innocente, in grado di
accogliere questa grazia senza l'aiuto della grazia stessa. Né Dio l'accorda in
base all'innocenza, né la rifiuta per via del peccato. Fa' bene attenzione a
quel che ho detto: la rifiuta, e non la ritira. Ti prego, sta' attento a non
sbagliarti su questo punto, perché quanto più ci si avvicina alla verità,
tanto più si deve stare in guardia dall'errore. Quel che intendo dire è ben
chiaro e preciso, ma se non riesci a capirlo, lascialo da parte finché Dio non
venga a fartelo comprendere. Fa' dunque così e non ti angustiare. Attenzione
all'orgoglio, che bestemmia Dio nei suoi doni e incoraggia i peccatori. Se tu
fossi veramente umile, la penseresti come me riguardo alla contemplazione: Dio
la accorda liberamente, senza tenere conto dei meriti. Questo dono divino
è tale che, quando è presente, mette l'anima in grado di possederlo e di
gustarlo. È impossibile ottenerlo in altro
modo. La capacità di contemplare costituisce una cosa sola con la
contemplazione, senza alcuna differenza, cosicché chi è attratto verso il
lavoro contemplativo, costui e non altri è in grado di farlo effettivamente.
Se Dio non opera in essa, l'anima è come morta, e non sente nè la voglia né
il desiderio della contemplazione. Quanto più la vuoi
e la desideri, tanto più la possiedi: né più né meno. Tuttavia,
non è né la tua volontà né il tuo desiderio, ma un qualcosa di insondabile
che ti spinge a volere e desiderare ciò che non conosci. Non preoccuparti, te
ne prego, se il tuo intelletto non riesce ad andar oltre: al contrario, continua
imperterrito nel tuo lavoro così da avanzare sempre più. Se le cose stanno in questo modo, allora puoi essere ben certo che è Dio in persona, e non altri, a muovere la tua volontà e il tuo desiderio, e senza vie intermedie né da parte tua né da parte sua. Ora, non
aver paura del diavolo, poiché non può avvicinarsi a te più di quel tanto.
Infatti, per quanto possa essere scaltro, il diavolo può muovere la volontà di
un uomo solo saltuariamente, e per vie traverse. Nemmeno un angelo buono può
muovere direttamente e in maniera adeguata la tua volontà. Insomma, non c'è
nessun altro che possa farlo, se non Dio solo. Puoi ben capire da queste mie parole, ma ancor più chiaramente per esperienza, che in quest'opera gli uomini non devono assolutamente far uso dì mezzi e di vie, né possono sperare di giungere alla contemplazione grazie a chissà quali aiuti. Tutti i mezzi efficaci dipendono da Dio, mentre lui non dipende da niente, e nessun mezzo può portare alla contemplazione.
Tutto questo contrasta evidentemente con le
affermazioni di quanti consigliano di confidare in se stessi e di
affidarsi a
"mezzi tecnici", a "vie operative", a "metodi
(cosiddetti) efficaci", a presunte
"vie iniziatiche ed esoteriche".
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