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LO STARETS
MACARIJ

La scuola degli startsi di Optina
Per quasi un secolo, dal 1828 al 1921, Optina poté gloriarsi di possedere una « scuola » di startsi in cui la formazione ascetica era condotta secondo norme ben determinate. Ciascuno dei rappresentanti di tale scuola vi apportò la sua nota personale, contribuendo così a darle ricchezza e varietà.
L'influenza dello starets Leonid aveva raggiunto anche il popolo. Quelli che erano venuti a vederlo nella sua cella o nella sua capanna per implorare i suoi lumi erano contadini, commercianti, piccoli borghesi e più raramente gente della nobiltà. Lo starets Macarij, suo successore e in parte suo discepolo, seguì una via completamente diversa.
Macarij Ivanov era di famiglia nobile. Aveva avuto l'occasione di visitare l'eremo Ploscanskaja diretto da un discepolo dello starets Paisij, lo ieromonaco Afanasij. Gli uffici ai quali aveva potuto assistere e la scoperta della vita condotta all'eremo gli avevano lasciato una profonda impressione. Il suo temperamento non lo inclinava affatto a passare la vita nella chiusa atmosfera di una delle numerose cancellerie della Russia di allora. Era di costituzione malaticcia e delicata. La sua natura sensibile e artistica lo portava a condividere le nuove esperienze del romanticismo. Aveva un particolare gusto per la musica ed egli stesso era un violinista eccellente.
Chiunque abbia visitato uno di quegli umili monasteri in cui il canto liturgico si è conservato nella sua purezza e nella sua bellezza, chiunque abbia sentito il misterioso fascino delle icone, i cui colori hanno la patina dei secoli, in breve, chiunque sia in grado di percepire l'azione divina sotto i segni sensibili, comprenderà facilmente le reazioni del giovane quando scoprì l'eremo e decise di fermarvisi. Rimase ventiquattro anni a Ploscanskaja dal 1810 al 1834 sotto la direzione dello starets Afanasij, che gli trasmise gli insegnamenti dello starets Paisij.
Dopo la morte dello starets e divenuto ieromonaco, andò a stabilirsi ad Optina. Vi conosceva lo starets Leonid, al quale da molto tempo lo legava una stretta amicizia; questo affetto si sarebbe approfondito nel corso della loro vita comune ad Optina. I due non si assomigliavano per nulla. Al contrario dello starets Leonid, Macarij era di statura piccola; aveva un viso sgraziato e si esprimeva con difficoltà. Era molto dolce e amorevole, amava i fiori, la musica, soprattutto il canto chiesastico per il quale aveva grandissime doti. Era portato ai lavori di erudizione e la sua cella, stracolma di opere di ascetica e di patristica, dava al visitatore l'impressione di trovarsi nella stanza di uno studioso.
Quando nel 1841 morì lo starets Leonid, Macarii si trovò per vent'anni al centro della vita spirituale fiorita a Optina. Le portò la sua impronta originale. Leonid era sempre stato dotato di una sorprendente intuizione e anche della sagacia propria del contadino russo; questa perspicacia si era ulteriormente sviluppata attraverso la sua esperienza della vita e degli uomini.
Macarij conversava sempre molto serenamente con i suoi visitatori, senza mai permettersi di fare battute. Attingeva la sua sapienza alle opere d'ascesi, il cui studio riempì l'intera sua vita. Le sue conversazioni erano incastonate di citazioni. Era capace di condurre una conversazione tanto con gente comune che con teologi o eruditi. Mirabili erano la facilità e la disinvoltura dimostrate nel trovare soluzioni ai problemi teologici più ardui. Anche le sue lettere ebbero una grande importanza nell'irradiamento della sua persona.
Ebbe figli e figlie spirituali nelle più recondite regioni della Russia e li guidò senza averli mai visti; tra questi si contavano un certo numero di religiose di clausura. Una parte di questa corrispondenza doveva essere più tardi pubblicata in più volumi.
La casupola in legno dello starets Macarij accolse una folla di visitatori di ogni condizione. Fin dalla soglia, il forestiero che scopriva questo locale ingombro di libri e di icone provava una strana impressione. Nel giro di una o due ore di colloquio con lo starets, era conquistato. Se c'era stato qualche dubbio e confusione nei suoi pensieri, tutto era diventato chiaro e luminoso. La personalità di Macarij emanava un tale irradiamento che alcuni altissimi ufficiali rinunciarono alla vita brillante della capitale per l'austera solitudine di uno skit a Optina.
Tra questi, Juvenalij, ufficiale della Guardia imperiale, poi arcivescovo di Lituania: divenne uno dei discepoli più ardenti delle starets Macarij. Oppure un altro ufficiale della Guardia, Lev Javeline, noto più tardi sotto il nome di Leonid, archimandrita e capo spirituale della lavra Trinità-san-Sergio. Ci fu anche Costantin Sòderholm, figlio di un sovrintendente evangelico di Mosca, che venne convertito alla Chiesa ortodossa dagli insegnamenti di Macarij. Diventato poi Padre Clemente, ebbe un ruolo importante nella vita dell'eremo di Optina. Fu infatti lui a scrivere la Vita dello starets Leonid. Ebbe anche una profonda influenza sul pensatore russo Costantin Leontiev di cui era amico.
La cella dello starets Macarij accolse molti artisti, poeti e studiosi. Da ricordare in modo tutto particolare le relazioni del Padre con il famoso filosofo Ivan Kireevskij (1806-1856), fondatore del movimento degli Slavofili . Dapprima convinto adepto dell'idealismo filosofico tedesco, Kireevskij aveva visitato la Germania e conosciuto personalmente Hegel e Schelling. Al suo ritorno aveva sposato Natalia Arbenev; questa aveva ricevuto un'educazione molto severa e avuto per confessore il santo starets Serafim di Sarov. Sotto l'influenza di questa donna molto pia, Kireevskij passò dal cristianesimo interconfessionale all'ortodossia. Attraverso la biografia del grande pensatore conosciamo l'esatta storia della sua conversìone.
Racconta il suo amico A. Kochelev: « Erano sposati da quasi due anni quando un giorno Kireevskij raccomandò a sua moglie la lettura di un'opera filosofica di Victor Cousin. Natalia cedette volentieri a questo desiderio, ma quando lui le chiese la sua opinione su quelle pagine, rispose che c'erano molte cose buone, ma che non aveva imparato niente di nuovo; tutte quelle idee erano già state esposte, e in modo più pertinente e completo, negli scritti dei Padri della Chiesa. Un po' più tardi percorsero insieme gli scritti di Schelling: le grandi idee che Kireevskij vi scopriva non suscitarono, con suo sommo stupore, lo stesso entusiasmo in sua moglie; ella gli fece soltanto notare che tutto ciò si trovava già nelle opere dei Padri. Così, a più riprese Natalia attirò l'attenzione di suo marito su questi testi, il che lo indusse a farne una lettura più approfondita. Fu allora assai contrariato nel ritrovare sotto la penna dei santi Padri ciò che in Schelling lo aveva impressionato. Ma, malgrado il suo disappunto, prendeva di nascosto i libri della moglie e li leggeva con la massima lealtà. Dopo aver fatto la conoscenza del monaco Filaret dell'eremo di Novospaskij e aver avuto frequenti incontri con il pio starets, la lettura degli scritti dei Padri della Chiesa lo attirò ancora di più. La morte edificante dello starets Filaret, nel 1842, lo guadagnò definitivamente all'ortodossia ».
Fu in questo modo che egli scoprì la « filosofia della rivelazione » e divenne fedele discepolo dello starets Macarij.
In questo periodo scriveva al suo amico A. Kochelev: Tutti i libri, tutte le opere dello spirito non valgono, ai miei occhi, l'esempio di un santo starets in cui possa trovare una guida, che possa render partecipe di ogni mio pensiero e la cui bocca esprima non questa o quella opinione personale più o meno valida, ma il giudizio stesso dei santi Padri. Grazie a Dio, startsi di questo tipo esistono ancora nella nostra Russia.
E’ noto che Kireevskij mandò il suo trattato, La Russia nel secolo dei lumi, allo starets Macarij. Insieme ad esso, gli chiedeva la benedizione per un altro studio che aveva in progetto, « perché questo lavoro - diceva - sia di profitto agli altri e a me stesso ». Il saggio, Sulla possibilità e la necessità di nuovi principi in filosofia, trattava dell'interiorizzazione prodotta nell'uomo dalla concordanza tra la perfezione morale e la « conoscenza vivente », cioè la contemplazione mistica. Raggiungeva qui alcuni temi profondamente radicati nella visione ascetica e mistica dei Padri della Chiesa.
Attraverso l'irradiamento degli startsi, queste nozioni segnarono i pensatori e i poeti russi. Rievocando i nomi di Gogol, Dostoievskij, Costantin Leontiev, Vladimir Soloviev, ecc., si ha coscienza del singolare merito che spetta allo starcvestvo e in primo luogo a Kireevskij nella fecondazione del genio russo.
Ma con Macarij, Kireevskij non s'intratteneva soltanto su speculazioni filosofiche; gli domandava anche consiglio su problemi di fede personale, sui suoi rapporti con la moglie e i figli. Lo consultava anche circa il comportamento da tenere nella vita sociale: che lavoro si poteva esigere dai contadini? era permesso punirli come facevano alcuni? Le frequenti lettere che indirizzava allo starets mostrano bene le sue inclinazioni ascetiche e mistiche. Con questi sentimenti Kireevskij trascorse gli ultimi anni della sua vita. Nella primavera del 1856 fu colpito da colera e morì l'lì giugno dello stesso anno. Trovò il suo ultimo riposo nell'eremo di Optina. Sulla sua tomba si può leggere:
« Ho amato la Sapienza e l'ho cercata fin dalla mia giovinezza, ma cosciente che potevo acquistarla solo se il Signore me la dava, sono venuto al Signore ».
Il testo definisce perfettamente l'itinerario spirituale di questo pensatore russo che, proveniente da Hegel e da Schelling, arrivò alla cella di uno starets. Disegna nello stesso tempo alcuni tratti essenziali dello starcestvo russo.
Gi insegnamenti ricevuti dallo starets, Kireevskij li trasmise a sua volta a quanti lo frequentavano. E' utile citare particolarmente Costantin Sèderholm, morto nel 1878. Sèderholm era uno degli elementi più dotati della Facoltà di filosofia dell'Università di Mosca. Gli era aperta davanti una brillante carriera. Frequentò la casa di Kireevskij in qualità di precettore dei figli. Kireevskij, che aveva fatto la conoscenza dello starets Macarij, si confidò con Sèderholm: « Se vuoi penetrare il genio del cristianesimo, gli disse, impara a conoscere il monachesimo; niente ti aiuterà più di una visita all'eremo di Optina ». Così il giovane tedesco Sèderholm si recò un giorno a trovare lo starets Macarij. Nel 1853 si convertì all'ortodossia. Più tardi ricoperse importanti funzioni diplomatiche nei Balcani. Visitò numerosi monasteri, tra cui quelli del monte Athos che lo colpirono molto. Due anni dopo il suo ritorno a san Pietroburgo, Sèderholm abbandonò il mondo ed entrò ad Optina. Nel 1864 ricevette l'abito monastico e il nome di Clemente; la sua formazione religiosa fu affidata allo starets Amvrosij, uno dei discepoli di Macarij.
Allo starets Macarij va riconosciuto anche un altro merito. Sotto la sua direzione Kireevskij, F. Golubinskij (professore all'Accademia religiosa di Mosca) e alcuni monaci di Optina lavorarono alla traduzione e alla pubblicazione di scritti patristici. L'eremo di Optina possedeva un gran numero di tali opere, molte delle quali erano traduzioni in slavo ecclesiastico e quindi spesso tempestate di errori. Ci si sforzò di ripristinare la versione autentica e corretta. Per più di quindici anni la capanna di legno dello starets Macarij fu così al centro di un lavoro scientifico molto importante. Ci si dedicava all'esegesi dei testi, sia in lingua russa che greca, si approfondivano i significati diversi dei termini, non solo dal punto di vista filologico, ma anzitutto per cogliere e scegliere le parole più adatte al genio dell'ascesi e della fede cristiana. Molte opere ascetiche e mistiche videro la luce durante questi anni, nella cella dello starets Macarij, per essere poi diffuse nel secolo.
(Tratto da: IGOR SMOLITSCH, Leben und Lehre der Starzen - Jacob Hegner Verlag, Koln und Olten 1952)