MISTICI FRANCESCANI

RIZZERIO DI MUCCIA


 

COME L’ANIMA PUO’ GIUNGERE RAPIDAMENTE ALLA CONOSCENZA DELLA VERITA’ E POSSEDERE LA PACE PERFETTA
 


Da questa espropriazione l'anima con­segue non solo la grazia della luce di verità, di cui s'è detto, ma anche la grazia della pace e della stabilità; e allora Dio abita davvero in lei, poiché egli si ferma solo in una dimora di pace. Onde tale anima, in tutte le tribolazioni, le pene, le difficoltà e le ingiurie, mantiene la tranquillità e la pazienza ed è stabile e forte.

 

Avviene così in primo luogo perché l'anima si è affidata totalmente a Dio ed è conforme alla sua volontà, per cui, considerando che tutto ciò le capita per volontà di Dio, con­corda con Lui, e sopporta ogni cosa non solo pazientemente ma anche volentieri. In secondo luogo ciò accade anche perché si è gettata totalmente in Dio e vi rimane stabilmente, tanto che le parole ingiuriose e le pene temporali e altre cose simili, anzi lo stesso mondo, non la raggiungono, perché non possono elevarsi fino a Dio, dove l'anima ha posto la sua eredità.

 

Perciò l'anima consegue anche la stabilità dei sensi cor­porali, poiché, da quando per amore del Creatore ha lascia­to tutte le realtà create, non vaga più dietro ad esse in ma­niera illecita per mezzo dei sensi, ma li regola e li rende sta­bili, raccomandandoli con fiducia a Dio, e dicendo così quan­do si distacca dall'orazione: «Signore, custodisci tu e regola i miei sensi e non permettere che mi allontani da te».

 

E di solito da questa nudità l'anima consegue il dominio del proprio corpo, e c'è tanta pace e accordo tra anima e cor­po, che non discordano in nulla; e volentieri il corpo si sotto­mette all'anima e la segue in tutto quello che ella vuol fare


Chiunque vuole giungere alla conoscenza della veri­tà per via breve e diritta, e possedere la pace perfetta nell'a­nima, occorre che si espropri totalmente dell'amore di ogni creatura e anche dell'amore di sé stesso; affinché totalmen­te si getti in Dio, senza trattenere nulla per sé, neppure il tempo, e nulla sia disposto secondo il proprio sentimento sì da essere sempre disponibile, docile e pronto al comando di Dio e alla sua chiamata.

Per chi vuoi essere unito a Dio conviene non mantenere alcun «mezzo» tra sé e Dio: ma poiché ci sono tanti «mezzi» quante sono le cose che ciascuno ama, per non impedire l'unione con Dio, andrà tolto di mezzo ogni amore. Questa, infatti, è la causa per cui molte persone che sem­brano spirituali, e che osservano alcune buone pratiche in modo davvero rigoroso, sollecito e continuo, tuttavia sono sempre tiepide e non giungono ad una condizione perfetta e stabile: proprio perché conservano ancora qualcosa di pro­prio, che fa da «mezzo» tra loro e Dio. E a causa di tali «mez­zi» che conservano nell'anima, essi si rendono soggetti all'instabilità, poiché se pure talvolta percepiscono la dolcezza di Dio, e addirittura perseverano nelle preghiere, nelle devo­zioni ed in altre buone pratiche, ed hanno qualche sentimento di Dio, nondimeno poi se ne ritornano alle favole, ai pette­golezzi e ai discorsi del mondo ed alle altre esteriorità che amano, come se non avessero percepito nulla di Dio. E si comportano come le mosche, che ora si posano sul miele, ora sullo sputo e sull'immondizia.

E infatti, qual è mai il motivo per cui la passione di Cri­sto, pur essendo di tanta forza ed efficacia da dover spezzare anche i cuori più duri in un solo atto di meditazione, non cambia affatto molte persone che, per cinque o dieci anni o anche più, si sono esercitate in tale meditazione?

Ciò accade perché, nonostante costoro provino in tale meditazione compunzione e diletto e sentimenti interiori, tuttavia non cambiano la propria vita; e quando se ne di­staccano, ritornano alla dissoluzione, secondo il loro solito. Certamente non vi è altro motivo se non che i «mezzi» che conservano in sé stessi non permettono all'anima di accede­re a Cristo, né a Cristo di giungere ad essa. E se pure talvol­ta scompaiono tali «mezzi», tuttavia poi se ne tornano in­dietro, come alla propria casa vuota.

Ma da quando l'anima si espropria totalmente di ogni amore creato ed ha la vera povertà di spirito con tutto il cuore, poiché non si diletta di alcuna creatura, allora vie­ne attirata e riempita dall'amore divino, nel quale si getta totalmente. E se poi quei «mezzi», che l'anima ha abbando­nato, tentano di ritornare da lei, essi non possono entrarvi, perché la casa è abitata e l'albergo è già occupato proprio dall'amore divino e tutti gli affetti dell'anima sono legati; e accade come vediamo fare dai viaggiatori, che non alloggiano negli alberghi già occupati da altri, ma in quelli vuoti, che li possono ricevere.

Quando poi l'anima è così presa e riempita dall'amore divino (cosa che accade immediatamente, appena Dio la ve­de vuota da ogni altro amore ed anche dall'amore di sé), al­lora inizia ad essere illuminata dalla stessa verità, che è Dio; ed in questa verità vede la verità di tutte le creature e rico­nosce che cosa è vile e che cosa è prezioso.

Ed in questa luce vede la viltà di tutte le cose terrene ed il danno che può venire dall'attaccamento ad esse, tanto che non se ne lascia sviare, anche se vede molte persone an­darvi dietro. E come se qualcuno riconoscesse che c'è del veleno nel cibo che gli è posto innanzi, ed anche se molti ne mangiassero dicendogli: «Mangia, ché questo cibo è buo­no», egli non ne mangerebbe affatto, ma direbbe piuttosto: «Sono certo che in questo cibo c'è del veleno; perciò non ne mangio. Voi che ne mangiate, invece, siete degli stolti, perché ne morirete». Oppure è come se qualcuno vedesse una torre pericolan­te; anche se gli dicessero: «Entra dentro ed abitavi con fi­ducia, perché anche noi facciamo così», costui non vi entre­rebbe ugualmente, e anzi si farebbe beffe di chi dice così.

Chi è guidato da questa luce, non solo non ama le cose terrene, ma addirittura le disprezza e le odia come portatri­ci di morte: infatti esse avvelenano l'anima, ed essendo cer­tamente destinate a crollare, trascinando nella stessa rovina l'anima che vi aderisce.

E se per caso sembrasse capitare l'occasione di qualche buon affare temporale, da questa luce si è ammaestrati a la­sciarlo perdere, perché ci si occupa di guadagni ben maggio­ri. E' come se qualcuno dicesse all'imperatore: «Vi voglio ven­dere un campicello vicino ad Assisi per sessanta libbre, mentre ne vale settanta: in tal modo voi ne potrete guadagnare ben dieci libbre! Certamente l'imperatore non ne farebbe al­cun caso e non lo starebbe neppure a sentire, perché egli si occupa dell'acquisto di città e castelli e di altri grandi affari; così l'anima intenta ai guadagni del cielo non starebbe nep­pure ad occuparsi di affari temporali e terreni. In questa luce è concessa all'anima la perfezione di tutte le virtù: infatti che cos'è l'umiltà se non la luce della verità? Che cos'è la carità, la pazienza, l'obbedienza, e che cosa so­no tutte le altre virtù, se non la luce della verità?

Da questa luce, dunque, l'anima è indirizzata a discer­nere ed amare la forza e l'efficacia di tali virtù e ad abbrac­ciarne la pratica; e per ciò stesso a conquistarle e posseder­le. Al contrario, nella stessa luce l'anima aborrisce e detesta ogni vizio: tanto che se davanti a un tal uomo fossero poste cento donne tra le più belle del mondo, egli, illuminato da questa luce, ne avrebbe fastidio, e non sarebbe minimamen­te spinto a lussuria. E costui non solo non seguirebbe il vi­zio della gola, ma addirittura andrebbe a mangiare con pena e con fastidio; e così detesterebbe tutti i vizi, avendone co­nosciuta e considerata la malizia, per mezzo di questa luce.

E generalmente l'anima è guidata per mezzo di questa luce nelle diverse e singole cose da fare, poiché è ammae­strata, da Colui di cui è riempita, a considerare l'onore di Dio e la sua volontà in tutto ciò che le capita. Infatti sceglie lui solo, ama lui solo; per cui in ogni cosa è attenta al suo onore e alla sua volontà. E fa questo sull'e­sempio di Cristo, che nella preghiera da lui fatta durante la sua passione osservò proprio queste due cose: infatti, pro­strandosi nell'orazione come qualunque piccolo uomo diede onore al Padre, e con il dire: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà», ne ricercò la volontà.

Così l'anima, per questa luce, segue l'esempio di Cristo; e se vede che ciò cui va incontro è in accordo con l'onore di Dio e la sua volontà, lo esegue; se invece vede che vi è contrario, lo disprezza, e non lo farebbe mai, per nessuna causa o persona, tanto da evitare anche le parole inutili, che sa essere contro l'onore di Dio e la sua volontà.

Per questa luce di verità si viene pienamente ammaestrati, così che, quando l'anima si sarà abituata e fortificata in questa via, non le verrà meno questa luce a motivo delle buone oc­cupazioni, ad esempio quando capitasse di esercitare l'uffi­cio prelatizio o di dedicarsi alla predicazione o di occuparsi del prossimo in qualche altra maniera utile.

Infatti, come colui che si trova a una certa distanza da un muro che gli sta innanzi, con un solo colpo d'occhio vede il muro stesso e tutto ciò che si trova in mezzo, così l'anima illuminata da questa luce vede Dio e tutte le cose da fare, e per queste cose non si allontana dalla via intrapresa, anche se talvolta viene interrotta la contemplazione.

Inoltre, in questa luce l'anima conosce la verità della pro­pria viltà, e quanto più si unisce a Dio tanto più si reputa vile, perché vede più chiaramente se stessa; e poiché non trattiene nulla per sé e non si appropria di quanto ella riceve da Dio o fa per suo dono, ma anzi attribuisce a Dio ogni casa e riconosce che da Lui proviene, quasi come dono in­viato senza alcun merito dalla sua benignità, perciò non si leva in superbia e non ne viene privata per ingratitudine.

Ancor più, Dio, vedendo che nulla gli viene rubato e che anzi ogni cosa gli viene restituita, ripone con abbondanza in tale anima i suoi tesori, e le accorda molto di più di quan­to essa chieda o desideri.

E l'anima consegue tutto ciò da questa espropriazione, poiché, una volta messi in fuga i cattivi desideri e le ambi­zioni e gli affetti disordinati, e tolti d'intorno tutti i «mez­zi» creati, che ottenebrano l'anima, ecco che subentra la lu­ce divina che la riempie e l'illumina e l'ammaestra, come s'è detto. D'altra parte, da questa espropriazione l'anima con­segue non solo la grazia della luce di verità, di cui s'è detto, ma anche la grazia della pace e della stabilità; e allora Dio abita davvero in lei, poiché egli si ferma solo in una dimora di pace. Onde tale anima, in tutte le tribolazioni, le pene, le difficoltà e le ingiurie, mantiene la tranquillità e la pazienza ed è stabile e forte.

Avviene così in primo luogo perché l'anima si è affidata totalmente a Dio ed è conforme alla sua volontà, per cui, considerando che tutto ciò le capita per volontà di Dio, con­corda con Lui, e sopporta ogni cosa non solo pazientemente ma anche volentieri. In secondo luogo ciò accade anche perché si è gettata totalmente in Dio e vi rimane stabilmente, tanto che le parole ingiuriose e le pene temporali e altre cose simili, anzi lo stesso mondo, non la raggiungono, perché non possono elevarsi fino a Dio, dove l'anima ha posto la sua eredità. E molto meno ancora la toccano perché tale anima non è im­plicata con essi, e non la trovano là dove era solita stare; co­me se qualcuno, volendomi trovare, scrutasse in tutti i luo­ghi dove ero solito trattenermi, o anche per tutto il mondo, eccetto che là dove mi trovo: certo non mi potrebbe trovare.

Similmente, se bruciasse la casa di qualcuno che è lì pre­sente, costui la difenderebbe e si darebbe da fare contro il fuoco, mentre se fosse assente non potrebbe difenderla né occuparsene: così l'anima, che si è gettata pienamente in Dio, è assente da tutte le realtà mondane e non si preoccupa di ciò che le accade, anche se ciò sembrasse dannoso o ingiu­rioso secondo il mondo.

In terzo luogo, infine, avviene così perché l'anima è rinvigorita e fortificata dall'esempio di Cristo che abita in lei, e che per lei sostenne tali e tante prove; per la qual cosa più fortemente ella si infiamma ad imitarlo nel­le tribolazioni e gode in esse e non ne è quasi per nulla turbata.

Perciò l'anima consegue anche la stabilità dei sensi cor­porali, poiché, da quando per amore del Creatore ha lascia­to tutte le realtà create, non vaga più dietro ad esse in ma­niera illecita per mezzo dei sensi, ma li regola e li rende sta­bili, raccomandandoli con fiducia a Dio, e dicendo così quan­do si distacca dall'orazione: «Signore, custodisci tu e regola i miei sensi e non permettere che mi allontani da te».

E di solito da questa nudità l'anima consegue il dominio del proprio corpo, e c'è tanta pace e accordo tra anima e cor­po, che non discordano in nulla; e volentieri il corpo si sotto­mette all'anima e la segue in tutto quello che ella vuol fare: così nel disprezzo, nel rigore, nell'astinenza e nelle veglie, come pure in tutte le fatiche e i fastidi. Infatti, quando il corpo ricorda le angustie e le gravi fatiche che egli era solito tollera­re per l'impazienza, l'ira, l'invidia, le ambizioni e gli intrighi delle cose temporali, e vede che ora invece si trova in tanta pace, volentieri allora soffre tutte queste fatiche, pur di evi­tare quelle altre, infruttuose, dannose e più affliggenti.

Come se qualcuno, che fosse certo che per ogni cento denari gliene sarebbero dati mille, non troverebbe pesante dare i suoi cento, anzi più volentieri ancora ne darebbe due­cento: così il corpo, ricavandone un gran guadagno, soppor­ta lietamente tutte queste fatiche e volentieri segue l'anima anzi cerca perfino di correrle innanzi e di prevenirla.

Dunque è davvero utilissimo e di grande aiuto che gettia­mo via tutti i «mezzi», espropriamo noi stessi e muoriamo a tutte le cose create, disperiamo totalmente di noi stessi e di ogni creatura e ci gettiamo con fiducia in Dio, che ci accoglie­rà benevolmente, ci governerà con amore e ci condurrà alla beate fine. Se infatti vediamo che i mercanti si affaticano e disperano per i guadagni temporali, affrontando i pericoli del­la strada e del mare, e che i cavalieri per l'onore del mondo, fanno lo stesso, affrontando la spada e la guerra e la morte e spesso tuttavia gli uni non realizzano il guadagno voluto e gli altri non raggiungono l'onore desiderato, e anche quando li ottengono sono certi che dovranno perderli: quanto più noi, che oltretutto non ci esponiamo neppure a pericoli, do­vremo darci da fare per un guadagno ed onore spirituale, che sono veri e certi e destinati a durare per sempre?

Ancor più, e di certo, se qualcuno realizzasse bene, con fedeltà e purezza, una tale espropriazione, in poco tempo e nello spazio di pochi giorni comincerebbe a sentire qualcosa di quel che s'è detto e a gustare la dolcezza di Dio.

E perseverando in quella stessa espropriazione, prove­rebbe con certissima esperienza che tutto quanto abbiamo detto è vero; tanto che uscendo dall'orazione abbraccereb­be con vivacità e amorevolezza solo le realtà divine, guar­dandosi intorno con una certa inquietudine e stupore, come uno attonito, diventato diverso e trasformato, quasi appena giunto da un altro mondo, e stimerebbe invece ben poca co­sa tutto questo mondo; e a stento e con noia ne sopporte­rebbe la vista, perché l'animo già se n'è allontanato e s'è com­piuta una giocondissima trasformazione in Dio.

 

Tratto da: MISTICI FRANCESCANI, Editrici Francescane, 1995 -  a cui si rimanda per l’approfondimento