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Tomas Spidlik
GRADI DELLA PREGHIERA, PREGHIERA DEL CUORE E CONTEMPLAZIONE
nella dottrina spirituale di Teofane il Recluso

La preghiera è «l'opera fondamentale della vita».
Mentre pronunciate la vostra preghiera, cercate di farla nascere dal cuore. La preghiera è, nel vero senso della parola, un sospiro del cuore verso Dio; se questo slancio manca, non c'è preghiera.
Una volta che il cuore si sia scaldato e che l'anima sia riempita di sentimento d'affetto, non è bene continuare la preghiera vocale.
Il Signore ha ordinato di chiudersi in una cella e di pregare. Questa cella è il cuore. Di conseguenza, è il comandamento del Signore che ci obbliga a pregare nel nostro cuore.
È soprattutto dopo la santa comunione che bisogna aver cura di custodire questo cuore a cuore con il Signore, perché è soprattutto in questo momento che Dio agisce nel cuore dell'uomo.
Quando è legato al cuore, l'intelletto sì libera della sua instabilità e, di conseguenza, distingue più chiaramente i concetti, riflette meglio sui pensieri. Quando la preghiera risiede nel cuore, la ragione comprende meglio le verità che spontaneamente e all'improvviso si rivelano a essa nel cuore.
Nelle
sue Lettere sulla vita spirituale Teofane ci offre una tavola
dei diversi gradi della preghiera:
1. La preghiera corporale o vocale (telesnaja, 'nolitvoslovnaja);
2. La preghiera mentale (umnaja);
3. La preghiera dell'intelletto e del cuore o solo del cuore (umnoserdecnaja,
serdecnaja);
4. La preghiera spirituale o contemplazione (duchovnaja molitva,
sozercatelnaja).
Per opposizione alla prima, le tre ultime forme di preghiera si chiamano anche
preghiera interiore.
Si vede subito che questa gradazione potrebbe rispondere bene alla struttura del
composto umano se non vi mancasse un elemento essenziale: la volontà. La
preghiera vocale è quella che richiede soprattutto la partecipazione del corpo,
mentre la contemplazione è prima di tutto una attività dello spirito, la
preghiera del cuore fa appello ai «sentimenti» (almeno come li considera
Teofane) e la preghiera mentale, quella dell'um, rivela
un'attività nel campo della conoscenza. Dov'è la volontà? Quale ruolo dunque
essa gioca? Certo, Teofane sa bene che ci sono preghiere che hanno bisogno dello
sforzo, e di conseguenza dell'intervento della volontà; tale preghiera si
chiamerà delatelnaja molitva, preghiera laboriosa, che è proprio
all'opposto del quarto grado, la contemplazione, riservata agli eletti.
In effetti, più la preghiera parte dal cuore e mette in gioco i sentimenti
(molitva custva), più diviene facile, perché la preghiera che è
umnaja esige ancora una grande attenzione (molitva unimatelnaja).
La preghiera, come ogni altra opera cristiana, pone il problema grazia e quello
della nostra cooperazione personale. A volte è il nostro sforzo
che domina, a volte è la grazia, dono gratuito di Dio, che si manifesta.
Secondo che l'uno o l'altro sia più sottolineato, Teofane stabilisce quattro o
cinque diversi stadi. Se lo sforzo personale è ancora troppo palese, l'orazione
è detta delatelnaja, laboriosa. Essa diviene in seguito
samodviznaja, nachodjasceja, «automatica», spontanea. Poi essa
appare come un'attrazione (vlecenie) e quando questa è diventata
stabile, continua, la preghiera è dejstvujuscaja, «attiva». Infine
l'ultimo stadio è la contemplazione pura (sozercanie).
C’è ancora una distinzione: la preghiera può essere compresa semplicemente come
una relazione a Dio o come una delle nostre opere quotidiane. Se appare come
l'anima della vita attiva, essa sarà considerata superiore a tutte le opere; ma
poiché in sé la preghiera è anche un'opera, si potrà ritenerla
«l'opera fondamentale della vita».
1. La preghiera vocale
Al primo grado
della preghiera abbiamo la preghiera corporale, vocale. Consiste nel leggere,
recitare testi, fare metanie, ecc. Tutti i maestri di vita spirituale
e la Chiesa stessa stimano molto questa preghiera, soprattutto perché essa è una
preparazione necessaria a una preghiera superiore. Per salire bisogna avere una
scala. Ora, le preghiere vocali sono i gradini che permettono di raggiungere
il piano della preghiera nello spirito. E’ impossibile dire a un
principiante: «Prega da solo!». E’ come se rivolgendosi a uno straniero (in
Russia) gli si dicesse: «Parla russo», senza che abbia studiato questa lingua.
Bisogna imparare a pregare, bisogna acquisire l'abitudine della preghiera. Il
linguaggio della preghiera è un linguaggio particolare. Deve essere studiato
come ogni lingua. Si comincerà con i manuali di preghiera e in seguito si potrà
osare di parlare liberamente a Dio.
Alcuni pretendono di
arrivare alla preghiera interiore trascurando la preghiera vocale. E’ un errore
e questo metodo è contrario all'insegnamento dei Padri. «Il fiore precede il frutto, la foglia il
fiore, la gemma e la linfa nel ramo la foglia. L'evoluzione progressiva è
indispensabile nella realtà visibile, ed essa è altrettanto indispensabile
nella sfera spirituale. La preghiera spirituale è il frutto, e bisogna lavorare
molto fino alla sua maturità.
Da tutto ciò si potrebbe
concludere che la preghiera vocale non è indispensabile che ai principianti, che
essa è un gradino, come dice Teofane, e che colui che è già arrivato in cima non
ne ha più bisogno. Del resto, per lui i «gradi» hanno sempre un
valore relativo. Li si caratterizza dall'elemento che prevale a un certo
stadio, ma non indicano alcuna esclusione, poiché l'ideale resta sempre
un'armonia perfetta tra tutte le facoltà. Anche tra coloro che sono già giunti a
un grado superiore della preghiera mentale, le labbra non restano sempre chiuse;
ma qui l'elemento esterno della preghiera, la preghiera vocale, non precede
l'orazione mentale, la segue.
La differenza tra la preghiera vocale e la preghiera mentale non consiste dunque
nel fatto che la seconda non farebbe mai appello alle parole, ma nel modo di
procedere: nella preghiera mentale le parole seguono le disposizioni interiori,
mentre è l’inverso che ha luogo nella preghiera vocale. Nella pratica
tuttavia non è sempre lo stesso elemento che precede l'altro mentre si passa
spontaneamente da una preghiera a un'altra.
«Tutti i grandi maestri di preghiera si
fissavano una regola di preghiera e l'osservavano. Cominciavano le loro
orazioni con preghiere determinate, poi le abbandonavano nel momento in cui
erano in grado di pregare spontaneamente»
(Teofane, La vita spirituale,
47, pp. 170ss.).
Tuttavia la preghiera vocale non è esente da pericolo. «La preghiera, che le
sole labbra pronunciano senza pensiero e senza affezione, non fa che irritare
Dio», dice Simeone il Nuovo Teologo.
Contro questo formalismo nella preghiera, Teofane si schiera diverse volte, e
ugualmente rigetta in modo generale il formalismo nella Chiesa.
«Non è molto importante, dice, avere una regola per pregare. Ciò che è
importante è avere lo spirito di preghiera affinché l'orazione sgorghi dal cuore
come una sorgente». «Meno vi servirete di un manuale di preghiera, meglio sarà»
consiglia in una delle sue lettere. E ancora:
«Dio guarda al pensiero, non alla parola».
«Se durante l'orazione personale le preghiere sono recitate come se sgorgassero
da sé, con tutta l'attenzione e i sentimenti convenienti, queste preghiere sono
buone e anche necessarie. Non bisogna fermarle che al momento in cui un
sentimento particolare viene a dominare l'anima; allora bisogna mettere il
manuale di preghiera da parte e lasciare l'anima pronunciare la sua preghiera
personale!».
Non possiamo
dispensarci dal recitare i Salmi, ma una volta che il cuore si sia scaldato e
che l'anima sia riempita di sentimento d'affetto, non è bene continuare la
preghiera vocale.
Tuttavia, fare delle pause nelle preghiere vocali per meditare qualche tempo per
suscitare e ravvivare il sentimento, non è senza pericolo. La preghiera può
divenire troppo lunga. E come questa lunghezza ci spaventa, noi ci affrettiamo.
Come rimediare a questo male? Determinando non il numero di preghiere da
recitare, ma il tempo che si vuole loro dedicare e attenendosi a quanto
stabilito. Sì fisserà, ad esempio, un'ora per Vespri e Compieta. Non è
necessario completarli; basta fermarsi al tempo stabilito e riprendere
l'indomani da là dove ci si è fermati il giorno prima. Se la
recita di una preghiera resta incompleta perché la meditazione si è insinuata
nel corso di essa, in questa preghiera Marta si rattrista, ma Maria
si rallegra.
E’ evidente che i consigli di Teofane non toccano che la preghiera privata, le
regole personali, e che non riguardano assolutamente gli uffici recitati in
comune in chiesa.
2. La preghiera mentale
Il secondo grado di orazione è l'umnaja molitva, la preghiera mentale. Il termine um, abbiamo visto, si traduce difficilmente; è il nous greco che si traduce in italiano con spirito. Ma Teofane comprende le cose in modo diverso ed è meglio tradurre questo um con ragione o intelletto. L'aggettivo mentale permette di schivare il problema della duplice traduzione, richiama il termine latino mens (nous), ma essendo più vago del sostantivo corrisponde alle diverse sfumature del termine russo.
In certi testi l'umnaja molitva, indica ogni preghiera interiore, in opposizione alla recita orale di formule. Questa preghiera non consiste solo in riflessioni laboriose, ma è anche l'esercizio del ricordo di Dio, la coscienza della presenza di Dio nell'um. Presa in questo significato l'umnaja molitva non smette mai, non può mai cessare. «E’ impossibile elevarsi a Dio altrimenti che per l'attività dell'um, poiché Dio è umstven (cioè ragionevole o spirituale). Senza dubbio la preghiera vocale ed esteriore, che essa sia recitata in privato o in chiesa, si accompagna a una preghiera mentale, ma c'è anche una preghiera mentale che è tale in sé, senza alcuna forma esterna e senza alcun gesto visibile ».
Secondo il giudizio di alcuni, la preghiera mentale non è possibile che in un monastero; adeguarsi a questa opinione sarebbe mal comprendere l'essenza della preghiera. A una secolare che gli scrive che la preghiera mentale non è fatta per il suo stato di vita, Teofane risponde che «colui che non adotta la preghiera mentale non prega affatto, perché la preghiera mentale è la sola vera preghiera che piace a Dio e gli è gradita ». Altra obiezione: per progredire nella preghiera mentale, bisogna avere una guida. Il secolare dove troverebbe questa guida? La Provvidenza divina è là, essa ci viene in aiuto. La solitudine richiesta dalla preghiera mentale non consiste necessariamente nella cella di un monastero. Basta isolarsi per qualche ora e soprattutto raccogliersi interiormente.
Ma se l’umnaja molitva designa ogni preghiera interiore, non c'è, in questo caso, nessuna ragione per distinguerla dalla preghiera del cuore o forse anche dalla preghiera spirituale o contemplazione. Ma dato che la preghiera mentale ha anche i suoi gradi e che l'um significa soprattutto la ragione, il termine “umnaja molitva” è piuttosto ristretto al genere di preghiera mentale che fa più appello all’attività dell'intelletto discorsivo, là dove essa è più evidente.
Ciò sarebbe dunque quello che noi chiamiamo considerazione, riflessione, meditazione. Così si sceglierà un testo conosciuto, una preghiera che si recita abitualmente e pronunciandola ci si sforzerà di riflettere sul senso delle parole, di meditarla bene. È chiaro che le parole meditate si reciteranno successivamente con maggiore raccoglimento. «Le parole che non sono state meditate, quelle di cui non si è cercato di gustare il senso, causano distrazione piuttosto che raccoglimento». Per arricchire l'anima di un tesoro di pensieri e di vivi sentimenti di preghiera, non basta leggere le preghiere già pronte, bisogna ancora meditarle e gustarle.
Fermiamoci a questi due termini:
meditare e gustare. Essi dimostrano quanto il passaggio dalla
preghiera dell'intelletto a quella del cuore sia spontaneo, parallelo al
passaggio dalla recita alla meditazione. Il cammino che porta ai sentimenti
parte dalla conoscenza e così è di quello che segue la preghiera. Si arriva
alla preghiera del cuore dopo essere partiti da testi già composti ed
essersi fermati alla preghiera riflessiva, alla meditazione.
3. La preghiera del cuore
Un legame stretto unirebbe dunque la preghiera dell'intelletto a quella del cuore. Quando Teofane insiste sulla loro distinzione non è per separarle, ma per reagire contro coloro che danno una preminenza esagerata a un solo elemento: la riflessione. In principio, è vero, è soprattutto l'intelletto che entra in azione; la preghiera è mentale, ma essa è ancora fredda. Non comincerà a riscaldare lentamente il cuore che quando si trasferirà dall'intelletto al cuore stesso. Simeone il Nuovo Teologo cita tre modi di pregare. Il primo - dal breve riassunto che ne fa Teofane - è una preghiera che non è una vera preghiera perché è piena di immaginazioni, di fantasie, di sogni. Il secondo fa appello alla ragione e al cervello (umnogolovnaja) e qui sono le considerazioni intellettuali che predominano. Ma questa non è ancora una vera preghiera: bisogna penetrare fino al cuore perché la preghiera divenga umnoserdecnaja, serdecnoumnaja.
Dopo aver ricevuto la tonsura, il giovane monaco Teofane sì recò dall'anziano Parfenij della Laura (Lavra) di Kiev, celebre direttore spirituale. Il santo eremita gli disse: «Voi altri, monaci sapienti, avete imparato molte regole, ma ricordatevi che ve n'è una che è più necessaria delle altre: pregare Dio e pregarlo continuamente [con la voce] dall'um nel cuore ».
Così è bene passare attraverso la meditazione intellettuale, ma non bisogna fermarvisi: bisogna infiammare il cuore, bisogna far nascere in esso sentimenti ardenti.
Il Signore ha ordinato di chiudersi in una cella e di pregare. Questa cella è il cuore. Di conseguenza, è il comandamento del Signore che ci obbliga a pregare nel nostro cuore. E questo comandamento obbliga tutti i cristiani, ciascun cristiano. «Quando pregate, non concludete la vostra preghiera senza suscitare in voi qualche sentimento verso Dio, di pietà, di devozione, di gratitudine... E quando prendete un libro alla fine della preghiera, non interrompete la vostra lettura finché non sarete commossi dalla verità letta».
La preghiera
(come la fede, la coscienza e tutta la vita cristiana) non è vera se non
viene dal cuore. « Tale pensiero è buono se conduce a Dio e si completa con
un sentimento». «C'è una preghiera mentale, o di pensiero, e una preghiera del
cuore, o del sentimento. La prima non è mai una preghiera pura, esente da
turbamento». «Mentre pronunciate la vostra preghiera, cercate di farla
nascere dal cuore. La preghiera è, nel vero senso della parola, un sospiro del
cuore verso Dio; se questo slancio manca, non c'è preghiera».
Quando si è arrivati a questo punto della preghiera, in cui il cuore gusta il
pensiero e gli risponde con un sentimento, non è bene andare più avanti nella
recita o nella speculazione; bisogna ancora coltivare il sentimento che è
nato e sforzarsi di conservarlo il più a lungo possibile: pregare è allora
gustare, assaporare. È soprattutto dopo la santa comunione
che bisogna aver cura di custodire questo cuore a cuore con il Signore, perché è
soprattutto in questo momento che Dio agisce nel cuore dell'uomo.
A colui che si abitua a pregare con sentimento, il
tempo della preghiera diventerà sempre più dolce. Ma non è per
annientare l'attività della ragione che la preghiera deve discendere nel cuore.
Al contrario, quando è legato al cuore, l'intelletto sì libera della sua
instabilità e, di conseguenza, distingue più chiaramente i concetti, riflette
meglio sui pensieri. Quando la preghiera risiede nel cuore, la ragione
comprende meglio le verità che spontaneamente e all'improvviso si rivelano a
essa nel cuore. Teofane traduce a questo proposito un testo di
sant'Atanasio ripreso da san Giovanni Climaco, in cui si afferma che la
contrizione e le lacrime preservano la ragione dalla dissipazione e conservano
il calore nel cuore. Si parla di «magnetismo » quando un elemento esercita
un influsso su un altro. La preghiera del cuore detiene un influsso simile sull'
anima e sul corpo; attira l'uomo intero in un mondo nuovo, spirituale.
Centro della vita, il cuore è anche la sede della grazia, luogo in cui
entriamo in contatto con il divino. La preghiera del cuore è dunque esaudita nel
momento stesso in cui essa è rivolta a Dio, anche se, effettivamente, la grazia
chiesta non è accordata che più tardi. Dopo un paragone con il telegrafo (la
preghiera essendo il filo e il cuore l'apparecchio trasmettitore), Teofane
ricorre alla sua strana teoria dell’«etere» per spiegare che solo la
preghiera del cuore permette dt entrare in contatto con i santi. Ma
piuttosto che essere in comunione con Dio per mezzo dell'«etere», il cuore
umano, che è la sede della grazia, è unito al Padre per mezzo dello Spirito
Santo che prega per noi (cf Rm 8,26). Ciò che le parole non possono
esprimere, Dio lo legge nei sentimenti del cuore. Allora si comprende
perché «la preghiera è un barometro spirituale». Essa è come la respirazione
naturale del cuore che, spontaneamente aspira all'unione con Dio.
4. La contemplazione
I testi mistici dei
Padri sono familiari a Teofane, che prende volentieri in prestito da Isacco di
Ninive un parallelismo tra la purezza del cuore, apice dei comandamenti, e la
preghiera pura, apice della preghiera. La preghiera del cuore
potrebbe dunque sembrar essere il vertice di tutto ciò che può essere desiderato
quanto alla preghiera d'unione. Tuttavia una contemplazione superiore è
riservata agli eletti e solo questa merita, nel vero senso della parola, di
essere chiamata preghiera spirituale, contemplazione. «La dolcezza nella
preghiera è una cosa, la contemplazione nell'orazione è un'altra.
Quest'ultima è tanto superiore alla prima quanto un uomo perfetto lo è rispetto
a un bambino imperfetto».
La perfezione consiste in una armonica unione di tutte le parti che compongono
l'uomo. Ma se è contro natura che una parte inferiore, il corpo ad esempio,
prevalga tanto che le parti superiori tacciano, l'inverso è lodevole. E’ bene
concentrare tutte le proprie cure sull'anima, ma questa non può subire alcun
danno dal fatto che essa sia come dimenticata, perché tutta l'attenzione della
preghiera si concentra sull'attività dello spirito. È ciò che capita nella
contemplazione, nella vera contemplazione nel senso proprio del termine.
Qual è la via per
arrivare a questa contemplazione?
Un testo Teofane sulla dottrina cristiana offre le tappe del cammino progressivo
che conduce a questo fine.
In principio, ci si
contenta di recitare preghiere vocali. Poco a poco, come goccioline che formano schiuma su una superficie
liquida, le parole pronunciate si accompagnano a sentimenti che vi
corrispondono: la preghiera interiore è nata, l'anima può quindi passare al
secondo grado di preghiera. Questo consiste nell'equilibrio tra l'elemento
corporale e l'elemento spirituale, in altri termini, tra le parole pronunciate e
i sentimenti provati. Questo è il grado normale che raggiunge l'uomo devoto.
Al terzo grado,
l'elemento spirituale supera quello corporale ed è possibile pregare senza
pronunciare parole,
senza fare inchini, e infine anche senza pensieri e senza rappresentazioni:
la preghiera si compie nelle profondità dello spirito, in un certo silenzio.
Questa preghiera non è limitata nè dal luogo né dal tempo, niente la può
intralciare, perciò ha ricevuto il nome di dejstvo, una «attività»
interiore, immateriale. Essa è spirituale perché è dono dello Spirito
Santo che prega in noi. A questo grado la ragione può ancora percepire l'oggetto
della preghiera e le verità rivelate, ma esiste un altro grado in cui la
preghiera diviene incomprensibile alla ragione, una preghiera che è al di là
delle frontiere dei nostri concetti.
Così il passaggio dalla preghiera del cuore a quella dello spirito
si effettua spontaneamente e i lievi progressi che esso comporta sono difficili
da cogliere. Bisogna esserne sorpresi? No, poiché il cuore dell'uomo è il trono
dello Spirito, ed è in questo santuario che lo Spirito comincia a manifestare la
sua potenza. La sua azione è a volte incomprensibile e a volte così potente che
l'attività naturale dell'anima è come dimenticata. Lo spirito dell'uomo è
talmente preso da un oggetto spirituale che dimentica tutto ciò che è esteriore
ed è talmente attaccato all'oggetto di questa conoscenza spirituale che sembra
essere assente. Quanti esempi d'estasi troviamo nella vita dei santi!
Dimenticano il mondo che li circonda per tuffarsi nell'aldilà; secondo la
testimonianza di Isacco il Siro, l'um non ha più potere su se stesso.
Tuttavia Teofane non ama
parlare di stati estatici senza sottolineare la più grande prudenza. Avendo
Speranskij trattato la questione con la facilità di un laico che
considera un pò gli stati mistici come una manifestazione morbosa, nel corso
della quale il soggetto perde coscienza di sé e di ciò che gli sta intorno,
Teofane fa subito rimarcare che questa descrizione dell'estasi (umoizstuplenie)
è veramente un po' troppo superficiale. Il nostro vescovo vi vede
innanzitutto una difficoltà teologica: la grazia è data all'uomo non perché
perda il governo di sé, ma per acquisirlo. Quando si arriva ai gradi superiori
della preghiera c'è, dice Speranskij, «una sospensione delle facoltà
dell'anima». Al che Teofane risponde che questa sospensione non può affatto
significare un vuoto poiché lo spirito deve restare e resta attivo, anche
quando si dice che lo spirito è prigioniero o quando si parla di estasi. C'è la
sospensione delle facoltà naturali dell'anima, ma non c'è la sospensione della
forza dello spirito.
Questa distinzione è una di quelle che sono più chiare che facili da
comprendere. La tricotomia di Teofane non è puramente psicologica e il suo
sistema rende sempre difficile il passaggio dal punto di vista strettamente
teologico alla descrizione concreta degli stati di coscienza. Se le «facoltà
dell'anima » sono «sospese» e se solo la forza dello spirito resta attiva, a
quale stato psicologico questo corrisponde? I pensieri, le volizioni, i
sentimenti sono movimenti dell'anima. Esistono nell'estasi? Speranskij risponde
negativamente poiché scrive che il contemplativo si sente totalmente «vuoto»
durante la sua contemplazione. Teofane dice al contrario che i Padri non
ammettono simile privazione di pensieri (bezmyslie). Quando i Padri
dicono che bisogna rinunciare a ogni pensiero, non mancano mai di aggiungere:
estraneo!, perché è ogni pensiero estraneo alla sua preghiera che
l'uomo deve allontanare.
Chi potrà mai definire esattamente che cosa è l'estasi...; la «preghiera
pura» stessa non è mai stata trattata in modo uniforme dai Padri. Padre
Hausherr distingue due tendenze: per Evagrio questa orazione
è uno stato di pura intellettualità, uno stato per eccellenza, perché esclude
gli atti. Le sue qualifiche sono: senza figura, senza forma, non sensibile,
immateriale, spogliato da tutto ciò che non è puramente intellettuale, puro da
ogni impronta delle cose create, senza molteplicità, senza deviazione, senza
metodi. Tuttavia, per un buon numero di altri autori spirituali orientali
antichi, la «preghiera pura» non ha questo senso vertiginoso quasi
inaccessibile da raggiungere. E’ una preghiera normalmente perfetta, cioè
un'elevazione a Dio, pura da ogni sentimento di collera, di rancore o altra
passione, una preghiera fatta con una coscienza che niente altera. L'estasi
dionisiaca, al contrario, è veramente una uscita dalle condizioni umane. Si
colloca al di là dell'intelligenza (nous), al di là della ragione (logos).
Essa introduce nel nostro organismo intellettuale e spirituale una rottura
radicale, e lo stato nuovo che ci procura non presenta assolutamente alcuna
misura comune con lo stato precedente da cui essa ci tira né con lo stato
successivo al quale essa ci restituisce.
A quale grado collocheremo Teofane? Poiché insegna a rinunciare ai pensieri
cattivi o inutili, si è evidentemente condotti a supporre che egli si
accontenti di una purezza morale. O forse in lui sarebbe il caso di cercare di
distinguere con Massimo il Confessore i diversi stati di
preghiera pura, quelli degli attivi e quelli dei contemplativi. Per il
practicos, la preghiera ha per oggetto chiedere le virtù; per il physicos
cerca la conoscenza degli esseri, mentre il teologo si immerge in un
ineffabile silenzio. Il testo di Teofane che citiamo sopra (preghiera vocale -
silenzio delle parole silenzio dei pensieri) sembra far eco a questi
gradi. E’ chiaro che è l'«ineffabile silenzio» che merita di più il nome
di preghiera spirituale perché apparentemente le forze e le facoltà dell'anima
non vi partecipano. Esse non vi partecipano, diciamo noi, perché Teofane è
persuaso che non siano mai «sospese» nel senso di annientate. Che ne è della
libertà? L'uomo non ha più potere su se stesso, dice Isacco di Ninive, ma
Teofane precisa che non bisogna accettare questa affermazione senza porre certe
restrizioni; c'è un principio fondamentale che bisogna sempre conservare:
quando l'anima è unita a Dio, essa non perde mai la sua libertà, perché
l'anima umana resta sempre l'anima con le sue qualità essenziali.
Se vogliamo ora determinare quale orazione sia «spirituale», bisogna distinguere
il punto di vista dogmatico da quello psicologico. Il contatto con il mondo
superiore è sempre un dono dello Spirito e solo il cristiano ne può beneficiare.
E’ lo Spirito Santo che risveglia nell'anima del battezzato il desiderio
di Dio. Tale desiderio è l'elemento essenziale di ogni preghiera, e anzi ogni
cristiano è chiamato a sentirsi in questo mondo divino come tra le braccia di
una madre. Dal punto di vista dogmatico ogni vera preghiera è dunque
una preghiera spirituale.
Ma il peccato ha «soffocato» lo spirito. La struttura umana tutta intera è stata
disorganizzata, turbata, e ne sono risultate conseguenze psicologiche. Le
facoltà dell'anima si sono decomposte, la bella armonia interna originale è
stata spezzata. Senza dubbio i peccati sono rimessi con il sacramento della
penitenza, ma il disordine psicologico causato non si ripara che molto
lentamente. La spiritualizzazione progressiva dell'uomo comporta
l'unificazione e la semplificazione della sua vita interiore, con tutti i
benefici psicologici inerenti a questa armonia in via di ricostituirsi.
Il peccatore ferma la sua attenzione al suo corpo e alla sua anima, ignora
l'esistenza del suo spirito. Ma questo spirito, le sue manifestazioni e le sue
esigenze divengono sempre più coscienti al pensiero del cristiano. Preghiera
spirituale o pura, contemplazione convengono a uno stato psicologico in cui le
facoltà sono in armonia tra loro e in cui il sovrannaturale è diventato
cosciente. Dal momento in cui lo sguardo dell'anima è gettato su una verità
rivelata, i sentimenti si risvegliano, i desideri devoti sorgono, le pie
risoluzioni si impongono spontaneamente, senza lotta e senza pena. Si può
parlare di una «percezione della verità con lo spirito, accompagnata da un mare
di sentimenti ».
Normalmente questa «percezione» non fa appello all'immaginazione. «Pensando a
Dio, non ce lo si rappresenta, non si cerca di immaginarselo; si crede solo che
è presente in noi, nel nostro interno, come è dappertutto». Qui Teofane
pensa anche che è impossibile andare al di là, perché l'essenza di Dio resta
velata a ogni creatura, anche agli angeli e ai santi (influsso palamitico?).
Nondimeno, in un altro testo ammette la possibilità di una visione più
diretta: nella vita, arriva a volte un momento nel quale il Signore è
contemplato così chiaramente dallo spirito che è riconosciuto come gli oggetti
lo sono dagli occhi. Tuttavia i direttori spirituali mettono in
guardia contro i fenomeni straordinari. A questo proposito Teofane cita una
lettera di Speranskij in cui quest'ultimo ricorda che la grande santa Teresa
pregava per essere liberata dalle sue visioni. Molti dei santi sono
giunti alla più stretta unione con Dio senza aver mai avuto visioni.
Teofane non nega che le visioni possano essere autentiche, ma sa che bisogna
avere una grande esperienza per distinguerle dai frutti della propria fantasia e
dalle illusioni del demonio, maligno e sagace. Perciò è bene seguire il
consiglio che dà Gregorio il Sinaita nella Filocalia:
«Custodisciti con diligenza e agisci con prudenza. Se vedi al di fuori di te
o in te una luce o un fuoco, o qualche immagine, per esempio di Cristo, di un
angelo o di qualche altro personaggio, non accettarla altrimenti ne soffrirai
un danno. Non permettere al tuo spirito di costruire tali immagini! ».
A questo riguardo l'opinione di Teofane è particolarmente interessante perché
il misticismo era molto diffuso in Russia, soprattutto al tempo di Alessandro I.
Le lettere di Speranskij danno a Teofane l'occasione di parlarne. Il falso
misticismo si ferma alle rappresentazioni e ai ragionamenti mentre i veri asceti
continuano fino al cuore per vivere nello spirito. Formarsi delle
idee, accontentarsi di guardare e chiamare questo atto contemplazione,
sarebbe, secondo Teofane, un grande errore. Siamo a contatto con la nostra
concezione del mondo spirituale, e non con il mondo spirituale stesso. Inoltre
i falsi mistici trascurano spesso il principio fondamentale dell'ascesi
cristiana; dimenticano che l'essenza della vita spirituale è la purificazione
del cuore per arrivare alla visione di Dio (cf Mt 5,8).
Cosi Teofane era piuttosto severo con i mistici, e lo si comprende
quando si sa di quale misticismo si trattava. Purtroppo non ha esitato a
classificare tra questi «mistici» la stessa santa Teresa d'Avila, per il
semplice motivo che Speranskij aveva fatto proprie alcune delle sue sentenze!
Teofane non teme di chiamare sognatrice la santa e assicura che i suoi scritti
non possono condurre al bene (!), soprattutto se sono letti da persone con poca
esperienza. Al contrario, apprezza san Francesco di Sales e loda il suo libro
(senza dubbio pensa alla Filotea), che è ben adatto a coloro che vivono
nel mondo.
Tratto da: Tomas Spidlik, IL CUORE E LO SPIRITO - La dottrina spirituale di Teofane il Recluso - LIBRERIA EDITRICE VATICANA a cui si rimanda per le note e l'approfondimento