
KALLISTOS WARE
IL
RUOLO DEL CORPO NELLA PREGHIERA DEL CUORE
È giunto il momento di considerare un argomento controverso, rispetto al quale
l'insegnamento degli esicasti bizantini è spesso male interpretato: il ruolo del
corpo nella preghiera.
Il
cuore, è stato detto, è l'organo principale del nostro essere, il punto di
convergenza tra mente e materia, il centro sia della nostra struttura fisica,
sia
della nostra struttura psichica
e spirituale.
Poiché
il cuore ha questo doppio aspetto, insieme visibile ed invisibile, la preghiera del cuore è
preghiera del corpo come dell'anima: solo se include il corpo può essere
veramente la preghiera di tutta la persona. Un essere umano, in senso biblico,
è una totalità psicosomatica: non un'anima imprigionata in un corpo dal quale
cerca di liberarsi, ma un'unità integrale delle due realtà.
Il corpo non è in senso proprio un ostacolo da superare,
una parte di materia da ignorare, ma ha un ruolo positivo da svolgere nella vita
spirituale ed è fornito di energie che possono essere utilizzate per l'attività
della preghiera.
Se
questo è vero per la preghiera in generale, è vero in modo più specifico per
la Preghiera di Gesù, poiché essa è un'invocazione rivolta precisamente al Dio
Incarnato, al Verbo fatto carne.
Cristo
nella sua incarnazione umana prese non solo una mente e una volontà umane ma un
corpo umano, e così Egli ha trasformato la carne
in una inesauribile fonte di santificazione.
Come può
questa carne, che l'Uomo-Dio ha fatto supporto dello Spirito, partecipare alla
invocazione del Nome e alla "preghiera
della mente nel cuore"?
Per
facilitare questa partecipazione, e come aiuto alla concentrazione, gli esicasti
elaborarono una "tecnica fisica".
Essi compresero che ogni attività psichica ha ripercussioni sul livello fisico
e corporeo; in relazione al nostro stato interiore noi diventiamo caldi o
freddi, respiriamo velocemente o più lentamente; il ritmo dei nostri battiti
cardiaci accelera o rallenta, e così via.
Per
contro, ogni alterazione della nostra condizione fisica si ripercuote in modo
positivo o negativo sull'attività psichica. Quindi, se possiamo imparare a
controllare e a regolare alcuni dei nostri processi fisici, ciò può essere
utilizzato per rafforzare la nostra concentrazione interiore nella preghiera.
Questo
è il principio basilare che costituisce il fondamento del metodo esicasta. In
dettaglio la tecnica fisica ha tre aspetti principali:
Posizione esteriore: San Gregorio
del Sinai consiglia di sedere su uno sgabello basso, alto circa venti
centimetri; il capo e le spalle dovrebbero essere chinati, lo sguardo fisso sul
luogo del cuore. Egli riconosce che questo risulta troppo scomodo dopo un po' di
tempo. Alcuni scrittori raccomandano una posizione ancora più precisa, con la testa tenuta tra le ginocchia, secondo l'esempio di Elia sul
monte Carmelo.
Controllo del respiro: Il respiro deve essere rallentato
e al tempo stesso coordinato con il ritmo della preghiera. Spesso la prima parte "Signore
Gesù Cristo, Figlio di Dio" viene detta
durante l'inspirazione, e la seconda parte "abbi
pietà di me peccatore", durante
l'espirazione.
Altri
metodi sono possibili. La recitazione della preghiera
può essere sincronizzata con il battito cardiaco.
Esplorazione interiore: Proprio come all'aspirante yoga viene insegnato a
concentrare il pensiero su specifiche parti del corpo, così l'esicasta
concentra il pensiero sul centro del cuore. Mentre inspira attraverso il naso e
convoglia il respiro nei polmoni, egli fa scendere la mente con il respiro e
scruta internamente lo spazio del cuore.
Istruzioni
precise che riguardano questo esercizio non sono affidate alla scrittura per
timore di fraintendimenti; i dettagli del procedimento sono così delicati che
è indispensabile la guida personale di un
maestro esperto. Il principiante, che in assenza di tale guida tenta di cercare
il centro del cuore, corre il pericolo di dirigere la mente ignara nell'area che
si trova immediatamente sotto il cuore, nell'addome, cioè nei visceri. In
questo caso l'effetto sulla preghiera sarà disastroso, perché questa
regione inferiore è la sorgente dei pensieri e delle sensazioni carnali, che
inquinano la mente e il cuore.
Per
ovvie ragioni è necessaria la massima discrezione quando si interferisce con le
istintive attività fisiologiche, come la respirazione e il battito cardiaco.
Un uso
sbagliato della tecnica fisica può danneggiare la salute di
qualcuno e disturbare il suo equilibrio mentale; da ciò l'importanza di un
maestro affidabile. Se non è disponibile un tale
maestro, è meglio per il principiante limitarsi alla recitazione della
Preghiera di Gesù,
senza interferire affatto con il ritmo del respiro o con i battiti del cuore. Spesso egli troverà che, senza nessuno sforzo
cosciente da parte sua, le parole della invocazione si adatteranno
spontaneamente al flusso del respiro. Se questo non accade, non c'è motivo di
allarme: continui tranquillamente con il lavoro della invocazione mentale.
Le
tecniche fisiche sono in ogni caso non più che un accessorio, un aiuto che
è risultato utile a qualcuno, ma che non è assolutamente obbligatorio per
tutti; la Preghiera di Gesù può essere praticata nella sua pienezza senza
alcuna tecnica fisica.
San Gregorio Palamas (1296-1359),
pur considerando sostenibile dal punto di vista teologico l'uso di tecniche
fisiche, parla di tali metodi come di un qualcosa di secondario e adatto
specialmente ai principianti. Per lui, come per tutti i maestri esicasti,
l'essenziale non è il controllo esteriore del respiro, ma l'interiore
e segreta invocazione del Signore Gesù.
Negli
ultimi 150 anni gli scrittori ortodossi hanno dato nel complesso scarso risalto
alle tecniche fisiche. Tipico di questa impostazione è il consiglio dato dal
vescovo Ignazio Brianchaninov (1807-1867):
Consigliamo ai nostri amati fratelli di non
cercare dì stabilizzare questa tecnica dentro di loro, se non si rivela da sola
spontaneamente. Molti, desiderando apprenderla con l'esperienza, hanno
danneggiato i loro polmoni senza ottenere nulla. L'essenza
dell'argomento consiste nell'unione della mente con il cuore durante la
Preghiera, e questo è ottenuto con la Grazia del Signore nel giusto
tempo, stabilito da Lui.
La tecnica del respiro è sostituita dalla calma
recitazione della Preghiera. Al termine di ogni preghiera vi è una breve pausa
di riposo, un respiro calmo e lieve, la concentrazione della mente sulle parole
della Preghiera stessa. Per mezzo di questi suggerimenti è possibile
raggiungere un certo grado di attenzione.
Riguardo alla velocità di
recitazione il vescovo Ignazio suggerisce:
Per recitare la Preghiera di Gesù un centinaio di volte attentamente e senza soste si richiede circa mezz'ora,
ma qualche asceta impiega anche di più. Non recitare le preghiere in fretta,
una di seguito all'altra; fa' una breve pausa dopo ogni preghiera così
da aiutare la mente a concentrarsi: recitare le preghiere senza pausa distrae la
mente. Respira con
attenzione, dolcemente, lentamente.
I principianti nell'uso della Preghiera probabilmente
preferiranno un ritmo più veloce di quello qui proposto. Forse venti minuti per
cento preghiere.
Nella tradizione greca vi sono maestri che raccomandano un ritmo più
vivace: proprio la rapidità della invocazione, essi sostengono, aiuta a
mantenere la mente attenta.
Un sorprendente parallelismo esiste fra le tecniche
fisiche suggerite dagli esicasti bizantini e quelle impiegate nello Yoga indù e nel Sufismo.
Quanto tali somiglianze sono il risultato di una
semplice coincidenza, di uno sviluppo indipendente, benché analogo in due
separate tradizioni? Se vi è una relazione diretta tra Esicasmo e Sufismo - e alcuni parallelismi sono così evidenti
che sembra da escludersi una pura coincidenza - quale dei due ha attinto
dall'altro?
Vi è un affascinante campo di ricerca, sebbene le
testimonianze siano forse troppo frammentarie da permettere una conclusione
definitiva.
Un punto tuttavia non dovrebbe essere dimenticato:
oltre le somiglianze vi sono pure le differenze. Tutti i dipinti hanno cornici,
tutte le cornici dei dipinti hanno caratteristiche in comune; tuttavia i dipinti
dentro le cornici possono essere affatto differenti. Ciò che ha importanza
è il quadro, non la cornice. Nel caso della Preghiera di Gesù, le tecniche
fisiche sono paragonabili alla cornice, mentre l'invocazione mentale di Gesù è
il quadro all'interno. La cornice della Preghiera di Gesù certamente
assomiglia a cornici non cristiane, ma questo non ci dovrebbe rendere insensibili alla unicità della pittura, al contenuto caratteristico,
particolarmente cristiano della Preghiera.
Il punto essenziale della Preghiera di Gesù non è
l'azione di ripetizione in se stessa, non come sediamo o respiriamo, ma Colui a
cui parliamo: in questo caso le parole sono rivolte in modo
inequivocabile al Salvatore incarnato, Gesù Cristo Figlio dì Dio e Figlio di
Maria.
L'esistenza
di una tecnica fisica in connessione con la Preghiera non deve impedirci di
coglierne il carattere autentico. La Preghiera di Gesù non è propriamente un
mezzo per aiutarci a concentrarci e rilassarci; non è
semplicemente un brano di Yoga "cristiano", un tipo di meditazione
trascendentale, o un "mantra" cristiano, anche se alcuni
hanno tentato di interpretarla in questo modo.
Essa è,
al contrario, un'invocazione specifica indirizzata ad un'altra persona, a Dio
fatto Uomo, Gesù Cristo, nostro Salvatore e Redentore. La Preghiera
di Gesù, perciò, è molto più che un metodo o una tecnica isolati. Essa
esiste entro un certo contesto, e se ne e separata, perde il suo significato
proprio.
Quello
della Preghiera di Gesù è prima di tutto un contesto di fede. L'invocazione del Nome presuppone
che chi recita la Preghiera creda in Gesù Cristo come
Figlio di Dio e Salvatore.
Oltre la
ripetizione di una sequenza di parole deve esistere una fede viva nel Signore
Gesù, in quello che Egli è, e in quello che Egli ha fatto per me
personalmente. Forse la fede in molti di noi è assai incerta e vacillante;
forse essa coesiste col dubbio; forse spesso ci troviamo costretti a esclamare,
insieme con
il padre del bambino indemoniato: "Signore io credo, aiuta la mia
incredulità" (Mc,9,24). Dovrebbe almeno esserci
qualche desiderio di
credere; dovrebbe esserci, in mezzo a tutta l'incertezza, una scintilla di amore
per Gesù, che conosciamo ancora così imperfettamente.
In
secondo luogo, quello della Preghiera di Gesù è un contesto di comunità.
Non invochiamo il Nome come individui separati, facendo
affidamento solamente sulle nostre proprie risorse interiori, ma come membri
della comunità della Chiesa; scrittori come San Barsanufio, San Gregorio del Sinai o il vescovo Teofano diedero per scontato
che quelli a cui raccomandavano la Preghiera di Gesù fossero cristiani
battezzati, regolarmente praticanti nella vita sacramentale della Chiesa
attraverso la confessione e la santa comunione.
Neppure per un momento essi considerarono l'invocazione del Nome come
sostitutiva dei sacramenti, ma affermarono che ogni persona, con la
recitazione della Preghiera, sarebbe diventata un membro praticante e in
comunione con la Chiesa. Tuttavia oggi, in quest'epoca di curiosità
incessante e di disintegrazione ecclesiale, vi sono molti che usano la Preghiera
di Gesù senza appartenere a nessuna Chiesa, forse senza avere
una chiara fede né nel Signore Gesù, né in qualcos'altro. Dovremmo
condannarli? Dobbiamo proibire loro l'uso della Preghiera? Sicuramente no, in
quanto essi sono alla ricerca della fonte della vita. Gesù non condannò
nessuno tranne gli ipocriti. Ma, in tutta umiltà e acuta consapevolezza della
nostra mancanza di fede, siamo tenuti a considerare la situazione di tali
persone come anomala, e a renderle di ciò consapevoli.
(Estratto da K. WARE, La potenza del Nome, ed. Il Leone
verde)