
IL ROSARIO E LA PREGHIERA
DI GESU'


Intervista con il cardinale
Tomás Spidlík
|
«In Oriente il rinnovamento grande avvenne
tra l’Ottocento e il Novecento con la cosiddetta “preghiera di Gesù”:
“Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!”. È una
preghiera analoga a quella del rosario latino. Ed io, quando parlo del
rosario, dico sempre che bisogna imparare a recitarlo così come in Oriente
si recita la preghiera di Gesù». Incontro con uno dei massimi conoscitori
della spiritualità dell’Oriente cristiano |
di Pierluca
Azzaro
Tomás
Spidlík è stato maestro di generazioni di studenti in tante università, tra le
quali la Gregoriana e il Pontificio Istituto Orientale dove ha insegnato per più
di quarant’anni. Nato nel 1919 a Boskovice, in Moravia, vive e lavora dal 1991
al Centro Ezio Aletti, una casa della Compagnia di Gesù dove si studia la
tradizione dell’Oriente cristiano nella sua relazione col mondo contemporaneo e
dove si promuove la convivenza tra ortodossi e cattolici di rito latino e
orientale. L’opera del gesuita padre Spidlík, creato cardinale all’ultimo
concistoro, è frutto di anni e anni di diligente ricerca e riflessione, unite ad
una grande, artistica sensibilità per la cultura contemporanea. Questi suoi doni
padre Spidlík ha propagato largamente, introducendo, da pioniere, alla
spiritualità e alla teologia orientali.
|
 |
|
Tomás Spidlík bacia
la mano del Papa dopo aver ricevuto la berretta cardinalizia durante
il concistoro del 21 ottobre 2003 |
|
|
Eminenza, lei è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi
conoscitori della teologia e della spiritualità dell’Oriente cristiano, i cui
tratti essenziali ravvisa nella bellezza della liturgia – considerata ottimo
metodo apostolico per la conversione dei cuori – e poi nella nozione stessa di
cuore che si esprime nella preghiera dei semplici. In questo senso, lei ama
spesso ricordare Serafino di Sarov, forse il più grande mistico russo
dell’Ottocento la cui canonizzazione, nel 1903, avvenne alla presenza di una
folla immensa…
TomÁs SpidlÍk: Il più grande… meglio non dare premi. Davanti
a Dio chi è più grande? Può darsi la mamma che ha educato cinque figli. Certo è
che Serafino di Sarov era un uomo semplice e, ad esempio, amava ripetere
incessantemente una semplice preghiera: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore»; e
a coloro che sempre più numerosi, andavano a chiedergli consiglio, lui, ormai
vecchio e con il sorriso «incomprensibilmente radioso» – come si legge nelle sue
biografie –, dopo averli accolti con un saluto pasquale – «Buon giorno, mia
gioia! Cristo è risorto!» –, raccomandava le pratiche più semplici: la
preghiera, la contrizione, la comunione frequente, il timore di Dio, il perdono
delle offese, le opere di misericordia. Ma su questo tema c’è un’altra cosa che
vorrei dire, che riguarda il mio cardinalato…
Prego, eminenza…
SpidlÍk: Io ho risposto al Papa molto sinceramente. Riguardo
alla mia persona, gli ho detto, non si vede perché dovrei ricevere questo
titolo, perché non posso più guidare la Chiesa. Perciò ho chiesto la dispensa
dall’essere ordinato vescovo. Ma, d’altra parte, ho ringraziato molto
sinceramente per questa, diciamo, approvazione da parte della Chiesa universale
della spiritualità che sto propagando. E allo stesso modo sono stato accettato
anche in Oriente. Quante cose ricevo da loro, quante volte mi dicono che questa
spiritualità fa parte della spiritualità della Chiesa universale.
Eminenza, si può dire allora che uno dei motivi dominanti del
suo magistero di tanti anni sia proprio l’auspicio che la spiritualità
d’Occidente riscopra la spiritualità orientale?
SpidlÍk: In Occidente la mentalità tecnica ha condotto al
razionalismo e, come reazione, è apparso il contrario: la spiritualità
irrazionale. Alla fine il Papa ha dovuto scrivere un’enciclica sull’uso sano
della ragione. La spiritualità del cuore deve essere un rimedio, una medicina
contro quel razionalismo che conduce all’irrazionalismo. Ho dovuto combattere
molto sulla nozione di cuore, sulla preghiera del cuore. All’inizio, in questi
uomini razionali, quella nozione trovò alcune difficoltà. Ma adesso è accettata,
e tra breve la traduzione dal francese di un mio libro sulla preghiera del cuore
uscirà persino presso la Libreria Editrice Vaticana. Ringrazio dunque veramente
la Chiesa per questo segno che ha dato, facendo capire che il lavoro che
facciamo è utile. E riguardo a questo lavoro, nell’ambito della spiritualità del
cuore, io sottolineo spesso il valore dell’arte.
Intende l’arte dell’icona?
SpidlÍk: L’arte che si manifesta nelle icone, nell’immagine
sacra e nella liturgia. Quando la dottrina di fede si insegna con i soli
concetti razionali, evidentemente il mistero è sempre molto limitato. Invece il
simbolo lascia la piena ricchezza di significati. Il simbolo non va inteso come
attributo decorativo. La parola simbolo è da intendersi alla lettera,
come segno visibile e immediatamente percepibile della realtà che indica. Perciò
Gesù ha parlato sempre in parabole, in simboli; e la liturgia orientale è piena
di simboli, è un’icona viva. Una volta, a San Pietroburgo, abbiamo fatto
l’esposizione dei quadri di padre Marko Ivan Rupnik [direttore del centro,
ndr] e di un artista russo; e io ho parlato nel Museo nazionale, e ho detto:
«Viviamo nel tempo dell’immagine, e la gente non sa leggere le immagini che
esprimono le cose spirituali». Dobbiamo imparare dalle icone, non imitarle
servilmente, ma farci ispirare da esse per fare una cosa molto simile. Ora,
respirare a due polmoni non significa discutere quale sia il migliore, se quello
occidentale o quello orientale, ma saper prendere ciò che sotto certi aspetti è
migliore in Oriente o in Occidente. E soprattutto io dico: ormai i nuovi popoli
che si convertono, gli africani, gli asiatici e così via, non si chiedono quale
sia la teologia italiana o quella tedesca, ma quale sia la teologia europea; in
mille anni, che cosa ha portato l’Europa di positivo? Questa sintesi noi ancora
non l’abbiamo fatta. Bisogna dunque fare la sintesi della spiritualità europea,
cioè dei migliori valori che l’Europa deve fornire. Perché ogni nazione e ogni
cultura portano qualcosa di nuovo alla Chiesa, alla rivelazione che progredisce.
|
 |
|
La lavanda dei piedi,
mosaico della cappella Redemptoris Mater, Città del Vaticano. I
mosaici della cappella Redemptoris Mater sono stati realizzati da
padre MarKo Ivan Rupnik, direttore del Centro studi e ricerche Ezio
Aletti |
|
|
La recita del rosario, alla quale quest’anno il Papa ha
richiamato tutti i fedeli, secondo lei può essere considerata un esempio di
preghiera dei semplici?
SpidlÍk: In Oriente il rinnovamento grande avvenne tra
l’Ottocento e il Novecento con la cosiddetta “preghiera di Gesù”: «Signore Gesù
Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!». È una preghiera analoga a
quella del rosario latino. Ed io, quando parlo del rosario, dico sempre che
bisogna imparare a recitarlo così come in Oriente si recita la preghiera di
Gesù. Ricordo un pastore protestante in Olanda che voleva fare tutto con noi
cattolici, tranne recitare il rosario, perché, diceva, questa è la preghiera in
cui ci si può liberamente distrarre, giacché nessuno può seguire mentalmente
tutta la recita. Si vuole cioè sempre capire, capire con l’intelletto; invece
l’intelletto può servire a sviluppare il vero sentimento del cuore.
Sembra di capire che, per lei, proprio questa riscoperta della
“fede dei semplici” può rappresentare la medicina più efficace – forse l’unica –
in grado di contrastare quella che chiama «la più grave eresia contro la quale
la Chiesa ha dovuto lottare sin dall’inizio della sua esistenza»: lo
gnosticismo, che – cito dal suo libro La spiritualità russa – «riduce la
rivelazione di Gesù Cristo a semplici idee astratte».
SpidlÍk: Gli antichi concili scrivevano: simbolo di fede.
L’uomo moderno dice: definizione di fede. Non è lo stesso. Il Credo non è
la definizione della fede, il Credo è il simbolo della fede; e in quel
simbolo io devo capire la mia propria fede. Inoltre io dico che, in certo senso,
noi abbiamo falsificato il Credo. Non con il Filioque, ma con una
virgola.
Con una virgola?
SpidlÍk: Sì, perché cantiamo: «Credo in unum Deum» virgola, e
poi «Patrem omnipotentem». A quel tempo atei non ce n’erano, ma il primo
articolo di fede era «credo in un solo Dio Padre». Io credo che Dio è padre,
questa è la professione di fede; la paternità, e col padre si parla. «Credo in
unum Deum» in sé può anche significare altro, perché posso credere anche che Dio
sia un’idea o una legge del mondo. Invece la verità cristiana è «credo che Dio è
padre». Allora la prima fonte è la preghiera al Padre.
Eminenza, oggi il dialogo ecumenico sembra vivere uno dei suoi
momenti di difficoltà…
SpidlÍk: Io ho tanti amici in Oriente e quando vado in
Romania, per esempio, al ritorno mi chiedono: «Come l’hanno ricevuta gli
ortodossi?». E io rispondo: «Guardate che io non sono mai andato a visitare gli
ortodossi, sono andato a visitare degli amici, e gli amici mi hanno ricevuto
bene!». Nell’ecumenismo, rispetto alle discussioni, bisogna dare la precedenza
ai contatti personali. Perché l’amicizia personale è qualcosa che veramente
vale. Guardi la nostra cosiddetta “Casa Aletti”. In questi dieci anni abbiamo
avuto qui più di mille persone, intellettuali cristiani, sia cattolici che
ortodossi. Il fatto strano è che il mondo non li conosce, e così si ha
l’impressione che non esistano, che non esistano più contatti, perché di queste
cose non si parla. Dobbiamo rompere quest’illusione dei giornali che parlano
solo di scandali e di resistenze. Al Centro Aletti non si fa nessuna predica,
nessuna lezione. Se le persone vengono qui, vengono semplicemente per
incontrarsi. Durante la messa poi, nella cappella, non si chiede se uno è
cattolico oppure ortodosso, non si dice niente, non lo sappiamo, e ricevere la
comunione è una circostanza lasciata alla libertà di ognuno. Un russo, per
esempio, voleva fare la comunione, ma il suo padre spirituale glielo ha
proibito; allora lui ha continuato a venire facendo sempre il segno della croce
davanti all’eucarestia. È la comunione spirituale, che l’autorità riconosce.
La Chiesa ortodossa greca, poi, in sé è ancora più dura perché
ufficialmente non riconosce la validità dei sacramenti latini. Questa è la
teoria. Ma quando il Papa è stato a Costantinopoli, ha dato il calice al
Patriarca col quale celebrava; e il Patriarca ha fatto un gesto simbolico: ha
imposto la stola episcopale sulle spalle del Papa. Così lo ha riconosciuto come
valido vescovo. Che significa? Significa che non dobbiamo prendere troppo
seriamente ciò che si dice, e neanche le cosiddette posizioni ufficiali.
Dobbiamo invece scoprire i fedeli veramente fedeli, e quando i “fedeli-fedeli”
si scoprono, tra loro diventano amici. Quel che conta, nell’amicizia, è la
sincerità. Alla base dell’amicizia deve stare la sincerità.
In che senso lei pone a fondamento di tutto la sincerità?
SpidlÍk: Una grande amica valdese mi ha detto: «Lei farebbe
con noi la liturgia eucaristica?». Io ho risposto: «No! Mi sembrerebbe contro la
carità, dato che la mia fede nell’eucarestia è diversa dalla vostra, non
sacramentale; beh, fare quella liturgia sarebbe mancanza di sincerità». Gli
amici devono essere sinceri tra di loro, dirsi ciò in cui credono e ciò in cui
non credono; ma non dobbiamo fare amicizia fittizia, facendo finta di essere uno
quando non lo siamo. Siamo amici quando recitiamo i Salmi? Bene, e allora
recitiamo insieme i Salmi. L’ecumenismo esige molta sincerità. Le unioni
fittizie sono tanto sensazionali quanto nocive.
Leggendo la sua biografia, salta subito all’occhio il gran
numero di lingue nelle quali le sue opere sono state tradotte…
SpidlÍk: Ci sono tante traduzioni, è vero, ma non è colpa
mia! Il mio ultimo libricino, un libro sulla preghiera, è uscito in arabo, a
Baghdad, col permesso di Saddam Hussein. A quel tempo, per tradurlo, c’era
bisogno del permesso del governo, che lo accordò. Poi, con la guerra, la posta
s’è bloccata, ma adesso mi sono finalmente arrivati i primi due esemplari. Altri
tre libri sono usciti in Egitto, così che in arabo sono usciti in tutto almeno
quattro miei libri. In neogreco sono tradotti i manuali, mentre i romeni
traducono praticamente tutto. Prima, i professori e gli studenti usavano i miei
manuali in francese, come seconda lingua; poi i giovani sono diventati anglofoni,
ma ora li traducono in romeno. E tra breve, a Mosca, usciranno I vangeli per
ogni giorno.
Proprio su Mosca vorrei farle una domanda: dalla sua biografia
si evince anche come il valore della sua opera, al di là dell’ambito accademico,
sia stato riconosciuto anche da quello politico.
SpidlÍk: Ancora una volta dico: bisogna aumentare le
relazioni personali. Qualche anno fa sono stato dal Patriarca un’ora, e abbiamo
parlato di cose spirituali, con tanta amicizia e non toccando minimamente le
questioni politiche. Che poi si parli anche di politica dipende da ognuno
singolarmente. Noi non abbiamo neanche accennato alla possibile visita del Papa,
abbiamo lasciato stare queste cose. Abbiamo parlato di spiritualità, e alla fine
il Patriarca mi ha abbracciato e mi ha donato una medaglia d’oro.
Secondo lei possono fare qualcosa anche gli Stati per favorire
il riavvicinamento tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente?
SpidlÍk: Veramente non saprei. La questione è complicata, e
non diventa meno generica se si parla di nazioni. L’Italia, per esempio, cosa
può fare? Infatti abbiamo un’Italia di destra, una di sinistra, e poi un’Italia
di centro. Più che altro bisogna vedere cosa possono fare i singoli uomini in
particolare.
A proposito di singole personalità: tra pochi giorni il
presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sarà in visita di Stato a
Roma. In occasione della conclusione dei festeggiamenti per i 700 anni
dell’Università La Sapienza, l’Ateneo gli ha conferito una laurea honoris
causa, come aveva fatto per Giovanni Paolo II all’inizio dei festeggiamenti.
Da persona che ha sempre operato per il dialogo tra le due Chiese, che augurio
sente di fare all’illustre neodottore?
SpidlÍk: Io ho ricevuto la laurea honoris causa
dall’Università ortodossa di Cluj, in Romania. Beh, che cosa significa?
Significa che degli amici hanno riconosciuto il mio lavoro. Così, senza fare
troppe speculazioni, la laurea honoris causa significa riconoscenza. La
laurea honoris causa, in un certo senso, è il monsignorato ed il
cardinalato laici. Si riconosce il valore del lavoro svolto.