Thomas Merton

LETTERA SULLA VITA CONTEMPLATIVA

 
Abbazia di Getsemani, 21 agosto 1967

Caro fratello, prima di tutto mi scuso di rivolgermi a te, dal momento che tu non ti sei rivolto a me e non mi hai, di fatto, domandato nulla. E mi scuso di stare dietro un alto muro che tu non comprendi. Questo alto muro è per te un problema, e forse lo è anche per me, fratello. Forse mi domandi perché continuo a starci. Forse non sei molto soddisfatto se ti dico che se sto dietro questo muro ho calma, raccoglimento e il cuore nella pace. Forse mi chiedi che diritto ho di avere tutta questa pace e tranquillità quando alcuni sociologi hanno di­chiarato che per le nostre generazioni più giovani uno spazio privato diverrà un lusso incredibile. Non ho una risposta sod­disfacente; però è vero quel che dice un proverbio islamico: "La gallina non depone le uova al mercato". Certo, quando giunsi al monastero dove ora vivo, arrivai ribellandomi con­tro la confusione senza senso di una vita in cui vi era talmen­te tanto attivismo, tanto movimento, tanti discorsi vuoti, tan­ti bisogni inutili e superficiali che non riesco a ricordare chi ero. Ma resta il fatto che la mia fuga dal mondo non è un rim­provero a te che resti nel mondo; non ho il diritto di ripudiare il mondo, perché se lo facessi, vorrebbe dire che la mia fuga non mi ha portato alla verità e a Dio ma a una privata, anche se pia, illusione.

Devo dirti che ho trovato delle risposte alle domande che tor­mentano l'uomo del nostro tempo? Non so se ho trovato delle risposte. Appena divenni monaco, sì, ero più certo delle “ri­sposte”. Ma progredendo nella vita monastica e nella solitu­dine, mi rendo conto di aver solo cominciato a cercare delle risposte. E quali sono le domande? Può l'uomo trovare il sen­so della propria esistenza? Può l'uomo onestamente dare un significato alla propria vita semplicemente accogliendo un in­sieme di risposte che hanno la pretesa di spiegargli perché il mondo ha avuto un inizio e dove avrà un fine, perché c'è il male e che cosa è necessario per una vita felice? Fratello, forse nella mia solitudine sono diventato, per così dire, un esploratore per te, un viandante di regni che tu non sei in gra­do di visitare - se non, forse, in compagnia del tuo psichia­tra -. Sono stato chiamato a esplorare un area deserta del cuore umano in cui non bastano più le spiegazioni e in cui uno impara che solo l'esperienza conta. Un'arida, rocciosa, oscura terra dell' anima, talvolta illuminata da strani bagliori che gli uomini temono e popolata da spettri che essi astutamente evitano, tranne che nei loro incubi. E in questo spazio ho imparato che uno non può davvero conoscere la speranza finché non ha sperimentato che la speranza è come la dispera­zione. Il linguaggio del cristianesimo lo ha detto per secoli in termini meno crudi. Ma il linguaggio del cristianesimo è stato tanto usato e tanto a sproposito che talvolta ne diffidi: non sai se dietro la parola "croce" vi sia l'esperienza della misericor­dia e della salvezza o solo la paura della punizione. Se la mia parola per te ha un valore, posso dirti di aver sperimentato che croce vuol dire misericordia e non crudeltà, verità e non inganno; che la notizia della verità e dell'amore di Gesù è davvero l'autentica buona notizia, ma ai nostri giorni è pro­clamata in luoghi strani. E forse si fa udire più da te che non da me; forse Cristo è più vicino a te che non a me. Dico que­sto senza vergogna o colpa, perché ho imparato a gioire del fatto che Gesù sia nel mondo in persone che non lo conosco­no, che sia all'opera in loro quando esse si pensano lontane da lui; ed è mia gioia invitarti a sperare anche se pensi che per te, fra tutti gli uomini, è impossibile sperare. Sperare non perché tu pensi di poter essere buono, ma perché Dio ci ama a prescindere dai nostri meriti, e tutto ciò che di buono vi è in noi proviene dal suo amore, non dalle nostre opere. Spera­re perché Gesù sta con coloro che sono poveri ed esclusi e for­se disprezzati anche da coloro che dovrebbero cercarli e aver­ne una cura più amorosa perché agiscono nel nome di Dio... Nessuno sulla terra ha motivo di disperare di Gesù, perché Gesù ama l'uomo, lo ama nel suo peccato, e noi pure dobbia­mo amare l'uomo nel suo peccato.

Dio non è un "problema", e noi che viviamo la vita contem­plativa abbiamo imparato con l'esperienza che non si può co­noscere Dio finché si cerca di risolvere "il problema di Dio". Tentare di risolvere il problema di Dio significa tentare di vedere i propri occhi. Uno non può vedere i propri occhi, per­ché sono proprio ciò attraverso cui vede, e Dio è la luce per mezzo della quale noi vediamo: vediamo non un "oggetto" chiaramente delineato chiamato Dio, ma ogni altra cosa nell'Uno invisibile. Dio è pertanto il Vedente, la Vista e Colui che è visto. Dio cerca se stesso in noi: l'aridità e il dolore del nostro cuore sono il dolore di Dio che ci è sconosciuto, che non riesce ancora a trovare se stesso in noi perché noi non osiamo credere o confidare nell'incredibile verità che egli possa vivere in noi, e viverci per scelta, per predilezione. Ma di fatto noi esistiamo proprio per questo, per essere il luogo che lui ha scelto per la sua presenza, per la sua manifestazio­ne nel mondo, per la sua epifania. Noi però rendiamo tutto questo oscuro e tenebroso perché non riusciamo a crederci, rifiutiamo di crederci. Non è che odiamo Dio, piuttosto odia­mo noi stessi, disperiamo di noi stessi. Se noi, una volta, avessimo cominciato a riconoscere, umilmente ma con verità, l'autentico valore di noi stessi, avremmo visto che questo va­lore era l'impronta di Dio nel nostro essere, la firma di Dio sul nostro essere. Fortunatamente l'amore del nostro prossi­mo ci è dato come la via per comprendere questo. Perché l'amore del nostro fratello, della nostra sorella, dei nostri cari, di nostra moglie, di nostro figlio è li per mostrare, con la lim­pidezza di Dio stesso, che noi siamo buoni. E l'amore di chi mi ama, di mio fratello o di mio figlio a vedere Dio in me, a rendere Dio credibile a me stesso in me. Ed è il mio amore per l'amata, per mio figlio, per mio fratello, a rendermi capa­ce di mostrargli o mostrarle Dio in lui o in lei. L'amore è l'e­pifania di Dio nella nostra povertà.

La vita contemplativa non consiste perciò nella ricerca di pace in un'astratta esclusione di tut­ta la realtà esterna, in una sterile e negativa chiusura dei sensi al mondo, ma nell'apertura dell'amore. Essa inizia con l'ac­cettazione di me stesso nella mia povertà e nella mia prossi­mità alla disperazione, al fine di riconoscere che dove c'è Dio non vi può essere disperazione, e che Dio è in me anche se io dispero: che niente può distogliere l'amore che Dio ha per me, dal momento che proprio la mia esistenza è il segno che Dio mi ama e la presenza del suo amore mi crea e mi sostiene. Non c'è bisogno di capire come questo sia possibile, non c'è bisogno di spiegarlo, o di risolvere i problemi che sembra sol­levare. Perché nei nostri cuori e nel profondo del nostro esse­re vi è una naturale certezza che dice che, finché esistiamo, siamo sempre più profondamente penetrati dal senso e dalla realtà di Dio, anche se possiamo essere completamente inca­paci di crederlo o di sperimentarlo in termini filosofici o addirittura religiosi.

Fratello, il contemplativo non è l'uomo che ha infuocate vi­sioni di cherubini che trasportano Dio sul loro carro alato, ma semplicemente uno che ha messo a rischio la propria mente nel deserto al di là del linguaggio e al di là delle idee, dove si incontra Dio nella nudità del puro fidarsi, vale a dire abban­donando la propria povertà e incompletezza in modo da non tener più imprigionata la mente come in una morsa, come se il pensare ci avesse fatto esistere. Ciò di cui hai bisogno per trovare una strada attraverso la giungla del linguaggio e dei problemi che oggi circondano Dio non è quindi, fratello, il messaggio di speranza che ti offre il contemplativo ma è, che tu lo capisca o no, il fatto che Dio ti ama, ti è presente, vive in te, abita in te, ti chiama, ti salva, e ti offre una compren­sione e una luce che non hai mai trovato nei libri o ascoltato nelle prediche. Il contemplativo non ha niente da dirti, se non rassicurarti e affermare che se osi penetrare nel tuo silen­zio e avanzare senza paura nella solitudine del tuo cuore e se rischi di condividere quella solitudine con l'altro, solo come te, che cerca Dio attraverso di te e con te, allora ritroverai davvero la luce e la capacità di capire ciò che sta dietro le pa­role e le spiegazioni perché è troppo vicino per essere spiega­to: è l'intima unione, nelle profondità del tuo cuore, dello spirito di Dio e del tuo io più segreto, così che tu e lui siete in tutta verità un solo Spirito.

Ti amo, in Cristo.

 

Queste sono le poche idee che ho avuto e che ho scritto in fretta e furia. Molto di più sarà detto, e molto meglio, da altri.

 

Suo in Cristo Gesù fratel M. Louis (Thomas Merton)

 

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