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INSEGNAMENTI SPIRITUALI DI
SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO

Dalle “Catechesi” di Simeone il nuovo Teologo.
Cat. XIV. S Ch 104,211ss.
Nell’umiltà e nell’afflizione, l’uomo spirituale, mentre cerca con fervore il soccorso divino, vede chiaramente la grazia dello Spirito Santo che arriva, strappa e fa sparire ad una ad una le passioni fino a che abbia reso la sua anima perfettamente libera. No, non a metà la visita del Paraclito la gratifica della libertà, ma in modo perfetto e puro. Oltre alle passioni lo Spirito sradica il cuore da ogni negligenza, da ogni disgusto, da ogni pigrizia e ignoranza. Poi ringiovanisce e rinnova l’uomo, sia nell’anima sia nel corpo, al punto che egli non sembra più rivestito di un corpo pesante e corruttibile, ma spirituale e immateriale. Né solo fin qui giungono gli effetti dello Spirito, perché la potenza di Dio gli dà occhi nuovi e persino orecchi nuovi. Ormai succede che l’uomo non guarda più umanamente e in modo sensibile ciò che è sensibile; diventato più che uomo, contempla spiritualmente le realtà sensibili che gli appaiono come immagini delle realtà invisibili. Ciò che ascolta non sono più voci di uomo, ma il solo Verbo vivente, che gli parla attraverso voci umane; Lui, e lui solo, come l’Amato, l’anima accoglie con 1’udito; al Verbo soltanto apre la porta con gioia e una volta che entrato egli sia, fa festa con lui.
Dai “Trattati teologici ed etici” di Simeone il nuovo teologo.
5,115-135. S Ch. 129,89.
Se Cristo ha detto che si vede Dio mediante la purezza del cuore, certamente, acquistata la purezza, segue la visione. D’altra parte, se tu ti fossi una volta purificato, avresti saputo che la parola è veritiera; ma poiché non hai preso la cosa a cuore, non hai creduto alla verità del fatto, hai anche trascurato la purificazione e perduto la visione. Se infatti quaggiù c’è la purezza, quaggiù ci sarà anche la visione; ma se tu dici che la visione non c’è che dopo la morte, necessariamente porrai dopo la morte anche la purificazione. E così accadrà che mai vedrai Dio, perché non avrai, dopo il trapasso, alcuna attività che ti permetta di trovare la purezza.
Ma che dice il Signore? Chi mi ama osserverà i miei comandamenti, e io lo amerò e mi manifesterò a lui. (Gv 14,21).
Quando avrà luogo la sua manifestazione? Quaggiù o nel secolo futuro? Evidentemente quaggiù. Dove i comandamenti sono osservati attentamente, vi sarà anche la manifestazione del Salvatore e, dopo la manifestazione, la carità perfetta si manifesterà in noi. Finché non è così, non possiamo né credere in lui, né amarlo come conviene, perché è scritto: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?(1Gv 4,20) In nessun modo.
Dalle “Catechesi” di Simeone il nuovo Teologo.
Catech. II. S Ch. 96,277.279.
Abbandoniamo, fratelli, tutti i beni della vita fuggitiva, cioè la vana gloria, l’invidia, le contese tra noi, la dissimulazione, il mormorare e l’ira: tutto ciò provoca l’avversione di Dio e mette l’anima in pericolo. Desideriamo invece di tutto cuore ciò che Dio ci comanda di abbracciare: la povertà dello spirito -che la Parola chiama umiltà - l’afflizione continua giorno e notte da cui scaturiscono la gioia dell’animo e la consolazione di tutte le ore per coloro che amano Dio (Rm 8,28). Fuggiamo l’illusione di questa vita e il suo preteso piacere e corriamo verso l’unico Salvatore, il Cristo Gesù. Sforziamoci di trovarlo, lui che è presente dappertutto. Una volta trovatolo, tratteniamolo, cadiamo ai suoi piedi e abbracciamoli nel fervore dello spirito. Sì, ve ne supplico, sforziamoci, finché siamo in vita, di vederlo e di contemplarlo. Se saremo giudicati degni di vederlo sensibilmente quaggiù, non moriremo, la morte non avrà più potere sopra di noi. Dopo aver osservato i suoi comandamenti ci sia dato di purificare il cuore con le lacrime e il pentimento, in modo di contemplare fin da quaggiù la luce divina, Cristo in persona, di possederlo, rimanendo nel nostro intimo. Allora, tramite il suo Spirito, che nutre e vivifica le nostre anime, gusteremo la dolcezza piena di voluttà dei beni del suo regno.
Dagli “Inni” di Simeone il nuovo teologo.
Inno XVII,v.532ss. S Ch 174,51-59.
Ascolta le parole del Maestro, ascolta le parole della Parola, in che modo egli mostri che gli uomini ricevono il regno dei cieli fin da quaggiù. Egli dice: Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose (Mt 13,45) E’ proprio a te che consiglia di scoprire la perla e dopo averla valutata inestimabile, vendere tutto e comprarla. Ti invito ad ascoltare con intelligenza. Se tu possedessi il mondo intero e tutto quello che il mondo contiene e se, prodigando i tuoi beni, tu li distribuissi agli orfani, alle vedove, ai mendicanti privi di ogni risorsa, e diventassi tu stesso mendicante, ebbene: qualora tu stimassi anche solo un pochino che quello che hai pagato ha lo stesso valore, tanto da dire: Dammi la perla, perché ho dato via tutto quello che ho, immediatamente sentiresti il Maestro risponderti: Che è mai “tutto quello che ho” di cui parli? Sei uscito nudo dal ventre di tua madre e nudo entrerai nella tomba. Quali sono questi beni che pretendi? Non riceverai la perla, non avrai parte al Regno. Invece, se hai dato via tutto, tutto quello che era tuo, oppure se ti sei reso completamente povero, e se vieni avanti, dicendo: Guarda, Signore, ora ho anima e cuore spezzati, rudemente umiliati, violentemente consumati. Maestro, guarda la mia nudità, osserva come sono indigente, lontano da ogni virtù, povero oltre ogni dire, senza nulla per acquistare te, il Verbo. Abbi pietà di me, o tu, il Solo, tu, mio Dio, che sopporti i malvagi. Che donò la peccatrice? Che presentò il ladrone? E il prodigo, o Cristo, che ricchezza ti portò? Parla così e udrai dirti: Sì, mi offrivano doni, sì mi offrivano una ricchezza: dopo avermi dato quello che avevano, ricevettero la perla che vale più del mondo intero. Anche tu, se la desideri, offrimi quei medesimi doni e certamente la riceverai.
Dall’ “Etica” di Simeone il nuovo teologo.
S Ch 122, 233-237. 241-243.
Cristo, donando sé stesso a noi in comunione, ci dà della sua propria carne e delle sue ossa che mostrò agli apostoli dopo la risurrezione, dicendo: Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho (Lc 24,39). Proprio per questo egli ci offre da mangiare; grazie a questa comunione ci rende una sola cosa con lui. Davvero, come dice san Paolo, questo mistero è grande (cf. Ef 5,32), e tale esso resterà, perché la comunione e l’unione, l’intimità e la parentela che attua la donna con l’uomo e l’uomo con la donna sono qui attuati in modo degno di Dio; essi trascendono pensiero e parola, perché autore ne è il padrone e il creatore dell’universo insieme con tutta la Chiesa. Dio si unisce a lei come alla sua unica sposa, in modo immacolato e più che ineffabile. Dimora inseparabile, indistaccabile da lei, vivendole insieme e avvolgendola di amore e di tenerezza. Dal canto suo, la Chiesa non può vivere la vita vera e incorruttibile se non è nutrita dal suo Signore ogni giorno con il pane sostanziale; grazie ad esso la vita e la crescita fino all’età dell’uomo perfetto, fino alla misura del completo compimento, sono garantiti a tutti quelli che lo amano.
Bisogna infatti che al di là del nostro mondo, la pienezza del mondo della Chiesa, della Gerusalemme celeste, sia raggiunta e la pienezza del corpo di Cristo possa realizzarsi in quelli che Dio ha predestinato a diventare conformi all’immagine del Figlio suo.
Dalle “Catechesi” di
Simeone il nuovo teologo.
Catech. IX, S
Ch104,pp.115-117.
Per te Dio è diventato uomo, e povero. Anche tu devi divenire povero a tua volta come lui, tu che in lui credi. Povero è Dio secondo l’umanità, povero sei anche tu secondo la divinità.
Vedi un po’ ora come tu lo nutrirai, osserva da vicino. Egli si e impoverito, perché tu t’arricchissi, e potessi aver parte ai tesori della sua grazia. Per questo ha assunto una carne, perché tu fossi partecipe della sua divinità. Perciò quando disponi te stesso in vista di accoglierlo, si dice che egli sarà accolto da te. Quando a causa di ‘lui patisci la fame e la sete, ciò vale per lui come cibo e bevanda. Mi domandi come questo sia possibile? Perché con tali opere e azioni, e altre simili, purifichi il tuo cuore e ti sleghi dai ceppi delle passioni e dall’inedia; e colui che così ti raccoglie, applicando a sé tutto quello che ti riguarda, il Dio che desidera renderti dio così come lui si è fatto uomo, tutto quel che tu fai per lui, lo conta come fatto a sé e ti dice: ‘Ciò che fai a questa piccolina che è la tua anima, tu lo fai a me.’ Dimmi dunque: per che tipo di opere coloro che vissero nelle caverne e negli anfratti dei monti piacquero a Dio? Sicuramente soltanto per la carità, la penitenza e la fede; abbandonando il mondo intero per seguire lui solo, attraverso la penitenza e le lagrime l’hanno accolto e ospitato, hanno saputo nutrire la sua fame e spegnere la sua sete.
Dai “Trattati etici e teologici” di Simeone il nuovo teologo.
Etica II, cap.1. S Ch 122,323-325.
Attieniti alla convinzione che Dio ha mandato sulla terra il suo unico Figlio solamente per te e per la tua salvezza, conoscendoti prima di tutto e destinandoti a divenire erede e coerede di Cristo. Perché non ti affretti ad amarlo con tutta l’anima e con tutto il cuore, osservando i suoi comandamenti?
Credi con forza che il Verbo incarnato, dopo essersi immolato per te, non ti abbandonerà e non ti lascerà perire. Non lo intendi affermare: Anche se una donna si dimenticasse del figlio del suo seno, io non ti dimenticherò mai? (cf Is 49,15). Ma se ti giudichi indegno, se ti escludi volontariamente da te fuori del gregge di Cristo, prendine atto: nessun altro, ma proprio tu sarai motivo della tua perdizione.
Perciò, rigettiamo lungi dalla nostra anima ogni diffidenza, ogni svogliatezza; presentiamoci con cuore sincero, con fede certa e con zelo ardente, come nuovi servi acquistati dal sangue prezioso di Cristo. Amiamo il Maestro che l’ha versato per noi, accogliamo l’amore che ci porta e comprenderemo che se non avesse voluto salvarci a sue spese, non sarebbe disceso in terra, non si sarebbe immolato per noi. Invece, come sta scritto, ha fatto tutto questo per salvare l’umanità intera. Ascoltalo dire: Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo (Gv 12,47).
Dalle “Catechesi” di Simeone il nuovo teologo.
Catech. XIII. S Ch. 104,193.195.197.
Dobbiamo considerare con somma cura in che modo i1 mistero della risurrezione di Cristo, nostro Dio, si riproduca di continuo misticamente in noi, purché noi lo vogliamo. Cristo, celandosi in noi come in un sepolcro. si unisce alle nostre anime, e risuscitando fa risuscitare anche noi con lui.
Ancora adesso, quando noi usciamo dal mondo e assimilandoci al Signore nel patire, entriamo nel sepolcro della penitenza e dell’umiltà, lui stesso scende dal cielo per entrare nel nostro corpo quasi come per una sepoltura, e si unisce all’anima nostra. Questa da morta che era viene da lui risuscitata. E colui che così risorge con Cristo è reso capace di vedere la gloria della propria mistica risurrezione. Ora, la risurrezione dell’anima è l’unione con la vita. E come il corpo non può essere considerato vivente se non riceve in sé l’anima vivificatrice, che a lui si unisce senza mescolarsi, così l’anima non potrebbe vivere da sola, se non fosse, in modo ineffabile, unita a Dio, che è la vera ed eterna vita; infatti, prima di questa unione di conoscenza, di visione e di sentimento, essa è morta, pur essendo dotata di intelligenza e di natura immortale. Nelle realtà spirituali se l’intelligenza non perviene alla contemplazione di ciò che oltrepassa la riflessione, non avverte nulla dell’attività mistica.
Dagli “Inni” di Simeone il nuovo teologo.
Inno 13. Citato in P.M. DELFIEUX, Evangeìiques, Fayard, 1988, T. I. p. 219s.
Sono seduto sul mio giaciglio, pur essendo fuori del, mondo; e al centro della cella colui che è fuori del mondo, ecco vedo presente qui; lo vedo e gli parlo e - oso dunque dirlo - lo amo e lui dal canto suo mi ama. Mi cibo, mi nutro di questa sola contemplazione, e, divenuto una sol cosa con lui, varco i cieli.
So bene che ciò è vero e certo; eppure dove allora si trovi il mio corpo, lo ignoro. So che è sceso colui che dimora immobile, so che mi appare colui che resta invisibile; lo so: colui che è separato da tutta la creazione mi prende dentro di sé e mi nasconde nel suo seno, sicché io mi ritrovo fuori dell’universo. Ma, a mia volta, io mortale, piccolissimo nel mondo, contemplo in me stesso, tutto intero, il Creatore del mondo; e so che non morrò, poiché sono all’interno della vita e ho la vita tutta intera che zampilla dentro di me.
Egli è dentro il mio cuore, eppure dimora in cielo.
Qui e là, in ogni caso, sempre si mostra a me abbagliante. Ma in che modo tutto ciò capiti, come potrò comprenderlo esattamente? E come potrei esprimere quanto comprendo e vedo?
Sono realtà indicibili, davvero assolutamente ineffabili, che l’occhio non ha mai visto, l’orecchio mai udito e nessun cuore umano ha mai potuto comprendere.
Dalle “Catechesi” di Simeone il nuovo teologo.
Catech. V. S Ch 96,413-415.
Il Signore Gesù versò l’azione indicibile e vivificante della sua divinità e della sua carne nel veleno mortale del peccato: così ha riscattato interamente tutta la nostra stirpe dall’azione del nemico.
Mediante il santo battesimo e la comunione ai misteri immacolati del Signore, al suo corpo e al suo sangue prezioso, egli ci purifica e ci dà la vita, rendendoci santi e senza colpe. Anzi, ci procura di nuovo l’onore della libertà affinché non sembri che serviamo il nostro Signore per forza più che per moto volontario. Fin dalle origini, Adamo nel paradiso era libero, esente dal peccato e dalla violenza; per suo libero volere obbedì al nemico e, ingannato, trasgredì il comandamento di Dio. Allo stesso modo anche noi, rigenerati dal santo battesimo, siamo liberati e resi padroni di noi stessi; solo una scelta pienamente deliberata può indurci ad obbedire al nemico ché altrimenti questi in nessun modo può avere su di noi qualche influsso.
Se infatti prima della legge e dell’avvento di Cristo, privi di tutti questi soccorsi, un numero incalcolabile di uomini furono graditi a Dio e trovati irreprensibili, - pensiamo a Enoch, portato via e così onorato, o a Elia innalzato in cielo su un carro di fuoco - che scusa invocheremo noi? Dopo la grazia, dopo tanti benefici, dopo la soppressione della morte e del peccato, dopo la rigenerazione battesimale, e la protezione dei santi angeli persino, lo Spirito Santo è sceso a coprirci con la sua ombra; perciò corriamo il rischio di non essere neppure all’altezza di quelli che vissero prima della grazia, perché svogliati scherniamo e trasgrediamo i precetti divini. Sì, qualora perseverassimo nel male, il castigo sarebbe più severo per noi che per coloro che peccarono sotto la legge. Perciò ognuno di noi non accusi Adamo ma sé stesso se cade nel peccato, qualunque esso sia; invece, mostri come il primogrenitore un degno pentimento per poco che egli voglia ottenere la vita eterna nel Signore.
Dai “Capitoli pratici e teologici” di Simeone il nuovo teologo.
Nn.73.99 FG 3°,364.370-371.
Un cuore puro non è fatto tale né da una sola virtù, per sua natura, né da due, né da dieci; bensì tutte insieme lo rendono immacolato, quasi fossero una sola portata alla perfezione. Né le virtù possono da sole rendere così puro il cuore, senza l’operazione e la presenza dello Spirito Santo. E come il fabbro esercita la sua arte mediante i suoi strumenti, ma senza l’azione del fuoco non può attuare affatto qualche opera, anche l’uomo compie ogni cosa servendosi delle virtù come di strumenti; ma senza la presenza del fuoco spirituale, le opere rimangono incompiute e inutili, perché esse non distruggono la sozzura e il marcio dell’anima.
Se poi hai ricevuto la remissione di tutti i tuoi peccati sia attraverso la confessione sia attraverso la vestizione del santo abito angelico (cioè quello monastico), di quanta carità, rendimento di grazie e umiltà ciò ti sarà motivo! Perché, mentre eri degno di innumerevoli punizioni,sei fatto degno non solo di esserne libero, ma anche di ricevere la figliolanza, la gloria e il regno dei cieli. Volgendo queste cose nella mente e pensando ad esse di continuo, sii pronto e preparato a non disonorare Colui che ti ha fatto, ti ha onorato e ti ha perdonato le innumerevoli cadute; glorificalo e onoralo con tutte le tue opere; allora a te che ha onorato al di sopra di tutta la creazione visibile, egli potrà ricambiare una gloria ancora maggiore e chiamarti suo amico sincero.
Dall “Etica” di Simeone il nuovo teologo.
Etica III,515-533.557-565. S Ch122,427-431.
Io sono il pane vivo che discende dal cielo (cf. Gv 6,51). Cristo non ha detto ‘disceso’, ma ‘che discende’. Che significa ciò se non altro che egli scende senza posa e sempre, in quelli che ne sono degni? Egli si offre infatti anche adesso in ogni ora.
Poi il Signore stacca il nostro pensiero dalle realtà visibili, o meglio, attraverso di esse, ci eleva fino alla gloria invisibile della sua divinità sussistente personalmente. Infatti dice: Io sono il pane della vita (Gv 6,48). Il fatto poi che insista su quel ‘discende’, può avere questa spiegazione: perché non ti venga il sospetto che in questo pane ci sia qualcosa di corporeo, perché tu non concepisca nulla di terrestre. Hai da scorgere con gli occhi della mente che questo pane così minuscolo, questa particola è cambiata in Dio stesso e diventa tutta quanta pane che discende dal cielo ed è autenticamente Dio, pane e bevanda di vita immortale.
Venite voi tutti che vi siete cibati di questo pane celeste e lasciamoci rapire in spirito fino alla vera vita in sé stessa, al terzo cielo, o meglio fino al seno della santissima Trinità; così dopo aver visto perfettamente e udito ciò che resta indicibile, dopo averlo assaggiato e toccato con le mani dell’anima, possiamo rivolgere a Dio, l’amico degli uomini, l’inno di riconoscenza dicendo: Gloria a te che sei apparso e ti sei degnato di rivelarti e farti vedere da noi!
Dai “Precetti pratici e teologici” di Simeone il nuovo teologo.
I, 10-13. S Ch. 51,42-43.
Vera fede è la disposizione a morire per amore di Cristo, in conformità al suo comandamento, e con la convinzione che questa morte dona la vita. In tale disposizione spirituale, la povertà è stimata ricchezza. La vita nascosta e la condizione dimessa appaiono come vero onore e gloria autentica; nel niente possedere vi è la certezza di avere tutto.
Soprattutto la fede è il possesso dell’invisibile tesoro della conoscenza di Cristo: essa fa considerare le cose visibili come polvere e fumo. La fede in Cristo non è soltanto nella non valutazione dei piaceri della vita: crediamo nella sua risurrezione anche sopportando con paziente serenità le prove, affrontandole fino al momento in cui Dio rivolge a noi il suo sguardo paterno.
Ma c’è di più; chi in qualunque maniera antepone l’amore verso i parenti al comandamento di Dio, non ha fede in Cristo. Il segno dei veri credenti è nel rifiuto di trasgredire anche un solo precetto del Salvatore nostro Gesù Cristo.
La fede in Cristo è poi madre del desiderio dei beni eterni. Chi cerca diligentemente di conoscere le realtà future, occorre che si spogli di quelle presenti. Infatti chi è attaccato alla pur minima cosa delle realtà temporali non potrà mai conoscere quelle future.