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Sergej S. Choruzij
L 'ESICASMO E IL PENSIERO CONTEMPORANEO

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3. L'esicasmo come luogo d'origine dei paradigmi psicologici |
Premessa
La rinascita dell'antica tradizione dell'ascesi esicasta fu il frutto
dell'opera di tutta la vita di Paisij Velickovskij. Negli interventi di questo
convegno si è già parlato diffusamente delle grandi difficoltà che Paisij
dovette superare. E tuttavia io vorrei sollevare una domanda più radicale: che
cosa significa "far rinascere la tradizione"? La risposta non sembra
in realtà lasciare dubbi: è difficile non concordare nel fatto che Paisij e i
suoi compagni riuscirono a compiere un superamento creativo del loro mondo e del
loro tempo. E lo stesso imperativo è di nuovo davanti a noi. E necessario
comprendere e mostrare che anche oggi la grande tradizione ascetica esicasta non
è un relitto del passato, ma una reale forza spirituale, una saggezza
spirituale che non è invecchiata.
1. L'esicasmo
come via per una teologia dell'uomo
Iniziamo dalla sfera teologica. Da molto tempo ormai la teologia, in tutte
le confessioni cristiane, è giunta alla persuasione che nella nostra epoca fl
compito teologico più impellente e necessario è l'attenzione all'uomo: ossia
il passaggio a una teologia dell'uomo, dove verrebbe tenuta presente e
approfondita soprattutto la concreta realtà dell'esistenza umana. E questa la
tendenza o il compito dell'antropologizzazione della teologia. La
soluzione di gran lunga più nota offerta a questo problema è la teologia
esistenziale di Bultmann e dei suoi innumerevoli prosecutori in ambito
protestante. Gli aspetti scritturistici, dogmatici, patristici della fede
vengono sottoposti a revisione e ridimensionati; una tale privatizzazione
della rivelazione, effettivamente, è un passo inaccettabile per il pensiero
ortodosso, che pure può riconoscere la giustezza e la fecondità di singoli
accenti e impostazioni della teologia esistenziale.
Ma il punto essenziale è un altro. Come non è difficile vedere,
nell'ortodossia - e, in primo luogo, proprio nell'esicasmo - che è da molto tempo
presente una peculiare via di antropologizzazione della teologia, di
avvicinamento del discorso teologico all'uomo, diverso dalla via percorsa dalla
teologia esistenziale. È la cosiddetta teologia
mistica, che è oggi conosciuta in tutto il mondo grazie ai lavori dei
teologi della diaspora russa: il vescovo Basilio (Krivocheine), Vladimir Lossky,
e il compianto padre John Meyendorff. La teologia mistica parla della realtà di
Dio, quale si rivela all'uomo nella comunicazione con Dio, che a sua volta è
pensata come una via di pratica spirituale, di ascesa spirituale, capace di
trasformare l'uomo stesso. Per questo la principale differenza di questa linea
teologica sta nello strettissimo nesso con l'esperienza mistico-ascetica e, più
concretamente, con l'esperienza dell'ascesi (podvig) esicasta. Si può
persino ritenere che la teologia mistica sia una regione intermedia tra la
teologia tradizionale e la pratica ascetica o mistica. Il nesso con la pratica
inevitabilmente significa l'attenzione all'uomo e l'ingresso, nell'orbita del
pensiero teologico, di una gran quantità di fattori e concetti antropologici,
di tutta l'enorme sfera antropologica. E tuttavia una tale antropologizzazione
nella teologia non significa nessuna soggettivizzazione nè privatizzazione
dell'essenza della fede, nè si richiede una revisione dei fondamenti dogmatici
e pratici della teologia. La ragione di questo è che si tratta qui di un
modello di uomo diametralmente opposto alla stessa concezione
antropologica comune. Per l'esicasmo e per l'ortodossia l'uomo non è solo
un individuo empirico, già delimitato a priori dalla sua natura attuale e
immutabile. L'uomo è destinato alla divinizzazione,
a trasformare la sua vecchia natura caduta di un'altra natura, quella divina; e nella misura delle sue forze egli accoglie le energie
divine, che compiono questa trasformazione. Il fatto che l'uomo non
sia ermeticamente chiuso nella sua natura, la sua apertura alla divinizzazione
per grazia, costituiscono il tratto caratteristico più importante
dell'antropologia ortodossa ed esicasta, in forza del quale la si può a ragione
considerare un tipo specifico di metantropologia. Osserviamo che
nel pensiero cattolico del nostro secolo, in Max Scheler e in Urs vonBalthasar,
era emersa l'intuizione della fecondità della costruzione di una
metantropologia teologica e filosofica, anche se essi stessi non la
realizzarono. L'idea centrale e il concetto chiave della metantropologia
ortodossa è la divinizzazione, idea assente nella teologia delle altre
confessioni. Essa costituisce un solido ponte tra teologia e ascetica,
teologia e antropologia, in quanto è contemporaneamente un concetto teologico e
una realtà pratica, alla quale tendono gli sforzi dell'asceta.
2. L'esicasmo
come fonte di un nuovo discorso filosofico
Non meno significative e, credo, non meno nuove e insolite, sono le
possibilità aperte dall'esicasmo per il pensiero filosofico. La radice della
novità sta nel fatto che la meditazione esicasta ha posto ineludibilmente al
centro l'idea di energia, che a
tutt'oggi è stata poco assimilata dalla filosofia. Il primato del principio
dell'energia è un carattere proprio non solo all'esicasmo ma, ancor prima,
all'ascetica in quanto tale, è un tratto specifico dell'antropologia e del
discorso ascetici. A differenza del pensiero speculativo, la mistica ascetica è
una pratica, l'ambito di un'attività e di un agire, che il greco designa coi
termini érgon ed enérgheia. Ogni tradizione e ogni scuola
mistico-ascetica elabora nella pratica la sua concezione "energetica"
dell'uomo, e costituisce un certo peculiare tipo di energetismo (che, per
inciso, molto spesso non assume forme riflesse ben definite).
I due grandi stadi dell'ascesi
esicasta, la praxis e la theoria, si configurano quali gradi di
una medesima "arte mentale" ("umnoe chudozestvo"): l'arte
di autogovernarsi e di governare tutta l'eterogenea moltitudine delle energie
umane, fisiche, psichiche e spirituali. Questo sostanziale energetismo nella
concezione dell'uomo dell'esicasmo e dell'ortodossia in genere, venne
consolidato nel XIV secolo dal celebre dogma palamita sulle energie divine:
"all'uomo è possibile unirsi a Dio non secondo la sostanza, ma solo
secondo l'energia". Con questo dogma e con i lavori di san Gregorio
Palamas, l'energetismo esicasta entrò a far parte della dottrina ortodossa, ed
ebbe inizio la sua elaborazione dogmatico-teologica. Naturalmente e
inevitabilmente,
a un certo punto avrebbe dovuto farle seguito anche la riflessione filosofica.
Ma quest'ultima non si è in realtà ancora sviluppata: il chiarimento dei
fondamenti filosofici dell'energetismo esicasta sono oggi ai primi passi.
Il primo e più importante problema è l'analisi del concetto esicasta di
energia, che va introdotto nel contesto del pensiero europeo sull'energia. Il
momento cruciale di quest'analisi, come è evidente anche dal dogma palamita,
è la definizione della relazione tra energia e sostanza. Fondamentale per tutto
il pensiero europeo è sempre stata la classica definizione aristotelica di
questa relazione. In Aristotele ogni evento della realtà ha una struttura
ontologica triadica, che consiste nell'ordinata unità di tre principi: la dynamis,
l'enérgheia e l'entelécheia.
In questa triade il principio determinante e dominante è l'ultimo,
l'entelechia, che è molto vicina al concetto di sostanza (ousia, essentia).
La dynamis, l'enérgheia, e tutte le altre categorie sono
subordinate alla sostanza, sono definite attraverso la sostanza e servono allo
svelamento e alla realizzazione della sostanza e dei principi a essa connessi,
quali la forma, la causa e lo scopo. Nasce il mondo del determinismo e della
legalità, che la filosofia caratterizza come essenzialismo, o come discorso
della sostanza. A questa linea di pensiero appartiene anche il platonismo
classico, o discorso delle idee. Vi sono molti aspetti differenti del
discorso della sostanza. In particolare, nel neoplatonismo o
nell'interpretazione che di Aristotele ci offre l'ultimo Heidegger -
l'analisi più radicale dell'energia nel pensiero contemporaneo - l'energia
figura come un principio di eguale forza e di eguale importanza rispetto alla
sostanza, pressoché sinonimo di quest'ultima. Qui i due principi si equilibrano
l'un l'altro, dando origine a un tipo di filosofia che si potrebbe denominare discorso
energetico-essenzialista. D'altra parte, nel pensiero europeo soprattutto
dei secoli XIX e XX, è presente un fortissimo movimento contrario, che si pone
all'opposizione dell'essenzialismo. Dall'epoca di Tommaso, e in parte anche
prima, a partire da Boezio, per il pensiero occidentale la categoria opposta
alla sostanza era quella dell'esistenza (existentia); risulta allora
chiaro come la forma principale di opposizione all'essenzialismo fosse
costituita dal discorso dell'esistenza o, in senso lato, dall'esistenzialismo,
che a partire da Kierkegaard conobbe in occidente un gran numero di sviluppi
differenti.
Ma torniamo all'esicasmo. L'analisi, che non è il caso di riproporre in
questa sede, mostra che il concetto di energia avanzato dall'esicasmo, nel suo
aspetto filosofico, non corrisponde a nessuna delle trattazioni prima conosciute
dal pensiero filosofico occidentale (ma insieme si rivela inaspettatamente
vicino alla comprensione dell'energia nella fisica e nella cosmologia
contemporanee). Con questo è necessario sottolineare che il discorso esicasta
è un discorso concernente la pratica; le sue affermazioni hanno un carattere
esperienziale e riguardano la realtà intramondana. Il parlare di Dio in quanto
tale, indipendentemente dalla concreta esperienza di comunicazione con Dio, è
una prerogativa della rivelazione e dello sforzo dogmatico conciliare della
chiesa. E per questo che la riflessione filosofica dell'esperietiza esicasta
parla innanzitutto non delle energie di Dio, ma delle energie della creazione,
le energie degli eventi della realtà intramondana. E la descrizione dell'evento
cambia sostanzialmente rispetto ad Aristotele: nella triade ontologica dynamis-energheia-entelécheia,
l'energia e l'entelechia, e con essa anche la sostanza, stanno in una nuova
relazione. L'entelechia, la sostanza, e con esse anche l'essere, tò ti
én elnai, ricevono un'interpretazione apofatica: si separano
dall'azione immediata e si allontanano dall'orizzonte dell'evento, si direbbe in
matematica, verso l'infinito. Centro e principio determinante nella
struttura dell'evento e nel quadro del reale, invece della sostanza, è ora
l'energia. Quest'ultima è ora più vicina non all'entelechia, ma alla dynamis,
e per questo è un principio dinamico. Se prima l'energia veniva
concepita come l'elemento conclusivo dell'attualizzazione, come il
principio della realizzazione della sostanza e delle categorie relative del
fine prestabilito, della forma sussistente, eccetera, nell'ortodossia cominciò
a essere intesa come sforzo iniziale dell'attualizzazione: sforzo di
dipartita, di fuoriuscita (un antico termine utilizzato nell'esicasmo per
indicare l'energia dell'uomo) dalla molteplicità delle possibilità, dal mare
del possibile o, come si dice oggi, dalla realtà virtuale. Prima l'evento e la
realtà erano letteralmente sigillati o chiusi dal coperchio dell'entelechia.
Nella visione esicasta (e del tutto indipendentemente anche nell'immagine del
mondo della fisica contemporanea) il coperchio e il sigillo sono rimossi, e la
realtà si rivela aperta. Essa è letteralmente un vortice che emerge dal mare
della realtà virtuale e, turbinando, tende all'esterno: non restano che la sua
dinamica, le sue fuoriuscite - ma l'esito di queste fuoriuscite non è già
predeterminato -. Invece della predeterminazione, il predicato della
realtà intramondana è ora l'autodeterminazione. La situazione del
mondo e dell'uomo si presenta come situazione di scelta ontologica, e
ontologica in quanto interna, immanente: non qualcosa compiuto una volta nel
passato, ma una decisione che ci sta sempre innanzi e che noi stessi compiamo
ogni momento della nostra esistenza, lo vogliamo o meno. Nelle parole della
preghiera,
questa è una scelta "per ogni tempo e per ogni ora". La filosofia
formula tutto questo così: il modo d'essere dell'uomo (dell'essere intramondano)
è una biforcazione dell'essere.
Ma tra quali parti o tra quali poli si compie la nostra scelta? La risposta
a questa domanda mostra subito che ci troviamo già in un nuovo discorso
filosofico, non nel discorso della sostanza, ma nel discorso dell'energia. Noi
non operiamo una scelta tra non so che tipo di cose, partiti o idee, o tra enti
astratti, ma tra diverse realizzazioni delle nostre energie, tra differenti
organizzazioni di tutte le aspirazioni del nostro essere. La scelta ontologica
si compie in una dimensione energetica, e con ciò stesso proprio in questa
dimensione, sul piano delle energie, si svolge il processo ontologico, il dramma
o la dinamica dell'essere. E questa è una nuova ontologia energetica, che
indubbiamente si discosta dalle vie classiche del platonismo e del
neoplatonismo, da Aristotele e da Hegel, poiché tutti questi sistemi non sono
che sfaccettature del discorso della sostanza.
Un problema più sottile è la relazione con l'ontologia esistenzialista.
Qui c'è già un certo terreno comune, anche se l'analisi mostra che
l'opposizione esicasta tra ousia ed enérgheia comporta differenze
più profonde dell'opposizione tomista tra essentia ed existentia. Nel
processo di liberazione dall'essenzialismo, il discorso dell'energia ha
compiuto un passo più radicale del discorso esistenzialista. Qui cambiano le
regole stesse, la stessa grammatica del filosofare: poiché l'energia è
un agire, non sussiste al di fuori dell'agire. In altre parole, l'energia non
permette ipostatizzazioni e, paragonandola alle parti del discorso, diremmo
che non è un nome, ma un verbo. Anche il discorso dell'energia
è uno specifico discorso verbale: non semplicemente un nuovo discorso, ma un
nuovo tipo di discorso filosofico.
Nella situazione di scelta noi siamo da sempre; ma c'è una sola scelta che
realizza l'apertura ontologica della realtà. Delle diverse configurazioni
ontologiche delle energie, che formano la biforcazione ontologica, le une
significano la permanenza ontologica, le altre il mutamento ontologico. E solo
il mutamento è il compimento dell'apertura. Proprio questo ci dice
l'esicasmo: davanti a noi e in noi c'è sempre una scelta, tra la via
dell'ascesi (podvig), che porta al cambiamento del genere,
3. L'esicasmo
come luogo d'origine dei paradigmi psicologici
Le potenzialità e le risorse psicologiche dell'esicasmo sono le più evidenti. È chiaro che l'esicasmo, quale antica scuola di pratica spirituale, non poté non accumulare un enorme materiale psicologico, e tutto questo materiale riguarda una sfera solo in parte ammessa dalla psicologia scientifica corrente: la sfera dei processi al limite della realtà antropologica. E da rilevare che il limite è qui concepito - come già si è potuto vedere sopra - non nel senso delle "situazione limite" ben note alla psicologia, ma in un senso ontologico più forte, cosicché i "processi al limite" in questo caso sono già in parte "metempirici", e cadono al di fuori dei confini dell'esperienza comune, accessibile alla metodica scientifica. La psicologia mistica dell'esicasmo racchiude in se stessa un enorme esperienza di osservazione e descrizione dei fenomeni e dei processi psichici, sia nella sfera "comune", sia nella sfera "metempirica"; allo stesso modo, essa contiene anche la capacità di guidare questi processi con un gran numero di metodi e tecniche. Non sono uno psicologo di
professione, ma i contatti con
gli psicologi mi hanno persuaso che nel repertorio psicologico dell'esicasmo
sono
moltissime le intuizioni che costituiscono una nuova scoperta per la
psicologia. Vediamone alcuni esempi caratteristici.
1) Innanzitutto, per la psicologia è nuovo e fecondo lo stesso approccio
energetico dell'esicasmo. L'esicasmo guarda all'uomo nella sua proiezione
energetica: come una raccolta, una totalità, un sistema di energie di diversa
natura orientate in direzioni diverse. Questa raccolta non costituisce
nient'altro che l'immagine energetica dell'uomo, il quale muta
incessantemente e può avere una costituzione e una configurazione molto
diverse. Lo studio dei diversi tipi di immagini energetiche, delle regolarità
nel loro mutamento, delle possibilità di guidare questo mutamento, potrebbe
rivelarsi un metodo non privo di interesse.
2) Un
numero considerevole di profonde osservazioni e idee psicologiche si trovano
sparse nelle opere di Gregorio Palamas. La qualifica corrente di "sintesi
palamitica" e corretta anche sotto l'aspetto psicologico: san Gregorio
raccolse ed espresse con precisione molte osservazioni e indicazioni dei padri
che lo avevano preceduto. Ricordo tra tutti solo un tema: Palamas introduce
l'idea estremamente generale e importante della "sorveglianza della mente" ("episkopé toù noù"). Ecco come la
caratterizza:
Insorgendo contro questa "legge del peccato" (Rm 8,2), la
espelliamo dal corpo, vi introduciamo la sorveglianza della mente e così diamo
a ogni potenza dell'anima e alle membra del corpo la legge che a ciascuno
conviene. Ai sensi fissiamo l'oggetto e il limite delle loro percezioni:
quest'opera della legge si chiama "continenza". Alla parte passionale
dell'anima procuriamo la migliore disposizione che si chiama
"amore". In questo modo miglioriamo anche la parte
razionale,
respingendo tutto quello che impedisce alla ragione di elevarsi verso Dio:
chiamiamo questa parte della legge "sobrietà".
Viene qui tratteggiata una specifica facoltà regolativa, che si forma nell'uomo nel corso del processo spirituale. Come un episkopos, essa
sorveglia dall'interno tutti gli elementi del complicato mosaico dell'essere
umano, tutti gli aspetti dell'attività interiore dell'uomo e può così allo
stesso modo guidare tali elementi, configurandoli e organizzandoli in unità:
con un termine contemporaneo noi parleremmo qui di un sistema gerarchico a
più livelli, legato a quelle che con terminologia palamita chiameremmo le
diverse "connessioni e disconnessioni dei propri livelli". Più
ancora, questa facoltà regolativa può cambiare e trasformare questo sistema
in base alle esigenze della via ascetica; cosicché la "sorveglianza della
mente" è uno degli specifici paradigmi che caratterizzano e realizzano
l'avvicinamento al limite della realtà antropologica e l"'oltrepassamento"
ascetico della natura. Per questo per la costituzione della "sorveglianza
della mente" è necessaria l'acquisizione della grazia:
3) Infine l'esicasmo ha studiato a fondo con precisione il fenomeno dei sensi
mentali o psichici, che consiste in una peculiare trasformazione
dei mezzi percettivi dell'uomo nella comunicazione mistica con Dio.
Nell'ascesi esicasta vengono rivelate e descritte tutta una serie di leggi di
questo fenomeno, così che ne risulta, in sostanza, un'intera dottrina dei
processi percettivi dell'esperienza mistica. Ci limitiamo qui a enumerarne in
forma di tesi le proposizioni fondamentali.
a) Nell'uomo ci sono due sistemi sensoriali: i sensi naturali, fisici o
"esteriori" e i sensi interni, che fungono da coscienza della
percezione (o della riproduzione) di immagini, suoni, odori, eccetera. Ma né i
primi, né i secondi possono essere comparati ai sensi "mentali , o
spirituali", che prendono parte al processo di comunicazione mistica con
Dio. I sensi mentali non formano una sorta di terzo sistema, più adeguato,
delle facoltà percettive, ma sono il frutto della trasformazione che avviene
nell'esperienza mistica: sono insomma una "ricreazione",
un"'apertura" (otverzanie: ampliamento, rinforzo, affinamento;
si tratta di termini imprecisi, come sarebbe inadeguato
b) La trasformazione dei sensi abbraccia, in termini generali, tutte le facoltà percettive senza esclusione, e rispettando rigorosamente due principi. Il primo: l'apertura mistica raggiunge innanzitutto i sensi interiori, e solo in un secondo momento quelli esteriori. L'ascetica afferma indiscutibilmente il primato del processo interiore, spirituale, e la via dell'ascesi apre alla
"conversione della mente" (metanoia, pokajanie), e cioè
conversione del mondo e della disposizione interiori
dell'uomo. L'inosservanza di questo principio produce quel fenomeno denominato
nella mistica ortodossa "illusione" (prelest). Tipiche
manifestazioni dell'illusione, descritte dagli asceti, sono una sorta di
percezioni soprannaturali (luce, voci, visioni), avvertite dai sensi
esteriori senza una preventiva preparazione dei sensi interiori. Tali percezioni
non sono il vero frutto dell'innalzamento spirituale e non hanno un autentico
carattere soprannaturale, ma, come già affermava Evagrio Pontico,
"avvengono perché il diavolo tocca una determinata parte del cervello e lì
si infiammano le vene". Simili spiegazioni dell'illusione le troviamo
ampiamente sviluppate anche in Gregorio Sinaita, e ancora nel XIX secolo
Ignatij Brjancaninov riassumeva così la posizione dell'ascetica
tradizionale:
Il secondo
principio è: l'apertura mistica dei sensi si ottiene anzitutto per l'udito, e
raggiunge la sua pienezza con
c) I testi ascetici sviluppano il discorso percettivo sino a questa
incognita, anche se, ovviamente, in modo frammentario e nient'affatto
"discorsivo". Queste testimonianze frammentarie permettono di vedere,
seppure a grandi linee, l'aspetto percettivo dell'oltrepassamento della
natura.
Il primo tratto può essere designato come sinestesia, o sintesi dei sensi: i sensi
mentali non si limitano alle cinque percezioni separate, ma
costituiscono una sorta di nuova percezione unitaria, onnisensitività e onnirecettività,
capacità di percepire con un atto unitario la realtà - che
potremmo già dire soprasensibile - in tutte le sue dimensioni. Si può
pensare che nella sinestesia la percettività dell'uomo si trasformi in una
onnipercettività globale e in una totale dedizione, che fungono da segni
costitutivi
di un nuovo, personalistico orizzonte dell'essere.
Il tratto successivo potrebbe designarsi come panestesia, o anche
"globalizzazione" dei sensi. In tutto il corso della tradizione esicasta, dalle Omelie dello Pseudo-Macario fino agli scritti di un contemporaneo quale l'archimandrita Sofronio, viene rilevato un effetto: sulla vetta dell'esperienza mistica, l'uomo "diventa tutto udito", come anche "diventa tutto vista". Si verifica una diffusione della capacità percettiva dagli specifici "organi
sensoriali" a tutto
l'essere umano, cosicché si muta la costituzione dell'ente, il principio stesso
della sua formazione a partire da organi funzionali separati e agenti
separatamente.
Ciò che segue a questo principio è la stessa cosa, chiaramente, del principio
di unitotalità (vseedinstvo).
Infine, nella panestesia si raggiunge parallelamente ancora un importante
specificità. L'ascesi si svolge nello spazio della comunicazione, e l'onnirecettività
dell'essere umano che si realizza in essa, si rivela una qualità reciproca:
essa è anche la sua onnipercettività. Il possesso della grazia, come scrivono
gli esicasti, significa il divenire dell'uomo "trasparente alla
grazia"; anche se la trasparenza (pro-zracnost) non è da essi
intesa solo nel senso abituale di penetrabilità per la luce, ma anche
nell'antico senso, che si conserva nell'etimologia del termine russo, di
penetrabilità per lo sguardo (zrak). Quest'antico significato rimanda
alla sfera della comunicazione. La trasparenza è la integrale e totale apertura
allo sguardo di qualcuno; l'esser percepiti da parte di un Altro è allo stesso
tempo anche unione con lui, il coinvolgimento dell'essere intero nella
comunicazione.
Nella deificazione l'uomo tutto contempla e tutto è
contemplato.
Così si esprime Teofane i] Recluso:
la convinzione ... di avere dentro di voi un volto
che vi guarda e che vede tutto dentro di voi ... Dio è vicino, vede ed è attento - state innanzi al Suo occhio che tutto vede, che scruta nel segreto dei cuori".
E così l'apertura dei sensi nell'ascesi esicasta non è per nulla la fusione della mistica giudaica dell'udito spirituale con la mistica ellenistica delle contemplazioni luminose. Il suo vero significato sta nel fatto che la percettività trasfigurata dell'uomo diviene il principio di un nuovo essere, dove si unificano il principio della Luce e il principio della Persona. Inaccessibile all'esperienza consueta dell'uomo, quest'unione è realizzata in archetipo nella Trasfigurazione di Cristo sul Tabor, che fu da sempre l'evento sacro chiave per gli esicasti.
(Tratto da Paisij lo Starec, ed Qiqaion, Comunità di
Bose, pag.149-164, a cui si rimanda vivamente per l'approfondimento, in
particolare, degli Atti del III Convegno ecumenico internazionale di
spiritualità russa - Bose, 20-23 settembre 1995)