IOV L'ESICASTA
 

E LO SKYT DI MANJAVA

 


 


"Monaco è colui che ha occhi per Dio solo, desideri per Dio solo, attenzione a Dio solo e che, volendo servire Dio solo, in pace con Dio, diviene causa di pace per gli altri".


 

Iov e La fondazione di Manjava

Iov si fece monaco al Monte Athos, ma, una volta completamente imbevuto di spirito monastico, si stabilì nella sua terra natale, dove sarebbe divenuto un fondatore di monasteri. Il suo biografo presenta il suo ritorno in Ucraina non come una scelta personale, ma come volontà di Dio, manifestatasi ripetutamente attraverso circostanze che resero impossibile a Iov il ritorno all'Athos. Questi episodi della vita di Iov riecheggiano episodi della vita dei fondatori del monachesimo in Ucraina, Antonio e Teodosio: anch'essi si stabiliscono in determinati luoghi non per loro libera scelta, ma sotto la guida di Dio, che rende loro impossibile stabilirsi altrove.
All'Athos visse in un primo periodo come discepolo di un anziano, poi in una comunità cenobitica, infine da eremita. Nel corso di un viaggio per la raccolta delle elemosine per il monastero, le circostanze lo trattennero nella sua regione natale, ed egli ricevette l'approvazione dei suoi superiori a rimanere in Ucraina.
Knjahynyc'kyj aveva intenzione di condurre la sua vita da anacoreta in quella regione, dove le foreste, le montagne e i molti ruscelli offrivano l'ambiente ideale ai solitari. E infatti, proprio in quel tempo, gli stessi luoghi ospitavano altri anacoreti che conducevano il medesimo genere di vita. Egli venne a contatto con la famiglia Balaban, che forse già conosceva, dal momento che Isaia Balaban era 1'archimandrita del monastero di Univ dove da ragazzo Ivan aveva frequentato la scuola. Un altro Balaban, Gedeone era vescovo di Leopoli. Ma fu ancora un altro membro della famiglia, Adamo, a offrire a Iov l'occasione che stava cercando: ritirarsi in un luogo solitario per una vita di preghiera.
Così Iov cominciò a vivere da solitario a Uhornyky e, come spesso accadeva quando si diffondeva la fama di un anacoreta, in brevissimo tempo giunsero sempre più numerosi i discepoli attratti dalla sua presenza. Il suo modo di vivere con loro la vita comune, ci assicura il suo biografo, ben presto divenne noto in tutta l'Ucraina.
Uhornyky in breve tempo non fu più un rifugio anacoretico e Iov, che non desiderava altro che la solitudine, dopo aver nominato un superiore per quella che ormai era diventata una fiorente comunità monastica, riprese la ricerca di un luogo dove poter vivere "una vita di quiete estremamente rigorosa".
Più o meno in quel tempo egli fece la conoscenza di un funzionario locale, Pietro Ljachovyc, che lo aiutò a trovare un sito veramente solitario, in una parte disabitata dei Carpazi. Il luogo si chiamava Manjava, una località remota di grande bellezza naturale vicino a un torrente, con una cascata nelle vicinanze e circondata da fitte foreste. Là Iov si costruì subito una capanna sotto un albero. Pietro Ljachovyc, che possedeva della terra nella regione, gli fece costruire una cella e Iov poté finalmente consacrarsi a una vita indisturbata di preghiera in solitudine.
Questa situazione non poteva durare a lungo. Iov era ormai troppo conosciuto e troppo numerose le persone che lo cercavano. Il primo a chiedergli di poter rimanere con lui fu un monaco del monastero di Uhornyky; poi Ioann Vysens'kyj, con un nipote di Iov. Vysens'kyj se ne andò ben presto per tornare all'Athos, ma ne arrivarono altri, sia monaci sia laici, e supplicavano Iov di poter restare. Alcuni di loro Iov li istruì e li rimandò a casa, altri li indirizzò alla comunità cenobitica di Uhornyky; a pochi soltanto permise di restare, "affinché non fosse compro
messa la sua regola di quiete". Non tutti coloro che egli accolse rimasero, a causa del rigoroso ascetismo praticato da Iov e dai suoi discepoli.
Sebbene Iov vivesse solo con pochi monaci, egli continuava a desiderare la solitudine e spesso si ritirava in un luogo appartato. Quando si rese conto che il luogo dove sorgeva la sua prima cella poteva esser utile alla gente del posto per fare il fieno e per il pascolo, il suo amore per la solitudine e la pace lo spinsero a spostare il monastero un po' più lontano, in un luogo più inaccessibile tra due piccoli corsi d'acqua. E questa è anche l'ubicazione definitiva dello skyt di Manjava.
Con l'aiuto di Pietro Ljachovyc, Iov e i suoi monaci costruirono una chiesa in onore dell'Esaltazione della Santa Croce. Il suo biografo racconta come Iov, che da parte sua non toccava mai carne o latticini, preparasse carne e formaggio per gli operai occupati nella costruzione della chiesa. A quel tempo i fratelli a Manjava erano otto, e uno di essi, Teodosio, fu ben presto ordinato presbitero.
Iov si era prefisso che, se dovevano venire discepoli, almeno il loro numero non superasse i dodici, e la chiesa della Santa Croce fu costruita in vista di tale numero. Ma la comunità monastica continuava a crescere - presto ci furono quaranta monaci - e così fu costruita una chiesa più grande.
Iov, quando nominò Teodosio superiore, si ritirò in una cella solitaria poco lontano dal monastero: vicino alla cella c'era una minuscola chiesetta. Dopo la sua morte, in quel luogo venne fondato un piccolo skyt, uno skytyk, per offrire agli altri monaci di Manjava la possibilità di condurre una vita anacoretica simile alla sua. I monaci dello skytyk, da quattro a sei, formavano una piccola comunità separata, che dipendeva dal cenobio di Manjava. Il loro stile di vita, come è riflesso nella loro regola particolare, era inteso ad assicurare il massimo di attenzione a Dio. Come dice Teodoro Studita,

"monaco è colui che ha occhi per Dio solo, desideri per Dio solo, attenzione a Dio solo
e che, volendo servire Dio solo, in pace con Dio, diviene causa di pace per gli altri".

Nel 1676, durante una delle molte incursioni dei tatari in Ucraina, il monastero fu assediato e preso, i monaci e gli altri che vi si erano rifugiati uccisi e gli edifici incendiati. Pochissimo tempo dopo, tuttavia, il monastero venne ricostruito e fortificato; l'iconostasi della chiesa ricostruita, con le icone dipinte dal monaco iconografo Iov Kondzelevyc, era tra le opere più eminenti dell'arte religiosa del suo tempo. Il monastero continuò a fiorire nella sua solitudine. Oltre allo skytyk  venne in seguito costruito sulla cima della montagna un altro piccolo skyt, con una piccola chiesa dedicata all'Ascensione. Durante il XVII e il XVIII secolo tutte le notizie sul monastero attestano il rigoroso ascetismo, la tranquillità della vita della comunità, la bellezza degli uffici liturgici allo skyt di Manjava. La fine giunse improvvisa e impietosa. Nel 1785 l'imperatore Giuseppe Il d'Austria soppresse lo skyt di Manjava, insieme ad altri monasteri che considerava inutili.

 

Iov e l'esicasmo

Iov non si era ritirato in solitudine con l'intenzione di fondare un monastero; aveva semplicemente ricominciato una vita che trova il suo modello nei padri di tutto il monachesimo cristiano, i padri del deserto. Il suo era un ritorno alle fonti, non per studiarle ma per viverle. Tutto il suo stile di vita può essere riassunto in una sola parola: esichia, quiete.
Il modello di vita eremitica perseguito da Iov, anche quando attorno a lui si era formata una comunità, era strettamente legato agli insegnamenti spirituali dell'esicasmo. La parola slava per esichia, bezmolvie (che ricorre incessantemente nei testi di Manjava), significa "assenza di rumore o parole" o, semplicemente, "quiete".
Lo stesso termine "esicasmo", come sappiamo,  indica un certo numero di correnti e pratiche spirituali, strettamente connesse tra di loro, ma distinte. Nel suo significato primitivo, esicasmo designa lo stile di vita dei padri del deserto egiziano, che si ritiravano dal mondo, cioè dalla famiglia e dalla vita pubblica, per vivere una vita fondata sull'evangelo, in preghiera e ascetismo. Essi vivevano da anacoreti in celle separate, poste a una certa distanza l'una dall'altra, anche se i raggruppamenti di alcune celle davano luogo a comunità rudimentali. I monaci si radunavano nei tempi stabiliti per la preghiera e specialmente per l'eucarestia. Lavoravano con le loro mani, per lo più intrecciando canestri, intenti in lavori che non disturbassero la preghiera silenziosa; fuggivano dalla società, ma accoglievano con ospitalità qualunque visitatore arrivasse da loro.

Iov si rallegrò, perché aveva trovato la quiete che desiderava. Cantava incessantemente le lodi del suo Maestro, pensando alla sua dipartita dal corpo e alla seconda venuta di Cristo. Le sue lacrime scorrevano senza posa ... Così viveva da solitario, avendo per compagno soltanto il timor di Dio.
Il biografo di Iov ne presenta la vita monastica, fin dal primissimo inizio, come una ricerca delle condizioni richieste dall'esichia. Il giovane Ivan, prima di partire per il Monte Athos per farsi monaco, sistema tutti i suoi affari mondani, per cominciare questa nuova vita con una "mente libera da ogni agitazione", da ogni preoccupazione che potesse essere di ostacolo alla preghiera continua. La solitudine è la condizione ideale per la preghiera continua e per la purificazione del cuore. Iov Knjahynyc'kyj cercava la solitudine a questo scopo e già in questa vita, mentre giaceva morente, fu in grado di unirsi all'occupazione incessante delle schiere angeliche: cantare le lodi della santissima Trinità.

La preghiera di Gesù, componente importante della spiritualità esicasta, era una delle preghiere preferite dei monaci ucraini, come testimonia anche la citazione sopra riportata. Nel suo Testamento, Teodosio dedica un lungo passo all"'attività della mente:  Impariamo la preghiera incessante, cioè il ricordo del nome di Gesù. In piedi o seduti o distesi, in cella e in chiesa, durante il lavoro manuale e a tavola e per strada, invocate incessantemente nella vostra mente, col pensiero o con le labbra: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore". In tal modo verrà chiusa la porta a ogni intrusione e passaggio e assalto di pensieri estranei.
Come ha scritto Teodosio, Iov era solito dire che chiunque non abbia nel cuore questa preghiera ininterrotta e con purezza non ha le armi per il combattimento. Egli stesso per tutta la vita custodì sempre questa preghiera, e le sue labbra si muovevano incessantemente nel ripeterla.
Quando a Manjava sorse una comunità, era abitudine di Iov di andarsene frequentemente nel "deserto", nel folto della foresta. Nei suoi ultimi anni, ogni qualvolta riusciva a farlo, rimaneva solo, "in quiete", nella sua cella eremitica, recandosi in chiesa e in refettorio al monastero unicamente in occasione delle festività. Il successore di Iov, Teodosio, aveva le stesse inclinazioni. La Vita di Iov dice che Teodosio chiedeva insistentemente a Iov che gli fosse permesso di restare a Manjava "poiché desiderava grandemente la quiete della solitudine".

 

Lo stesso amore per la preghiera continua era condiviso da altri monaci ucraini che vivevano il regime dell'esichia. Questi monaci erano contemporanei, anche se provenivano da regioni diverse e vivevano lontani tra loro Iov Zelizo di Pocajiv aveva un amore così grande per il silenzio che, secondo il suo biografo, non lo si sentì quasi mai parlare. Pressoché l'unica cosa che lo si poteva udire mormorare era: "Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me". Allo stesso modo Giosafat recitava la preghiera con prostrazioni "migliaia di volte giorno e notte"; era così abituato ad essa che perfino nel sonno le sue labbra si muovevano con la preghiera di Gesù.

 Le testimonianze pervenuteci a loro riguardo mostrano che la preghiera di Gesù era una pratica diffusa presso i monaci ucraini. Ancora intorno alla fine del XIV secolo lo ieromonaco Pachomij a Priluki, in Russia, scriveva all'archimandrita della Lavra di Kiev, Dosifej, rivolgendogli domande sulle pratiche dell'Athos. Nella sua risposta, Dosifej descrive il modo di pregare il salterio all'Athos, e poi continua spiegando la pratica della preghiera di Gesù. Aggiunge che i monaci sulla Santa Montagna "per amore di Dio osservano rigorosamente il silenzio ed evitano i rumori e l'agitazione mondana". I monaci della Lavra di Kiev non solo conoscevano questa pratica, ma la seguivano essi stessi, e da allora in poi, se non già da prima, la pratica si mantenne viva nel monachesimo ucraino. Il Paterikon di Kiev fa menzione di questa preghiera quando descrive la santa vita di Svjatovsa, della famiglia dei principi di Cernihiv (inizio XII secolo); non se ne può tuttavia concludere che a quel tempo fosse una pratica corrente, anche se lo divenne almeno a partire dalla metà del XV secolo, quando il Paterikon fu redatto.

 

 

La preghiera e l'ascesi nello skytyk di Manjava

Il ritmo della vita quotidiana in tutto il monachesimo cristiano è scandito dalle ore canoniche. Vi è, però, una notevole differenza nella preghiera dell'ufficio tra l'oriente e l'occidente. Nella tradizione ortodossa vespri, mattutini e le quattro ore minori sono uffici liturgici che per essere celebrati richiedono la presenza di un presbitero; anche compieta e l'ufficio di mezzanotte sono spesso celebrati in chiesa con un prete, ma possono anche essere recitati privatamente nella propria cella.
Iov Knjahynyc'kyj non ricevette mai gli ordini sacri. Quando viveva da solitario, e persino quando a Manjava cominciarono a radunarsi dei discepoli, non ci fu nessun presbitero fino all'ordinazione di Teodosio. In assenza del prete, Iov e gli altri monaci pregavano in comune non l'ufficio divino, ma una "regola", cioè una raccolta stabilita di salmi e di preghiere tratti dall'ufficio, generalmente accompagnati da prostrazioni. Questa regola di preghiera è altrettanto liturgica quanto l'ufficio vero e proprio.
In aggiunta, ogni monaco nella sua cella doveva recitare delle preghiere stabilite in una particolare regola, che variava da monastero a monastero, e anche da monaco a monaco. Questa seconda "regola" è riportata nella Regola per lo skytyk; una versione abbreviata e più semplice era destinata agli altri monaci che vivevano nel monastero. Anche la preghiera di Gesù, che doveva essere recitata silenziosamente, "seduti o in piedi o coricati", durante tutta la giornata, faceva parte di questa regola per la preghiera personale. Era recitata un certo numero di volte, generalmente parecchie centinaia, contate su un rosario. Nello skytyk la recita di questa preghiera doveva essere accompagnata da trecento prostrazioni, ma nel monastero la preghiera personale probabilmente richiedeva che si facessero prostrazioni solo all'inizio e alla fine della recita della preghiera di Gesù.

Potrebbe sembrare strano che Tedosio non dica nulla riguardo alla celebrazione dell'ufficio dello Skyt, mentre si diffonde su quello dello skytyk. Una ragione può essere indubbiamente il fatto che a Manjava l'ufficio liturgico non presentava alcuna particolarità: i monaci seguivano quello che all'epoca era usuale.
Tuttavia, un'annotazione presente in un irmologio (il libro contenente la musica per i canti liturgici), proveniente da Manjava, mostra l'attenzione particolare che Teodosio riservava all'ufficio dello Skyt. Come è consuetudine nei monasteri, i monaci erano divisi in due cori (krylos, in slavo). La nota riporta la regolamentazione del canto stabilita da Teodosio, una volta divenuto superiore: in particolare vi era stabilito quale coro avrebbe dovuto incominciare i canti e in quale settimana, secondo gli otto toni dell' Oktoich.
La Regola dello skytyk presenta gli orari che ritmavano la vita quotidiana, orari che venivano osservati in linea di massima anche al monastero principale. I monaci si alzavano prima dell'alba, per recitare l'ufficio di mezzanotte nella loro cella; seguivano il mattutino e l'ora prima celebrati in comune. La preghiera privata, durante la quale si dava la preferenza al salterio, alla preghiera di Gesù con prostrazioni e a letture spirituali, durava fino al momento delle ore terza e sesta, di nuovo pregate in comune. Seguiva, nei giorni in cui erano previsti due pasti, il pasto principale. I monaci quindi si dedicavano alle loro mansioni: lavori comuni per la comunità o lavoro manuale nelle loro celle. Nei giorni in cui erano previsti due pasti, l'ora nona e i vespri venivano celebrati insieme prima del pasto serale. Quando il pasto era uno solo, lo si prendeva dopo l'ora nona e prima dei vespri. Nello skytyk, dove c'era normalmente soltanto un pasto, questo era preso appunto tra l'ora nona e i vespri. Compieta segnava la fine della giornata. I monaci si ritiravano allora nelle loro celle, per continuare la loro preghiera personale, o per fare un po' di lavoro manuale che non recasse disturbo agli altri. Come dappertutto nei monasteri, orientali e occidentali, il tempo che intercorreva tra la compieta e la fine del mattutino del giorno seguente era un tempo di silenzio totale, dedicato al raccoglimento e al riposo.

In oriente il termine liturgia significa liturgia eucaristica. Fino a quando lo skyt di Manjava non ebbe il suo primo presbitero nella persona di Teodosio, la liturgia era celebrata solo occasionalmente dai preti che venivano in visita, come ci informa la Vita di Iov. La liturgia eucaristica è il culmine di tutti gli altri uffici liturgici, che ne costituiscono la preparazione, e proprio perché è il culmine, in oriente non ne è considerata separata. L'assenza dell'eucarestia era una conseguenza dello stile di vita dei solitari. Iov desiderava ardentemente una celebrazione regolare di tutti gli uffici liturgici, specialmente dell'eucarestia. Ma nonostante tutto il suo desiderio di avere regolarmente l'eucarestia, per mettere alla prova Teodosio gli disse che non c'era posto tra gli anacoreti per una persona dedicata al servizio dell'altare: "Noi non abbiamo una chiesa, poiché gli anacoreti non cercano chiese, ma cercano solo di purificare e salvare le loro anime nel silenzio, versando lacrime".
I testi non dicono nulla sulla frequenza dell'eucarestia allo Skyt, quando la comunità si era ingrandita e alcuni dei monaci erano diventati preti. Per analogia con quanto accadeva in altri monasteri ucraini coevi, si dovrebbe pensare che l'eucarestia era celebrata giornalmente dagli ieromonaci, a turno, ma che ad essa partecipavano soprattutto i monaci prescelti per cantare i responsori, e anche in questo caso in gruppi che si succedevano a turno. Solo alla domenica e nelle festività partecipava l'intera comunità. Allo skytyk, come apprendiamo dalla Regola, l'eucarestia era celebrata solo una o due volte alla settimana, se c'era uno ieromonaco disponibile.
Nella Regola dello skytyk troviamo una notevole diversità rispetto alla pratica normale del monachesimo bizantino: i monaci dello skytyk non dovevano cantare l'ufficio, ma solo recitarlo. Soltanto la liturgia eucaristica doveva essere cantata, sempre che i monaci dello skytyk fossero in grado di farlo. Questa disposizione non è dovuta tanto a ragioni pratiche legate all'esiguità del numero e forse all'assenza di cantori, quanto all'orientamento di fondo dello skytyk e dello skyt di Manjava nel loro insieme.
Gli uffici bizantini sono molto più lunghi di quelli occidentali, e nei monasteri di qualunque dimensione i monaci li cantano a turno, secondo regole proprie a ciascun monastero. Nei piccoli skyt, d'altra parte, normalmente non era previsto nessun ufficio diurno comunitario. A Manjava, invece, l'accento posto sulla vita comune fece sì che fin da principio fosse introdotta una preghiera comune regolare, come attesta la Vita di Iov. Questa regola doveva essere osservata anche nello skytyk. Così anche il cuoco, che in genere è dispensato dal partecipare a buona parte dell'ufficio, allo skytyk doveva prendervi ugualmente parte insieme agli altri. Per venire incontro sia alle esigenze dell'ufficio comunitario sia a quelle del lavoro, obbligo che ricadeva anch'esso su tutti i monaci, si dovette trovare un modo per alleggerire l'ufficio. Le soluzioni possibili erano molteplici. La riduzione del canto si accordava con la semplicità e l'ascetismo dei monaci e contribuiva all'atmosfera di preghiera contemplativa che regnava nello skytyk.
Una comunità monastica, che tenda veramente a custodire un vivo senso della presenza di Dio, cercherà di lodarlo al meglio delle sue capacità. Lo skyt di Manjava divenne celebre per il suo canto liturgico, in particolare per il cosiddetto canto "bulgaro" impiegato nelle feste. Teodosio, l'autore del Testamento e della Regola, è citato come compositore di canti, e il synodikon di Manjava riporta i nomi anche di altri monaci dotati nel canto
 

Il digiuno

Una componente importante della vita a Manjava era l'ascesi, perseguita seriamente quale requisito indispensabile di un'intensa vita di preghiera e come condizione essenziale per purificare il cuore dalle passioni.
La regola liturgica dei monasteri stabiliva anche i digiuni. Le direttive sul digiuno nel Testamento e nella Regola sono di tipo tradizionale, anche se più severe che in molti altri monasteri del tempo.
Digiuno in oriente significa astensione non solo dalla carne, ma anche dalle uova e dai latticini; anche il pesce generalmente è escluso da una dieta monastica di digiuno. Questo tipo di digiuno era praticato nello skyt di Manjava tutti i giorni e in tutte le stagioni di digiuno, come accade del resto per chiunque altro, monaco o laico. Come tutti i monaci, i fratelli di Manjava non mangiavano mai carne, ma andavano oltre, astenendosi sempre anche dai latticini. Nello skytyk era escluso anche il pesce; i suoi monaci mangiavano pesce solo quando erano in visita al cenobio principale. Nei giorni di digiuno, inoltre, le pietanze non erano condite con olio. È la pratica della xerophaghia, letteralmente "cibo secco", una forma di astinenza comune in oriente. Inoltre, nei giorni di digiuno, specialmente nei quattro tempi di digiuno, veniva preparato un solo pasto al giorno, secondo le consuetudini degli antichi monaci.
I testi chiariscono che la regola del digiuno, per quanto rigorosa, non era però osservata troppo rigidamente. Il digiuno è un mezzo, non un fine per se stesso. Il superiore poteva mitigare il regime alimentare della comunità in occasione di un lavoro pesante.
Nel Testamento le sezioni sul digiuno mostrano anche una certa attenzione per alcune esigenze particolari: dei malati, ma anche di coloro che erano allergici a determinati cibi o avevano altre necessità.

Tratto da IGNAZIO E TEODOSIO DI MANJAVA, Sottomessi all'evangelo, Iov e lo skyt di Manjava,  ed. Qiqajon Comunità di Bose - a cui si rimanda vivamente per l'approfondimento