RENATO D'ANTIGA

LA CONDIZIONE ESICASTA

 

Nella condizione esicasta l’asceta è morto alle sollecitazioni mondane e il silenzio interiore ridesta in lui naturalmente le potenze dell'anima attraverso cui essa si unisce a Dio e in lui rimane con stupore.

In tale condizione l'anima riacquista la luminosità edenica e si unisce a Colui che le è affine. Essa si ricopre totalmente di luce divina, la medesima che gli apostoli contemplarono sul Monte Tabor.

Ecco, quindi, che partecipare della grazia deificante è manifestare nell'anima l'immagine splendente attraverso cui Dio si proietta in noi, significa possedere, cioè rivelare la natura cristiforme dell'uomo, come proclamava l'apostolo Paolo: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Gal 2,20). Questa affermazione paolina proietta il mistero dell'Incarnazione nel cuore dell'uomo facendolo divenire cristoforo, perciò la sua persona è totalmente pneumatizzata dalle energie divine che la compongono. […] L'asceta, una volta raggiunta l'effettiva condizione deificata (theosis) acquisisce realmente la perfezione dalla luce increata grazie alle energie divine che lo possiedono.

La contemplazione della luce divina non è la visione di Dio, ma della sua gloria, in quanto Dio nella sua essenza (ousìa) rimane totalmente trascendente, invisibile, inconcepibile ed inconoscibile. Infatti, come insegna san Gregorio Palamas, "questa luce misteriosa, inaccessibile, immateriale, increata, deificante ed eterna, questo splendore della natura divina, questa gloria della divinità, questa bellezza del regno celeste è accessibile ai sensi e nelle stesso tempo li supera"1. L'esicasta, quindi, nell'unione (henosis) divina non contempla la sostanza divina, ma le sue energie che sono la manifestazione dell'essenza perché, come afferma san Basilio di Cesarea, "la certezza dell'esistenza di ogni essenza è la sua energia naturale che innalza lo spirito sino alla sua natura"2.

Secondo la tradizione dei Padri, la contemplazione della luce taborica da parte degli apostoli ha reso partecipabile l’impartecipabile, conoscibile l'inconoscibile, accessibile l'inaccessibile, poiché essa è la manifestazione della divinità che rende l'anima purificata dall'energia increata. La luce contemplata dagli apostoli sul Monte Tabor ha reso così visibile Dio attraverso il volto splendente di Cristo, circondato dalla sua gloria, manifestando al mondo la sua divinità, perché "il Signore - afferma Gregorio Palamas - non è salito sul Monte Tabor, conducendo i suoi discepoli prediletti per mostrare loro che era un uomo, (per tre anni essi lo videro accanto a loro a condividere la stessa esistenza), ma piuttosto per dimostrare, come cantiamo, 'che è la luce del Padre’"3.

La gloria di Dio, ossia le sue energie, non sono separate da Dio, ma da lui direttamente procedono e vengono percepite sensibilmente dall'anima inondata di luce in proporzione al grado di perfezione raggiunto. Le energie divine, sono dunque la manifestazione dell'essenza divina da cui sono procedenti, ma sono separate da essa. Infatti, prosegue Gregorio Palamas, "esiste una realtà, fra le creature e la Sovraessenzialità impartecipabile, anzi non una, ma parecchie realtà, quanti sono i partecipanti. E se non sono esistenze proprie - cioè realtà mediatrici - sono, invece potenze della Sovraessenzialità che possiede e riassume in se stessa, in maniera unica e unificante, tutte le differenti realtà partecipabili. (...).

Queste realtà, che sono attorno a Dio, non sono l'essenza divina, ma è lui stesso l'essenza di queste realtà. Da una parte egli è l'essenza sovraessenziale, indicibile, incomprensibile e impartecipabile, dall'altra è l'esistenza degli esseri, la sapienza dei sapienti, la vita dei viventi, l'entità di tutto ciò che esiste e la potenza creatrice del bello: le creature lo pensano lo esprimono e vi partecipano. Dio è dunque partecipabile e impartecipabile perché è sovraessenziale, partecipabile perché possiede un'energia che modella ed è fonte di perfezione per gli esseri"4.

Una volta raggiunta la deificazione per grazia, che è il fine stesso dell'Incarnazione, il cristiano perfetto manifesta al mondo la sua struttura iconica restaurata col volto luminoso ed immateriale di Cristo risorto, circondato dalla sua gloria, e si manifesta al mondo come una teofania, cioè come un'icona vivente della divinità. Nella condizione deificata, il cristiano partecipa interamente e sensibilmente delle energie increate, grazie al suo essere ormai interamente pneumatizzato e trasfigurato e riveste l'abito nuziale nuovamente lindo per apprestarsi al banchetto celeste, banchetto nel quale saremo associati al Regno di Dio in qualità di figli, cioè di eredi, perché ormai sciolti dalla schiavitù del peccato e dalla corruzione della morte.

 

NOTE

(1) GREGORIO PALAMAS, Difesa dei santi esicasti, a cura di R. D'Antiga, Padova 1989, p. 202.

(2)  BASILIO DI CESAREA, Lettere, a cura di R. Raccone, Alba 1966, p. 46.

(3) GREGORIO PALAMAS, op. cit., p. 199.

(4) Ivi, pp. 256-257

 

Tratto dalla rivista ITALIA ORTODOSSA, PP. 36-37 – Terzo e quarto trimestre 2004.