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Serge Bolshakoff
I racconti del
pellegrino russo

Apprendimento della Preghiera di Gesù, esperienze mistiche e ipotesi sull'origine del manoscritto originale.
Nella primavera del 1957, trovandomi a San Panteleimone, ebbi modo di dare una scorsa alla voluminosa corrispondenza di Padre Gerolamo la quale meriterebbe per varie ragioni di essere pubblicata. Nella biblioteca del monastero trovai pure in mezzo ad altri manoscritti inediti una copia di quel celebre classico di spiritualità che ha per titolo: Racconti del Pellegrino russo. Il manoscritto contiene cinque episodi in più ed un post-scriptum che invece mancano nell'attuale edizione stampata. La storia dei Racconti, la sua provenienza e stesura resta ancora un mistero. Nel 1884, a Kazan, fu pubblicato un libretto dal titolo: Veritieri racconti di un Pellegrino al suo padre spirituale, nella cui introduzione si affermava essere il libro la riproduzione di un manoscritto che l'abate Paisio di San Michele dei Ceremissi aveva trovato sul monte Athos e copiato. L'abate Paisio era allora già morto da un anno. Il libro ebbe in Russia grandissima diffusione e più tardi fu tradotto in tedesco, francese, inglese, giapponese e greco. Si compone di quattro racconti che il pellegrino stesso riferisce in prima persona.
Apprendimento della preghiera di Gesù
Nel primo racconto il pellegrino afferma di essere una volta entrato in una chiesa e avervi udito le parole dì San Paolo esortanti alla preghiera continua (1Ts., 5, 16). Curioso di conoscere come si possa pregare incessantemente egli chiese spiegazione a teologi, preti e gente colta, ma da nessuno ricavò soddisfazione. Finalmente trovò un megaloskemo che gli diede da leggere il Dobrotoljubie (la Filocalia) e gli prescrisse tremila preghiere di Gesù al giorno. Venuto a capo dell'esercizio in pochi giorni, il pellegrino ricevette dal monaco l'ordine di dirne seimila, poi dodicimila e si trovò finalmente a pregare senza doversi più occupare di calcolo, e a sincronizzare la sua preghiera col respiro ed il battito del cuore, secondo il modo esicastico. Man mano che progrediva nella preghiera il pellegrino notava in sé un mutamento d'animo. «Se durante il giorno, egli scrive, mi avveniva di incontrare qualcuno, chiunque egli fosse ed anche senza che gli rivolgessi la parola, lo sentivo vicino a me come una cara persona di famiglia. I miei pensieri incominciavano a calmarsi, la mia attenzione a concentrarsi esclusivamente sulla preghiera e, mentre la mia mente vi aderiva sempre di più, il mio cuore a tratti provava sensazioni di calore e singolare compiacimento. Il lungo ufficio monastico cominciò a parermi breve e non più stancante come prima e la mia capanna solitaria simile a un magnifico palazzo ed io non sapevo come ringraziare il Signore per aver mandato a me, miserabile peccatore, un così benefico starec e maestro».
Dopo la morte dello starec il pellegrino si procurò il Dobrotoljubie per continuare lo studio sulla preghiera e la sua esperienza mistica si approfondì vieppiù: «Talvolta percorro senza accorgermene 80 e più chilometri al giorno, conscio soltanto di pregare. Se il freddo mi morde prego più fervorosamente e mi sento riscaldato; se la fame mi tormenta mi appello più di frequente a Gesù Cristo e dimentico di aver bisogno di cibo; se mi ammalo e schiena e gambe mi dolgono mi raccolgo maggiormente nella preghiera e non sento più dolore; se qualcuno mi offende penso a quanto è soave la preghiera di Gesù e la collera svanisce e io dimentico tutto».
Le esperienze mistiche del pellegrino
Nel secondo racconto il pellegrino narra della sua decisione di mettersi a studiare seriamente il Dobrotoljubie. Egli si recò in Siberia, sui luoghi dei grandi mistici della prima metà del XIX secolo, gli starec Zosimo, Basilio e Daniele. «Durante il viaggio, prosegue la narrazione, sentivo che la preghiera stava passando nel cuore; mi pareva, cioè, che in corrispondenza di ogni suo battito il cuore pronunciasse una parola della preghiera, così: "Signore... Gesù... Cristo..." con quel che segue. Smisi perciò di pregare con le labbra e mi concentrai nel cuore guardando in esso, conforme a quanto mi era stato consigliato dal defunto starec. Trovai che era soave. Una leggera sofferenza incominciò quindi ad insinuarsi nel mio cuore e s'impadronì della mia mente un tale amore per Gesù Cristo da farmi pensare che se l'avessi incontrato mi sarei di colpo prostrato ai Suoi piedi per baciarli e non più staccarmene e fra le lacrime ringraziarLo».
Il pellegrino continua a narrare: «In quel periodo leggevo pure la mia Bibbia e mi accorsi che incominciavo a capirla meglio e che molte cose non mi apparivano più strane ed incomprensibili come prima. I Santi Padri hanno ragione di dire che il Dobrotoljubie è la chiave dei misteri della Sacra Scrittura; col suo aiuto cominciai a capire in parte il significato nascosto della Parola di Dio e a rendermi conto di che cosa sia l'uomo interiore, la vera preghiera, l'adorazione in spirito, il Regno che è dentro di noi, la preghiera ineffabile del misericordiosissimo Spirito Santo, e mi apparve più chiaro il senso delle parole: "Voi sarete in me" e: “Datemi il vostro cuore”; capii meglio che cosa significhi essere rivestiti di Cristo e promessi sposi dello Spirito e quale sia l'anelito del cuore che invoca: Abba! Padre! Tutte le cose circostanti, alberi, uccelli, erba, terra, aria, luce mi apparivano sotto una luce meravigliosa, create per l'uomo a testimonianza dell'amore di Dio per lui e glorificanti il Creatore. Per mezzo di questa esperienza capii che cos'é ciò che il Dobrotoljubie chiama visione del mondo creato e scopersi il modo di parlare di Dio alla creatura».
La vera via
Il pellegrino, il quale fra l'altro per istrada era stato derubato dei suoi libri che poi però aveva ritrovato, ebbe modo durante il suo viaggio siberiano di conoscere dei tipi interessanti. S'imbatté, per esempio, un giorno in un abitatore dei boschi il quale, avendo udito una volta un sermone sul giudizio finale, aveva abbandonato il suo commercio e si era ritirato a penitenza nella solitudine, ma veniva ogni tanto assalito dalla tentazione di pensare che forse l'inferno non esiste affatto ed è un invenzione dei preti e dei signori, intesa a tenere il popolo sottomesso, e che, tutto sommato, è più saggio godersi quel poco di vita che ci è dato. Il pellegrino fece presente all'abitatore dei boschi che «non giova astenersi dal peccato soltanto per timore della pena; null'altro che la custodia della mente e la purità del cuore ci liberano dai pravi pensieri la qual liberazione si ottiene mediante la preghiera interiore, determinata non dal timore, che i Santi Padri definiscono il movente dello schiavo, e neppure dal desiderio di entrare nel Regno dei Cieli, scopo da essi ritenuto proprio del mercenario, ma dal desiderio di andare al Padre passando per il Figlio, vivendo, cioè, onestamente e santamente nel servizio e nell'amor di 'Dio e nella gioia di essere a Lui uniti. Qualsiasi acrobazia ascetica s'intraprenda, se non si ha Dio in sé e la preghiera dì Gesù nel cuore non si sarà mai capaci di dominare i propri pensieri e alla minima occasione si cadrà in peccato».
Il pellegrino trascorse alcuni mesi in una capanna insieme all'abitatore dei boschi; il suo defunto starec, apparsogli in visione, gli consigliò di leggere prevalentemente quelle parti del Dobrotoljubie che riguardano Niceforo il Monaco, Gregorio Sinaita, Simeone il Neoteologo, Callisto e Ignazio.
Il metodo esicastico
Il pellegrino così descrive la sua esperienza della preghiera esicastica:
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IL METODO «Chiudendo gli occhi guardavo nel mio cuore e cercavo d'immaginarmelo così com'è, posto nella parte sinistra del petto, e di ascoltarne i battiti. Sul principio mi dedicavo a questo esercizio più volte nella giornata, per una mezz’ora ogni volta, senza esperimentare altro che oscurità. Ben presto, tuttavia, incominciai a vedere il cuore e i suoi movimenti e, più tardi, a condurvi e ricondurne fuori la preghiera di Gesù, accordando l'esercizio al movimento della respirazione, secondo i dettami di Gregorio Sinaita, Callisto, Ignazio; mentre inspiravo, cioè, e sempre tenendo lo sguardo della mente fisso nel cuore, pronunciavo mentalmente le parole: "Signore Gesù Cristo", e nell'espirazione continuavo: "abbi pietà di me". |
Dapprima mi impegnai in ciò per un'ora o due al giorno, poi sempre più a lungo fino ad occuparmici per quasi tutta la giornata. Se pesantezza, pigrizia o dubbi mi coglievano mi mettevo subito a leggere i passi del Dobrotoljubie illustranti l'attività del cuore e mi ritornava il desiderio della preghiera. Nel giro di tre settimane una specie di sofferenza s'impadronì del mio cuore e quindi un gradevolissimo senso di fervore unito a gioia e serenità. La cosa mi entusiasmava e mi attraeva così tanto che tutti i miei pensieri vi si polarizzavano, ed il mio cuore, libero e leggero, esultava di consolazione in un trasporto di gioia. In esso e nella mente comparivano sensazioni transitorie e differenti: amore fiammeggiante per Gesù Cristo e l'intera creazione, riconoscenza accompagnata da lacrime per il Signore che aveva perdonato un simile reietto, illuminazione della mia già ottusa intelligenza e comprensione di cose cui precedentemente non avrei neppur potuto pensare. Talvolta il calore del cuore si comunicava al mio corpo ed io inesprimibilmente sentivo l'onnipresenza dì Dio; talvolta la sola invocazione del Nome di Gesù mi lasciava sopraffatto di gioia e mi faceva palese il significato delle parole: "Il Regno di Dio è in voi" (Luc, 17, 21). Fra tali consolazioni io ebbi modo di rendermi conto che gli effetti della preghiera del cuore si manifestano nello spirito, nella sensibilità e sotto forma d'illuminazione.
- Lo spirito, infatti, esperimenta la soavità dell'amore divino, il riposo interiore, il rapimento, la purità dei pensieri, il dolce ricordo di Dio;
- la sensibilità è confortata dal calore del cuore che si comunica e si estende a tutto il corpo ed esulta per il piacere di vivere e per l'insensibilità alla malattia e al dolore;
- la mente è illuminata sulle comprensioni delle Sacre Scritture e sul linguaggio del creato, è allontanata dalle vanità, e fatta conscia della dolcezza della vita interiore, della vicinanza di Dio e del Suo amore per noi».
In tutta la letteratura mistica russa vi sono poche pagine all'altezza di queste da noi citate. Oltre ad ulteriori descrizioni di vari avvenimenti occorsi durante il viaggio, il pellegrino riferisce un'altra esperienza mistica e narra: «Ripresi dunque il mio cammino solitario. Mi sentivo così leggero che mi pareva di essermi scrollato dalle spalle una montagna. La preghiera mi dava sempre maggiori consolazioni ed il mio cuore talvolta bolliva di sconfinato amore per Gesù Cristo; da un simile centro di soave ebollizione, rivoli di consolazione scendevano su tutto il mio corpo. Il ricordo di Cristo s'impossessò della mia mente ad un punto tale che, meditandovi, mi sembrava dì assistere di persona e vedere con i miei occhi i fatti del Vangelo e dalla commozione piangevo. La gioia che di quando in quando mi pervadeva non è descrivibile. Mi avvenne una volta di starmene per tre giorni lontano dalle abitazioni degli uomini, in rapimento, parendomi di essere il solo uomo sulla terra ed un reprobo davanti alla misericordia di Dio. Tale isolamento mi confortò ed in esso la preghiera mi parve essere più dolce che in mezzo al frastuono».
Arrivato a Irkutsk il pellegrino incontrò un mercante che gli consigliò di recarsi a Gerusalemme e si offrì di aiutarlo.
La vita del pellegrino
Il terzo capitolo del racconto contiene l'autobiografia dell'autore. Era questi un contadino della provincia di Orel il quale, rimasto orfano, insieme col fratello era stato allevato dal nonno, un uomo anziano e pio che faceva l'oste ed aveva una predilezione per il secondo dei nipoti, il futuro pellegrino, cui aveva insegnato a leggere e scrivere e lasciato tutti suoi averi. Il maggiore dei nipoti era viceversa un ubriacone, il quale in un accesso di violenza aveva rotto al fratello la mano sinistra causandogli un'invalidità permanente. Non basta: quando il fratello minore, sposatosi con una brava ragazza, aveva messo su casa, quell'altro aveva dato fuoco a tutto e gli sposi avevano perso ogni cosa. Due anni dopo questi avvenimenti, mortagli nel frattempo la moglie, il pellegrino si era dato alla vita girovaga, un pò sul tipo di quella di San Benedetto Labre e contava trentatré anni alla vigilia di partire per Gerusalemme.
Nuove esperienze mistiche
Nel quarto ed ultimo racconto l'autore riprende a narrare le sue esperienze mistiche e afferma di avere provato, trovandosi fra la gente, una vera fame di solitudine. «Sentivo, egli dice, un gran desiderio di pregare, un bisogno estremo di aprire la mia anima a Dio, di stare nella solitudine e nel silenzio, il che non mi era mai stato possibile per più di ventiquattro ore di seguito. Sentivo salirmi nel cuore una marea che cercava d'irrompere e riversarmi sul corpo e, siccome cercavo d'arginarla, il cuore, sia pur dolcemente, ne soffriva con intensità e chiedeva riposo e preghiera. Compresi allora perché i veri esicasti fuggivano gli uomini e si nascondevano nel deserto; compresi perché Sant’Esichio definisse vana chiacchiera ogni sia pur breve, spirituale ed utile conversazione e mi richiamai alla mente le parole di Efrem Siro: "un discorso buono è come argento ma il silenzio è oro puro"».
Illustrando ad un cieco i movimenti della psiche, il pellegrino così ebbe a dire:
«In una certa sfera l'anima umana non conosce limiti di materia né di spazio, può penetrare l'oscurità e vedere gli avvenimenti a distanza come se fossero presenti. L'asservimento al corpo, la confusione dei pensieri e la dissipazione in genere impediscono lo sviluppo di tale capacità psichica che viceversa fiorisce nella concentrazione, nel distacco dalle cose circostanti, nell'affinamento della mente, cose tutte che favoriscono l'attività psichica più alta. Ciò appartiene all'ambito naturale; il mio starec affermava infatti che gente non pia, favorita da naturale predisposizione o da infermità, riesce a vedere, nella più buia stanza, la luce sprigionarsi dagli oggetti ivi contenuti nonché a distinguerli, e può percepire lo sdoppiamento della propria personalità e leggere nei pensieri altrui. I fenomeni che accompagnano la preghiera del cuore sono invece effetto della Grazia Divina, non possono essere paragonati a niente di materiale e la loro soavità nessuna lingua può descrivere. Non esiste nella realtà sensibile niente che sia paragonabile alla sensazione prodotta nel cuore dalla grazia».
Citiamo ancora dai Racconti il seguente passo: «La preghiera del cuore mi era di tale conforto che io non potevo immaginare alcuno più felice di me sulla terra nè capire quale maggior godimento ci fosse riserbato nel Regno dei Cieli. Motivo di esultanza mi veniva inoltre da tutto ciò che esiste al mondo, che mi appariva sotto luce meravigliosa e mi spingeva ad amare e ringraziare Dio; le persone ed ogni realtà animata ed inanimata mi erano ugualmente vicine e familiari ed in tutto trovavo segnato il nome di Gesù Cristo. Mi sentivo così leggero che mi pareva di non aver corpo e quasi non toccar terra coi piedi. Talvolta, rientrando in me stesso, mi scoprivo ammirato della perfezione del corpo umano, tal altra mi sentivo così felice come se fossi re. Eppure, nonostante tutte queste consolazioni, desideravo che Dio mi chiamasse presto a Sé per dare totale soddisfazione, davanti al Suo trono e nel mondo degli spiriti, al mio bisogno di ringraziamento».
Non riesco a rendermi ben conto del perché l'abate Paisio, il quale con tutta probabilità copiò il testo dei Racconti direttamente dal manoscritto conservato sull'Athos, abbia tralasciato cinque episodi in quello contenuti. Avendo studiato il manoscritto atonita ritengo che l'abate possa aver giudicato inopportuna una certa critica rivolta al clero dotto che trascura la preghiera del cuore, o inopportuni certi accenni alle faccende del sesso; eppure gli episodi mancanti hanno una loro importanza, specialmente là dove si afferma che la preghiera del cuore non può continuare ad essere praticata nei momenti di eccitamento sessuale. Non esaminai a fondo la corrispondenza di Padre Gerolamo Solomencev ma ho l'impressione che il pellegrino sia stato sull'Athos proprio in quell'epoca e vi abbia scritto la sua storia, o, magari, l'abbia dettata a Padre Gerolamo.
Non sappiamo del pellegrino niente di più di quanto egli stesso ci racconta. Esistono tuttavia due lettere dello starec Ambrogio di Optino, da me rinvenute, dirette alla priora di un convento la quale aveva letto il manoscritto dei Racconti prima che fosse stampato (pare infatti che in Russia circolassero molte copie del manoscritto prima che questo fosse edito a Kazan). Così scrive lo starec Ambrogio: «Mi dite di avere avuto fra le mani il manoscritto che illustra un metodo semplice per la pratica della preghiera di Gesù, vocale, mentale e del cuore. Esso fu scritto da un contadino della provincia di Orel cui la preghiera di Gesù era stata insegnata da uno starec rimasto sconosciuto. Mi dite inoltre che il manoscritto reca in calce la data del 1859. Dovete sapere che poco prima di allora il nostro defunto starec, Padre Macario, ci confidò di aver ricevuto la visita di un laico il quale aveva raggiunto un grado tale di preghiera da far rimanere lo starec a bocca aperta. Questo laico, onde aver consiglio, descrisse a Padre Macario i differenti stati di preghiera e quegli non fu capace altro che di ripetergli: "Sii umile, sii umile", dopo di che ce ne riferì con gran stupore. Pensai allora che si trattasse del mercante di Orel, Neumijtov, uomo di grande preghiera, ma può ben darsi che si trattasse invece del contadino di cui mi parlate. Si potrebbe anche pensare a Padre Atanasio, un megaloskemo dell’Athos, il quale, negli anni posteriori al 1840, visse al monastero Brjansk, nella provincia di Orel, praticando la preghiera della mente e del cuore. Precedentemente ancora, un megaloskemo-prete, di nome Basilio, che si autodefiniva girovago, visse nelle province di Kursk e di Orel, passando da un monastero all'altro e insegnando la preghiera di Gesù a chi voleva impararla. Mi dite che il contadino di cui sopra era così attaccato alla preghiera di Gesù da non poter quasi recitare le preghiere del mattino. Ricordiamoci comunque che Gregorio Sinaita in un sermone contenuto nel "Dobrotoljubie" dice che questa preghiera conviene alla gente molto semplice e ai solitari. Non è invece altrettanto adatta a chi vive in monastero. Se Sant'Antonio il Grande recitava Nona e San Zosima, colui che incontrò Maria Egiziaca, camminando nel deserto osservava la sua regola di preghiera, non è davvero il caso che ci rinunciamo noi che siamo così imperfetti».
Nella seconda lettera Ambrogio scrive: «Vi dirò qualcosa a proposito del manoscritto del pellegrino. Non ci sono obiezioni da fare. Il pellegrino visse da pellegrino. Era un girovago, senza particolari doveri e molestie il quale poteva praticare liberamente la preghiera quando lo desiderava. Voi siete invece superiora di un convento, legata ai doveri monastici e per di più ammalata. Regolatevi quindi con la preghiera secondo le vostre possibilità; l'obbedienza, che conta pure qualcosa, farà il resto».
Esiste un solo Atanasio che possa essere identificato con quello che lo starec Ambrogio menziona, e cioè un megaloskemo Atanasio discepolo dello starec Basilio Kiskin e con questi vissuto sul monte Athos, ritiratosi in seguito al monastero Svenskij nel Brjansk e morto poi al monastero Beloberezskij nel 1844. Certe carte dell'Athos, da noi consultate, lo definiscono un sant'uomo che condusse molta gente alla preghiera di Gesù.
Tratto da Serge Bolshakoff: INCONTRO CON LA SPIRITUALITA' RUSSA - Ed. SEI a cui si rimanda per le note e l'approfondimento