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Thomas Merton
LA VITA SOLITARIA

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Vi devono essere degli uomini che hanno completamente rinunciato al mondo: uomini che non sono neppure nel mondo, oltre a non essere del mondo. Scopo della vita solitaria è, se si vuole, la contemplazione. Ma non la contemplazione nel senso pagano, di un'illuminazione intellettuale, esoterica, raggiunta attraverso una tecnica ascetica. La contemplazione del solitario cristiano è avere gli occhi spalancati sulla misericordia divina che trasforma ed eleva il suo vuoto e lo converte nella concretezza di un amore perfetto, di una pienezza perfetta. La chiamata alla solitudine perfetta è una chiamata alla sofferenza, all'oscurità e all'annientamento. Eppure, quando un uomo vi è chiamato, la preferisce a qualsiasi altro paradiso terrestre. Anche chi si considera contemplativo, spesso nutre un segreto disprezzo per l'eremita. Perché nella vita contemplativa dell'eremita non vi è niente di quella nobile sicurezza, di quella profondità intellettuale, di quella finezza artistica che il contemplativo professionista cerca nella sua tranquilla comunità. In questo modo egli viene sollevato dalla gravosa necessità di ammettere che la più alta forma della vita contemplativa è una vita senza la minima utilità o qualsivoglia scopo.
L'eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e l'apparente sterilità della sua vocazione, che gli stessi monaci dovrebbero avere scarsa importanza nel mondo, o addirittura nessuna. La sua povertà è spirituale. Pervade interamente la sua anima e il suo corpo, così che alla fine tutto il suo patrimonio è l'insicurezza. Sperimenta il dolore e l'indigenza spirituale e intellettuale di chi è davvero povero. Questa è esattamente la vocazione eremitica, una vocazione all'inferiorità a ogni livello, anche quello spirituale. E’ certo che vi è in essa un pizzico di follia. E’ questo dubbio che lo porta definitivamente al silenzio, e nel silenzio che cessa di porre domande egli riceve l'unica certezza che conosce: la presenza di Dio nel cuore dell'incertezza e del nulla, come unica realtà, ma come una realtà che non può essere "localizzata" o identificata. La sua povertà è così grande che egli neppure vede Dio; così grande è la sua ricchezza che è perso in Dio e perso a se stesso. L'eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più il mondo.
Neanche il mondo lo capisce. Ma
questa è la sua missione, essere rifiutato dal mondo che, con quel gesto,
rifiuta la spaventosa solitudine di Dio stesso. |
Come
ogni altro aspetto della vita cristiana, la vocazione alla solitudine può essere
compresa solo nella prospettiva della misericordia di Dio verso l'uomo,
realizzatasi nell'incarnazione di Cristo. Se esiste l'eremita cristiano, allora
deve essere un uomo con una speciale funzione nel corpo mistico di Cristo: una
funzione nascosta e spirituale, e forse vitale più di ogni altra perché più
nascosta. Ma non si può, in alcun modo, permettere che questa funzione sociale
dell'eremita, proprio perché dev'essere invisibile, vada a detrimento del suo
carattere genuinamente solitario. Al contrario, la sua paradossale funzione
all'interno della comunità cristiana è quella di vivere apparentemente separato
dalla comunità. E questa, che lui ne sia cosciente o meno, è una testimonianza
del carattere completamente trascendente del mistero cristiano della nostra
unità in Cristo.
L'eremita è lì per metterci in guardia contro la nostra naturale inclinazione
verso le forme visibili, sociali e comunitarie della vita cristiana che talvolta
tendono a essere eccessivamente attive e profondamente coinvolte nella vita di
una società secolare non cristiana. Ogni cristiano è nel mondo ma non è del
mondo. Ma nel caso probabile che si dimenticasse di questo - o, ancor peggio,
nel caso che non ne venisse mai a conoscenza - vi devono essere degli uomini che
hanno completamente rinunciato al mondo: uomini che non sono neppure nel
mondo, oltre a non essere del mondo. Al giorno d'oggi, in cui il "mondo" è
dappertutto, persino, e forse in modo particolare, nel deserto, l'eremita
conserva il suo ruolo unico e misterioso. Ma lo adempirà forse in modi
paradossali. Ovunque agisca, anche se non visto (in quanto non dovrebbe
considerarsi un testimone visibile), rende testimonianza al vincolo di unità
essenzialmente mistico che lega assieme i cristiani nello Spirito santo. Sia
visto o no, egli rende testimonianza all'unità di Cristo, avendo in se stesso
la pienezza della carità cristiana. In effetti, i primi cristiani che si
inoltrarono nel deserto per vedere i solitari di Nitria e di Scete, ammiravano
in essi non tanto il loro ascetismo radicale quanto la loro carità e il loro
discernimento. Il miracolo dei padri del deserto era proprio questo: che un
uomo potesse vivere completamente separato dalla comunità cristiana visibile -
con le sue normali funzioni liturgiche - ed essere ancora colmo della carità di
Cristo. Poteva essere tale solo perché si era completamente svuotato di se
stesso.
La vocazione alla solitudine è quindi, nello stesso tempo, una vocazione al
silenzio, alla povertà e allo svuotamento. Ma lo svuotarsi è in vista della
pienezza: scopo della vita solitaria è, se si vuole, la contemplazione. Ma non
la contemplazione nel senso pagano, di un'illuminazione intellettuale,
esoterica, raggiunta attraverso una tecnica ascetica. La contemplazione del
solitario cristiano è avere gli occhi spalancati sulla misericordia divina che
trasforma ed eleva il suo vuoto e lo converte nella concretezza di un amore
perfetto, di una pienezza perfetta.
Perciò un cristiano può voltare le spalle alla società anche alla società dei
suoi fratelli cristiani - senza necessariamente odiare la società. Lasciare la
compagnia degli altri e vivere da solo può essere, in lui, un segno di amore
verso il prossimo. Questo ritirarsi non dovrebbe essere un rifiuto degli altri
uomini; ma può benissimo essere un rifiuto silenzioso, e forse quasi
disperato, di accettare i miti e le finzioni di cui la società è colma,
oggi più che mai. Ma perdere la speranza di fronte alle menzogne di cui l'uomo
si circonda non vuol dire disperare dell'uomo. Al contrario, è forse un segno di
speranza. Il nostro coinvolgerci nelle finzioni, soprattutto politiche e
demagogiche, non è forse un'implicita confessione di disperazione spirituale?
La speranza cristiana in Dio e nel "mondo a venire" è qualcosa di drasticamente
spirituale e puro, che si aggrappa gelosamente alla propria invisibilità. E’
chiaro che deve assumere forme visibili e simboliche, per poter comunicare il
proprio messaggio. Ma quando queste forme simboliche, una dopo l'altra, vengono
inglobate in altri simboli secolari e quando il messaggio cristiano viene
mescolato con speranze mondane, allora la fede stessa tende a venir corrotta da
queste finzioni umane con le quali è stata confusa. A quel punto, alcuni uomini
cercheranno chiarezza nell'isolamento e nel silenzio, non perché pensano di
saperne più degli altri, ma perché vogliono guardare la vita con una prospettiva
differente. Vogliono ritirarsi dalla babele della confusione al fine di
ascoltare in modo più attento la voce della loro coscienza e dello Spirito
santo. E con le loro preghiere e la loro fedeltà rinnoveranno invisibilmente la
chiesa intera. Questo rinnovamento si comunicherà a quelli che restano "nel
mondo" e li aiuterà anche ad avere una visione più chiara, ad apprezzare in
modo più preciso e senza compromessi la verità cristiana. Costoro si
dedicheranno all'attività apostolica a un nuovo livello di serietà e di fede, e
saranno in grado di farla finita con i gesti di falso zelo per lavorare invece
con umiltà e pazienza.
Così, mentre ai nostri giorni il mondo intero sembra essere diventato un'immensa
e stupida finzione, e mentre il virus della menzogna si infiltra in ogni vena e
in ogni organo del corpo sociale, sarebbe anormale e immorale se non vi fosse
una reazione. E’ persino salutare che la reazione talvolta debba assumere la
forma della protesta esplicita, purché ricordiamo che dov'è in gioco
l'obbedienza cristiana, neppure certi errori palesi da parte dell'autorità
gerarchica giustificano la ribellione e la disobbedienza, e le osservazioni
fatte dai fratelli non devono mai mancare del rispetto dovuto ai superiori, o
della sottomissione all'autorità come tale. In altre parole, la solitudine non è
un rifugio per il ribelle. E se vi è un elemento di protesta nella vocazione
alla solitudine, quella protesta dev'essere qualcosa di rigorosamente
spirituale. Dev'essere profonda e interiore, e intimamente personale, così che
l'eremita sia uno che, prima di tutto, è critico verso se stesso. Altrimenti
illuderà se stesso con una finzione peggiore di quella degli altri, diventando
più folle e più caparbio del peggior bugiardo, non ingannando altri che se
stesso. La solitudine non è per ribelli di questo tipo, e li rigetta
prontamente. Il deserto è per coloro che hanno avvertito una benefica
disperazione dei valori accettati come normali, per sperare nella misericordia
ed essere a loro volta uomini di misericordia verso coloro ai quali tale
misericordia è promessa. Solitari di tal genere conoscono i mali che vi sono
negli altri uomini perché li sperimentano dapprima in se stessi.
Uomini di tal genere, carichi di compassione per l'universo, di lealtà verso
l'umanità e senza spirito di amarezza o di risentimento, si ritirano nel
silenzio risanante del deserto, o della povertà, o dell'oscurità, non per far
prediche agli altri ma per sanare in se stessi le ferite del mondo intero.
Il messaggio della misericordia di Dio verso l'uomo deve essere predicato. La
parola di verità dev'essere proclamata. Nessuno può negarlo. Ma non sono pochi
quelli che cominciano ad avvertire la futilità di aggiungere altre parole al
costante diluvio di verbosità che, senza senso, si riversa su ognuno,
dappertutto, dalla mattina alla sera. Perché il linguaggio abbia significato vi
devono essere, da qualche parte, intervalli di silenzio, per separare parola da
parola, espressione da espressione. Colui che si ritira nel silenzio non
necessariamente odia il linguaggio. Forse sono proprio l'amore e il rispetto per
il linguaggio che gli impongono il silenzio. Perché la misericordia di Dio non
la si coglie nelle parole, a meno che non la si ascolti in silenzio, prima e
dopo che le parole sono state proferite.
Vi sono sempre stati, e sempre vi saranno, degli eremiti che sono soli in mezzo
agli uomini senza conoscerne la ragione. Sono condannati al loro strano
isolamento dal temperamento o dalle circostanze, e vi ci sono abituati. Non è di
questi che io sto parlando, ma di coloro che, avendo condotto un'esistenza
impegnata e multiforme nel mondo degli uomini, si lasciano alle spalle la loro
vita di un tempo, per andare nel deserto.
Una tale vocazione, in genere, non è per i giovani. Non può sgorgare solamente
da un fermento di idealismo o da una ribellione adolescenziale, dal semplice
disgusto per gli atteggiamenti e i modi convenzionali del vivere. Ma arriva un
momento in cui uno è proprio stanco di conservare le finzioni necessariamente
presenti nella vita sociale. Capisce che non ne può più.
Certo, chiunque è fornito di buon senso vede, di tanto in tanto, in un momento
di chiarezza, la follia e la superficialità dei nostri atteggiamenti
convenzionali. Tutti possono sognare la libertà. Ma assumere la disarmata
austerità del vivere in completa onestà, senza convenzionalismi, e quindi senza
sostegno, è tutta un'altra cosa. Ecco perché esistono comunità di artisti, di
pensatori esoterici, di adepti di sette, di eremiti religiosi legati da voti.
La rottura con il grande gruppo è compensata dall'inserimento nel piccolo
gruppo. Questo non è ancora il deserto. Ma forse è un passo nella giusta
direzione, se il piccolo gruppo è abbastanza onesto.
E nel domandare onestà all'eremita, cerchiamo di non essere troppo falsamente
esigenti. Anch'egli può avere le sue eccentricità. Egli può fare forte
affidamento su soluzioni imperfette a problemi ai quali la sua debolezza umana
non permette di tener testa pienamente. Non condanniamolo perché non riesce a
risolvere certi problemi che noi non abbiamo nemmeno osato affrontare.
Ad ogni modo, è significativo che l'eremita religioso stia ancora una volta per
essere riconosciuto quasi ufficialmente nella chiesa. Lo è sempre stato. Ora lo
è in modo più pieno, avendo uno status canonico proprio. Gli ordini eremitici
sono sempre stati oggetto di venerazione o di invidia da parte di chi ha
veramente capito la vita claustrale. Ma ora troviamo addirittura ordini, come
i benedettini, ben disposti a concedere ad alcuni dei loro membri il permesso di
vivere soli, per amore della contemplazione. E i carmelitani stanno riaprendo
le loro comunità del "deserto", dove possono ritirarsi per un anno di
solitudine, interrompendo il loro apostolato attivo.
Ma la vita solitaria è un'arida, aspra purificazione del cuore. Girolamo ed
Eucherio hanno scritto rapsodie sul deserto fiorito, ma Girolamo era l'eremita
più indaffarato che sia mai esistito ed Eucherio era un vescovo che ammirava la
comunità eremitica di Lérins solo da lontano. Gli eremi cultores,
i coltivatori della sabbia del deserto, hanno avuto meno da dire su tale
esperienza. Sono stati inariditi dalla siccità e le loro labbra bruciate sono
stanche di parole.
Se un solitario dovesse un giorno trovare la propria strada, per grazia e
misericordia di Dio, in un luogo deserto dove non è conosciuto, e se gli
venisse concesso dalla pietà divina di vivere lì, e di rimanere sconosciuto,
egli forse potrà fare maggiormente del bene all'umanità come solitario di quanto
ne avrebbe mai potuto fare rimanendo prigioniero della società in cui viveva.
Perché chiunque rompe le catene della falsità e si sforza, anche senza
riuscirvi, di essere autentico davanti a Dio e al proprio io più profondo,
compie per il mondo più di quanto potrebbe fare perfino un santo nella politica
(ammesso che un tale miracolo, di un santo in politica, possa realizzarsi in
quest'epoca).
La solitudine fisica assume talvolta l'aspetto di una sconfitta amara. E’ un
paradiso terrestre solo nell'immaginazione di coloro che trovano la loro
solitudine nella città affollata, o che sanno fare gli eremiti per alcuni giorni
o per alcune ore, non di più. Ma la chiamata alla solitudine perfetta è una
chiamata alla sofferenza, all'oscurità e all'annientamento. Eppure, quando un
uomo vi è chiamato, la preferisce a qualsiasi altro paradiso terrestre.
Il solitario che non comunica più con gli altri uomini se non per le necessità
fondamentali della vita, è un uomo con una vocazione difficile e particolare.
Per il resto del mondo egli perde immediatamente ogni valore. Eppure quel valore
è grande. L'eremita ha un ruolo molto significativo in un mondo come il
nostro, che ha degradato la persona umana e ha perduto ogni rispetto per la
solitudine.
Ma in un mondo cosiffatto la vocazione dell'eremita e più terribile che mai.
Agli occhi del nostro mondo l'eremita non è altro che un fallito. Deve essere un
fallito: non abbiamo assolutamente bisogno di lui, non c'è posto per lui. E al
di fuori di tutti i nostri progetti, programmi, movimenti, assemblee. Lo
possiamo tollerare finché rimane una finzione, o un sogno. Non appena diviene
reale, siamo disgustati dalla sua insignificanza, dalla sua povertà, dalla sua
trasandatezza. Anche chi si considera contemplativo, spesso nutre un segreto
disprezzo per l'eremita. Perché nella vita contemplativa dell'eremita non vi è
niente di quella nobile sicurezza, di quella profondità intellettuale, di
quella finezza artistica che il contemplativo professionista cerca nella sua
tranquilla comunità.
Eppure l'eremita deve sempre rimanere il vero modello del monaco. L'uomo che
indossa la calda tonaca ben stirata dovrebbe ricordare che quanto egli stesso
sta tentando di essere, ha una qualche somiglianza con il solitario dalle mani
screpolate, che lavora come un matto all'esterno della sua baracca nei boschi,
o che magari si dedica a occupazioni prive di onore e di utilità. E’ la mancanza
di utilità dell'eremita il grande scandalo. E’ senza efficacia, senza
sicurezze: in un certo senso, indolente. Assomiglia fin troppo a un vagabondo. E
indubbiamente vi è un qualcosa che fa sì che lui voglia esser tale. Sembra che
abbia uno strano bisogno interiore di essere un vagabondo. In questo, non
riteniamo forse che sia un caso patologico? Eppure si dovrebbe supporre che le
finestre del monastero siano aperte non sul mondo ma sul deserto, in cui questa
creatura inutile vive senza una disciplina troppo rispettabile. Sfortunatamente,
è più probabile che il monaco cenobita abbia come ideale un eremita puramente
astratto, e questa astrattezza gli consente, con la coscienza tranquilla, di
volgere la propria mente più facilmente verso il mondo che non verso il deserto.
In questo modo egli viene sollevato dalla gravosa necessità di ammettere che
la più alta forma della vita contemplativa è una vita senza la minima utilità o
qualsivoglia scopo. Non si dovrebbe nemmeno supporre che sia utile.
Una delle cose che più colpiscono il visitatore di un "buon" monastero è
l'utilità di quello che vi si realizza. C'è molto zelo e lavoro duro. Le
macchine marciano. "Si fa" molto. E in modo pregevole. Ma, in realtà, l'utilità
dovrebbe entrare, nella vita monastica, solo come una concessione alla debolezza
umana. In nessun luogo è parte fondamentale del genuino ideale monastico.
Non è mai stato utile o vantaggioso lasciare tutto e seguire Cristo. Eppure è
cosa saggia a livello spirituale. Utilità pratica e sapienza soprannaturale
talvolta si oppongono in modo netto, come l'avvedutezza della carne e la
sapienza dello spirito. Non che lo spirito non possa mai permettersi di fare
cose in modo utile, temporale. Ma non ha fini unicamente temporali. Il suo
compimento appartiene a un ordine più alto e più spirituale che, com’è ovvio, è
necessariamente nascosto. L'utilità pratica ha le sue radici nella vita
presente. La sapienza soprannaturale vive per il mondo a venire. Essa pondera
ogni cosa sulla bilancia dell'eternità. Le cose spirituali non hanno peso per
l'uomo "utilitaristico". La vita solitaria è qualcosa che non può minimamente
smuovere la sua scala di valori. E’ "niente", una non-entità. Eppure Paolo
dice: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio
ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò
che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le
cose che sono" (1Cor 1,27-28).
E questo perché? "Perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor
1,29). E’ la gloria invisibile che è reale. I vuoti orizzonti della vita
solitaria ci rendono capaci di crescere abituati a una luce che non si scorge
là dove il miraggio delle occupazioni secolari ci affascina e illude il nostro
sguardo.
I monaci devono legittimamente provvedere al proprio sostentamento e vendere
ciò che producono. Si spera che lo facciano senza trasformarsi in uomini
d'affari. I loro sforzi per far quadrare questo cerchio sono più che sufficienti
per mantenerli sereni e al di fuori di mali peggiori. Pertanto, e con tutte le
buone ragioni, l'utilità pratica entra nella vita cenobitica come la serva
della sapienza soprannaturale. Tuttavia, quando l'utilità pratica comincia ad
avere più importanza della povertà monastica e diventa un fine in se
stessa, distrugge la sapienza soprannaturale, radica il monaco nella vita
secolare, lo rende prigioniero dei suoi sforzi e lo deruba della sua libertà di
volare liberamente verso l'eternità.
L'eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e
l'apparente sterilità della sua vocazione, che gli stessi monaci dovrebbero
avere scarsa importanza nel mondo, o addirittura nessuna. Sono morti al mondo,
non dovrebbero più apparire in esso. E il mondo è morto per loro. Sono
pellegrini, testimoni appartati di un altro regno. Questo, naturalmente, è il
prezzo che pagano per una compassione universale, per una solidarietà che tutti
raggiunge. Il monaco è capace di compassione nella misura in cui è meno
coinvolto, e con minore successo, nelle cose pratiche, perché lo sforzo di
avere successo in una società competitiva non lascia tempo alla compassione.
L'eremita ha un ruolo particolare nel nostro mondo perché non ha un posto
specifico. Il monaco non è ancora abbastanza un esule. Ecco perché abbiamo
bisogno degli eremiti. Il monaco può essere capito e apprezzato. Non appena si
paragona il monastero a una "centrale di preghiera", il mondo è pronto a
riconoscergli, anche se a malincuore, un certo rispetto. Una centrale produce
qualcosa. E, così sembra, le preghiere dei monaci producono una specie di
energia spirituale. O, per lo meno, i monaci si prendono cura delle proprie
necessità e guadagnano un pò di denaro. Sono come una presenza confortante. La
presenza dell'eremita, quando la si conosce bene, non è piacevole; disturba.
Egli non sembra nemmeno buono. Non produce niente.
Una delle critiche più diffuse nei confronti dell'eremita può addirittura essere
che perfino nella sua vita di preghiera è meno "produttivo". Verrebbe da pensare
che nella sua solitudine egli dovrebbe raggiungere velocemente il livello delle
visioni, delle nozze mistiche o comunque di qualcosa di sensazionale. Invece può
ben essere che sia più povero del cenobita anche nella sua vita di preghiera. La
sua è un esistenza fragile e precaria: ha più preoccupazioni, è più instabile,
deve lottare per preservarsi da tutta una serie di fastidi, e spesso ne è preda.
La sua povertà è spirituale. Pervade interamente la sua anima e il suo corpo,
così che alla fine tutto il suo patrimonio è l'insicurezza. Sperimenta il dolore
e l'indigenza spirituale e intellettuale di chi è davvero povero. Questa è
esattamente la vocazione eremitica, una vocazione all'inferiorità a ogni
livello, anche quello spirituale. E’ certo che vi è in essa un pizzico di
follia. Altrimenti non è ciò che dovrebbe essere, una vita di diretta dipendenza
da Dio, nell'oscurità, nell'insicurezza e nella fede pura. La vita dell'eremita
è una vita di povertà materiale e fisica senza sostegno visibile.
Ovviamente non bisogna esagerare o essere troppo assoluti in questo.
L'assolutizzazione in se stessa può diventare una specie di "fortuna" e "onore".
Dobbiamo anche tener presente il fatto che l'uomo medio è incapace di una vita
in cui l'austerità sia senza compromesso. Esiste un limite oltre il quale la
debolezza umana non può andare e in cui la stessa mitigazione entra come una
sottile forma di povertà. Può accadere che, senza colpa, l'eremita si procuri
un'ulcera proprio come l'uomo normale. E deve bere grandi quantità di latte e
forse anche prendere delle medicine. Questo lo sbarazza definitivamente di ogni
speranza di divenire una figura leggendaria. Anche lui si preoccupa. Forse si
preoccupa anche più di altri, perché solo nella mente di coloro che non
conoscono niente della vita solitaria questa appare come una vita senza
preoccupazioni. Dobbiamo ricordare che Robinson Crusoe fu uno dei grandi
miti della borghesia, della civiltà commerciale del XVIII e XIX secolo:
il mito non di una solitudine eremitica ma di un individualismo pragmatico.
Crusoe è una figura simbolica in un'era in cui la casa di ogni uomo era un
castello fra gli alberi, ma solo perché ogni uomo era un cittadino molto
prudente e ingegnoso, che sapeva trarre il massimo da ogni situazione e condurre
a proprio vantaggio un affare con qualsiasi concorrente, anche con la vita
stessa. Il Crusoe senza preoccupazioni era felice perché aveva una risposta per
ogni cosa. Il vero eremita non è così sicuro di avere una risposta a tutto.
In verità, l'eremita non dovrebbe essere una persona completamente sprovveduta.
Dovrebbe avere qualcosa dell'abilità manuale di Crusoe, così da essere
autosufficiente almeno a un certo livello. Ma esiste un limite
all'autosufficienza. E anche nel campo spirituale la vita eremitica non è
totalmente indipendente. L'eremita non è sottoposto alla complessità
dell'istituzionalismo religioso e alle sue vanità, ma talvolta necessita di uno
che lo guidi, e se non ce l'ha, la sua vita è predisposta a essere una
confusione completamente assurda (ma anche di questa confusione, se non nasce
per colpa di qualcuno, Dio mostrerà il senso e il posto all'interno del suo
disegno).
Se essere eremita significasse essere un eroe, potremmo, dopo tutto, rispettare
una tale vocazione. Se significa solamente essere un vagabondo, perfino allora
può essere accettato nella misura in cui ci suggerisce l'idea, ad esempio, di
uno che predica agli uccelli.
Ma che succede, alla fine, se il nostro eremita non risulta essere neppure un
contemplativo, nel senso comune del termine? Può non avere "un alto livello di
preghiera". Peggio ancora, può non aspirarvi. Può non desiderare di essere
illuminato. Può avere l'idea cinica, muta, senza speranza, che se vi è per lui
una qualche possibilità di essere illuminato, questa consiste nel tenersi il più
lontano possibile da ogni proposta di illuminazione troppo ricercata.
Certo, la sua vita deve essere una vita di preghiera e di meditazione, se è un
eremita autentico. Perché l'eremita, nella nostra epoca, è unicamente e soltanto
un uomo di Dio. Questo dovrebbe essere chiaro. Ma quale preghiera! Quale
meditazione! Niente più che pane e acqua questa sua preghiera interiore!
Povertà radicale. Spesso un'incapacità a pregare, a guardare, a sperare. Non
la dolce passività che i libri esaltano, ma un'amara, arida lotta per spingersi
innanzi in un accecante tempesta di sabbia. L'eremita, giorno e notte, sbatte
la testa contro un muro di dubbio. Questa è la sua contemplazione. Non
fraintendetemi. Non è una questione di dubbio intellettuale, una ricerca
analitica di verità teologiche, filosofiche o di altro genere. E’ qualcosa
d'altro, una specie di non conoscenza del proprio io, una specie di dubbio che
interroga le radici più profonde della sua vita, un dubbio che mina le ragioni
stesse del suo esistere e di quanto va facendo. E’ questo dubbio che lo porta
definitivamente al silenzio, e nel silenzio che cessa di porre domande egli
riceve l'unica certezza che conosce: la presenza di Dio nel cuore
dell'incertezza e del nulla, come unica realtà, ma come una realtà che non può
essere "localizzata" o identificata. Ecco perché l'eremita non parla. Compie il
suo lavoro ed è paziente (o forse impaziente, non so), ma generalmente ha pace.
Non è il genere di pace del mondo. Egli è felice, ma non si diverte mai. Sa dove
sta andando, ma non è sicuro della sua strada, lo sa solo andandoci. Non vede
il percorso in anticipo e quando arriva, arriva. Normalmente i suoi arrivi sono
partenze da tutto ciò che assomiglia a una strada. Questa è la sua strada. Ma
non la può comprendere. E neanche noi.
Al di là di tutto questo e in tutto questo, egli possiede la sua solitudine, le
ricchezze del suo svuotamento, la sua povertà interiore: ma, ovviamente, non è
un possesso. E’ un dato di fatto. E’ li. E’ assicurata. Di fatto, è inevitabile.
E’ tutto, è la sua intera vita. Essa contiene Dio, lo avvolge con Dio, lo
immerge in Dio. La sua povertà è così grande che egli neppure vede Dio; così
grande è la sua ricchezza che è perso in Dio e perso a se stesso.
Non è mai abbastanza lontano da Dio per guardarlo in prospettiva, o come un
oggetto. E’ assorbito in lui, e quindi, per così dire, non lo vede proprio mai.
Tutto quello che possiamo dire di questa indigenza del vero eremita non deve
farci dimenticare che egli è felice nella sua solitudine, ma particolarmente
perché ha cessato di considerarsi come un solitario in contrapposizione ad altri
che non sono solitari. Egli semplicemente lo è. E se è stato reso povero e
messo in disparte dalla volontà di Dio, questa non è una distinzione ma soltanto
un dato di fatto. La sua solitudine è qualcosa di spaventoso, talvolta è un
fardello pesante, eppure gli è più preziosa di ogni altra cosa perché è la
volontà di Dio per lui. Non una "cosa" voluta da Dio, non un oggetto decretato
da un potere lontano, ma il premere, sulla sua vita, di quella semplice realtà
che è la volontà di Dio, la realtà delle realtà. La sua solitudine è, per lui,
l'ovvia realtà. Non potrebbe allontanarsi da questa volontà neanche se lo
volesse. Essere prigioniero di quest'amore è essere libero, e quasi in paradiso.
Perciò la vita di solitudine fisica è una vita di amore senza consolazione, una
vita che dà frutto perché è schiacciata dalla volontà di Dio e procede con essa:
e tutto ciò che questa volontà causa in essa è carico di significato, anche
quando sembra proprio che non ne abbia,
Ciò che spaventa della vita solitaria è l'immediatezza con cui la volontà di Dio
preme sulla nostra anima. E’ molto più facile, dolce e sicuro accogliere in noi
"la volontà di Dio" pacatamente filtrata attraverso la società, i decreti degli
uomini, gli ordini degli altri. Accogliere questa volontà in modo diretto, in
tutto il suo incomprensibile, sconcertante mistero, non è possibile a chi non è
segretamente protetto e guidato dallo Spirito santo, e nessuno dovrebbe cercare
di farlo, a meno che non abbia una certa sicurezza di essere stato realmente
chiamato a ciò da Dio. Uno deve nascere alla solitudine prudentemente,
pazientemente e dopo una lunga dilazione, fuori dal grembo della società.
L'eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce
che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole
perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più
il mondo.
Neanche il mondo lo capisce. Ma questa è la sua
missione, essere rifiutato dal mondo che, con quel gesto, rifiuta la spaventosa
solitudine di Dio stesso. Perché è di questo che il mondo si risente nei
riguardi di Dio: della sua completa alterità, della sua assoluta incapacità di
essere assorbito nel contesto degli slogan mondani e utilitaristici, della sua
misteriosa trascendenza che lo situa infinitamente al di là della portata dei
motti, dei cartelloni e degli slogan politici. E’ più facile per il mondo
ricrearsi un dio a propria immagine, un dio che giustifica i suoi slogan quando
non vi sono in giro solitari che ricordano agli uomini la solitudine di Dio: il
Dio che non può diventare membro di una compagnia puramente umana. Eppure
questo Dio solitario ha chiamato gli uomini a un'altra compagnia, con lui,
attraverso la passione e la risurrezione di Cristo, attraverso la solitudine
del Getsemani e del Calvario, attraverso il mistero di Pasqua e la solitudine
dell'Ascensione: tutto ciò che precede la grande comunione di Pentecoste.
Il timore è prossimo
all'amore. Anche coloro che temono il solitario, tuttavia si lasciano
affascinare da lui, perché la sua profonda inutilità non cessa di proclamare che
egli ha, nonostante tutto, una qualche incomprensibile funzione nel nostro
mondo.
E’ questa funzione deve esistere nel mondo in forma solitaria, povera e
inaccettabile, come lo è Dio stesso nell'anima di così tanti uomini. Il
solitario è là per dir loro, in un modo che a stento possono comprendere, che
se fossero in grado di scoprire e apprezzare la propria solitudine interiore,
immediatamente troverebbero Dio e scoprirebbero, dal suo parlar loro, che sono
veramente persone.
L'argomento abituale di chi protesta contro la solitudine esteriore è che essa
è pericolosa, oltre a essere completamente inutile. Inutile perché ciò che conta
realmente è la solitudine interiore, o almeno così dicono. E questa "si può
ottenere senza isolamento fisico". Vi è in questa affermazione una verità più
terribile di quanto possono immaginare coloro che con tanta facilità la
asseriscono, a giustificazione della propria vita senza solitudine, senza
silenzio o senza preghiera.
Vi sono alcuni che fanno coincidere la vita solitaria con l'egoismo e lodano la
solitudine all'interno di una comunità come più caritatevole. Ma, in realtà,
questa lodata solitudine in comunità tende a divenire una vita confortevole e
sicura, resa possibile dai sacrifici e dagli sforzi degli altri. Essa rende più
facile la contemplazione grazie alla carità degli altri, e finché il
contemplativo è sorretto da loro, egli "gode della sua solitudine". Non appena
diviene insicuro, abbandona la sua solitudine per qualcos'altro e cerca sostegno
altrove. Questo nel caso che la sua solitudine sia una finzione.
Ma esiste una terribile ironia riguardo alla solitudine all'interno di una
comunità: se tu sei chiamato da Dio alla solitudine, anche se vivi in comunità,
non potrai sfuggirla. Anche se sei circondato dal conforto e dall'aiuto di
altri, i legami che ti uniscono a loro a un livello superficiale, si rompono a
uno a uno, così che tu non sei più sostenuto da essi, cioè non sei più sostenuto
dai meccanismi istintivi, automatici, della vita collettiva. Le loro parole, il
loro entusiasmo diventano senza significato. Eppure tu non li disprezzi nè li
rifiuti. Anzi, cerchi di vedere se non vi sia ancora qualche modo di capirli e
di viverci insieme. E scopri che in una tale situazione le parole non hanno
valore. L'unica cosa che ti può aiutare è la profonda, muta comunione di amore
genuino.
A questo momento è un grande sollievo essere messi in contatto con altri
attraverso qualche semplice attività, qualche funzione del ministero. Allora tu
li incontri non con le tue parole, né con le loro, ma con le parole e i gesti
sacramentali di Dio. La parola di Dio acquista un'ineffabile purezza e forza
quando è vista come l'unica via con cui un solitario può davvero raggiungere la
solitudine degli altri, solitudine di cui gli altri sono ignari. Allora egli
comprende che li ama più che mai, forse che li ama realmente per la prima volta
solo adesso. Reso umile dalla sua solitudine, riconoscente per l'opera che lo
mette a contatto con gli altri, continua a rimanere solo. Non vi è solitudine
più grande di quella di uno strumento di Dio che capisce che le sue parole e il
suo ministero, anche se sono parole di Dio, non possono far niente per cambiare
la sua solitudine. Tuttavia tali parole, al di là di ogni distinzione tra ciò
che è dell'uno e ciò che è dell'altro, lo rendono uno con ogni persona che
incontra.
Questa solitudine è la solitudine di Dio stesso nell'uomo; la solitudine del Dio
nascosto e sconosciuto che ha "svuotato se stesso" e si è identificato con
l'uomo, in cui è dimenticato, ignorato e infinitamente povero. Condividere una
tale solitudine, una tale povertà, è una gioia al di là di ogni possibile
commento o apprezzamento da parte dell'uomo.
Non si può dir nulla di adeguato riguardo a una tale gioia. Solo il silenzio
può esprimerla degnamente. Ha una sua logica che è al di là del pensiero
razionale. Le parole riducono quella logica all'assurdità.
Tratto da Thomas Merton, UN VIVERE ALTERNATIVO - ed. QIQAJON COMUNITA' DI BOSE a cui rimandiamo per l'approfondimento.
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