RIFLESSIONI DI UN MONACO CAMALDOLESE

 

Incontri spirituali di un Priore con i suoi fratelli eremiti

 

 


 

 

I incontro

 

LA CELLA SOLITARIA,  IL NOSTRO AMBIENTE DIVINO

 

 

 

Raggiungi  la  tua camera  più  appartata

e chiudi accuratamente la porta (Mt 6,6).

 

Sappiamo bene che l'architettura dei nostri eremi differisce nettamente da quella di un monastero benedettino o cistercense e
 anche da quella di una certosa. Tale differenza consiste principalmente nell'assenza del chiostro e nell'accostamento le une alle altre di un certo numero di celle solitarie con il loro orticello che, unitamente alla chiesa, al capitolo, al refettorio e ai servizi comuni, costituiscono il nostro universo, il luogo in cui viviamo, conferendo all'eremo il tipico aspetto di un paesino o, se si preferisce, di una laura palestinese. Questa disposizione risale allo stesso Romualdo. Come racconta il beato Rodolfo nelle Costituzioni brevi di Camaldoli, scritte tra il 1080 e il 1085:

 

Guidato dallo Spirito santo, Romualdo fece costruire cinque celle dove fece entrare cinque fratelli, uno dei quali fu nominato priore degli altri quattro. Diede loro come regola il digiuno, il silenzio e la perseveranza nella cella.

 

Ciò che distingue  dunque un eremo romualdino è la cella con quattro stanzette e un corridoio in mezzo, l'oratorio in cui l'eremita può celebrare la messa da solo e che è, naturalmente, il Santo dei Santi della piccola casa, luogo del nascondimento del solitario. Camaldoli, così come Fonte Avellana, si propone di essere una colonia di eremiti, un "accampamento di Dio", secondo la bella espressione di Pier Damiani. Sì, è proprio la cella solitaria l'elemento che, nella tradizione che si rifà a Romualdo, concorre a definire, plasmare e dare visibilità al fratello eremita che la occupa. Ecco perchè, secondo il cardinale-eremita, discepolo attento e amante di Romualdo, sono eremiti quelli che amano la cella, che "abitano nelle celle" e "sono paghi di vivere in celle". Così anche "ciascun eremita abita una cella separata dalle altre, dalla quale esce solo per gli atti della comunità e per i bisogni spirituali e materiali suoi o dell'eremo"

Emerge da questi testi e da molti altri che il fatto di "restarsene seduti in cella" costituisce un'esigenza assoluta della nostra vita, la condizione indispensabile e beata del nostro "ritiro", del nostro "nascondimento". "Nulla vi è nell'eremo di più confacente e più necessario a coloro che praticano la vita solitaria ed eremitica che lo stare in cella, seduti e in silenzio". La "custodia della cella", cioè il fatto che vi si trascorra la maggior parte della giornata, ci dà dunque il "diritto" di chiamarci eremiti, anche se viviamo con i nostri fratelli. Infatti, come sostiene dal canto suo Pier Damiani,

 

come è proprio del presbitero offrire il sacrificio [celebrare la messa], del dottore predicare, così è dovere dell'eremita conservare la quiete nel silenzio e nel digiuno. L'eremita non lasci dunque la propria cella se vuole portare in pace il giogo del Signore. Un tale ritiro vissuto in modo continuativo riempie l'anima di luce.

 

Alcuni di noi hanno conosciuto padre Oddone, che fu superiore durante gli anni difficili della seconda guerra mondiale. Egli diceva:

 

Lo spirito della nostra famiglia eremitica è come un fiore verginale. Se non viene custodito gelosamente, se l'eremita non si tiene lontano dai pretesti pericolosi o semplicemente futili per custodire la propria solitudine, il fiore appassisce, si secca e muore.

 

 D'altronde l'istituzione di un eremitismo vissuto da una molteplicità di persone è sempre stata un'impresa dall'equilibrio fragile, e questo spiega il fatto che nel corso dei secoli gli esempi di fondazioni di tal genere siano stati poco numerosi e realmente duraturi solo nell'ordine venerabile dei certosini, oltre che nel nostro. Orbene, i nostri antichi padri dicevano giustamente che trasformare l'eremo in monastero equivale a passare dal monastero alla vita del mondo.

Se dunque vogliamo custodire e sviluppare il nostro carisma legato alla persona di Romualdo (e ne abbiamo il dovere davanti a Dio, alla chiesa e a] mondo), è necessario che ci impegniamo con serietà e generosità a ritrovare - qualora sia necessario - o ad accrescere il significato e il valore della nostra cella solitaria. Non perché sia l'unica dimensione della nostra vita, ma perché è la più specifica e la più soggetta al rischio di essere trascurata. Si pensi all'avventura dello sventurato Teuzone, che va a fare vita eremitica in piena Firenze. Inevitabilmente è la catastrofe e dell'eremita, questo brav'uomo vestito da monaco, alla fin fine non rimangono che il nome... e la barba!

Proprio per rendere possibile e garantire la permanenza dell'eremita nella sua cella è esistita fino a pochi anni fa l'istituzione dei fratelli conversi, i quali, meno legati dei fratelli chierici alla cella, si facevano carico della maggior parte delle incombenze materiali dell'eremo con il loro lavoro manuale, spesso faticoso, ma compiuto con amore, per vocazione, al servizio della vita contemplativa degli eremiti propriamente detti. Per diverse ragioni, nello spirito della riforma postconciliare, la nostra famiglia eremitica oggi non prevede più questa bipartizione della vita camaldolese. Era proprio una scommessa! Il capitolo generale che prese la decisione di eliminarla mise fortemente a repentaglio il clima contemplativo dell'eremo. E certamente non abbiamo tardato ad accorgercene. L'imperativo della solitudine in cella vale ormai per tutti i fratelli eremiti, che siano chierici o no, ma nello stesso tempo vi è l'obbligo per tutti di partecipare integralmente alla liturgia delle ore e di contribuire a ogni incombenza dell'eremo e a ogni lavoro, al servizio del bene comune. La decisione coraggiosa e difficile di unificare in tal modo chierici e conversi può e deve essere considerata come un evento del tutto positivo da molti punti di vista. Tuttavia, a essere sinceri, non possiamo non constatare come essa abbia fatto nascere delle reali difficoltà: come custodire e vivere autenticamente gli aspetti caratteristici della nostra vita solitaria, e in modo particolare la fedeltà alla cella, alla sua pace silenziosa, alla preghiera continua che vi si svolge?

Così, ad esempio, dal momento che il lavoro viene svolto per la maggior parte del tempo all'esterno, attualmente gli eremiti stanno molto meno di un tempo nella loro cella in solitudine. Ma ciò che è estremamente pericoloso è che così ci si abitua facilmente a viverne al di fuori. Si tratta di una tentazione molto nota agli antichi e ai nostri primi padri; è allora necessario assumere tutta una nuova psicologia nei confronti di questo luogo terribile e sacro nel quale Gesù ci attende davvero per parlare al nostro cuore e dove, a poco a poco, giorno dopo giorno, l'uomo si lascia lavorare dallo Spirito santo per divenire deserto, capax Dei, in grado di accogliere tutta la pienezza di Dio. L'eremita, anche se la cella non è un assoluto, dev'essere abitato dal desiderio di raggiungerla al più presto, una volta che il servizio richiestogli l'ha obbligato a uscirne. Ecco perché i nostri antichi padri affermano che "la cella lasciata per breve tempo per lo più si ricerca con maggiore avidità; chi l'abbandona a lungo spesso se ne dimentica". Penso al nostro caro cardinale-eremita, Pier Damiani, così spesso sottratto alla solitudine da Ildebrando, il suo "santo Satana" al servizio della chiesa. Ciò che ha salvato la sua vita contemplativa è proprio la profonda devozione che aveva per la sua cella di Fonte Avellana, che lo portava a confessare in modo mirabile:

 

Proprio come accade a un malato che, entrando in una locanda, viene guarito dai suoi languori e dai suoi mali ancor prima di prendere qualsiasi cosa, così è accaduto a me. Non appena mi sono trovato sulla soglia della mia cella, senza aver bisogno di aprire l'uno o l'altro libro, ma - oh, meraviglia! - come per la virtù stessa del luogo, mi sono sentito sano e salvo, guarito da tutte le mie ferite. Ho riavuto la salute ritrovando i santi libri, anche se ancora chiusi, come se mi trovassi dinanzi a un vaso che contenesse il rimedio delle mie malattie e io fossi avvolto nel profumo di quelle piante aromatiche.

 

Del resto è risaputo che tutte le volte che Pier Damiani rientrava nella propria cella ne abbracciava la porta come se si trattasse della propria sposa.

Certo, non bisogna fare della propria cella solitaria un assoluto. Lo stesso Paolo Giustiniani riteneva fossero perfettamente adatti alla nostra vita luoghi che non prevedevano l'esistenza di celle separate a causa dell'esiguità del terreno, come l'eremo di San Girolamo a Pascelupo o le Grotte di Massaccio. E Luca di Spagna, autore della prima storia degli eremiti Camaldolesi, scritta nel 1587, descrivendo l'eremo dl Monte Corona costruito di recente scrive che le vocazioni erano così numerose che si era obbligati a mettere insieme due o tre eremiti per cella in attesa di costruire nuovi eremi. E le cronache attestano che quegli uomini sono divenuti dei veri contemplativi e dei santi. Ciò induce a pensare che la spiritualità della cella possa essere vissuta in forme diverse, ma nel contempo va ribadito con forza che la cella solitaria della nostra tradizione camaldolese, che è quella delle laure, favorisce al massimo grado la piena unione con Dio e merita evidentemente di essere oggetto della nostra preferenza e del nostro più alto desiderio.

Ma vorrei ora riportare un'osservazione udita a volte sulle labbra di qualche fratello e che mi ricorda l'atteggiamento di alcuni di noi, spesso più inclini a passare i "momenti liberi" presso il tabernacolo eucaristico della chiesa dell'eremo piuttosto che a rimanere nascosti nel segreto della cella. Certo, è possibile che vi sia chi rimpiange di non potersi fermare a lungo in chiesa ad adorare il Signore. La sensibilità spirituale di ciascuno è molto personale e dev'essere rispettata il più possibile. Tuttavia i teologi possono aiutarci a vedere chiaro, ed essi affermano che il fine particolare per il quale Gesù ha voluto rendersi presente nell'eucaristia non è tanto l'adorazione dei credenti quanto piuttosto l'unione intima con tutti e con il singolo cristiano nella santa comunione. Insomma, Gesù viene a fare di ciascuno di noi il luogo privilegiato dell'incontro con la santissima Trinità: "Se uno mi ama - egli dice - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). Ora, il raccoglimento della cella può a maggior ragione farci entrare progressivamente sempre più in armonia con quella misteriosa e beata presenza in noi della Trinità. Non si tratta affatto di una reazione antieucaristica, ma di una seria presa di coscienza della formidabile ricchezza di noi battezzati, incessantemente rinnovata e confermata dalla comunione al corpo e al sangue di Cristo. Ebbene, la permanenza in quel luogo divino che è la cella silenziosa, spoglia, austera, non può che favorire una più stretta, stabile e costante unione con Dio. Certo, le nostre osservanze sono abbastanza elastiche da permetterci di scegliere tra l'andarci a prostrare davanti al tabernacolo o il rimanere nel nascondimento della cella, ma naturalmente quest'ultimo modo è più in sintonia con la nostra vocazione eremitica. Ecco quindi la ragione, per esempio, per cui abitualmente non è permesso fare la lectio divina in chiesa: a lungo andare la cella rischierebbe di essere considerata come un luogo profano, nel quale si mangia e si dorme, e non il "parlatorio dello Spirito Santo", come lo chiama molto giustamente Pier Damiani.

Quando mi trovo da solo in cella io comprendo che in ogni istante sono portato, perdonato, chiamato da Dio solo, e allo stesso tempo che appartengo ai fratelli, alla chiesa, al mondo che soffre, proprio come anch'essi mi appartengono nella luce della fede e nella forza dell'amore. Certo, un'educazione è necessaria. La cella si scopre a poco a poco, ci consegna il suo mistero un pò alla volta, ma a condizione che si perseveri in essa. A prima vista sembra chiusa agli orizzonti della terra, ma in realtà ci fa penetrare sempre più profondamente in Dio, dunque al centro della storia degli uomini. Se gli antichi ripetono più volte che "la cella insegna tutto", questo vale appunto a condizione che l'eremita vi perseveri. Con il loro buon senso essi pensavano che umanamente la vita solitaria non potesse soddisfare nessuno: ecco perchè un Guglielmo di Saint-Thierry può dirci con sapienza: "Solitudine e reclusione sono parole di miseria". 

Per tal motivo, coloro che hanno intenzione di abbracciare definitivamente la nostra vocazione devono fare un'esperienza sufficientemente prolungata di un simile modo di vivere. Anche se la nostra Regola ci permette dei veri e propri momenti di distensione, anche se l'anno liturgico ci offre tutta una varietà di feste e tempi forti, tutto ciò non può eliminare la povertà di fondo, la sobrietà e la spoliazione del quotidiano. E' allora che si manifesta la fondatezza dell'elogio della vita solitaria lasciatoci da Pier Damiani. Per lungo tempo si può pensare che si tratti unicamente di "letteratura", poi un bel giorno il velo si squarcia e si resta colpiti dalla dolcezza del luogo, dalla dolcezza di Dio.

Per finire ascoltiamo la commovente testimonianza di Pier Damiani:

 

E che più dirò dite, o vita eremitica ... Ti conoscono solo quelli che ti amano, sanno proclamare le tue lodi solo quelli che si riposano felicemente nell'abbraccio del tuo amore ...

Anch'io mi confesso impari al tuo elogio, ma una cosa so per certo, o vita benedetta, e l'affermo senza esitazione: certamente abita in te chiunque cerchi di perseverare nel desiderio del tuo amore, ma in lui è Dio che abita.

 

Noi siamo della stessa razza dei fratelli di Camaldoli, di Monte Corona, di tutti i nostri grandi eremi che sono stati luoghi di un grande amore silenzioso vissuto nel nascondimento.

 

 

 Tratto da Louis-Albert Lassus, ELOGIO DEL NASCONDIMENTO - ED. QIQAJON  COMUNITA' DI BOSE,  a cui si rimanda per l'approfondimento.