Beato Paolo Giustiniani

REGOLA DELLA VITA EREMITICA

 

VITA EREMITICA E  POVERTÀ

 

Chi ha fatto la Professione di vita eremitica abbia cura di conservare sempre e in tutto la povertà. Non solo si mostri veramente povero non aven­do assolutamente nulla di proprio, ma soprat­tutto ami la santa e volontaria povertà.

Cerchi di evitare con attenzione tutto ciò che, anche in parte, possa intaccare e violare il voto di povertà. Anzitutto nulla, proprio nulla possieda; non consideri come propria o in suo esclusivo uso, per sempre o per qualche tempo, alcuna cosa, anche se piccola e minima, anche se gli può essere molto utile o addirittura necessaria.

Comprenda chiaramente che tutte le cose di cui gli viene concesso l'uso a giudizio del superiore sono comuni a tutti; e questo non per finzione o per modo di dire, bensì in realtà e in forza dell’autorità inviolabile della Regola.

Ricordi sempre che quelle cose che usa, siano abiti o strumenti di lavoro, deve adoperarle in modo tale da non introdurre in esse, di sua ini­ziativa, alcuna modifica nella forma o nell'uso, ma, come giustamente si esige per un oggetto di proprietà comune, a lui concesso per uso perso­nale, si studi diligentemente di conservarlo, per quanto è possibile, senza alcun guasto.

Sia sempre pronto, senza amarezza e senza facili scuse, a restituire ogni cosa all'invito del suo superiore; inoltre lo ringrazi per avergli permes­so per tanto tempo di usare un oggetto comune. Con umiltà sia disposto a chiedere scusa per aver usato lui solo a lungo e per proprio comodo un oggetto che è di tutti e forse più utile e neces­sario a qualche altro che a lui stesso. Si scusi, poi nel caso in cui avesse inavvertitamente dete­riorato o insudiciato un oggetto.

Non ardisca mai di chiamare «sua» una cosa. Inoltre mai dia alcunché a chiunque, né riceva qualcosa da qualcuno senza aver prima avvertito il suo superiore circa l'oggetto, la persona, il motivo e non abbia da lui ottenuta espressa li­cenza di dare o di ricevere.

Anche se qualcuno riceve in dono o in prestito qualcosa dai suoi stessi genitori o fratelli, subito lo presenti e lo consegni al superiore; e questi decida liberamente cosa se ne debba fare o a chi si debba dare, come fa per tutte le altre cose. Non si rattristi e non se ne abbia a male chi avesse ricevuto un dono che poi non fosse stato dato a lui ma a qualche altro fratello, o messo a disposizione di tutti per la comune utilità. Di più: a meno che non vi sia una grande impellen­te necessità, non si permetta ad alcuno di avere in proprio uso quelle cose che egli stesso ha por­tato o acquistato o ha ricevuto in dono dai suoi cari, perché non pensi che per questo gli siano state concesse, considerandosi quasi proprieta­rio di esse o in diritto di usarne più di altri.

Se avesse veramente bisogno di queste cose, le prenda da quelle comuni, se il priore crede opportuno, affinché ogni proprietà privata sia del tutto eliminata.

Non si può promettere, né farsi promettere con qualsiasi parola o gesto, un oggetto benché mi­nimo e insignificante, senza che il superiore sap­pia e abbia dato il permesso.

I fratelli eremiti evitino di scambiare, promette­re, chiedere o ricevere qualsiasi cosa, senza aver chiesto e ottenuto il permesso dal superiore.

Inoltre, professi e anche novizi, che hanno rice­vuto l'abito di prova, finché vivono nell'eremo non possono avere con sé né usare denaro; que­sto va depositato e custodito presso il superiore o il cellerario.

Chi esce dall'eremo, prenda in quell'ora stessa ciò che gli è necessario per il viaggio e per l'af­fare da sbrigare. Stando fuori dell'eremo non è proibito usare e avere con sé del denaro; però quando si è in gruppo, questo è concesso soltan­to a uno, che agisce a nome degli altri. Ritornati all'eremo, se hanno del denaro, lo consegnino subito al superiore o al cellerario prima ancora di entrare nella loro cella.

L'eremita nulla abbia in cella di superfluo; ma restituisca quelle cose che di fatto non adopera, anche se gli sono state date in uso. Non tenga con sé a lungo indumenti, libri e strumenti di qualsiasi arte, né qualsiasi altra cosa che non gli sia necessaria in quel tempo.

Non si permetta che ci sia nella cella degli ere­miti una cosa che abbia un certo valore, che sia preziosa o che possa servire più al gusto dei sensi che a qualche uso necessario, ma ci siano soltan­to quelle cose che sono veramente necessarie; ognuno poi faccia in modo che queste siano molto semplici e adatte alla volontaria povertà e alla purezza eremitica.

Per questo il padre dell'eremo insieme col cellerario o con qualche altro fratello eremita, come scrutatore, in assenza degli interessati, vi­siti le celle con frequenza, non superficialmente ma con grande diligenza. Se giudicasse qualcosa superflua o non conforme alla santa povertà, non esiti a toglierla. Lui stesso, però, cerchi di essere più povero degli altri, in tutto.

Nessuno abbia una chiave privata, eccetto il cellerario. Infatti, nulla deve essere chiuso di ciò che è comune a tutti ed è concesso in uso ai singoli a beneplacito del superiore.

A chi cambia cella non si permetta in nessun modo di trasferire vasi, né attrezzi in ferro, né quadri e niente altro, ad eccezione dei vestiti che gli sono stati dati in uso, dei libri che effet­tivamente adopera e degli strumenti di speciale arte, se li ha, in modo che le cose che uno ado­pera in cella siano considerate come apparte­nenti alla terra più che alla persona.

Infine, ciascuno si sforzi, per amore della santa povertà, non solo di godere dell'estrema sempli­cità delle cose del cui uso l'umana fragilità ha bisogno, ma di eliminare altresì dal cuore ogni desiderio di possedere e ogni attaccamento alle cose che adopera, in modo da essere veramente un osservante della vita eremitica secondo la disciplina apostolica; essere, cioè, in questo mon­do come se non ci fosse e usare le cose di questo mondo come se non le usasse.

Insomma, anche se ci si accorge che mancano molte cose, assolutamente nessuno e neppure lo stesso priore del luogo, cui spetta maggiormente di interessarsi, si preoccupi eccessivamente di quelle cose che sono necessarie alla vita umana e nessuno pensi in cuor suo: Che cosa mangere­mo, o che cosa berremo o di che ci vestiremo? Ma ogni preoccupazione si metta davanti a Dio, praticando fedelmente ciò che è detto per bocca della Verità: Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarò dato in sovrappiù.

 

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Beato Paolo Giustiniani

Regola della vita eremitica: Elogio della vita eremitica

Regola della vita eremitica: Strumenti di vita eremitica

Regola della vita eremitica: Eremo e solitudine

 

Tratto da:  Beato Paolo Giustiniani, REGOLA DELLA VITA EREMITICA - ed. Abbazia san Benedetto, Seregno, 2001