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Beato Paolo Giustiniani
REGOLA DELLA VITA EREMITICA

EREMO E SOLITUDINE
Dopo l'ininterrotta osservanza della povertà, della castità e dell'obbedienza, necessaria agli eremiti come a tutti i religiosi, nulla è più importante per loro che la ricerca della solitudine. Infatti il nome di eremita e di solitario deriva dalle parole eremo e solitudine, per cui non esatto chiamare eremiti quelli che non amano e non cercano veramente la solitudine.
Pertanto, chi abbraccia questo genere di vita, per nessun motivo e in nessuna circostanza, per quanto possa sembrare ragionevole, viva nelle città o anche accanto a esse, come pure in castelli o presso monasteri, come risulta facessero tutti i monaci di un tempo. Neppure prendano posto vicino a strade frequentate, in luoghi vicini a campi coltivati; ma abitino in celle separate, distanti almeno tre o due miglia dalle città e quanto più è possibile lontane dalle case degli uomini.
Volendo costruire celle eremitiche, scelgano sempre luoghi incolti, orridi, solitari, deserti, difficili da raggiungere; sulle cime ardue dei monti, in zone nascoste tra i boschi, in spelonche sconosciute, nelle caverne della terra o in solitudini dagli orizzonti vastissimi.
Abbiano diligente cura di non favorire in quei luoghi la frequenza di persone per nessun motivo, e col pretesto di devozione o di utilità spirituale. Infatti, dove è permesso l'accesso alla donna o è tollerata la frequenza degli uomini, non è possibile tenere in piedi come si deve l'istituto della vita eremitica.
Per conservare la solitudine vedano di mettere tutta l'attenzione e la diligenza al fine di evitare qualsiasi familiarità con persone estranee e qualsiasi rapporto con la gente del mondo, a meno che non sia richiesto dalle necessità della vita umana e dalla necessaria carità verso il prossimo. Pertanto mai o molto di rado, cioè soltanto qualora lo richiedesse il necessario rispetto della carità o non si potesse evitare altrimenti lo scandalo delle persone semplici, si dia da mangiare o da bere, si permetta di pernottare agli abitanti dei luoghi vicini, i quali, proprio per la vicinanza, solitamente frequentano di più i luoghi degli eremiti. Per essi è facile o portare con sé il cibo per la refezione o tornarsene a casa propria.
Circa queste cose, quando esse si debbano negare o permettere, intervenga sempre la provvida discrezione del superiore, col consiglio di qualche fratello anziano, facendo somma attenzione a che, per eccessivo desiderio di rispettare la solitudine, mai si venga meno ai necessari doveri della carità; o al contrario, preoccupati di dimostrare una carità più grande di quanto non sia richiesto, non si venga meno alla quiete e alla necessaria solitudine degli eremiti.
A nessun ospite, per quanto nobile o distinto, secolare o religioso, anche se familiare degli eremiti o anche benefattore o consanguineo, si permetta di mangiare, bere, dormire o fermarsi a lungo in qualche cella degli eremiti, anche se vuota. In questo si fa eccezione qualora vi sia una inevitabile necessità, la quale, anche se non contemplata nella legge, di per se stessa è legge. Benché il luogo sia solitario, non possono mancare la cella, o le celle, dove dare accoglienza a ospiti religiosi e onesti. Tali edifici non siano mai accanto alle celle degli eremiti, ma in disparte; si costruiscano in quella zona dell'eremo che è vicina all'entrata, distante dalla chiesa e dalle stesse celle degli eremiti quanto può essere il percorso di una freccia, tuttavia entro i duecento metri. Tutto ciò affinché, per la troppa vicinanza, il trambusto degli ospiti in arrivo o in partenza non possa infrangere la tranquillità o turbare la quiete degli eremiti che si trovano in chiesa o che stanno nelle loro celle; e d'altra parte, per una distanza eccessiva, non diventi faticoso al superiore e agli altri eremiti, quando lo richieda l'utilità verso l'ospite, recarsi lì e quindi ritornare in cella, ma sia invece facile andare e venire, anche più volte al giorno. Infatti, così non saranno distanti dalle loro celle e nello stesso tempo non verranno meno agli impegni che l'ospitalità richiede.
Presso le stanze degli ospiti ci sia una stalla per i giumenti degli ospiti e per le necessità dell'eremo Così si evita che qualcuno seduto sul giumento o anche le bestie stesse entrino nell'eremo, cioè in quella zona dove ci sono le celle degli eremiti con la chiesa, a meno che non si presenti un'estrema necessità.
Le celle degli eremiti non devono essere costruite come quelle dei cenobiti, dentro al chiostro o unite sotto un unico tetto, ma si costruiscano separate e un po' distanti tra loro e dall'oratorio comune, disseminate qua e là nell'ambito dell’eremo, in modo che uno stando in cella possa liberamente leggere, salmodiare, pregare a voce alta o con gemiti o far altre cose del genere, se preferisce, senza essere sentito dagli altri.
Gli altri locali comuni, utili e necessari agli eremiti, come la sacrestia, il capitolo, la biblioteca, la cucina comune, il refettorio, la stanza dove vengono riposti il frumento, il pane, il vino, l'olio, i legumi, la frutta e altre cose necessarie alla vita umana, oppure le stanze per altri usi, come quelle in cui gli eremiti si tagliano i capelli o lavano i loro indumenti o quelle destinate ai malati, si possono costruire congiunti, cioè in un unico fabbricato, con lo stesso tetto o accanto alla chiesa o in altra parte dell'eremo, a seconda della posizione del luogo e del giudizio della maggior parte degli eremiti, ma sempre avvertendo che, stando in chiesa a salmodiare, a pregare o a celebrare i divini misteri, o stando a letto nella cella dei malati, i fratelli non siano disturbati da qualche inopportuno rumore dai vicini locali di lavoro.
Nella costruzione sia delle celle degli eremiti che dei comuni locali di lavoro, si osservi attentamente di non erigervi sopra i refettori o la “tristega” (letteralmente è un edificio a tre piani come l'arca di Noè (cfr. Gen 6, 16). Negli eremi camaldolesi «tristega» è una stanza adoperata per la refezione in comune quando si dispensa dal silenzio, poche volte all'anno.)
Se si dovesse costruire qualche locale sotto terra, ciò che è frequente nei luoghi montuosi, non è affatto proibito.
E se capitasse di dover abitare un luogo dove vi siano chiostri, celle unite e refettori, come usano i cenobiti, gli eremiti non le usino affatto per abitarvi, ma vedano di adattare questi edifici come comuni locali di lavoro; ma i refettori ai piani superiori, a meno che non si procuri grave danno al fabbricato, vengano demoliti.
Agli eremiti, infatti, non si addice abitare in edifici a più piani, ma in modeste casette. La zona dell'eremo dove si trovano la chiesa, le celle degli eremiti e i locali di lavoro, non deve essere aperta e di facile ingresso, ma, a seconda del luogo e delle possibilità, sia chiusa con un fossato o uno scavo, oppure con siepi o anche con muro, in modo che si possa entrare e uscire per una sola porta.
Circa il luogo poi dove si trova l'eremo stesso, se ci sono boschi, si conservino e si aumenti il numero degli alberi; se, invece, non ci sono per niente, si provveda con molta cura a un'opera di imboschimento, sia per il decoro e la caratteristica della solitudine, sia specialmente per avere la legna per il fuoco, tanto necessaria agli eremiti. Gli stessi eremiti, poi, restino volentieri all'eremo per amore della amabilissima solitudine, ricca di felicità per le anime consacrate. Escano raramente fuori dell'eremo, soltanto quando lo richiede una urgente necessità o una pia utilità. E mai, tuttavia, escano senza il permesso del superiore e la sua benedizione.
Uscendo, vedano di sbrigare più faccende nello stesso tempo in modo da non essere costretti a uscire con più frequenza, cioè ogni volta per una faccenda.
Fuori dell'eremo, se prevedono di ritornare in giornata, non prendano cibo, senza una speciale benedizione del padre superiore e in caso di vera necessità, come facevano anche i cenobiti, tornino digiuni all'eremo. Tuttavia, se pensano che fuori saranno costretti a mangiare e a bere, una volta avvertito il superiore e ottenuto da lui il permesso, portino con sé il cibo sufficiente per il viaggio e preferiscano prenderlo fuori, lungo la strada, in un luogo tranquillo, piuttosto di entrare per questa necessità nei locali pubblici dei secolari o presso i privati, o anche nei conventi dei religiosi.
Quando sono all'eremo, nei giorni e nelle ore consacrate al silenzio, nessuno entri senza speciale licenza del priore nella cella di qualche fratello, né in qualche locale comune di lavoro.
Mai senza il permesso del superiore, che del resto raramente deve concederlo, qualcuno entri in una cella che non sia la sua o in qualche comune locale di lavoro, eccetto in quello che gli è stato affidato. E non permetta affatto ad alcuno di entrare nella sua cella. E così, ognuno occupi la propria cella e in nessun caso si consenta di mangiare o di dormire in due o in più nella stessa cella.
Se i fratelli non osserveranno integralmente queste norme, quantunque dimorino nell'eremo e in celle solitarie, mai potranno essere solitari. Sommamente dovranno custodire la solitudine, affinché non venga loro portata via dagli estranei; ma loro stessi se la porteranno via a vicenda e non avrà giovato a nulla aver rinunciato al rapporto con la gente e la vita in città, se non si guardano con grande diligenza dai troppo frequenti rapporti con i fratelli; tali rapporti, quanto più avvengono facilmente, tanto più perniciosamente portano via tutta la solitudine.
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Regola della vita eremitica:
Vita eremitica e povertà
Tratto da: Beato Paolo Giustiniani, REGOLA DELLA VITA EREMITICA - ed. Abbazia san Benedetto, Seregno, 2001