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LA FILOCALIA: materiali

Una introduzione storica e
redazionale di Jean Gouillard
Filocalia significa «amore della bellezza», di quella bellezza che si confonde col bene. La parola era già stata usata da S. Basilio e dal suo amico Gregorio di Nazianzo per la loro raccolta di passi scelti di Origene. Ma, all'infuori di qualche erudito, chi conosce questa raccolta?
Nel 1782 vide la luce a Venezia un'altra Filocalia, con diverso
destino, i cui esemplari, appena stampati, furono rimpatriati in blocco in
Oriente. Nulla di strano in questo. Basta sfogliare la Bibliografia ellenica di
Pernot-Petit per costatare che il libro greco si stampava in quel tempo
necessariamente a Venezia. La situazione sarebbe cambiata soltanto dopo la
guerra d'Indipendenza.
L'opera era stata
finanziata da un ricco mercante di Smirne, Giovanni Mavrogordato, ritenuto erroneamente
da alcuni un principe rumeno. Quest'edizione era stata elaborata dal vescovo di
Corinto, Macario (1731-1805) e dal monaco del Monte Athos Nicodimo, detto l'Aghiorita
(1749-1809). Il primo aveva scoperto la raccolta del manoscritto e ne aveva
corretto le lezioni; il secondo si era assunto la prefazione e le notizie sugli
autori. Apostoli ambedue e uomini colti, desideravano ricordare ai monaci e ai
fedeli ortodossi la grande tradizione di preghiera, resa illustre da una catena
ininterrotta di contemplativi, a partire dai tempi del deserto fino ai restauratori
del XIII-XIV secolo. Erano inoltre spiriti aperti: Macario non temeva di
predicare, contro gli usi del tempo, un ritorno alla comunione frequente;
Nicodimo non esitava a tradurre e adattare gli Esercizi Spirituali di S.
Ignazio di Loyola e il Combattimento Spirituale dello Scupoli.
Essi
credevano fermamente nella loro impresa. Il libro che vedeva la luce, ci dice
Nicodimo, è «il tesoro della sobrietà, la custodia dell'intelletto, la mistica
scuola della preghiera dello spirito, il modello eminente della vita attiva, la
guida sicura della contemplazione, il paradiso dei Padri e la catena d'oro delle
Questo vero «concilio»
dei Padri Niptici chiama a raccolta tutta la tradizione, dal tempo del deserto
con Antonio il Grande ed Evagrio il Pontico fino a Simeone di Tessalonica
(1410-1429). Essi sono più di trenta: Antonio il Grande, Isaia l'Anacoreta, Evagrio
il Pontico, Cassiano il Romano, Marco l'Eremita, Esichio Presbitero, Nilo asceta
di Ancira, Diadoco di Fotica, Giovanni Carpazio, Teodoro di Edessa, Massimo il
Confessore, Talassio Libico, Giovanni Damasceno, Filemone, Teognosto, Filoteo il
Sinaita, Elia l'Ecdico, Teofano il Monaco di «La Scala», Pietro Damasceno,
Macario Egiziano, Simeone il Nuovo Teologo, Niceta Stetatos, Teolepto di Filadelfia,
Niceforo l'Esicasta, Gregorio il Sinaita, Gregorio Palamas, Callisto e Ignazio
di Xanthopouli, Callisto Catafigiota, Simeone di Tessalonica, Marco d'Efeso,
Massimo il Causocalibita.
Alcune presenze sono
discrete: Teofano ci offre due sole pagine; altre sono invadenti: Pietro
Damasceno ce ne offre oltre 140. Queste precedenze non hanno niente a che vedere
con l'importanza degli autori. Il loro nome o particolari simili possono appena
motivarle.
L'autenticità è un problema che non
esiste per questi curatori. Antonio il Grande apre le sedute di questo «sinodo»
con delle Esortazioni che sono quasi la copia di un breviario stoico.
Teodoro di Edessa, la cui opera principale, la Centuria, può forse dirsi
un
E quali ripetizioni! Ogni
Padre, avendo letto tutti gli scritti di coloro che lo hanno preceduto, ripete
gli stessi pensieri come dei ritornelli. Ma perchè meravigliarsene? Come si
capiscono questi monaci, per i quali il tempo conta tanto poco, che «ruminano»
(l'espressione è proprio loro) tranquillamente l'unico piatto, la manna d'una
preghiera invariabile, la preghiera del povero! Staccata dalla sua funzione, la Filocalia
è la più pedante delle biblioteche; inserita nel suo contesto vivente,
prende un diverso sapore. La si può aprire a caso e vi si troverà sempre «la
parola che salva». D'altronde, è così poco un libro! E piuttosto una «lente
affumicata», secondo l'espressione del Pellegrino russo, per poter sostenere lo
splendore del sole.
Vorremmo conoscere la
sorte della Filocalia greca. Non ne sappiamo quasi nulla. Un'edizione leggermente
più ampia apparve ad Atene nel 1893, seguita da un'altra edizione arricchita di
un indice nel 1957-ì963~. L'edizione principe è divenuta rarissima.
In Occidente l'abate Migne, o più
esattamente il card. Pitra, scoperse la Filocalia «dopo molte vane
ricerche», quando la Patrologia Greca era pervenuta
La Filocalia doveva
invece conoscere un successo straordinario in Russia, grazie a un grande staretz,
Paissy Velitchkovski (1722-1794), animatore di una vera rinascita spirituale
sia nei paesi moldavi che in Russia. Egli preparò in breve tempo una traduzione
slava, la Dobrotolubiye (Pietroburgo, 1793), della quale si ebbero otto
riedizioni. E appunto una copia sgualcita di questa edizione che il Pellegrino
russo comprò per due rubli - tutto il suo avere - da un sacrestano. «Essa fu,
durante la prima metà del secolo XIX, insieme con la Bibbia e
il Menologio dj Dimitri di Rostov, il cibo spirituale
preferito dei monaci
russi»
La versione slava rispettava fedelmente l'originale greco. Nel 1877,
Teofano il Recluso intraprese la pubblicazione d'una monumentale Dobrotolubiye
in russo, che ebbe in seguito quattro riedizioni. Teofano riduce e insieme
arricchisce la raccolta. Poiche' Pietro Damasceno era appena stato pubblicato in
lingua russa, egli lo esclude dalla sua silloge. Altri trattati, sono da lui
giudicati troppo elevati e sottili, come i Capitoli sillogistici sull'unione
con Dio di Callisto Catafigiota (cfr. PG 147) o troppo
speculativi,
In compenso Teofano
attinge largamente alle opere di Efrem, Barsanufio, Climaco, Doroteo, Zosimo e
assorbe tutto il quarto volume delle Catechesi di Teodoro Studita, il
rappresentante di una corrente molto diversa, che il trionfo degli anacoreti
doveva in seguito soffocare e che d'altra parte, paradossalmente, produsse figli
tanto poco rassomiglianti come Simeone il Nuovo Teologo.
L'era della Filocalia non
è chiusa. Nel 1946 D. Staniloae lanciava una traduzione rumena (Sibiu) fornita
di note, che si compone di numerosi volumi. Fu una ripresa del progetto avviato
dai discepli dello staretz Paissy e portato avanti dal vescovo Gherasim
Safirim.
Per il Pellegrino russo,
e per l'innumerevole folla per cui egli parla, la Filocalia è anzitutto
il libro della preghiera, cioè della preghiera di Gesù e del cuore. E non
senza ragione, perché è proprio questa preghiera, in definitiva, che i suoi
compilatori sognavano di far rivivere sulla scorta di tutta la tradizione. Se la
Filocalia ha superato il campo limitato dell'erudizione per divenire
l'eco di una potente esperienza religiosa (l'espressione non è troppo forte, se
pensiamo alla miriade di mistici russi del XIX secolo), essa lo deve appunto a
questa forma di preghiera.