LO STARETS TEOFANE ARCHIMANDRITA E ABATE


 


Testamento dello starets Teofane archimandrita e abate del monastero di san Cirillo di Novozersk scritto di sua mano


Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo.  La mia età avanzata e i mali che mi opprimono sono il presagio della prossima fine della mia vita terrena per una dimora non più temporale, ma eterna. I miei giovani anni, lo confesso, furono pieni di peccati e di miserie. Ma nella sua indulgenza e nelle sue grazie senza numero, il Signore mi ha concesso sufficiente tempo per fare penitenza e convertirmi.

Oggi, arrivato alla fine della mia vita, non posso fare a meno di esclamare: « Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l'orecchio alla mia supplica nella tua verità, esaudiscimi nella tua giustizia; e non entrare in giudizio con il tuo servo, perché nessun vivente sarà giustificato davanti a te » (Sal 143,1.2).

Per quanto riguarda i grandi benefici di cui sono stato oggetto, durante la mia vita, da parte del Padre e creatore celeste, come potrò mai, con le mie labbra peccatrici, rendergli sufficientemente grazie? Quante volte ha vegliato su di me, in situazioni tanto pericolose, non posso ricordarmene senza che il terrore mi invada il cuore! Lode e gloria alla sua misericordia che mi ha fatto arrivare fino ad un'età così avanzata!

Supplico anche i fratelli che vivono con me nel monastero, in particolare quelli che hanno ricevuto da me la consacrazione monastica e anche tutti quelli che si trovano in questo monastero, di pregare per me, affinché io non sia precipitato nell'inferno a causa dei miei peccati ma venga accolto nelle dimore dei beati, dove splende una luce che non si spegne mai, dove la vita è un'eternità senza fine.

Chiedo anche, e questa è la mia volontà, che quando il Signore mi concederà di lasciare questa vita terrena, si abbia la benevolenza di deporre il mio corpo in una semplicissima bara di legno, senza alcun lusso né ornamento, perché sarà più che sufficiente per un peccatore come me. Amen.

Attualmente ho 70 anni; il giorno della mia nascita è il 12 maggio e quello della mia festa il 16 maggio, la festa di san Teodoro. Sono entrato in monastero a 18 anni e ho ricevuto la consacrazione monastica all'età di 25 anni. Avrei voluto rinunciare prima al mondo, ma il mio progetto fu ritardato dalla peste che aveva colpito la città di Mosca.

La malattia cominciò le sue razzie in una fabbrica di stoffe; l'epidemia era stata diffusa dalla lana importata dalla Turchia. In quei tempi terribili, giorno e notte una civetta strideva sulla chiesa di Ivan il Grande, mentre una spaventosa cometa, con un'immensa coda, si spostava attraverso il firmamento notturno. Il terrore gravava sugli uomini. Quanti credenti avevano recitato le loro preghiere della sera e si erano coricati per l'ultimo sonno!

Sì, nella mia vita, Dio mi ha miracolosamente guidato! All'eremo di Sarov c'erano allora dei santi startsi: padre Efrem, modello d'umiltà e di santità; Simone, un monaco molto virtuoso; lo ieromonaco Gioacchino, che edificò la grande chiesa del monastero; Pacomio e Giosia.

Il Padre Nazario di Sarov parla di un prodigio rifulso un giorno all'eremo, al tempo della spedizione di Pugacev.  Regnava la fame, poiché molti campi non avevano potuto essere coltivati. Allora si creò una fenditura su una montagna e questa venne trovata piena di farina, così che si potè cuocere pane in abbondanza. Passato il tempo della fame, quando si tornò alla montagna si poté costatare che conteneva soltanto sabbia.

I monaci nutrivano molti abitanti di Sarov. Ora, un giorno il pane scarseggiò. I fratelli corsero da Padre Efrem e gli spiegarono che c'era pane appena per i monaci; non si poteva dunque più distribuirlo come aveva ordinato. Padre Efrem rispose: « Se non ne diamo più, la gente morirà di fame. E' meglio che moriamo noi piuttosto che il nostro prossimo. Questa è la volontà di Dio ». Fu allora che vennero mandati al monastero 150 sacchi di farina da parte di una ricca proprietaria. Questa domandò agli startsi cosa dovesse farne del suo grano, visto che ne aveva troppo. Le si consigliò di dividere il suo raccolto in tre parti: una per i poveri, una per lei e la terza da vendere. Ma quando la parte destinata 'alla distribuzione si esaurì, il gestore scoprì tutt'a un tratto che il granaio non si vuotava affatto. La padrona di casa corse all'eremo, si gettò in ginocchio e rese grazie per questo miracolo.

Non lontano da Sarov già da 50 anni viveva un eremita nel silenzio e nella solitudine. Un giorno vennero da lui due novizi e lo trovarono in preghiera « Che cosa desiderate? », chiese.

« Veniamo a farti visita ».

« Ohimé, disse l'eremita, non ho tempo per ricevervi, venite domani».

Se ne andarono ma sulla via del ritorno venne in mente ad uno di loro di tornare dall'eremita.  « Puoi solo importunarlo », replicò l'altro. « Che importa, andrò a fargli visita a tutti i costi ». Il solitario gli chiese « Che desideri? » « Mi è venuto il pensiero che dovevo ripresentarmi davanti a te » . « Allora in tal caso credo che questa sia la volontà di Dio ». L'eremita pregò ancora un momento, poi, davanti al suo visitatore, spirò.

Teofane rimase solo poco tempo all'eremo di Sarov; si recò in seguito a Sanaksar dove la regola monastica era ancora più severa. Viveva li lo starets Ucakov, un discepolo dello starets Paisij.

Voglio ora raccontarvi quali furono i nostri inizi. Abbiamo cercato il luogo in cui la vita monastica era sottomessa alla più stretta osservanza e dove gli uffici erano più lunghi. Abbiamo pensato a Sarov: la regola di Sarov non ci è sembrata abbastanza rigorosa.

Ci siamo allora rivolti a Padre Teodoro. L'eremo non aveva ancora un muro ed era circondato solo da una palizzata di legno. La chiesa era piccola, con strette finestre sulle quali era stesa della vescica di bue; i tramezzi non erano piallati; non c'erano candele e gli uffici si celebravano al chiarore di torce ricoperte di resina. I vespri e mattutino duravano in tutto sette ore.

Quando lo starets Teodoro fu mandato al monastero Solovetskij, andai dallo starets Cleofas. C'erano allora alcuni startsi molto stimati per la loro vita: Padre Paisij e Padre Cleofas erano tra questi. Avevano dapprima soggiornato sul monte Athos, poi erano andati in Moldavia. Lì Padre Paisij veya fissato la sua residenza.

La sua vita era straordinaria.  Aveva quasi mille fratelli, venuti da paesi diversi: Valacchia, Serbia, Germania. Abitava nel monastero di Dragomirna e, di lì, visitava le altre case. Erano i suoi unici spostamenti; di solito si andava da lui. I patriarchi stessi si consigliavano con lui per risolvere le loro difficoltà. Il suo nome era universalmente noto; molti arrivavano da lui persino da Mosca. Anche il principe Potemkin frequentemente gli rendeva visita. Il principe di Coburg venne anch'egli a trovarlo e più tardi doveva riconoscere che lui, tedesco, non aveva mai incontrato un simile uomo di Dio. Il Signore Dio accorda agli umili la sua grazia.

La sua pazienza sopportava tutto e trionfava su tutto. E questo in mezzo a mille fratelli che avrebbero potuto offenderlo o deluderlo. Possedeva anche il dono di leggere il futuro: quello che aveva predetto ai monaci della sua comunità si realizzava ogni volta.

Lo starets Cleofas, invece, non era rimasto in Moldavia ma era ritornato in Russia. L'eremo di Vedenskaja, in cui si era ritirato, si trovava a 90 verste da Mosca, su un'isoletta, donde il suo nome di Ostravskaja. L'isola è ancora più piccola di quella che occupa il nostro monastero di Novojerskij.

Padre Cleofas si era stabilito nella foresta in compagnia di due discepoli. Uno, Luca, vive oggi nell'eremo di Davidov; l'altro, Matteo, è andato al monte Athos. Un giorno venne a mancare il pane e i discepoli lo pregarono: « Padre, lasciaci andare al villaggio a mendicare ». Lo starets rispose loro: « Aspettate ancora ». Passò un giorno, poi un altro. Il terzo giorno lo supplicarono ancora una volta di accordar loro il permesso di andare a stendere la mano. « Aspettate fino a domani, disse, e vi darò il permesso ». La sera di quel terzo giorno arrivò un uomo a cavallo, chiedendo se era arrivato alla dimora di Padre Cleofas. Portava i viveri necessari: farina, segale e frumento, burro, olio e fior di farina. Ma com'era potuto giungere fin là con la sua cavalcatura? Non c'era il più piccolo sentiero e la foresta era così ampia e fitta che era possibile aprirsi una pista attraverso le sue macchie solo a colpi di ascia.

Un giorno il governatore generale, il principe Vorontsov, fece chiedere a Padre Cleofas di che cosa avesse bisogno.

« Salutate il principe da parte mia, rispose soltanto lo starets, e ringraziatelo per la sua sollecitudine. Ditegli che ho bisogno solo di due metri di terra e di nient'altro ».

Sì, la vita del defunto Padre Cleofas fu veramente quella di un santo e di un taumaturgo. Chi potrebbe contare le sue genuflessioni! Molte dopo l'ufficio del mattino e ancora molte dopo quello della sera. Era sempre in preghiera. A forza di restare in piedi in preghiera aveva i piedi tutti gonfi. Costantemente ritornava alla lettura dei suoi libri preferiti: quelli di Efrem il Siro e di Giovanni Climaco.

Dopo la recita del canone, al mattino, praticava la genuflessione in chiesa fino a 150 volte, e dopo l'ufficio della sera ancora 150 volte.

Gli uffici della notte duravano sette ore; amava partecipare al canto.

Aveva una figura alta, era un po' più grande di me, con un volto rotondo, le guance pallide e scavate. Spesso i suoi occhi si riempivano di lacrime. Se non sbaglio, morì all'età di 70 anni. Aveva predetto il giorno della sua fine ed aveva lui stesso apposto il suo nome nel registro sinodico. Amava molto la festa dei 40 martiri e proprio in quel giorno ci lasciò. Tutta la sua vita monastica era stata intessuta di austerità quasi inumane

Dopo la partenza di Padre Teodoro per il monastero di Solovetskij, affidai la mia anima a Padre Cleofas. Un giorno vennero a trovarlo due monaci: erano originati della Moldavia e si chiamavano Antonio e Arsenio.

Avevo sognato di compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. Padre Cleofas aveva benedetto il mio progetto. Ottenni il mio passaporto al Consiglio di guerra; lo stesso gli altri e così, in quindici, ci mettemmo in viaggio. Tutti arrivarono a Gerusalemme tranne me, che volli fermarmi prima al monastero di Tisman. Contavo tuttavia di recarmi a Gerusalemme e anche all'Athos, ma l'abate del monastero, Padre Teodoro, me lo proibì; volli recarmi dallo starets Paisij, ma neppure per questo ottenni l'autorizzazione. Insistetti esprimendo il mio ardente desiderio di vedere il Padre Paisij, ma la risposta fu negativa e dovetti obbedire. Tre giorni più tardi ricevetti la consacrazione monastica e il nome di Teofane.

Nel monastero di Tisman sono conservate due sante reliquie: le ossa di san Nicodemo e del suo discepolo Arcadio. E' un luogo molto solitario. Credo ci fossero lì 80 monaci; vi si praticava la più grande pazienza, la perfetta umiltà. Tutti vivevano li proprio come gli angeli di Dio. Padre Atanasio era garzone di scuderia. Era tuttavia un uomo molto colto e parlava eccellentemente il francese, il tedesco, il latino, il turco e il valacco. Nonostante la sua cultura, eseguiva gli umili lavori delle scuderie. E tutti, nel monastero, praticavano la santa obbedienza. Quale esempio, per me, di vita nella pace perfetta! E come vedevo tutti avanzare sul cammino della perfezione ascetica!

Fu allora che, senza preavviso, arrivò Padre Ignazio, il quale era vissuto con me a Sanaksar presso Padre Teodoro lo starets, e che si trovava allora all'eremo di Floritschev: « Vieni con me a Floritschev, mi disse, non siamo forse stati fratelli dal Padre Teodoro? »

Fu così che mi recai a Floritschev.

Un giorno il reverendissimo Gerolamo, arcivescovo di Viadimir, mentre visitava l'eremo, disse di aver bisogno di un monaco per la missione di ierodiacono.

« Non abbiamo nessuno », rispose l'abate. Ma qualcuno fece il mio nome e, nonostante la mia viva resistenza, alla fine dovetti acconsentire al desiderio di quelli che mi avevano scelto.

Sono rimasto lì un anno e mezzo, poi furono richiesti sette monaci per una missione ortodossa in Cina a Pechino. Padre Atanasio mi raccomandò per questo apostolato. Ci fu conferita l'ordinazione sacerdotale a san Pietroburgo. Gli altri si misero in viaggio; io invece ne fui impedito. Sono tutti morti all'estero, tranne uno solo che è ritornato all'eremo.

Presi la risoluzione di lasciare la capitale, ma ricevetti l'ordine di lasciar perdere il mio proposito e di stabilirmi alla lavra di sant'Aleksandr Nevskij. Mi furono affidati vari compiti, fino al giorno in cui il reverendissimo Gavriil, metropolita di Novgorod e di san Pietroburgo, mi chiese di dedicarmi al ministero delle celle.

Questo metropolita aveva concepito il più ardente desiderio di riformare la vita monastica, poiché molti monasteri si stavano svuotando; pochissimi si preoccupavano del loro futuro, gli altri si impoverivano e cadevano nell'abbandono. Il metropolita ne era molto addolorato e mi chiese se non conoscessi degli startsi capaci di lavorare al rinnovamento della vita monastica. Gli feci i nomi dei Padri Nazario, Ignazio e Giona; essi vennero chiamati a san Pietroburgo.

Ben presto i monasteri di Klopskij, Tikhvin ed altri ancora furono riorganizzati.

Siccome a quel tempo ero afflitto da violenti mali ai piedi, formulai il progetto di dimettermi dal servizio delle celle e di ritornare a Sarov, ma il metropolita non me lo concesse: « Ho l'intenzione, disse, di conferirvi la dignità abbaziale ».

« Non ne ho le capacità! », gli risposi.

« Voi avete queste capacità », affermò.

Fu così che fui nominato abate del monastero di Modenskij. Mi consacrai alle mie nuove funzioni e due anni dopo ebbi la gioia di contare venti nuove reclute per il monastero. « Strano, osservava talora l'abate precedente, che si era ritirato nel monastero stesso; nei quarant'anni che ho passato qui, non ho visto arrivare neppure un monaco nuovo! » 

Gli abitanti della città di Belozerk erano desolati nel vedere il declino del vecchio monastero di san Cirillo di Novozersk. Chiesero al metropolita di nominare un nuovo abate che cercasse di risollevare la vita del monastero. Da allora io sono tra queste mura. Mi sembra che san Cirillo mi trattenga qui... Come passa in fretta il tempo... Sono già dieci anni da quando Bonaparte ha attraversato questo paese...

 Mi auguro che la disciplina cenobitica che ho potuto istaurare in questo monastero con la benedizione del reverendissimo Gavriil, metropolita di Novgorod e san Pietroburgo, dopo la mia morte si mantenga esattamente come è stata osservata durante la mia vita. E se la mia volontà testamentaria è eseguita, che il nostro santo padre Cirillo ci ottenga la grazia di Dio, non solo per la nostra prosperità terrena, ma soprattutto per la nostra entrata in quel regno dei cieli che Dio ha riservato per coloro che lo amano. Amen.

 

Il  29 gennaio 1829

Teofane, archimandrita

 

 


                          Breve commento


 

Emerge da questo testamento che la ricerca spirituale dello starets Teofane fu strettamente legata alle attività del gruppo di asceti e startsi che circondavano Paisij.

Profondamente imbevuto delle lezioni del suo grande maestro, Teofane si sforzò di orientare il monastero di san Cirillo di Novozersk verso la fedele imitazione della vita monastica di Niamets. Come Paisij, egli era convinto del ruolo dello starets nella direzione dei giovani monaci; ai suoi occhi era questo l'elemento più necessario per l'instaurazione della vita comunitaria nel monastero. Basta, del resto, gettare un colpo d'occhio sulla suddivisione del tempo in uso nei monasteri diretti da Teofane, per indovinare il clima dei monasteri della Moldavia. In questi, come attorno a Paisij, fondamento della formazione ascetica è lo spirito di preghiera.

Al di fuori di qualche ora occupata dal lavoro manuale, il monaco dedicava l'essenziale del suo tempo alla preghiera. In estate, nelle vigilie delle domeniche o delle feste, l'ufficio di notte (i grandi vespri e mattutino) cominciava alle 7 di sera; in inverno all'una del mattino; durava quattro ore. Durante la settimana il mattutino cominciava alle due del mattino e durava tre ore. Alle 6 c'era l'ufficio del mattino e alle 9 la liturgia del giorno.

Dopo l'ufficio, l'abate e i fratelli si recavano in refettorio cantando il salmo 145 (144 per gli ortodossi). Venivano allora distribuite loro le prosfora portate dalla chiesa. L'abate benediceva il cibo. Durante il pasto si leggevano i passi della vita del santo del giorno, oppure delle opere edificanti. Dopo la preghiera di ringraziamento, i fratelli ricevevano ancora una parte delle prosfora. L'ufficio della sera, i vespri, che si celebravano in inverno alle 4 e in estate alle 5 del pomeriggio, duravano sempre tre ore e finivano con invocazioni a Gesù Cristo, alla Madre di Dio, all'angelo custode.

Seguiva l'acathistos (inno di lode), recitato in onore del Salvatore nelle vigilie della domenica, del lunedì, mercoledì e venerdì, e, in onore della Madre di Dio, le vigilie del martedì, giovedì e sabato.

Dopo il pasto della sera, si dicevano le preghiere per la notte e le orazioni per i defunti, scritte nel « coutumier » del monastero, e anche la preghiera di Gesù con le metanie (genuflessioni). Nei giorni di festa e durante i periodi di grande digiuno, come pure nel tempo tra Pasqua e Pentecoste, si recitavano solo le preghiere della sera. Durante le ore tra gli uffici divini, c'era sempre qualche fratello in chiesa per recitarvi a mezza voce il salterio.

Così, nel santuario, la preghiera non s'interrompeva mai; continuava in ogni ora e, giorno dopo giorno, per tutto l'anno. Ogni fratello era tenuto all'ufficio. Mezz'ora prima del richiamo della campana per il mattutino, un fratello, incaricato del risveglio, passava di cella in cella per assicurarsi che tutti fossero pronti a recarsi in chiesa. Durante il mattutino, mentre si cantava: « Il Signore è Dio e ci è apparso! », il fratello di turno per il servizio del pasto andava a prendere, dal lume sempre acceso davanti all'icona del Salvatore, una fiammella che serviva per accendere il fuoco in cucina.

Durante la giornata, su indicazione dell'abate, i fratelli praticavano vari lavori manuali, la lettura della Scrittura o di opere dei Padri della Chiesa. I monaci più giovani si tenevano a disposizione dei più anziani.

Le celle erano costruite nel modo seguente: davanti si trovava un locale più ampio e dietro uno spazio più stretto. In quest'ultimo stavano di solito i novizi, mentre l'altro era occupato dai più anziani. I monaci giovani non dovevano iniziare alcuna occupazione né alcuna lettura prima di aver ricevuto la benedizione del loro superiore; non andavano in chiesa senza questa benedizione e non lasciavano la cella senza il permesso.

Così tutta quanta la vita monastica si svolgeva secondo il principio dello starcestvo, in base al quale abate e starets erano tutt'uno. Questa è esattamente la disciplina inaugurata dallo starets Paisij al monastero di Niamets.

 

La fama dello starets Teofane si era estesa ben al di là delle frontiere. Da ogni parte venivano da lui per chiedergli consigli o ricevere i suoi insegnamenti. Tra questi si conta l'imperatore Alessandro I, per desiderio del quale lo starets era stato elevato alla dignità di archimandrita. Ma, a partire dal 1829, Teofane si dimise dalle sue funzioni. Voleva « non pensare ormai ad altro che alla sua vita ». Disse un giorno a uno dei fratelli del monastero: « Ora metto fine alla mia vita terrena e mi preparo alla vita eterna ».

Dedicava tutto il suo tempo alla preghiera, al silenzio, alla meditazione, alla pratica costante della preghiera di Gesù.

Le sue forze progressivamente si affievolivano. Il fratello incaricato del servizio della cella lo pregò di concedersi un po' di riposo. «Sì, sì, rispose lo starets, presto mi riposerò ».

Il 3 dicembre 1832 si recò ancora una volta in chiesa, con l'aiuto del fratello, e ricevette la santa Eucarestia. Di ritorno nella sua cella, chiese al fratello di avere la benevolenza di vegliare, perché la sua ultima ora era prossima. Dopodiché si stese sul giaciglio con tanta pace come se andasse a dormire, poi, dicendo: « Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me », spirò.

 

 


Dagli insegnamenti dello starets Teofane per i monaci


 

Dobbiamo giudicarci felici e ringraziare Dio che ha voluto condurci in questo porto di pace. Ci ha portato nella sua casa. Dobbiamo rendergli grazie di averci accolto, nella sua particolare sollecitudine, in questo monastero che è una dimora celeste e un paradiso in terra. Oh abitanti di quaggiù, prendete come esempio gli angeli del cielo!

Si, sappiatelo bene! Voi non abitate la terra, ma una dimora celeste, quella in cui sono stati accolti tanti santi che furono luce quaggiù, gli uni per la loro purezza, gli altri per il loro martirio.

Dove abitano, « nella casa del Padre, ci sono molte dimore ». Che abitazione immensa! Beati, Signore, gli eletti che tu hai accolto in questa casa.

Siete stati scelti, anche voi, tra tanti milioni! Voi siete un angolo di santità, un anticipo del regno celeste, voi siete i dignitari di Dio.

Ricordate che siete tutti scritti nel Libro della vita; restate pieni di ardore, perché i vostri nomi non ne vengano mai cancellati! Voi siete « tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi »: in che purezza dovete dunque restare!

Anche a voi è toccato il beato destino dei santi. Non rimpiangete la vita del mondo che avete lasciato. Ringraziate sempre Dio di avervi fatto entrare in questo porto di pace. Finché la nave percorre l'oceano, la minacciano le onde, ma quando è arrivata al porto, sta alla fonda nel silenzio e nella pace.

Non permettete a nessuno di occupare il vostro cuore - genitori, amici, nulla e nessuno - Dio solo. Quando vi assale qualche desiderio e avete voglia di vedere genitori o amici, ricordate queste parole: « Mio padre e mia madre mi abbandonano, ma il Signore mi accoglie ». Non è nostro Padre?  « Padre nostro che sei nei cieli ».

Pregate per i vostri genitori e i vostri amici, perché il Signore voglia accordare loro la grazia, ma voi non andate con lo spirito ad abitare tra loro. I nostri genitori e i nostri amici sono gli spiriti celesti e i martiri e i santi Padri e tutti i santi di Dio: con questi dobbiamo rimanere uniti nello spirito. Se, vivendo nel monastero, vogliamo occuparci delle cose del mondo, o pensare solo a quello che facciamo e diciamo nel mondo, allora la nostra vita monastica non sarebbe di alcun giovamento alla nostra anima.

Con il corpo siamo separati dal mondo: conviene che ne siamo anche distaccati con lo spirito. Avete lasciato il mondo, state attenti a non guardare indietro: pensate alla moglie di Lot, a quello che le è capitato quando si è voltata verso Sodoma.

Con tutti i mezzi, in ogni occasione il nemico cerca di farvi cadere nel male, di riportarvi nel mondo, di ispirarvi ogni sorta di pensiero mondano: l'imprudente che cede a questi pensieri, il nemico lo attira fuori dal monastero, mormora parole perfide al suo orecchio e offusca il suo giudizio.

I pensieri celesti si conquistano con lo sforzo; i pensieri cattivi vengono spontaneamente e solo la preghiera può cacciarli.

Se, fin dall'avvicinarsi del nemico, ci rivolgiamo a Dio e preghiamo, egli rinuncia subito ai suoi tentativi; ma per quanto poco ci prestiamo alle sue suggestioni, si affretta ad ispirarci cosa dire e cosa fare; ci aiuta a metter in pratica i suoi propositi, fa di noi i suoi schiavi. Non appena un pensiero turpe prende forma in noi, sforziamoci di mormorare: « Signore, allontana da me questa tentazione perfida! » Come un serpente, la tentazione vuole infatti prenderci nel laccio dei suoi anelli e solo con la preghiera possiamo liberarcene.

Imprimiamo sul nostro corpo il segno della croce per respingere l'avversario con l'arma della preghiera.

Non siamo colpevoli dei cattivi pensieri che penetrano in noi: se li scacciamo, conquistiamo la corona dei vincitori; se li accogliamo, ci spetta il castigo, non la ricompensa.

Avete respinto i pensieri cattivi, li avete scacciati con la preghiera: allora siete già vincitori sulle vostre passioni.  « Al vincitore, io concederò di prendere posto presso di me, sul mio trono, come io, dopo la mia vittoria, ho preso posto presso il Padre, sul suo trono » (Ap 3,21).

Noi non viviamo in un tempo di persecuzioni, ma possiamo dire che non ci sono più persecuzioni? Senza sosta il nemico ci perseguita, e con i suoi artifici ci fa cadere nella pigrizia, nella tristezza e nello scoraggiamento, per stornarci da Dio. Ci fa credere a difficoltà che non esistono o esagera quelle che esistono. Di un seme di papavero, fa una montagna. Bisogna sopportare la prova; il Signore Dio non ci abbandonerà mai in essa. Fuggiamo la prova? Orbene, i santi si affliggevano se non ne conoscevano alcuna. « Come potremmo, dicevano, assicurarci la salvezza senza di essa? »

Sì, non siate tristi né afflitti per aver scelto lo stato monastico. Dio verrà in vostro aiuto; solo, pregatelo!

Se vi affligge la malattia o vi manca la forza, rendete grazie a Dio. Quelli che soffrono e ringraziano con la bocca, riceveranno la corona dei martiri.

 

(Tratto da:  IGOR SMOLITSCH, Leben und Lehre der Starzen - Jacob Hegner Verlag, Koln und Olten  1952)