![]()
TEOFANE , EREMITA DI VYSVEN

Vita - Lettere e insegnamenti sulla preghiera pura e l'esichia
Gli ideali ascetici che, grazie all'irradiamento dello starcvestvo, si diffusero sempre più largamente nel corso della prima metà del XIX secolo, si imposero anche nelle accademie religiose. L'influenza di un certo numero di vescovi spiega il fatto che i giovani di queste istituzioni abbiano allora preferito lo stato monastico al sacerdozio. Questi giovani strinsero contatti molto stretti con i monasteri, particolarmente con quelli nelle vicinanze delle loro accademie e che possedevano startsi famosi. Futuri monaci o candidati al sacerdozio ricevettero in questi monasteri un secondo insegnamento, forse più importante del primo.
La vita di Georgij Govorov, il futuro eremita di Vyvsen, ne è un esempio. Nato nel 1815, seguì i corsi dell'accademia religiosa di Kiev, ma le grotte della lavra di Kiev - Pecverskaja lavra - esercitarono su di lui una grande attrattiva e influenzarono fortemente la sua vocazione. In questa lavra viveva un asceta molto austero e universalmente stimato, lo starets Partenio (1790-1855). Il giovane studente universitario Govorov, del quale i maestri ammiravano le doti, andava spesso a far visita allo starets. Gli insegnamenti che ne ricevette risvegliarono eco profonde nel suo cuore e, poco prima della fine dei suoi studi, rivelò al rettore dell'accademia l'intenzione di abbracciare lo stato monastico. Dopo aver preso l'abito, Teofane ormai questo era il suo nome - andò dallo starets Partenio.
« Voialtri, monaci istruiti, si sentì dire, avete la testa piena dei vostri libri, ma non dimenticate che la cosa essenziale è pregare, pregare Dio con costanza e con la mente nel cuore; attenetevi fermamente a ciò ». Di questo consiglio, Teofane fece il suo motto.
All'inizio si limitò alle attività scientifiche. Così, per cinque anni, svolse il compito di professore e di rettore, prima a Kiev e più tardi a Novgorod, dove i suoi corsi di logica e di psicologia lo segnalarono come un filosofo di valore. Fu in seguito professore di morale cristiana all'accademia religiosa di san Pietroburgo, poi, per quasi cinque anni, si dedicò in Terra santa alla missione russa di Gerusalemme. In Palestina visitò molti monasteri e passò qualche tempo alla lavra di Mar Saba dove viveva un pio eremita ed esicasta di nome Giuseppe, i cui insegnamenti furono per lui enormemente preziosi.
Questo soggiorno gli diede l'occasione di documentarsi sui cristiani d'Oriente, la loro dottrina e le loro pratiche di ascesi. Dopo un brevissimo soggiorno in Russia ritornò in Oriente, con il titolo di archimandrita e l'onere della chiesa e dell'ambasciata russa a Costantinopoli. Vi rimase due anni. Nel 1857 fu chiamato a san Pietroburgo come rettore e professore dell'accademia di quella città. Questa attività però non lo entusiasmava affatto. Diede le dimissioni; fu nominato ispettore dell'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche della città.
Il 9 maggio Teofane ricevette la consacrazione episcopale e si vide affidare la diocesi di Tambov. Proprio in quest'epoca scoprì con vivo interesse l'eremo di Vyvsen. Il giovane vescovo di Tombov e più tardi di Vladimir' si attirò il rispetto e l'affetto sia del clero che dei fedeli. Tutti apprezzavano la sua cordialità, la sua semplicità e l'alta spiritualità della sua predicazione. Un fatto così raro per un vescovo vale la pena di essere sottolineato.
Nel 1861 prese parte attiva alla canonizzazione di Tichon di Zadonsk e alla glorificazione delle sue reliquie. Questo evento fu determinante per la sua evoluzione personale. Come tutti i suoi contemporanei, Teofane venerava profondamente questo vescovo illustre (+ 1783), che aveva rinunciato al suo seggio episcopale per vivere come recluso in un monastero. Modello di umiltà e di bontà, san Tichon aveva lasciato un'abbondante opera ascetica che meritò, per la sua chiarezza e il suo linguaggio semplice, una larga diffusione tra i monaci e il popolo. Essa insiste infatti sulle prospettive morali della religione cristiana; vi si trova un'eco e una concretizzazione di una delle preoccupazioni più grandi dell'anima russa: la nozione di pravda, termine che significa contemporaneamente verità e giustizia e che, più che il diritto, rappresenta per l'anima russa il fondamento di ogni relazione umana. Questa nozione ha accompagnato o, per meglio dire, dominato l'evoluzione del popolo russo, ha impregnato le sue idee religiose e la sua filosofia dall'avvento del cristianesimo fino alla nostra epoca. L'opera di Dostoievskij è stata influenzata da questa ricerca della pravda ed è incontestabile che la personalità e gli scritti di Tichon l'abbiano guidato e introdotto in questa via.
E’ anche innegabile che il vescovo Teofane attinse l'essenziale della sua dottrina morale dall'insegnamento di san Tichon. Solo il linguaggio li differenzia. Ricordiamo a questo proposito che sono separati da un secolo e che Teofane ha beneficiato di una formazione filosofica acquisita all'accademia religiosa. Per san Tichon la fonte della morale è essenzialmente la Scrittura, mentre il vescovo Teofane è stato segnato soprattutto dall'ascesi patristica che conobbe la sua rinascita in Russia nella prima metà del XIX secolo, grazie allo starcvestvo e in particolare alla scuola dello starets Paisij.
I rapporti che questi due uomini - il santo vescovo di Zadonsk e il pio recluso di Vysven - ebbero con lo starcvestvo richiedono di essere precisati.
Si ritrovano in tutti e due certi tratti essenziali dello starcvestvo ed entrambi possono essere classificati tra gli startsi e le guide spirituali eminenti; ma hanno solo pochi punti in comune con la scuola di Paisij e si situano ai margini della corrente dominante dell'ascesi russa dei secoli XVIII e XIX.
L'originalità di san Tichon si spiega con il fatto che visse prima della fioritura di questa scuola spirituale. E molto più vicino ai santi dell'antica Russia, che erano modelli di vita cristiana piuttosto che promotori di una dottrina spirituale; la sua cella conobbe solo poche visite e i suoi scritti ebbero ampia diffusione solo dopo la sua morte. La stessa osservazione vale per il vescovo Teofane. Con i suoi figli e le sue figlie spirituali ebbe essenzialmente un commercio epistolare; ed è attraverso la via di questa pubblicazione scritta, che circolava di mano in mano, che egli li guidava. Le sue lettere rispondevano per lo più a precise domande e fu in tal senso ch'egli si sforzò di evidenziare e sistematizzare il suo insegnamento morale.
Il ministero episcopale di Teofane durò sette anni, durante i quali si sottomise con semplicità agli onori delle sue alte funzioni. Nel giugno 1866 introdusse una richiesta al Sinodo della Chiesa russa per ottenere il permesso di ritirarsi. Gli fu accordata e gli fu indicato l'eremo Vysvenskaja nel governatorato di Tambov. Il 24 giugno lasciava il seggio episcopale e rivolgeva ai suoi diocesani questo commovente addio: « Pensate prima di tutto alla vostra salvezza e cercate questa salvezza in Cristo. Non posso auguravi nulla di meglio. Se voi siete salvati, tutto è salvato. Il cammino della salvezza, voi lo conoscete e conoscete anche la volontà di Dio. Quanto a me, non dimenticatemi nelle vostre preghiere ».
Sarebbe ormai vissuto ventotto anni separato dal mondo, « consumandosi lentamente come un cero o una lampada perpetua davanti al volto di Dio ».
Nei primi sei anni Teofane assistette a tutti gli uffici nella chiesa dell'eremo. Le domeniche e i giorni di festa celebrava la divina liturgia con tutti gli altri preti e il suo raccoglimento edificava tutti gli astanti. Nel 1872 Teofane innalzò un altare in un locale del suo romitaggio e lo rese adatto alla celebrazione. Ormai si confinò li, conservando rapporti solo con l'abate dell'eremo, suo confessore, e con il monaco che si occupava del servizio della cella. Rimase in corrispondenza con tutti quelli che volevano restare sotto la sua guida spirituale.
Questa reclusione durò ventidue anni. Durante i primi dieci celebrava sul suo altare solo gli uffici delle domeniche e dei giorni festivi; nei dodici anni seguenti lo fece tutti i giorni. Il fratello incaricato della cella preparava il necessario, poi lo lasciava compiere da solo la funzione liturgica. Molto spesso recitava solo le preghiere della sera, l'ufficio di notte e quello del mattino, o praticava soltanto la preghiera spirituale.
Il recluso dedicava il restante tempo alla redazione delle sue opere . Tra questi libri, in cui espone e sviluppa la dottrina morale della Chiesa, ci limiteremo a citare qui i più importanti: Lettere sulla vita cristiana in quattro parti; Lettere sulla vita spirituale; Commenti sulla morale cristiana; Via della salvezza: breve saggio sull’ascesi.
I temi principali di queste pagine sono: l'unione dell'uomo con Dio tramite la fede, fine supremo del cristiano; il dono totale della vita a Cristo; la speranza della vita futura. A tale proposito il suo insegnamento si ispira profondamente, sul piano didattico, alla nozione molto antica di theosis (deificazione); sul piano pratico, alla dottrina ascetica contenuta negli scritti dei Padri della Chiesa orientale.
Desideroso di attirare in modo particolare l'attenzione dei fedeli su questo aspetto pratico, Teofane dedicò la maggior parte del suo tempo e dei suoi sforzi alla traduzione delle più importanti opere di ascesi e di mistica. Tradusse così in russo le regole monastiche di san Pacomio, di san Basilio il Grande, di san Giovanni Cassiano e di san Benedetto, poi i cinque volumi della Filocalia alla quale diede un'edizione più completa di quelle pubblicate da Nicodemo l'Aghiorita e dallo stesso Paisij.
Un grande valore hanno anche i suoi commenti delle Lettere dell'apostolo Paolo; sono redatti sotto forma di predicazione in uno stile molto chiaro e semplice, caratteristico di questo starets.
Teofane passò dunque ventotto anni nella solitudine più austera a Vys'en. L'eremo Vysvenskaja era situato in una vasta radura accerchiata da boschi di conifere, sulle rive della Vysa, nel governatorato di Tambov. Il pio recluso occupava due locali in una casupola; le pareti divisorie erano di legno scuro, i mobili ridotti all'indispensabile: un letto di ferro, un tavolo, un armadio e poche sedie. Ma tutt'intorno, sugli scaffali, una biblioteca di insolita ricchezza per una cella monastica: la Storia della Russia di Soloviev, la Storia universale di Schlosser, le opere in tedesco di Hegel, Fichte, Jacobi e soprattutto una quantità di testi di patristica e di ascesi in greco, come pure libri di teologia in francese, tedesco e inglese; libri di medicina, anatomia, geografia e atlanti. Insieme a tutto ciò c'erano vari strumenti: un telescopio, un microscopio, un apparecchio fotografico, un tornio, colori, pennelli e tutto un armamentario da pittore. Le pareti erano adorne di icone e di opere dell'eremita stesso: una copia dell'icona della Vergine di Kazan; un ritratto di san Tichon di Zadonsk, uno di san Serafim di Sarov, scene della vita di Cristo: Crocefissione, Resurrezione, Epifania.
La vita di Teofane fu come posta sotto il segno dell'Epifania: dovendo ad essa il suo nome, aveva fatto del 6 gennaio la festa della sua cappella e proprio in questo giorno morì.
Ogni mattina, quando era all'altare, non mancava di associare alle sue preghiere tutti quelli che ricevevano le sue lettere di guida. I suoi pasti erano di un'estrema semplicità: al mattino una tazza di tè con del pane, a mezzogiorno un uovo e un bicchiere di latte, tranne che nei giorni di digiuno; alla sera di nuovo una tazza di tè e del pane. Lavorava quasi ininterrottamente per tutta la giornata al suo compito di scrittore. I rari momenti di distensione che si concedeva erano occupati dal lavoro manuale: tornitura di oggetti, pittura di icone e di immagini, e tutto ciò senza smettere di pregare. Venivano poi le ore di raccoglimento nella preghiera, momenti di pace e di silenzio, di dialogo con il mondo soprannaturale. Pregava fino a notte inoltrata davanti alle icone fiocamente illuminate dalle fiammelle delle lampade e più di una volta il fratello addetto al servizio della cella lo trovava in preghiera prima dell'alba.
Tutti i gorni gli arrivavano lettere da ogni regione del paese e gli occorreva un tempo considerevole per prendere conoscenza e dare agli interrogativi, alle domande e ai problemi dei suoi figli e delle sue figlie spirituali risposte e direttive appropriate.
L'ultima settimana della sua vita non fu per nulla diversa da tutte quelle che aveva trascorso nel suo eremo. Il vecchio vescovo recluso si sentiva soltanto molto debole; prese ancor meno cibo e in modo più irregolare, ma il monaco che lo serviva lo vide fedelmente seduto al tavolo, intento a redigere con ardore le sue ultime lettere.
Il 5 gennaio 1894 prese ancora qualcosa da mangiare, poi sulla cella cadde il silenzio e quando il fratello, dopo aver invano bussato alla porta per portargli il tè della sera, entrò nella cella, trovò il recluso steso sul giaciglio con le mani giunte come per un'ultima benedizione episcopale. Allora il giovane monaco capi che il suo maestro non era più di questo mondo.
Lettera sulla preghiera in chiesa
Vi spiegherò con quale disposizione d'animo e con quali sentimenti dobbiamo prepararci ad entrare nella casa di Dio. Lo sapete bene, il Signore di misericordia abita in modo del tutto speciale le sue chiese sulle quali le nostre suppliche hanno invocato la sua grazia. Questo è il motivo per cui questi templi sono a buon diritto chiamati tabernacoli di Dio, sono la dimora privilegiata di Dio fra gli uomini. Non ha forse lui stesso detto: « Ecco la dimora di Dio con gli uomini. Avrà con essi la sua dimora; saranno il mio popolo e lui, il Dio con loro, sarà il loro Dio » (Ap 21,3)?
Questa promessa si realizzò nell'antico Israele e tutti ne furono testimoni. Una nube coprì con la sua ombra l'Arca e Dio si fece sentire nella nuvola. Più tardi, durante la marcia nel deserto la colonna di nubi guidò le tribù di Israele verso la terra promessa di Canaan e questa colonna li precedeva dovunque si fermassero.
Lo stesso accade nelle nostre chiese. Non sono indicate da alcuna colonna di nubi, ma nondimeno la grazia di Dio si stende su di esse. Non si muovono né si fermano come l'Arca di Israele, ma sono per noi guide sicure verso la Canaan celeste. Teniamo in mente le prescrizioni date a Israele durante la marcia; esse ci ricordano che noi dobbiamo, in tutta giustizia, testimoniare alle nostre chiese i sentimenti che convengono a queste case di Dio, perché esse ci conducano, nel cammino della nostra vita, verso il fine che da tutta l'eternità Dio ha scelto per noi.
Dopo che l'Arca fu costruita e benedetta, Dio ordinò a Mosè di organizzare così la sua marcia: tre tribù avrebbero preceduto l'Arca, tre si sarebbero messe dietro, tre a destra e tre a sinistra; il tabernacolo, che era in centro, doveva essere portato dalla tribù di Levi. Per riprendere questa ripartizione e visto che le nostre chiese sono le nostre guide nella marcia verso il regno dei cieli, è del tutto naturale che noi desideriamo sapere che cosa, nel nostro atteggiamento verso la chiesa o in chiesa, corrisponda alla disposizione delle tribù attorno al tabernacolo. Ecco come me la rappresento.
Prendiamo, per cominciare, le tre tribù in testa, quelle che marciano verso est. Porremo qui le nostre aspirazioni più elevate, la fede innanzitutto: crediamo che il Signore è veramente presente nella chiesa, che la sua grazia la abita, che la chiesa è un tempio mai abbandonato dal suo sguardo, che vi ha fissato il suo cuore. Poi la speranza: speriamo che il Signore, presente nella chiesa, ascolta le suppliche che i suoi figli innalzano verso di lui, che è pronto ad esaudirci in tutto quello che serve alla salvezza eterna della nostra anima. C'è infine l'amore: amiamo la chiesa, la casa del Padre, in cui il nostro cuore può raccogliersi, dove il nostro spirito trova la pace del vero riposo, come il bimbo prima di nascere che ha la vita nel seno materno.
Queste sono le prime mosse, lo slancio profondo che dobbiamo portare verso la chiesa di Dio; sono l'origine e la fonte delle altre. Crescono in noi e, si può dire, sono rivolte verso il volto di Dio, questo mattino dello Spirito.
Dall'altra parte, cioè a ponente, disponiamo le prestazioni del corpo, ma sotto l'egida dello spirito. Vi porteremo tutto ciò che il lavoro del nostro corpo può offrire alla casa di Dio, questa casa di preghiera.
Ciò si può manifestare in tre modi: prima di tutto l'assistenza assidua all'ufficio divino senza inventare scappatoie, senza provarne disgusto, senza ricercare qualche impedimento, anche plausibile. Osserviamo piuttosto la seguente regola: non appena sentiamo la campana dell'ufficio, lasciamo tutto e affrettiamoci verso la chiesa, per arrivare in tempo. Ci si sforzerà poi di restare pazientemente in chiesa, dall'inizio alla fine dell'ufficio, al posto abituale, senza spostarci ogni momento; si eviterà di lasciarsi andare nell'attenzione e nell'atteggiamento, ricercando invece una certa tensione che mantenga svegli; infine si cercherà di avere un atteggiamento raccolto, calmo, rispettoso, gli occhi bassi o alzati verso l'icona o verso la santa celebrazione liturgica, l'orecchio attento alle parole e al canto, nel silenzio delle labbra, senza guardare da ogni parte, né voltarsi, né chiacchierare. Tutto questo sforzo costituisce la prestazione del corpo nell'atto della preghiera; è uno sforzo sostenuto dallo spirito di preghiera interiore e che, di rimando, ispirerà a questo spirito di preghiera il dinamismo necessario.
Che cosa metteremo ora a destra e a sinistra per completare il disegno della croce?
Credo che qui intervenga il ruolo dell'anima nella preghiera.
A destra porremo i tre gesti positivi: innanzitutto il presentarsi davanti a Dio, concentrando le nostre facoltà nel nostro cuore; questo in un atteggiamento di calma venerazione che trattenga nel nostro tempio interiore la freschezza della brezza mattutina.
In seguito il compenetrarsi molto profondamente della sublime ricchezza di ciò che leggiamo, cantiamo, celebriamo; l'aprire la nostra anima a tutti gli slanci che ne nascono e, secondo quello che Dio ci ispira, il guidare su di essi la nostra azione.
Infine il volere, nella pace dello spirito, il bene del nostro prossimo come Dio ci comanda e senza escludere i nostri nemici, secondo il comandamento del Signore: « Se presenti la tua offerta all'altare e li ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello, poi ritorna e presenta allora la tua offerta » (Mt 5,23-24).
A sinistra metteremo i tre sforzi negativi. Con ciò intendo: non lasciar disperdere i nostri pensieri, non permettere al nostro spirito di sfuggire verso luoghi e oggetti diversi dall'ufficio e dalla preghiera. Finché si è in chiesa, ogni volta lo si riporterà al suo dovere, lontano da quelle fantasticherie per le quali è fin troppo portato.
Mi riferisco anche al non lasciare il nostro cuore soccombere alle tribolazioni, perché questo lo trascinerebbe senza tregua né respiro troppo lontano per occuparsi delle cose del cielo e dell'anima.
Infine è il rifiutare di essere incatenato a terra e alle inclinazioni che ci tirano verso il basso e impediscono al nostro spirito di elevarsi verso Dio.
Lo vedete bene: sforzo in avanti, indietro, sforzo a destra, a sinistra; quando andiamo in chiesa e vogliamo pregare come si conviene, dobbiamo tracciare nello spirito come una croce di preghiera. Solo all'ombra della croce e sotto l'impulso delle energie che essa suscita in noi, la preghiera diventa veramente feconda, sia che si tratti della formulazione di questa preghiera, della segreta e pacata gioia dataci dalla percezione della presenza di Dio o dal rapimento del nostro spirito in Lui. Sì, qui c'è tutto! Chiunque mette in tal modo il suo essere in accordo con la chiesa troverà in questo stesso atteggiamento una direzione sicura; si è posto sulla via della patria celeste. Dirò di più: vola già verso questa patria.
Tutti questi moti dell'anima, tutti questi atti di preghiera nella disposizione che abbiamo dato loro, non suggeriscono forse l'immagine di una colomba in volo? Fate uno schizzo e vedrete! Al posto della testa della colomba, vedete l'azione dello spirito nella preghiera, cioè la fede nella presenza del Signore nella chiesa, la speranza di essere ascoltato ed esaudito da Lui nella nostra preghiera, l'amore per la chiesa, casa del Padre. Al posto dell'ala destra scrivete gli atti positivi raccomandati all'anima nella preghiera, cioè la disponibilità davanti a Dio, l'attenzione a tutto ciò che si fa nella chiesa, l'accoglienza di tutte le ispirazioni divine, il desiderio di essere in pace con tutti gli uomini. Al posto dell'ala sinistra, mettete quello che l'anima deve proibirsi nella preghiera e cioè il rifiuto della disperazione, la ricerca della padronanza di sé, la libertà dalle preoccupazioni e dalle proprie inclinazioni. Infine al posto della coda della colomba ci sono tutti i gesti del corpo per la preghiera. Quanto al corpo della colomba, sarà la preghiera stessa, sotto tutte le sue forme.
Ecco dunque la nostra « colomba di preghiera ». Non crediate che tutto ciò sia un immagine arbitraria, pura fantasia della mente. Solo il simbolo è frutto della fantasia, ma l'atto della preghiera corrisponde perfettamente al nostro schema.
Vedete come la colomba aspira ed espira l'aria; vedete come mette in movimento la testa, le ali e le membra; vedete come si alza e come riesce a farlo solo coordinando ogni gesto. Lo stesso vale per la preghiera. Essa ci può condurre verso Dio solo se tutti gli sforzi, che abbiamo ricordato, sono compiuti e coordinati.
Nel momento in cui uno di questi impulsi fa difetto, l'atto della preghiera è intralciato ed è lo scacco.
Tutti quelli che si sforzano di pregare bene lo sanno per esperienza; quanto a chi non prega, a che serve spiegarglielo!
Lettera al recluso ed esicasta Giuseppe del monastero di Mar Saba in Palestina
Sarei stato felice di vederti con i miei occhi di carne, di intrattenermi con te, alla tua presenza. Ma, visto che la cosa è impossibile, cerchiamo degli altri modi, guardiamoci con gli occhi dell'anima, « chiacchieriamo » per lettera, con la speranza che questo scambio di pensieri ci sia di qualche profitto. Credo infatti che pure tu sei di quelli che, secondo la parola del Vangelo, hanno lasciato tutto per seguire Cristo, perché: « Quanto a me, che io non mi vanti se non della croce di nostro Signore Gesù Cristo per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo » (Gal 6,14).
Per questo noi possiamo dire in tutta giustizia: « Dio ha inviato nei nostri cuori lo Spirito di suo Figlio che grida: Abba, Padre! » (Gal 4,6).
Queste cose ce le fa vedere lo Spirito e non è necessario che qualcun altro ci istruisca. Non per insegnarti qualcosa desidero parlartene, ma solo per condividere con te, con spirito fraterno, quello che i santi Padri ci hanno insegnato.
Il nostro augurio più caro deve essere che Gesù Cristo discenda in noi e ponga in noi la sua dimora. L'origine, la radice, la fonte, il fondamento di un tale favore e di una tale grazia è la preghiera tranquilla del nostro cuore, questo momento in cui ci liberiamo dal male per votarci alle opere di virtù e vivere secondo i comandamenti di Cristo.
La preghiera di chi fa silenzio e rimane con pazienza nella pace della sua cella.
All'inizio l'ardore della sua preghiera, del suo zelo, della sua applicazione gli permette di fare ampio bottino di tesori spirituali. Ma spesso la distrazione lo svia perché il suo spirito è ancora poco esercitato e abituato a concentrarsi su un unico soggetto.
Quando più tardi il principiante arriva a metà sulla strada della perfezione, stia attento a pregare spesso e con fervore, preghi in spirito e verità perché la vera luce della grazia lo trasporti presso il Signore.
Chiunque è sapiente agisce così: sull'esempio dei Padri ebbri di Dio, si applica a pregare nel segreto e nella purezza del suo cuore.
La preghiera è il suo unico oggetto in questa solitudine perfetta di silenzio e di raccoglimento. Essa ristora la sua anima, gli dà quel calore che consuma le passioni, scaccia il demonio e purifica il cuore come un crogiolo.
Fa crescere il nostro desiderio del Signore Gesù, nutre il nostro amore per lui. Fa scorrere le dolci lacrime spirituali che irrigano e purificano anima e corpo, quando noi ci diamo agli atti di fede e di penitenza, ai nostri slanci di amore, ai nostri ringraziamenti.
Ci dispensa i doni del silenzio e della pace e dell'oblio della tentazione che sono inaccessibili alla ragione.
Ci permette di rivestire il mantello immacolato dell'uomo che ha dominato le passioni, fa risorgere la nostra anima prima del nostro corpo e le dà forma come immagine stessa di Dio.
Ci dà il riposo perfetto in Dio, nell'azione e la contemplazione, nella carità, la speranza e la fede.
Così noi realizziamo l'unione vera con Dio, il rapimento in Lui e la contemplazione della sua gloria.
Tutto ciò è solo un'immagine, uno specchio, una promessa dei beni che ci sono riservati: vedere Dio a faccia a faccia, possederlo totalmente e conoscere grazie a lui la gioia ineffabile: che Dio nella sua infinita bontà voglia rendercene degni, per l'intercessione dei santi!
Amen.
(Tratto da: IGOR SMOLITSCH, Leben und Lehre der Starzen - Jacob Hegner Verlag, Koln und Olten 1952