LO STARETS LEONID



 


Vita e insegnamenti


Lo starets Leonid - il cui nome nel secolo fu Lev Nagolkine - proveniva da una famiglia della piccola borghesia. Era nato nel 1768, apprendista a 20 anni, poi impiegato in una casa di commercio, visitò molte cittadine e villaggi del centro della Russia. I suoi doni naturali e le sue capacità per gli affari lasciavano presagire un rapido successo professionale; proprio in quell'epoca lo sviluppo registrato dal commercio e dall'industria aveva permesso alle imprese, anche a quelle modeste, di conoscere una crescita strepitosa.

Dopo aver trascorso dieci anni negli affari, il giovane Lev lasciò dall'oggi al domani il suo impiego e nel 1794 si chiuse nell'eremo di Optina, modesto insediamento nel governatorato di Kaluga. Alcuni contatti avuti nel corso dei suoi viaggi d'affari gli avevano permesso di scoprire l'ideale monastico, che aveva riconosciuto essere la sua vera vocazione.

Due anni più tardi lasciava Optina per recarsi al monastero di Belobereschkaja, nel governatorato di Orel. Questa casa aveva allora per abate lo ieromonaco Vasilij Kichling, uno starets di grande virtù, formato nel monte Athos.

Lev Nagolkine ricevette nel 1801 la consacrazione monastica e prese il nome di Leonid. Sotto la direzione spirituale dello starets Vasilij, il giovane monaco intraprese la sua formazione ascetica. Di salute robusta, svolgeva, al di là della sua parte, i lavori più faticosi, senza mancare mai all'ufficio divino. Quando, cinque anni più tardi, lo starets Vasilij depose la sua carica, Leonid, divenuto prete, fu scelto dalla comunità per la funzione di abate dell'eremo. Anche nel suo alto incarico non volle cambiar nulla al suo modo di vivere.

Prima della sua elezione alla dignità abbaziale, Leonid aveva voluto porsi sotto la direzione dello starets Teodoro, di Moldavia, che risiedeva in un monastero vicino. Teodoro era discepolo e amico dello starets Paisij. Grazie a lui Leonid fu messo in contatto con la scuola spirituale di questa grande guida e, quando lo starets Teodoro venne a stabilirsi a Belobereschkaja, queste relazioni si fecero più strette. 

Allorché, dopo quattro anni, Leonid si dimise dalle sue funzioni, si ritirò proprio con lo starets Teodoro nelle foreste vicine all'eremo. Vi ritrovò lo starets Cleofas, sistemato in una povera capanna. I tre eremiti, Teodoro, Cleofas e Leonid vissero colà in un distacco e una rinuncia assoluti. Leonid vi ricevette lo skima.I tre uomini di Dio non poterono tuttavia godere a lungo la solitudine. La loro fama si era diffusa molto lontano e i visitatori sempre più numerosi vennero a turbare il loro romitaggio. Si videro dunque costretti a lasciare la loro capanna e a scegliere come residenza, dopo essersi fermati qualche tempo in monasteri diversi, il monastero di Valaam, sul lago Ladoga.

Trascorso qualche anno di abitazione comune, Leonid s'impegnò nella vita di starets solitario. Aveva allora solo 40 anni e, sebbene Cleofas e Teodoro fossero più anziani, i pellegrini di Valaam andavano di preferenza da lui a chiedere consiglio. Si precisò in tal modo la sua vocazione.

A quel tempo lo starcvestvo non era ancora accettato da tutti i monaci. Particolarmente ostili erano quelli che rivestivano delle cariche e vedevano in questa istituzione una minaccia alla loro autorità spirituale. Anche l'abate del monastero di Valaam nutriva simili inquietudini poiché, alla morte dello starets Cleofas, Teodoro e Leonid dovettero mettersi alla ricerca di un'altra residenza. Si recarono dunque a sant'Alexandr Svirskij. Era l'anno 1817.

Vi  vissero entrambi per cinque anni, poi lo starets Teodoro a sua volta morì. Ormai solo, dopo aver perso i suoi maestri e i suoi amici, circondato da qualche discepolo raccoltosi a poco a poco attorno a lui, assillato dalle visite, Leonid vide nuovamente minacciata la sua pace e i suoi sforzi ascetici. Ancora una volta si mise alla ricerca di un luogo in cui poter ritirarsi dal mondo e cercare Dio con i suoi discepoli.

Orbene, sembra che proprio a lui fosse riservata la missione di far uscire lo starcestvo dal nascondimento e farlo conoscere nel secolo, per il maggior profitto di quanti ne aspettavano aiuto e luce. In quell'inizio del XIX secolo s'abbozzava così una svolta capitale della storia dello starcvestvo.

La vita e le attività degli startsi Paisij, Cleofas, Teodoro, Teofane e Vasilij si erano svolte tra le mura del monastero. Avevano accolto dei discepoli alla loro scuola spirituale dell'ascesi, per assicurarsi dei successori. In seguito alla sua personale evoluzione, Leonid ruppe con questi metodi e impresse di colpo un nuovo orientamento allo starcesivo. La sua scuola, che avrebbe fondato all'eremo di Optina, avrebbe avuto un importante ruolo nella vita religiosa in Russia. Quando si seppe che Leonid aveva l'intenzione di lasciare il monastero di Svirskij, gli giunsero offerte di accoglienza da diverse parti. Decise tuttavia di stabilirsi nuovamente a Optina. Quest'eremo si trovava nella diocesi del vescovo Filarete (Amfiteatrov); egli stesso asceta austero e ardente sostenitore dello starcestvo. Si sarebbero ritrovati insieme più tardi a Optina e si sarebbero votati insieme allo stesso ideale.

Leonid giunse all'eremo nell'aprile 1829 e vi gettò le fondamenta del nuovo starcvestvo.   Non scelse come residenza il monastero stesso, ma uno skit poco lontano di lì. Il monastero era composto da una semplice chiesa di legno e da qualche casa che serviva da alloggio per i monaci. Una fitta foresta di pini li isolava dal mondo. Fuori della clausura del piccolo eremo, lo starets costruì per sé una modesta capanna di due locali. In tal modo sia i monaci che i forestieri potevano prender contatto con lui, mentre l'entrata allo skit era proibita.

Ben presto i visitatori furono quotidiani; laici sempre più numerosi chiedevano l'aiuto spirituale di cui avevano bisogno. Leonid dispensava instancabilmente insegnamenti e consigli. Quanti erano venuti a lui nella pena, ripartivano sul retto cammino verso il loro Dio e Salvatore pieni di un nuovo ardore e di una fede rinnovata.

La giornata dello starets iniziava molto presto. In piena notte, verso le due, i monaci posti sotto la sua direzione si riunivano nella sua cella per la recita comune della preghiera canonicale del mattino. L'intera giornata era dedicata, secondo il rigoroso regolamento fissato dallo starets, all'ufficio divino e alla preghiera, tranne qualche breve momento di riposo. Dopo la preghiera canonicale della sera, i fratelli dello skit restavano presso di lui per ricevere le sue istruzioni o fargli la confessione della loro vita interiore nella giornata. Seguiva poi la lettura, per lo più commentata, di una pagina del Vangelo o della Filocalia.

Ogni quindici giorni, Leonid riceveva la santa Eucarestia nella chiesa dell'eremo. Non dormiva mai più di tre ore per notte. Due volte al giorno prendeva un parco cibo. I suoi vestiti consistevano in una tonaca usata, ma quando doveva ricevere i visitatori in cella, spesso vestiva una tunica di lino bianca. Abitualmente, durante gli insegnamenti, la lettura del Vangelo o anche i colloqui con i forestieri, lo si vedeva confezionare piccole cinture, che gli capitava poi di offrire ai visitatori. Incessantemente mormorava la preghiera di Gesù o salmodiava inni liturgici.

Il vescovo Ignazio Briancaninov, uno dei suoi discepoli, ha scritto su Leonid e Macarij: « Questi due startsi erano come imbevuti degli scritti patristici sulla vita monastica. Vi facevano continui riferimenti sia per se stessi che per quanti erano chiamati a guidare. La loro memoria era nutrita di pensieri santi. Non si sono mai attribuiti il merito dei loro insegnamenti; li illustravano sempre con qualche passo della Sacra Scrittura o dei Padri della Chiesa. Proprio questo conferiva alla loro parola un vigore e una forza di convinzione particolari. Chiunque ritenesse di dover contraddire gli argomenti umani ascoltava con raccoglimento la Parola di Dio e lasciava perdere ogni riflessione personale».

La severità dello starets nei confronti dei suoi discepoli era proverbiale, ma egli amava anche fare delle battute. A differenza degli altri startsi, usava un linguaggio molto colorito in cui erano mescolate forme dialettali, proverbi e modi di dire popolari. Nel suo starcestvo c'era qualcosa dello jurodstvo tanto caro al cuore del popolo russo. Uno studioso russo ha caratterizzato come segue lo jurodstvo: «Lo starcestvo lo si può capire solo nella sua relazione con lo jurodstvo, e questo anche se non tutti gli startsi furono degli jurodivyje. Con il termine jurodstvo lo slavo ecclesiastico traduce la parola greca moria, che Lutero rende con "follia": "Il linguaggio della croce è infatti follia" (1 Cor 1,18). "Noi predichiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i pagani" (ibid). Il termine russo ha tuttavia un duplice significato. Designa in primo luogo uno jurodstvo innato e per così dire passivo, definibile come un certo candore ed anche semplicità che può accompagnarsi ad una sapienza superiore, ad una profonda delicatezza e santità dello spirito. Questo senso coincide esattamente col termine medioevale sancta simplicitas, traducibile con "pura" o "santa follia". La nozione russa di semplicità evoca innanzitutto la santità e la grazia di Dio in un uomo, cosicché la si potrebbe accostare al significato religioso della semplicità di spirito nell'uomo senza cultura. Esiste però anche un'altra semplicità, cosciente e voluta, che si può chiamare jurodstvo attivo. Il cristiano riveste la maschera della follia per allontanare da sé ogni vanagloria; vuole essere disprezzato dagli uomini per praticare meglio, nella sofferenza, l'umiltà e la gioia cristiane. Conserva nella memoria le parole di Cristo: "Guai a voi quando tutti diranno bene di voi!" (Lc 4,26). Certo, sotto questo atteggiamento può nascondersi un orgoglio gigantesco: ci si può infatti vantare del proprio niente. All'eremo di Optina, ogni jurodivyj doveva ricevere la benedizione dello starets prima di autorizzarsi a far progredire, nella propria vita monastica, il suo jurodstvo. Così, uno jurodivyj tornava costantemente a consultare lo starets Anatolij: "Dimmi, Padre, sono anch 'io jurodivyj?" "Sì, sei jurodivyj", gli rispose lo starets carezzandogli una guancia con bontà. Venne invece al monastero una donna che i contadini veneravano come jurodivaya e si lasciò andare ad ogni specie di "follia"; allora lo stesso Anatolij le fece dire di andarsene immediatamente oppure di comportarsi decentemente. Si trattava certamente di un'isterica, avida di farsi notare. La semplicità cosciente e voluta in cui consiste lo jurodstvo attivo - imparentato in ciò con la "pura e santa follia" - suppone una psiche particolare, che può sia rivelarsi in "stati estatici' sia, a volte, deviare in isteria morbosa e depravata ».

Lo jurodstvo è profondamente radicato nell'anima ortodossa che fonda la sua speranza sulla follia della testimonianza cristiana.

« Non dovete volermene, Padre mio, disse un giorno una donna allo starets Leonid, se a volte vi prendo per un santo e altre volte ho l'impressione che siate una specie di stregone ». « Chissà? rispose lo starets, forse c'è qualcosa di tutti e due!»

Un vecchio monaco di Optina raccontava la storia seguente: “Un giorno, durante il mio noviziato, mi trovavo con altri tre monaci dallo starets Leonid e gli rivelavo i miei pensieri più segreti. Sopraggiunse un militare che portava i gradi di generale. Lo starets lo interrogò: « Che vuoi? » Il forestiero rispose: « Ho sentito molto parlare di lei e sono venuto all'eremo per vederla ». « Allora guardami bene », disse lo starets, e così dicendo si alzò, cominciò a sfregarsi con la mano il petto e tutto il corpo e a rigirarsi in tutti i modi davanti al visitatore esterefatto. « Guarda, guarda! », ripeté. Offeso, il generale si ritirò e riferì all'abate del monastero il comportamento dello starets Leonid. Ma due ore più tardi era di ritorno e questa volta restò dallo starets. Ritornò ancora spesso e rimase in stretta relazione epistolare con lui.

Lo ieromonaco Pacomio riferisce, tra altri racconti, lo stupore suscitatogli dal comportamento dello starets Leonid durante la sua prima visita a Optina. Si era fermato di botto sulla soglia e, alla vista di quell'imponente personaggio, si era detto: « Questo brav'uomo non può essere un eremita! » A tali parole, lo starets si era alzato: « Allora, fratello Pacomio? Hai mai visto qualcun altro come me? » E così dicendo si picchiava il ventre con il dito. Lo ieromonaco indietreggiò: come poteva lo starets sapere il suo nome dal momento che non si conoscevano e come aveva potuto indovinare il pensiero segreto che gli aveva attraversato la mente?

Si potrebbero citare altre testimonianze della « follia in Cristo » dello starets Leonid. Questo era però un solo aspetto della «pedagogia » da lui usata per ridare coraggio alle anime rose dal dubbio, per ricondurre sul retto cammino gli erranti, per confermare nella fede i credenti. Al pari del suo pio contemporaneo, san Serafim di Sarov, Leonid fu in contatto con visitatori numerosi e diversi; testimoniava a tutti un'uguale e sapiente comprensione per tutti i loro problemi, piccoli o grandi che fossero.

L'archimandrita Leonid (Kavelino) racconta così la sua visita all'eremo. Era ancora ufficiale della Guardia imperiale, prima di diventare discepolo dello starets Macarij e poi dal 1877 al 1891 superiore della Lavra della Trinità san Sergio. « Un giorno lasciai Kozelsk, nelle vicinanze di Optina. Viaggiavo in vettura verso Smolensk. I contadini dei piccoli villaggi, pensando che venissi da Optina e mi fecero un sacco di domande sullo starets Leonid. Quando volli sapere come facevano a conoscerlo, mi risposero: "Ma, signore, come potremmo ignorare il Padre Leonid! Non è forse per noi, poveri ignoranti, più che un padre? Senza di lui noi saremmo solo degli orfani disgraziati!" »

Un giovane monaco, che fu tra i suoi discepoli, fece il racconto seguente: « Volevo documentarmi sulle preghiere della Filocalia e, in particolare, conoscere il pensiero di Callisto a questo proposito. Entrai dallo starets e lo trovai in conversazione con visitatori di qualità. Mi permisi di chiedergli il libro, pensando che me lo avrebbe dato immediatamente per non interrompere il suo colloquio. Ma lo starets volle sapere a tutti i costi perché desideravo avere gli scritti di Callisto. Quando gli ebbi esposto le mie ragioni, si alzò e mi replicò corrucciato: «Come osi occuparti di soggetti così elevati? Invece di studiare Callisto faresti meglio ad andare a spazzare le immondizie davanti alla porta! Ricordati di Simon mago: dopo essersi librato in aria, precipitò al suolo. Sii umile, per non rischiare di conoscere una sorte altrettanto miserevole ». Fu come se fossi stato colpito da un fulmine. Caddi in ginocchio ai piedi dello starets. « Porgi la guancia! », disse e mi diede due schiaffi leggeri. « E ora va' nella pace di Dio ».

C'era all'eremo un fratello che non smetteva di assillare lo starets Leonid per ottenere l'autorizzazione di imporsi la penitenza delle catene. Lo starets aveva già messo alla porta numerosi novizi per via della stessa domanda. Gli spiegò lungamente che per salvare la sua anima e praticare l'ascesi non aveva affatto bisogno di portare catene di penitenza. Alla fine e per somministrare al richiedente un'utile lezione gli disse: « Se un fratello si rivolge a te e ti chiede di agganciargli delle pesanti catene, dagli piuttosto un buon ceffone!»

Qualche giorno più tardi il fratello tornò a supplicare Leonid: « Bene, questi gli rispose, va' dal fabbro e ordina le tue catene». Pieno di gioia, il fratello s'affrettò verso la fucina dell'eremo: « Padre Leonid mi ha permesso di ordinarti delle catene di penitenza per me ». « Come? Vuoi avere delle catene? », replicò il fabbro, e gli somministrò un violento ceffone.

Stupito, il fratello perse il suo sangue freddo e rese il ceffone ricevuto. I due finirono per recarsi insieme dallo starets, per lamentarsi l'uno dell'altro. Disse allora lo starets al fratello che tanto teneva alle catene di penitenza: « Come pretendi di sopportare le catene se non sei neppure capace di subire l'umiliazione di un ceffone? »

Un celebre teologo, superiore di un seminario, venne un giorno all'eremo di Optina. L'abate del monastero gli propose di render visita allo starets Leonid e al suo romitaggio nella foresta, ma il dotto teologo rispose: « Perché andar a parlare con questo figlio di muzik ? ». Lo starets non ebbe alcun sentore di questa replica. L'indomani il teologo andò a trovare Leonid, per sgravio di coscienza. Come entrò nella povera cella, udì lo starets dirgli, prima ancora di averlo salutato: « Perché sei venuto a parlare con un figlio di muzik? » Pieno di confusione, il teologo si scusò vivamente e restò a lungo dallo starets. Qualche ora più tardi tornò dall'abate dell'eremo esclamando: « Cosa significa tutta la vostra scienza? Il sapere di quell'uomo: ecco la sapienza benedetta da Dio!»

Quando ero novizio nel nostro skit presso Padre Leonid, racconta lo starets Amvrosij, c'era con noi un vecchio monaco di nome Deodimo. Aveva appena ricevuto lo skima e conduceva una vita molto austera, ma aveva l'abitudine di importunare i monaci giovani con i suoi continui insegnamenti quando egli stesso non era molto avanzato nelle cose spirituali. La sua gioia più grande era quella di spaventare i principianti facendo rintronare le loro orecchie con « le pene eterne ». Angosciati, disperati, i poveri novizi si scoraggiavano. Venne informato Padre Leonid. Vedendo che il male si propagava, decise di ricondurre il fratello Deodimo alla ragione.

Tutti quelli che abitavano lo skit si ritrovavano abitualmente dopo l'ufficio nella cella dello starets per prendere il tè, cosa che invece non era mai permessa nelle celle personali. Una certa sera Deodimo non venne, col pretesto di star male. «Molto bene, disse Leonid, con l'intenzione di provare lo spirito di obbedienza del fratello Deodimo. Andate ad invitarlo un'altra volta e, se non vuole venire, portatelo non qui nella mia cella, ma mettetelo nella neve, davanti alla porta! »

Andarono dunque due fratelli da Deodimo. « Padre, se sei tropo debole, ti porteremo con le nostre braccia ». Deodimo rispose: « Va bene, allora vi prego di portarmi ». I fratelli fecero quello che lo starets aveva ordinato e rovesciarono Deodimo nella neve. Si rialzò pieno di collera e andò a lamentarsi con lo starets. Ma il Padre Leonid, sorridendo, gli rispose con un appropriato insegnamento.

«E’ evidente, aggiungeva lo starets Amvrosij raccontando questo aneddoto, che questo non è un esempio da seguire da parte di qualsiasi starets. Lo starets Leonid dispensava il suo insegnamento secondo l'ispirazione divina ».

Padre Leonid era un semplice ieromonaco, ma tutti avevano per lui un tale rispetto che spesso volevano ricevere la sua benedizione soltanto in ginocchio. Saputo questo, un brigadiere della gendarmeria fece pervenire un rapporto al vescovo della diocesi. Vi accusava lo starets di appartenere a qualche sètta pericolosa. Il vescovo convocò il colpevole: « Cosa ne pensi tu? », chiese a Leonid, dopo avergli letto il rapporto. «Il rapporto dice il vero, rispose lo starets, ma che fare con queste buone donne? Mi salutano come un idolo! Ma non temiate, non ho nulla a che vedere con i "Vecchi Credenti" o una qualsiasi sètta. Sono un semplice e fedele credente, un figlio leale della Chiesa di Cristo ».

« Esponimi dunque quello che credi, chiese il vescovo. Vedremo qual è la tua fede »

« Facilissimo, reverendissimo Padre. Ma secondo quale formula devo dire il mio Credo? Devo recitarlo semplicemente o alla maniera di Kiev? »

Sorpreso, il vescovo propose: « Vediamo... Alla maniera di Kiev ».

Allora lo starets Leonid si alzò e si mise a recitare il Simbolo della Fede con voce canterellante e dondolandosi lentamente, secondo il modo degli uffici della lavra delle grotte di Kiev. E alla fine, detto l'Amen, aggiunse: « E così che credo e confesso la santa Trinità e condanno chiunque confessa qualche altra cosa ».

«Ah! ora tutto mi appare molto chiaro! », esclamò il vescovo un po' confuso. « Sono molto contento di aver potuto fare la tua conoscenza ».

Lo starets Leonid restò un'intera settimana presso il vescovo e questi gli testimoniò segni di profonda venerazione, chiedendogli persino ogni sorta di informazione sul suo insegnamento, per trarne egli stesso profitto.

Non lontano dall'eremo di Optina, viveva un ricco possidente appartenente alla nobiltà. Si profondeva in sarcasmi sullo starets Leonid, dichiarando che, se mai avesse avuto l'occasione d'incontrarlo, avrebbe saputo trattarlo come meritava. Ora, un giorno, andò davvero dallo starets. Quando entrò nella cella, Leonid esclamò: « Guardate un po' questo gran cannoniere, pretende di trattarmi come merito! E pensare che lui non si è più confessato da diciotto anni! »

Il possidente fu preso da spavento e riconobbe, sconvolto, di condurre un'esistenza empia e di avere effettivamente trascurato di ricevere l'Eucarestia da diciassette anni.

Più di una volta lo starets Leonid aveva predetto il giorno in cui sarebbe stato richiamato a Dio. Un anno prima di morire aveva ricevuto un visitatore che si era imposto le catene della penitenza e che egli aveva autorizzato a portare per un anno ancora. All'improvviso lo starets gli disse: « Tra un anno, sì, io sarò laggiù ». E stese il dito verso il luogo che doveva ricevere le sue spoglie.

Nel giugno 1841 aveva lasciato intendere all'abate di un monastero che se ne sarebbe andato alla fine dell'autunno. Con un altro era stato ancora piu preciso.

Il 28 settembre ricevette la santa Eucarestia e chiese che si cantasse nella sua cella la preghiera per gli agonizzanti. Fratelli e discepoli si misero a piangere e a supplicarlo di non abbandonarli.

« Figli miei, disse, vi affido al Signore. Vi aiuterà a condurre questa vita a buon fine. Vi preserverà da tutte le tentazioni. Non siate dunque tristi. Reciteremo ancora sei o sette volte il canone ». Fu così: si cantò il canone ancora sette volte.

Il morente non prendeva più cibo. Nel giro di due settimane aveva semplicemente ricevuto dodici volte il Corpo e il Sangue del Signore. La sera dell'11 ottobre si vide arrivare all'improvviso a Optina uno jurodivyj che da molto tempo era in relazione con lo starets. In quel periodo abitava a contosettanta verste dall'eremo di Optina. Aveva avuto in spirito la visione della morte del pio starets e ciò lo aveva condotto li. Arrivando annunciò: « E il momento di cambiar abito, Padre », significando con ciò che la fine era prossima. « Vasilij Petrovic, disse lo starets, domanda per me al Signore che mi salvi dalla morte eterna! » « Non aver timore, ti salverà », rispose il visitatore.

Suonarono le campane per l'ufficio dei vespri. I monaci presenti nella cella intonarono l'ora nona e il Salmo d'ingresso «Benedici il Signore, anima mia ». Il morente perdeva sempre di più le forze.

Le sue ultime parole furono: « Gloria a Dio. Gloria a Dio. Gloria a te, Signore » (Slava Bogu slava Bogu slava tebe Gospodi).

(Tratto da:  IGOR SMOLITSCH, Leben und Lehre der Starzen - Jacob Hegner Verlag, Koln und Olten  1952)