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John
Chryssavgis
UNA SPIRITUALITÀ DELL'IMPERFEZIONE
LA VIA DELLE LACRIME IN GIOVANNI CLIMACO

E così giunsi... a questa vera terra di piangenti.
Giovanni Climaco Scala 5,47, PG 88, 764D
È talmente misterioso il paese delle lacrime.
Antoine de saint-Exupéry
La preghiera è la madre e anche la figlia delle lacrime". La preghiera "contiene" le nostre lacrime e le lacrime costituiscono il compimento più pieno della preghiera.
Chi non piange se stesso di qua, piangerà eternamente nell'al di là. O di qua per nostra scelta, o di là per i tormenti: è impossibile non piangere.
Togli le lacrime e con esse togli la purificazione; e, senza purificazione, nessuno è salvato.
In quanto dono, le lacrime testimoniano una visita divina
Il
dono delle lacrime nasce con la storia del cristianesimo. Lo si ritrova già nel
Nuovo Testamento, negli Apoftegmi dei padri, fino a Giovanni
Climaco che vi aggiunse nuove dimensioni e poi, nei secoli seguenti, in Simeone
il Nuovo Teologo che aveva certamente letto la Scala, e che di questo tema
rappresenta forse la più grande testimonianza. Attorno al IV secolo al tema
delle lacrime era accordato nelle espressioni mistiche e ascetiche un ruolo
essenziale. I padri del deserto e i Cappadoci sono tra i primi a enfatizzare le
lacrime; altri che ne parlano sono: Evagrio Pontico, Isaia di Scete, che dedica
un intero discorso alle lacrime, Diadoco di Fotica; le Omelie dello
Pseudo-Macario, Isacco il Siro, che era contemporaneo di Giovanni e, in
occidente, Giovanni Cassiano.
L'oriente fece da "culla" a questo tesoro dato alla cristianità da Gesù che
chiamò beati "coloro che piangono" (Mt 5,4). Sebbene non sconosciute in
occidente, alle "profonde acque del cuore" fu accordato un posto primario in
oriente, forse a motivo dell'accentuazione del cuore come vaso dello Spirito
santo. Ma non ci sono esposizioni organiche sul tema; anche Giovanni Climaco,
che consacra un gradino-capitolo a parte - il settimo - alla "gioiosa
tristezza", non offre un'esposizione coerente. In realtà, nella "teologia delle
lacrime", Giovanni non aggiunge nulla di essenziale alla dottrina tradizionale -
neanche nelle sua enfasi innovativa sulla gioiosa tristezza - ma svela
semplicemente alcuni dei suoi “segreti nascosti”.
Il
contesto delle lacrime
Compunzione ("katànyxis")
Afflizione, o pénthos,
è il termine generale che descrive la "pre-condizione" delle lacrime. Ma
il termine greco katànyxis - e il termine italiano ha un'etimologia
simile, basata sul latino compunctio - rende la particolare nozione di
una puntura o di un morso, che ha un duplice effetto. Si tratta di un'esperienza
insieme dolorosa e stimolante. Si ha un'improvvisa sensazione dolorosa e, al
tempo stesso, si è spronati ad avanzare lungo un sentiero che si apre dinanzi:
questa è la via delle lacrime. L'incisiva puntura provoca una tangibile e
consapevole eccitazione, descritta da Giovanni come "uno stimolo (kéntron)
dorato nell'anima.
La compunzione, perciò, non implica semplicemente rimorso o rimpianto, ma anche
un incitamento, una spinta verso la perfezione. Il suo significato non è
puramente negativo, ma soprattutto positivo. In realtà la puntura viene da Dio,
ma può venire anche indirettamente dall'esterno - tramite qualcuno che
incontriamo o qualche parola che udiamo - o anche dall'interno - dal nostro
cuore o dalla nostra mente -. In ogni caso la compunzione presuppone
una "visita" da parte di Dio: "il Signore viene senza essere invitato", dice
Giovanni.
Giovanni parla di un dono che consola (parakaloùmenos). Il dolore
provocato dall’ “ago” della grazia di Dio avrà come effetto il distacco dalle
passioni, la rimozione dei desideri della carne. Così, la ferita è dapprima
inflitta dalla grazia e poi lenita dalla grazia. Si risolve nella dolorosa
realizzazione del proprio vuoto che costituisce il prerequisito in vista
dell'essere colmati della grazia di Dio. Ogni forma di orgoglio disperde -
Climaco dice: "distrugge" - immediatamente la compunzione. Invece, la
compunzione è sostenuta dal ricordo della morte, ma non ci può essere reale
consolazione per il dolore al di fuori della grazia stessa, che viene "come
fresca acqua", come uno spruzzo di acqua fredda sul viso. La compunzione ci
rende ebbri del desiderio di Dio (methystheìs katanyxei). È un
segno di completa franchezza, lungi da tutte le maschere dell’ipocrisia.
Alcuni sono inclini alle lacrime perché sono più soggetti a stati d'animo
emotivi:
Ho visto versare con pena piccole gocce come di sangue e ho visto sgorgare fonti senza alcuna pena, e ho giudicato chi si affaticava più secondo la pena che secondo le lacrime, e così penso che faccia anche Dio.
Per Giovanni, quando la compunzione è ottenuta per natura o per inclinazione è meno preziosa di quando essa è un dono che viene da Dio. Il criterio reale è l'esperienza della sofferenza, la ferita che viene inflitta; la compunzione ottenuta "senza alcuna pena (àponos), secondo l'opinione di Giovanni, è di minor valore. Simeone il Nuovo Teologo, comunque, non accetta scuse per la mancanza di lacrime, e considera questa condizione come un'eresia: per Simeone, chiunque lo voglia, può piangere”. Al contrario Giovanni Climaco, attento a incoraggiare ciascuno, ammette vie alternative per quelli ai quali non sono accordate le lacrime".
Pentimento ("metànoia”)
La sola definizione di
pentimento che si scorge nell'opera di Giovanni è una descrizione indiretta;
essa sarebbe "una lieta privazione di ogni conforto del corpo". Egli osserva che
il pénthos è il dolore proprio di un’anima convertita, che ogni
giorno aggiunge dolore a dolore, come colei che soffre nelle doglie del parto.
Il pentimento non è un puro stadio attraverso il quale passa l'asceta, e che poi
dimentica. E’ un atteggiamento che dà colore alla vita intera e per il quale
continuamente egli si sforza:
Con il tempo e la pazienza, a poco a poco, le cose di cui si è detto si radicano in noi e giungono a perfezione.
Il pentimento è un modo di
vivere, non un incidente o uno stadio della vita. Non si tratta né di un atto
isolato, né di un luogo di sosta, ma di un sentiero continuo, per lo meno in
questa vita. Nell'ultimo giorno, nel giudizio, Dio non ci chiederà miracoli o
altri doni eccezionali. Dio giudicherà il nostro pentimento dal nostro "esserci
afflitti incessantemente".
Così vi è uno stretto legame tra il pentimento e le lacrime; le seconde
sono considerate una prova del primo. La sofferenza è grande e incommensurabile,
in proporzione alla profondità del pentimento. A motivo della sofferenza per il
loro peccato - una sofferenza letteralmente capace di smuovere le montagne - gli
asceti della "prigione" di Alessandria visitata da Giovanni giunsero fino a
Dio. La "prigione" ha qui un significato simbolico, e tuttavia non si tratta di
una recita teatrale. Giovanni sta descrivendo un luogo di confino penitenziale
monastico ad Alessandria, una misteriosa ma "vera terra di persone afflitte".
Sebbene Giovanni si rendesse conto che una simile pratica destava spavento
anche nei monaci di Raito, non intendeva con un tale racconto incutere
repulsione nei suoi lettori. Egli sperava che la "prigione" di Alessandria fosse
considerata come un'immagine del pénthos, dipingendo il peccato
come una schiavitù autoinflitta, un impedimento a cui le lacrime offrono la
sola via d'uscita. La descrizione è un simbolo rozzo ma profetico, il cui punto
estremo è un doloroso, ma vivo, ricordo della natura mortale del nostro stato di
afflizione:
Alcuni gridavano nel loro cuore e trattenevano in gola il suono del loro lamento. A volte però non potevano più trattenersi e improvvisamente gridavano ... ruggendo dal profondo del loro cuore e mostrando i denti con grida feroci ... Era giustamente chiamato prigione e penitenziario in quanto si presentava come vera terra della penitenza, come maestra di pénthos.
La condanna alla "prigione" significa semplicemente che uno non può sfuggire all'afflizione:
Chi non piange se stesso di qua, piangerà eternamente nell'al di là. O di qua per nostra scelta, o di là per i tormenti: è impossibile non piangere.
Nel X secolo, Simeone il Nuovo Teologo non è meno chiaro:
Togli le lacrime e con esse togli la purificazione; e, senza purificazione, nessuno è salvato.
Le lacrime sono un risultato
dell'amore dì Dio e del desiderio di Dio che tutti possano essere salvati. Per
Giovanni, "Dio, nel suo amore per l'umanità, ci ha donato le lacrime".
Le lacrime sono una via di conoscenza di sé; noi piangiamo perché abbiamo
perduto la nostra identità paradisiaca o anche perché abbiamo nostalgia del
"paradiso perduto". Vi è un forte elemento di nostalgia in questa condizione:
"Oh! come quelli in prigione vorrebbero ricordare i loro successi precedenti!"
esclama Giovanni; e cita dai salmi: "Ci siamo ricordati dei giorni di un tempo"
(Sal 142 [143],5). Le lacrime sono la via nella quale il nostro corpo partecipa
al pentimento, proprio come partecipa all'intera ascensione della vita
spirituale e come anche ha veramente partecipato alla discesa e alla caduta. I
monaci in Siria erano chiamati “i piangenti” (abile o penthikoì).
Per Giovanni Climaco un giorno trascorso senza lacrime è un giorno
perduto, un giorno senza pentimento, sebbene Giovanni non confonda le
lacrime o il pénthos con il pentimento.
Pentimento non è un atto di autorigenerazione o una condizione: è un passaggio
- una pàscha - dalla morte alla vita e un continuo rinnovamento di quella
vita. Consiste in un mutamento di quello che era diventato il modello normale
di sviluppo, il movimento dalla vita alla morte. E’ una nuova vita o una
"risurrezione" che segna la nostra presenza davanti a Dio e la presenza di Dio
nella nostra vita:
Il pentimento è figlio della speranza e rinnegamento della disperazione... E’ riconciliazione con il Signore ... e un contratto con Dio per una seconda vita.
Afflizione (“pénthos”)
La parola pénthos ha la
stessa radice della parola pàthos: ambedue derivano etimologicamente dal
verbo pathein che significa "soffrire". Ora, la sofferenza può assumere
diverse forme, e per l'asceta cristiano che riconosce che tutte le sofferenze
sono assunte nella croce, anche le ferite della compunzione sono
diverse; una di esse sfocia nelle lacrime. La gioiosa tristezza è la
trasformazione della sofferenza attraverso la grazia.
Il pénthos consiste in un'afflizione per una perdita; è la tristezza e
la sofferenza per l'assenza di Dio, un'inestinguibile sete della presenza di
Dio. Uno si affligge per il proprio estraniamento da Dio e i suoi occhi
divengono "una fonte di lacrime". Gregorio di Nissa osserva che le lacrime sono
provocate dalla privazione di qualcosa di desiderabile (pàthos come il
risultato di pòthos), mentre Teodoreto di Cirro conclude: "È una
passione (pàthos) per Dio che dà origine alle lacrime (pénthos)"
. Giovanni ricapitola:
Il pénthos secondo Dio è la tristezza di un'anima, la disposizione di un cuore addolorato che cerca sempre con passione ciò di cui ha sete e lo rincorre con ogni sforzo, tra gemiti e grida, quando ne è privo.
Climaco evita la retorica
quando parla di afflizione. E’ lucido e sobrio, rimprovera chi tiene conferenze
sul pàthos con un sorriso in volto. Il pénthos conduce alla
conoscenza di sé, e le lacrime sono il linguaggio attraverso il quale
riconosciamo di essere separati da Dio, e quindi di aver perso la comunicazione
con gli altri. Le lacrime rivelano la nostra vera natura, la nostra spoliazione
e la nostra alienazione; manifestano la nostra reale condizione di
estraniamento. Secondo le Omelie dello Pseudo-Macario, noi dobbiamo
piangere per ritornare alla vita.
Anche Climaco parla di lacrime come chiave per una nuova, anche se vecchia,
terra, un pellegrinaggio interiore o un esodo che è essenzialmente un rientrare.
Similmente per
Isacco il Siro, un contemporaneo di Giovanni, più giovane di lui, - del
quale, comunque non è verisimile che questi abbia conosciuto qualcosa - le
lacrime caratterizzano il punto cruciale di transizione, la frontiera, tra il
presente e il futuro.
Simeone il Nuovo Teologo prende a prestito l'immagine di Isacco del neonato
che piange al momento del suo ingresso nel mondo, immagine del cristiano che
piange al momento della sua rinascita nel mondo futuro. Per rinascere nel
presente e nel futuro dobbiamo ricordare il passato.
Se non ci pentiamo del passato, siamo condannati a ripeterlo nel presente.
Questa dialettica di inizio e fine, o di uscita e reingresso, è cruciale. Ogni
aspetto della vita quotidiana in quest’ottica assume una dimensione
escatologica, proprio mentre paradossalmente comincia un ritorno allo stato
originario della natura umana; ogni cosa tende verso la fine (éschaton) e
l'aspetta, pur essendo immerso nell'hic et nunc. E’ un rovesciamento
della nostra esperienza della caduta e un'intensa attesa della grazia di Dio.
Questa condizione naturalmente non può essere misurata, ma più grande è la
caduta, più profonda è l'afflizione e più certa è la risurrezione. Giovanni
sembra simpatizzare con i grandi peccatori, anzi quasi preferirli, perché la
loro sete di Dio cresce in proporzione all'esperienza della loro degradazione:
Considero beati quelli che sono caduti e sono afflitti più di quelli che, non essendo caduti, non sono afflitti.
Ora, le lacrime e il pentimento, come la caduta e il peccato, non sono fenomeni individualistici, ma eventi personali con implicazioni cosmiche. Le lacrime sono versate per tutti e con tutti. Il dolore di una persona abbraccia il dolore del mondo. Basilio il Grande dice:
I monaci soffrono con (sympàschein) quelli che soffrono, piangendo con (syndakrùein) loro ed essendo in grande afflizione (penthein) per loro.
Barsanufio di Gaza giunge perfino a identificare il pénthos con l'amore. Per Giovanni Climaco, la forma del vero amore è tale che "quando si ode che un altro è caduto in una disgrazia spirituale o fisica, si soffre e si piange come per se stessi". La via delle lacrime è insomma la via dell'amore.
La via delle lacrime
Gli stadi delle lacrime
Piangere è la via che ci hanno lasciato la Scrittura e i padri… Non vi è altra via che questa.
Quali sono allora gli stadi di questa via? La Scala evidenzia un duplice ordine di pénthos, indicato da due specie di lacrime: quelle del timore e quelle d'amore, le une culminanti nelle altre:
Le lacrime sparse per timore intercedono per noi, ma quelle del purissimo amore ci rivelano che la supplica è stata accettata.
Le lacrime d'amore sono un dono divino straordinario che deve essere custodito “come pupilla dell'occhio”. In verità, Giovanni non è inflessibile dinanzi a questo schema semplice, evangelico (cf. Gv 4,18 e 1Cor 13,13). Altrove scrive:
È sorprendente come il più umile (il timore) sia il più sicuro in quel momento.
Le lacrime di timore
esprimono la nostra preparazione consapevole all'accoglienza della grazia di
Dio (cf. Sal 122 [123],2). Dio cerca soltanto la nostra apertura all'amore
divino, mentre la misura (tò métron) del pénthos
riflette la profondità della nostra iniquità e il livello della nostra
disponibilità alla grazia di Dio.
C'è, inoltre, una distinzione tra lacrime per i principianti (tà
pròtera) e quelle che riguardano i perfetti (tà ànothen),
come tra lacrime del corpo (somatikà) e lacrime noetiche o
spirituali (noerà). Giovanni parla anche di lacrime "esterne",
caratterizzate dalla penitenza o dalla compunzione, e di lacrime "psichiche",
che nutrono l'anima. Infine, un altro modello tripartito distingue tra lacrime
naturali (katà physin, sensibili, appartenenti all'umana natura),
innaturali (parà physin, demoniache, derivate da motivi
peccaminosi) e lacrime soprannaturali (hypèr physin,
spirituali, provenienti da Dio). Tutte queste lacrime non sono interiori o
immaginarie, ma reali e sensibili:
Si raccontava di abba Arsenio che per tutta la sua vita, mentre sedeva al suo lavoro manuale, teneva un pezzo di tela sul petto a causa delle lacrime che scorrevano dai suoi occhi.
Lacrime e battesimo
Le lacrime lavano i peccati esteriori e interiori, i vizi noti e ignoti, "siano essi visibili o soltanto, quelli commessi nel corpo e nell' anima: “i padri hanno stabilito che ... le lacrime sono un bagno”. Giovanni gioca con i verbi piptein (cadere) e niptein (lavare). Lavare significa ripulire le ferite del corpo e dell'anima. Ciò porta la redenzione. Secoli più tardi, chiaramente influenzato da Giovanni, Simeone il Nuovo Teologo avrebbe scritto:
Senz'acqua è impossibile lavare indumenti sporchi e ancora di più senza lacrime è impossibile lavare e pulire l'anima dalla sozzura e dalle imperfezioni.
Tali affermazioni hanno un'inequivocabile connotazione battesimale. Nel settimo gradino, Giovanni fa quella che egli stesso ammette essere un'affermazione audace:
Più grande del battesimo è la fonte delle lacrime dopo il battesimo, anche se è in qualche modo provocatorio il dirlo.
Sebbene Giovanni parli anche altrove in questi termini, egli non intende minimamente sostituire le lacrime al sacramento del battesimo. Giovanni è perfettamente cosciente della condizione di unicità del battesimo. Questo è evidente anche nel passo sopra citato, in cui Giovanni stabilisce in un modo deliberatamente paradossale che da un lato le lacrime possono essere più grandi (meìzon) del battesimo, ma dall'altro lato le lacrime seguono il battesimo (metà). Qualunque sia la loro importanza, le lacrime non sostituiscono, ma piuttosto rinnovano, il battesimo; non garantiscono la grazia divina, ma portano alla nostra consapevolezza una grazia già accordata nel battesimo. Il potere delle lacrime è precisamente quello di ringiovanire, dare continuità alla funzione purificatrice del battesimo, senza tuttavia che esse diventino un duplicato del battesimo. Le lacrime perciò caratterizzano la tensione tra essere e divenire. La supremazia o l'efficacia del sacramento non è mai in questione, mentre c'è un'affermazione del bisogno di una ricettività consapevole e di una continua risposta alla grazia battesimale. Il battesimo delle lacrime illumina - non elimina - il battesimo d'acqua e di Spirito.
Lacrime e preghiera
Come simbolo di purificazione, le lacrime ripuliscono i nostri occhi perché vedano, ma anche perché siano visti da Dio in preghiera. La ricerca di Dio nella preghiera avviene proprio attraverso l'afflizione. La preghiera è contemporaneamente la causa e la conseguenza delle lacrime, o - come Climaco afferma -"la madre e anche la figlia delle lacrime". La preghiera "contiene" le nostre lacrime e le lacrime costituiscono il compimento più pieno della preghiera. "Nella vera preghiera - secondo Antonio l'Egiziano - ci si dimentica che si sta pregando" e le lacrime ci rendono capaci proprio di dimenticare noi stessi in un desiderio orante di Dio. Questa è la descrizione tipica che Giovanni fa delle lacrime di un monaco:
Non gli basterebbe il tempo per piangere i suoi peccati, neppure se dovesse vivere cent’anni e se vedesse un intero Giordano scorrere dai suoi occhi.
Vi è perfino una connessione persistente tra "lacrime incessanti" (aénnaon en... tò dàktyon) - Barsanufio dice achòriston kaì adiàleipton - e preghiera, per quanto paradossale "possa apparire il risultato". L'esortazione dei padri del deserto a piangere incessantemente è interpretato alla luce del comandamento di Paolo di "pregare senza interruzione" (cf. 1Ts 5,17).
Lacrime come carisma
La connessione tra battesimo, preghiera e lacrime implica che le lacrime non siano ottenute da un nostro sforzo, ma vengano spontaneamente (autokinétos, o piuttosto eterokinétos). Le lacrime spirituali scorrono senza contrazione dei muscoli facciali; sono una conseguenza della grazia divina.
Il Signore è venuto senza essere stato invitato a darci la spugna del dolore caro a Dio, l'acqua refrigerante delle pie lacrime.
Il fenomeno è ben illustrato
dalla storia francese del XIII secolo Le chevalier au Barizel, al quale
viene ordinato di riempire una botte d'acqua. Egli viaggia per tutto il mondo
per adempiere questo compito, ma l'acqua esce sempre dalla botte. Vedendo che i
suoi sforzi non approdano a nulla, piange, e una lacrima è sufficiente a
riempire la botte.
In quanto dono, le
lacrime testimoniano una visita divina.
Ma essa è preceduta da una visita dell’ “Ospite non invitato” che viene, ma che
più tardi ci fa piangere la divina assenza. Attendere è piangere;
attendere è essere umile. Attendere è la via più sicura per conseguire un dono
di Dio. E la pazienza è fondamentale, perché il sopravvenire delle lacrime è
graduale: letteralmente goccia a goccia. Dio dona e Dio prende: dare,
prendere e trattenere, sono tutte fasi della via delle lacrime. La
privazione è pegno di restituzione:
Non appena il bambino riconosce il padre, subito si riempie di gioia; e quando, dopo un pò di tempo, per suoi motivi, il padre se ne va, e poi ritorna, il bambino gode e soffre insieme; è colmo di gioia perché vede la persona amata, di tristezza perché è stato privato per così tanto tempo di quella piacevole bellezza.
Naturalmente la perdita del dono delle lacrime può anche avvenire per nostra responsabilità. Può, ad esempio, essere risultato d'orgoglio. Occorre fare attenzione a non stravolgere l'antidoto delle passioni in passione. Per quanto siano un dono prezioso, le lacrime non sono mai considerate un fine in se stesso; sono una via, forse nemmeno la sola e nemmeno una via assolutamente necessaria. Dio non ha bisogno delle nostre lacrime; siamo noi che ne abbiamo bisogno quale fonte di purificazione o di gioia. Piango, perciò sono! Le lacrime di gioia giungono alla fine - non all'inizio - di un lungo e doloroso combattimento interiore.
"Charmolype" - gioia e dolore
"Charopoiòn pénthos" - gioiosa tristezza
Il più originale contributo
di Giovanni alla teologia delle lacrime si trova nella sua identificazione del
pénthos con la gioia. I termini tecnici che egli adopera per lo stato di
gioiosa tristezza - charopoiòn pénthos e charmolype - si trovano
per la prima volta nei suoi scritti, mentre il capitolo dedicato a questo tema è
stata la sezione della Scala che ha esercitato il maggior influsso. Per
Giovanni l'amarezza delle lacrime è addolcita attraverso il pentimento; le
lacrime di timore fioriscono in lacrime d'amore. Le lacrime sono ad un tempo la
pregustazione della morte (prooìmion thanàtou) e la pregustazione
della risurrezione (prooìmion anastàseos).
Il fenomeno richiede un esame più approfondito. Il monaco ricorda la morte e
questa memoria è chiaramente dolorosa. A ogni modo, il monaco fa questo in primo
luogo non a motivo dei suoi peccati personali, ma per amore di Dio, per un senso
di appartenenza al Regno, un tempo suo, ma ora perduto. Il monastero allora
assomiglia a una tomba temporanea, davanti alla tomba finale. Ormai l'abito del
monaco rappresenta più un "abito di nozze" che un abito funebre.
Ogni giorno diventa una festa come se l'afflizione del monaco segnasse un passo
in avanti, o indietro, verso la natura decaduta. Per contro, "un eterno
pènthos attende chi non smette di essere in festa ogni giorno". La memoria
della morte, perciò, non è identica al timore della morte. Quello che è in
gioco è il riconoscimento che nessun momento delle nostre vite può essere
rivissuto; ogni dettaglio, ogni incontro, contiene una pienezza che coinvolge la
vita e la morte. Il ricordo della morte è datore di vita; diventa rinnovamento
di vita.
Questa è la dimensione positiva o "bella" dell'afflizione (Climaco parla di
kallìpenthos e kàllos pénthous). L'umanità ha perso
l'equilibrio tra gioia e tristezza presente nella "bellezza del pènthos".
Il concetto caratterizza l'approccio dialettico di Climaco: il pentimento è un
equilibrio di perdizione e risurrezione, di morte e di vita, di disperazione e
di speranza. Ptoutotapeìnosis (o "beata dovizia di umiltà")
è l'esperienza simultanea del Getsemani e del Tabor, del venerdì santo e
della domenica di Pasqua: “moribondi ed ecco viviamo ... addolorati, ma sempre
lieti" (cf. 2Cor 6,9-10). La co-inerenza della gioia e della tristezza riflette
ancora la beatitudine di Cristo riguardo all'afflizione (cf. Mt 5,4) come pure
la sua ascensione quando egli fu separato dai discepoli ma promise di rimanere
sempre con loro (cf. Mt 28,20).
Come un bambino, il monaco è
colmo di gioia e di tristezza; di gioia, perché vede la persona amata, di
tristezza, perché è stato privato per così tanto tempo di quella piacevole
bellezza.
Giovanni condensa l'intero insegnamento evangelico e patristico. Altri scrittori fanno allusione alla gioiosa tristezza, ma Giovanni sviluppa esplicitamente il concetto per la prima volta. La "miracolosa" trasformazione delle "lacrime dolorose" in "lacrime senza dolore" sommerge Giovanni stesso:
Sono stupito di come ciò che si chiama pénthos e il dolore contengano mescolate in essi gioia e allegria, come il miele in un favo.
Gioia spirituale
C'è un ottimismo soggiacente all'insegnamento di Giovanni sulle lacrime. La natura umana fu creata per la gioia e non per la tristezza, per il riso e non per le lacrime:
Dio non ha bisogno che noi ci affliggiamo con dolore del cuore né lo desidera, ma piuttosto [desidera] che noi gioiamo con sorriso dell'anima per amore per lui.
In quanto espressione d'amore, la gioia spirituale è allontanamento della tenebra:
Togli il peccato e sarà superfluo il pianto causato dalla tristezza; dove non c'è ferita, non occorre fasciatura.
Questa affermazione può sembrare dissonante da altre spiegazioni sulle lacrime, ma è coerente con la concezione di Giovanni della gioia spirituale. "C'è un tempo per piangere e un tempo per ridere" (cf. Qo 3,4), e la nostra gioia è completa soltanto in patria, nel paradiso. C'è una gioia nell'arrivare e una gioia nel camminare per via. Gioia (chàrà) e grazia (chàris) hanno una radice comune e condividono lo stesso significato, da un punto di vista etimologico, teologico e spirituale.
Una
spiritualità dell'imperfezione
Nel leggere la Scala bisognerebbe tenere in mente due punti in relazione tra loro: in primo luogo che il testo è stato scritto da un asceta, appositamente per dei monaci che vivevano in comunità, e in secondo luogo che esso è importante anche per i laici, poiché nel corso dei secoli ha influenzato ugualmente monaci e gente sposata. Bisogna ricordare che il modo monastico di vivere è semplicemente "la vita secondo l'evangelo"; tutti sono chiamati a rispondere all'appello di Cristo alla salvezza. Le circostanze della risposta possono cambiare esternamente, ma la via, interiormente ed essenzialmente, è una sola. Nella vita spirituale non vi è una netta distinzione tra monastico e non monastico; la vita monastica è semplicemente la vita cristiana vissuta in un modo particolare. Questo è il motivo per cui la Scala, sebbene concepita per dei monaci e indirizzata ad essi, può essere di beneficio per tutta la Chiesa. Giovanni vuole anzitutto scrivere un resoconto della sua esperienza personale durante i suoi quarant'anni di soggiorno nel deserto del Sinai; resoconto tendente a stimolare una parallela esperienza personale in quelli che leggono la Scala. Ed è l'esperienza personale quindi che Climaco continuamente mette in risalto sollecitando una risposta e incitando i suoi lettori a un salto di fede, portandoli all'incontro personale.
Ora, a prima vista, nella sua globalità, il libro può forse dare un'impressione negativa. Sedici dei trenta gradini trattano di vizi da evitare, e, per i rimanenti quattordici, alcuni sono apparentemente negativi: pentimento, tristezza e liberazione dalle passioni. Nondimeno questa impressione iniziale potrebbe essere fuorviante, perché i sedici gradini che trattano dei vizi trattano anche al tempo stesso delle corrispondenti virtù e sono molto più brevi che gli altri quattordici che, a loro volta, non sono così negativi come può sembrare a un primo sguardo.
Eppure l'equilibrio tra "negatività" e "positività" va molto più in profondità di quanto sembri a una osservazione superficiale. Giovanni non ha paura degli elementi negativi o delle dimensioni più oscure del cuore. Non li vede semplicemente come stadi passeggeri, ma riconosce proprio in essi il superamento del fallimento umano e del suo esito. Considera il peccato umano e il fallimento come l'ultima opportunità per la grazia e la potenza divina che può giungere a compimento soltanto "nella debolezza" (cf. 2Cor 12,9). Questo è precisamente il contesto entro il quale Giovanni comprende il ruolo delle lacrime. Le lacrime sono spesso percepite, purtroppo, come un aspetto negativo della vita spirituale. Pochi comprendono che le lacrime di fallimento, come simbolo di imperfezione, sono di fatto l'unica via del progresso spirituale. Giovanni non parla della théosis, della divinizzazione, egli ricorda semplicemente il lungo viaggio, gli stadi graduali, i passi pieni di paura verso tale meta sublime. Egli conosce solo quello che è a nostra portata, e che è realistico. Una lacrima silenziosa ci farà avanzare nella vita spirituale più che una gran quantità di "rumorose" gesta ascetiche o di più "visibili" imprese virtuose.
Il silenzio delle lacrime è una via d'interiorità, una via di esplorazione delle inaccessibili profondità del cuore. Esso riflette la nostra resa a Dio e a nuovi modelli di apprendimento e di vita. Noi impariamo la sofferenza e la sopportazione attraverso il pénthos e non soltanto attraverso la comprensione.
Il legame tra lacrime e
silenzio è importante. Le parole sono una via per affermare la nostra esistenza
e giustificare le nostre azioni e le nostre emozioni. Eppure il silenzio, che
può perfino sembrare come una morte, è una via per abbandonare ogni
autogiustificazione. Così spesso, infatti, noi cerchiamo di ingannare o di
sfuggire alla morte con spiegazioni o scuse. Le lacrime ci insegnano ad
aspettare in silenzio nell'esperienza del dolore o della paura. Attraverso
le lacrime, abbandoniamo le nostre immagini infantili di Dio e ci arrendiamo
all'immagine vivente di Dio. Confessiamo la nostra personale impotenza e
professiamo la divina potenza. Le lacrime confermano la nostra
disponibilità a permettere alla nostra vita di cadere nell'oscura notte
dell'anima, e alla nostra volontà di assumere una vita nuova nella risurrezione
dai morti.
Quando ammettiamo la nostra mancanza di speranza e la nostra disperazione e
riconosciamo che abbiamo toccato il fondo nelle nostre relazioni con gli altri e
con Dio, allora scopriamo anche la compassione di un Dio che volontariamente ha
assunto la vulnerabilità della crocifissione. Non si cercherebbe la guarigione
divina se non fosse davvero necessaria per sopravvivere, a meno che non si fosse
costretti ad ammettere che non c'è altra via d'uscita. I nostri cuori sono
dimora di Dio, ma sono tutti fatti di vetro. Le lacrime sono allora fragilità,
ferite e debolezza. Dio entra attraverso la ferita aperta del nostro cuore, la
finestra spaccata, e porta la guarigione all'anima e al mondo, non per consolare
ma piuttosto per identificarsi con noi in un atto di compassione infinita. Dio
comprende, essendosi egli stesso sottoposto alla vulnerabilità del farsi
bambino e dei morire in croce. Questa vulnerabilità è la sola via verso la
santità. Più profonda è la nostra personale miseria, più abbondante è la
sua eterna ricompensa. Più profondo è l'abisso dell'umana corruzione, più grande
è la grazia della compassione celeste. Più coinvolgente è il nostro abbandonarci
alla via della croce, più intensa è la nostra esperienza della luce della
risurrezione.
Così, nella Scala, il resoconto di Giovanni del dono delle
lacrime è una testimonianza, non un trattato; si tratta di un'omelia forse, o
di una confessione, ma non di un discorso con una serie determinata di assiomi e
di regole. Giovanni rivela in verità un intuito straordinariamente sottile
riguardo "alla misteriosa terra delle lacrime", riguardo alla complessità delle
lacrime, alla loro condizione e al loro significato nella vita spirituale. Il
suo insegnamento sulle lacrime assomiglia a una teologia del profondo, che
rivela la fragilità della vita e svela una spiritualità dell'imperfezione.
Per Giovanni, la vita è un continuo equilibrio di tensioni, un perpetuo dimorare
sotto la croce, un pianto incessante. E la fonte, l'oggetto di queste lacrime è
la luce della risurrezione che risplende oltre la croce, trasformando la nostra
tristezza in gioia di Cristo.
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Vedi anche:
La via delle lacrime nella Filocalia |
Tratto da A.A.V.V. Giovanni Climaco e il Sinai - ed. QIQAJON - COMUNITA' DI BOSE, a cui si rimanda per le note e l'approfondimento.