p. Elia Citterio

 LA SCUOLA FILOCALICA DI PAISIJ VELICHKOVSKIJ

E LA FILOCALIA DI NICODIMO AGHIORITA

UN CONFRONTO


 

"Venite, dunque, venite: mangiate il pane della sapienza che è in esso e bevete il vino che rallegra spiritualmente il cuore.

Venite, tutti quanti siete partecipi della vocazione ortodossa, monaci e laici insieme..."

 

La mia ricerca è tesa a far emergere il contesto in cui è matu­rata l'iniziativa della pubblicazione della Filocalia. Cercherò essenzialmente di interrogare e far parlare le fonti dell'epoca, mettendole a confronto. Dei tre ambienti interessati, l'ambiente gre­co, slavo e romeno, mi soffermerò più a lungo sugli ultimi due sia perché meno conosciuti sia perché più significativi di quel rinnovamento spirituale che in seguito sarà visto come incen­trato appunto sulla Filocalia e sulla pratica della preghiera di Gesù, ad essa strettamente collegata.

 

L'ambiente slavo

 

Consideriamo prima di tutto l'ambiente slavo. È risaputa la grande importanza e la diffusione che ha goduto nel mondo slavo il Dobrotoljubie, la versione slavonica della Filocalia di Paisij Velichkovskij, pubblicata a Mosca nel 1793, undici anni dopo l'edizione greca di Venezia. Sembrerà strano, ma nessuna delle cinque biografie conosciute di Paisij, composte dai suoi disce­poli circa una ventina d'anni dopo la sua morte, ne fa menzio­ne. Né Vitalie, Isacco Dascalul e Gregorio Dascalul, di lingua romena, né Mitrofane e Platone, di lingua slava, parlano del Do­brotoljubie. Eppure tutti unanimemente sottolineano la straor­dinaria fecondità del lavoro di correzione e traduzione dei testi patristici ad opera del loro starets, lavoro che costituisce il con­testo più diretto di quel rinnovamento monastico che ha così colpito i contemporanei. Annota Gregorio Dascalul, il futuro metropolita della Valacchia, tonsurato monaco a Neamt dallo stesso Paisij, nell'introduzione alla sua biografia, la prima ad es­sere stata stampata (Neamt 1817):

 

Mostrerò invece come e quando, con la venuta di questo beato starets e il costituirsi di questa grande comunità, si sia dato avvio, secondo la benevola provvidenza dell'Altissimo, ad un opera che ora non ha riscontro in tutta l'Ortodossia.

 

L'opera di cui parla è il rinnovamento spirituale e culturale realizzato da Paisij, che investe prima il monachesimo ortodos­so e poi tutto il tessuto ecclesiale, prima la Moldavia e la Valac­chia e poi i paesi slavi, la Russia in particolare, rinnovamento di cui appunto il Dobrotoljubie diventerà l'emblema.

Perché dunque questa diversa accentuazione di importanza tra la scuola formata da Paisij e la sua traduzione della Filocalia nella valutazione dei suoi discepoli diretti e delle generazioni suc­cessive, dei suoi contemporanei e di noi moderni?

Per dare una risposta a questo interrogativo occorre ripercor­rere le vicende storiche che hanno accompagnato l'edizione del Dobrotoljubie, come sia stato costituito e chi l'abbia promosso.

Anche qui sembrerà strano, ma l'idea di un'edizione slavoni­ca della Filocalia non proviene da Paisij. È il metropolita di Nov­gorod e Pietroburgo, Gabriele Petrov, amico e ammiratore di Paisij, il grande promotore del rinnovamento monastico ed ec­clesiale della Russia, a lanciare l'iniziativa. Per alcuni anni Pai­sij si mostra restio, essenzialmente per due motivi: l'imprecisio­ne delle traduzioni di cui dispone e il timore che si prenda la Filocalia come una sorta di manuale per imparare la preghiera del cuore.

Nella lunga lettera all'amico Teodosio, che costituisce la più importante fonte documentaria della sua attività letteraria (purtroppo il testo edito a Mosca nel 1847 nella raccolta delle opere dello starets, a cura del monastero di Optino, non è datato e non è integrale!), Paisij descrive le difficoltà incontrate sull'Athos e a Dragomirna nel lavoro di correzione dei manoscritti sla­vonici riguardo a quegli autori esicasti che poi entreranno a far parte della Filocalia greca. A proposito dei vari testi che elenca egli sottolinea che le versioni di cui dispone non sono pronte per la stampa:

 

Essendo il mio lavoro zoppicante e imperfetto, quei testi non solo non sono pronti per la stampa ma neanche per essere ri­copiati e diffusi fuori del monastero finché non verranno com­pletamente ricorretti a partire da originali greci soddisfacen­ti. E finché questi testi non saranno corretti sulla base degli originali greci non usciranno dalla comunità.

 

Evidentemente, come lui stesso accenna più avanti nella let­tera, Paisij difende la sua decisione di non presentare le traduzioni che veniva preparando, anche contro l'espresso invito ri­voltogli dal metropolita Gabriele. Il secondo motivo, ancora più grave, che rendeva titubante Paisij a preparare un libro, che era tutto incentrato sulla preghiera del cuore, lo rivela in tono con­fidenziale sempre al suo amico Teodosio. Le sue parole risulta­no più eloquenti di qualsiasi nostra spiegazione:

 

Dal punto di vista spirituale confido alla vostra santità che in relazione alla pubblicazione dei libri patristici sia in greco che in slavonico sono invaso da un senso di gioia e di timore insieme. Gioia, perché quei libri non saranno condannati all’oblio e perché gli uomini zelanti potranno acquistarli con maggior facilità; timore, perché tremo e ho paura che venga­no messi in vendita come una cosa qualsiasi, al pari degli al­tri libri, non solo per i monaci, ma per tutti i cristiani orto­dossi i quali, potendo imparare per conto loro la pratica della preghiera mentale senza la guida di persone sperimentate, ca­dranno nell'abbaglio prelest' e a causa di tale abbaglio sor­geranno uomini dai vani ragionamenti a proferire bestemmie contro questa santa e irreprensibile pratica, convalidata del resto dalla testimonianza di numerosissimi santi Padri...

Gli scritti patristici, particolarmente quelli che insegnano la vera obbedienza, la sobrietà della mente e l'esichia, l'atten­zione e la preghiera mentale, vale a dire quella compiuta dall’intelletto nel cuore, convengono esclusivamente all'ordine monastico e non a tutti i cristiani ortodossi in generale. Per­ciò i Padri teofori, quando espongono l'insegnamento con­cernente tale preghiera, sottolineano come il suo principio e il suo incrollabile fondamento sia la vera obbedienza, dalla quale nasce la vera umiltà. E l'umiltà protegge chi pratica quel­la preghiera da ogni abbaglio, inevitabile per chi si fa mae­stro da se stesso. E’ assolutamente impossibile per quelli che vivono nel mondo acquistare la vera obbedienza monastica e la perfetta rinuncia, in tutto, alla propria volontà e ad un certo proprio modo di vedere le cose... La pratica di questa preghiera era comunque completamente sconosciuta a chi viveva nel mondo. Ma ora che gli scritti dei Padri saranno pubblicati, non solo i monaci, ma tutto il po­polo cristiano ne avrà conoscenza. Perciò io temo e tremo che per le ragioni suddette - il fatto cioè di intraprendere di pro­pria iniziativa la pratica della preghiera, senza disporre di gui­da - tali autodidatti soccombano all'abbaglio, dal quale il Cri­sto Salvatore preservi con la sua grazia quanti vogliono esse­re salvati. Ho esposto tutto questo, aprendo la mia anima, alla tua santità a modo di difesa preventiva. Resto desidero­so del tuo pieno progresso spirituale nei comandamenti di Dio e indegno intercessore a tuo favore davanti a Dio.

 

In sostanza Paisij ha il terrore di pregiudicare in qualche mo­do l'eccellenza della pratica della preghiera di Gesù, che secondo lui riassume l'esperienza mistica della tradizione patristica. Se un testo non è "autentico" e se fa difetto un "autentico in­terprete", come non cadere poi, dato per scontato in simili con­dizioni il fallimento spirituale, nel disprezzo per tale pratica e di conseguenza per la tradizione dei Padri che insegnano quella pratica? Agli occhi di Paisij è questa la posta in gioco. Rifiutare la tradizione dei Padri significa poi togliere il sigillo di garanzia alla stessa esperienza monastica e, in ultima analisi, alla stessa vita ecclesiale.

Soltanto le insistenze del metropolita Gabriele e la possibilità della verifica delle sue traduzioni sul testo stampato della Filocalia greca, che gli era stato fatto pervenire, lo convinsero della bontà dell'iniziativa di una edizione slavonica. Paisij non tra­duce dalla Filocalia greca; rivede e affina le traduzioni prece­dentemente realizzate. Nel 1791 un suo discepolo, il monaco Atanasio, originario di Mosca, porta a Pietroburgo al metropo­lita Gabriele i manoscritti di Paisij con il testo della Filocalia greca, perché si procedesse ad una ulteriore revisione per sotto­porre poi il tutto all'approvazione del Santo Sinodo. Da nota­re che Paisij non ha presentato un testo, sia pure da revisionare, già pronto per la stampa e definito nelle sue parti. Semplicemente presenta le traduzioni dei vari autori che componevano la Filo­calia greca. Il metropolita Gabriele nomina subito due commis­sioni di revisori, una di monaci e una di professori. E insiste perché i professori lavorino d'intesa con i monaci:

 

Benché i monaci non conoscano come voi la lingua greca, tut­tavia conoscono meglio di voi, per esperienza, le verità spiri­tuali, inaccessibili alla sola sapienza libresca e perciò possono aiutarvi a comprendere con più esattezza il significato degli insegnamenti contenuti in questo libro.

 

Basta scorrere i nomi dei monaci che fanno parte della com­missione di revisione per riconoscere la lucidità spirituale e cul­turale del metropolita, tutta di stampo paisiano. Si tratta di:

- Atanasio, discepolo diretto di Paisij;

- Teofane, il quale serviva il metropolita nella sua cella alla Lavra di Sant'Alessandro Nevskij. Dopo essere stato discepolo dello starets Teodoro di Sanaxar, aveva soggiornato con lo sta­rets Teodosio, grande amico di Paisij. Fu lui a consigliare il me­tropolita Gabriele, quando volle restaurare la vita monastica a Valaam, di scegliere il padre Nazario, che allora viveva recluso nelle foreste di Sarov;

- lo ierodiacono Filarete della Lavra di Sant'Alessandro Nev­skij, diventato poi il famoso starets del monastero Spasskij a Mo­sca e guida del filosofo Ivan Kireevskij;

- lo stesso padre Nazario, lo starets di Valaam. Di lui si dice che non volle mai imparare a scrivere. Abate di Valaam dal 1782, in pochi anni era riuscito a creare una comunità numerosa e fer­vente. Quando si tratterà di aprire la missione ortodossa in Alaska, il metropolita Gabriele incaricherà lui di scegliere tre suoi discepoli, i quali partiranno nel 1794 con il Dobrotoljubie fre­sco di stampa. Quando si ritirerà nel 1804 nelle foreste di Sarov, sarà lui a portare il Dobrotoljubie all'altro grande starets dell'epoca, Serafino di Sarov.

La commissione di professori, invece, era formata dagli inse­gnanti dell'Accademia di Sant'Alessandro Nevskij di Pietroburgo e poi, nella veste del revisore definitivo, dal prof. Giacomo Di­mitrievic Nikolskij dell'Accademia della Lavra di San Sergio.

Il lavoro di revisione dura circa due anni e l'opera esce dalla tipografia sinodale di Mosca nel 1793, esattamente l’11 maggio, come indica la dedica di quella prima edizione. Le vicende dell'edizione del Dobrotoljubie, però, non sono concluse. Prima di riprenderle, anche per risolvere un piccolo enigma a proposi­to delle parti, se tre o quattro, che avrebbero costituito questa prima edizione, è possibile trarre alcune prime conclusioni.

1)   Agli occhi dei discepoli diretti aveva poco senso parlare del Dobrotoljubie per caratterizzare l'attività e l'opera di Paisij. E’ il complesso della sua opera che conta, quella appunto che ha portato il rinnovamento e che finirà per confondersi con il Dobrotoljubie, considerato ormai il segno e lo strumento di quel rinnovamento. Per questo ho intitolato la mia ricerca "la scuola filocalica di Paisij" e non semplicemente “il Dobrotoljubie di Paisij”, intendendo scuola nel senso di una tradizione viva che ha prodotto un certo frutto e contemporaneamente nel senso che “ha fatto scuola”, cioè ha costituito un modello di riferimento.

2)   L'attività di ricerca, correzione e traduzione dei testi pa­tristici, esicasti in special modo, da parte di Paisij, procede dalla fame della parola di Dio nella sua comunità, è finalizzata alla comunità. A Dragomirna la sua occupazione principale consi­steva proprio nel "servizio della parola" - è l'espressione usata nei suoi confronti dai suoi discepoli! -, nel preparare cioè i capi­toli serali per la comunità dove leggeva e spiegava i testi che an­dava traducendo insieme ai suoi più stretti collaboratori. E’ tut­ta la comunità ad essere organizzata attorno alla riscoperta dei Padri, che va di pari passo con la riscoperta della pratica della preghiera di Gesù. Quanto sembrava fino ad allora appannag­gio degli eremiti o dei "perfetti", Paisij lo estende all'insieme del cenobio rivitalizzando la vita comune con la pratica esicasta di cui la lettura dei Padri era un complemento imprescindibile: qui risiede l'essenza del suo rinnovamento, il suo "carisma" co­sì fecondo di frutti e di cui il Dobrotoljubie ha finito per rappre­sentare l'espressione più matura.

3)   In questo stesso contesto va letta la sua resistenza alla pub­blicazione della versione slavonica della Filocalia. Non si oppo­neva certo all'estensione ai laici della pratica della preghiera di Gesù. Tra i testi dei Padri che fin dall'inizio dà ai fratelli da leggere, come risulta dalla sua Regola di Dragomirna, c'è quel Simeone di Tessalonica, che è uno dei più convinti e chiari as­sertori del dovere per tutti, indistintamente, monaci e laici, di accedere a tale preghiera (anche se poi questo autore non verrà incluso nell'edizione del Dobrotoljubie!). Paisij temeva che si po­tesse prendere la Filocalia come un prontuario per autodidatti allo scopo di imparare la pratica della preghiera del cuore. Il fal­limento sarebbe assicurato. E non solo perché i laici non avreb­bero sempre la possibilità di essere guidati da qualche esperto starets, ma piuttosto perché chi vive nel mondo ben difficilmente potrà accedere alla vera obbedienza, dalla quale fiorisce l'umil­tà, l'unico contesto che può far sbocciare la preghiera. Prima ancora della possibilità di disporre di un maestro esperto nella pratica della preghiera del cuore, per Paisij è assolutamente ne­cessario mettersi sotto l'obbedienza di un padre spirituale per imparare a rinunciare completamente alla volontà propria e se­guire in tutto i divini comandamenti e diventare così liberi da ogni preoccupazione e attaccamento del mondo. Alle Scritture e alle istruzioni dei Padri possiamo affidarci per praticare la pre­ghiera del cuore in mancanza di un maestro sperimentato, ma senza il riferimento dell'obbedienza tutto sarà facilmente frainteso e fonte di inganno. E secondo questo senso di "obbedien­za" che Paisij concepisce la vita monastica e proprio lo studio dei Padri esicasti l'ha reso particolarmente sensibile all'ideale della "vita comune", la quale ritorna ad essere il vero luogo del­la pratica esicasta, senza cui si finirebbe per fraintenderla. E di­re che, stando almeno alla testimonianza di Brjanchaninov, Pai­sij avrebbe ottenuto il dono della preghiera del cuore per un fa­vore speciale della grazia divina, senza seguire la via ordinaria, che invece raccomanda ai suoi discepoli! Quanto mai rivelatrici di questo atteggiamento interiore e della sua visione dell'ideale monastico sono frasi come queste, ricorrenti nelle sue ammo­nizioni:

 

Quando guardo i fratelli, non vedo i fratelli, ma angeli. Quan­do vedo entrare nella mia cella un pover’uomo, chino il capo nei suoi confronti, ripensando nel mio cuore al detto della Scrittura: "Hai visto tuo fratello, hai visto il tuo Signore”.

 

Qualsiasi compito dobbiate svolgere, sforzatevi di compierlo con umiltà, obbedendo l'uno all'altro e chinando il capo l'u­no nei confronti dell'altro.

 

     Ora, se l'organizzazione stessa della comunità e l'ideale di vi­ta monastica riflettono il timbro della personalità di Paisij, tut­tavia non rappresentano una novità in seno alla tradizione orto­dossa né tanto meno nascono come un fungo. Non a caso Paisij esprime la sua opera di rinnovamento in quelle terre romene che a quell'epoca costituivano "un angolo fiorente del mondo ortodosso".

 

 

L’ambiente romeno

 

Il fenomeno di osmosi tra i territori romeni e le terre russe, ucraine in specie, è un fatto che assume una certa rilevanza con il XVII e il XVIII secolo. Ricordiamo a mo’ di esempio la vi­cenda del moldavo Dimitrie Cantemir (1673-1723) che finisce i suoi anni in Russia e, d'altro canto, la risonanza che ebbe per la vita della chiesa romena il rinnovamento spirituale suscitato da Demetrio di Rostov (1651-1709).

Sul finire del sec. XVII si moltiplicano in Russia misure restrittive nei confronti del mo­nachesimo nella linea di una politica di controllo dei beni eccle­siastici. La proibizione di fondare nuove skìte nel 1682, le mi­sure antiecclesiastiche di Pietro il Grande e dei regnanti succes­sivi, nonché una politica uniate perseguita dai polacchi in Ucraina favorirono un flusso di emigrazione monastica russo-ucraina verso i territori romeni dove i principi si distinguevano per il sostegno alla chiesa e al monachesimo, non solo romeno ma anche athonita e dei Luoghi Santi di Palestina. Quando il gio­vane Paisij emigra nelle terre romene è già stato preceduto da tutta una generazione di suoi compatrioti, i quali, nel clima di elevata cultura ortodossa dell'ambiente romeno, hanno potuto portare a maturazione i germi di genialità e spiritualità loro propri.

   La figura più rappresentativa di quel contesto è Basilio di Poiana Marului (+ 1767), anch'egli, come tanti, emigrato dall'Ucraina e diventato poi un punto di riferimento riconosciuto da tutti, il vero artefice di quel rinnovamento esicasta in cui Paisij  si inserirà e che svilupperà secondo il suo genio. Le skite che, appena arrivato in terra romena il giovane Paisij visita, vale a dire Dalhauti, Traisteni e Cirnul, sono tutte sotto l'influenza dello starets Basilio. Alla pratica esicasta viene unito lo studio dei Padri, i cui testi lo scriptorium di Poiana Marului fondato dallo stesso Basilio, si incaricherà di ricopiare e diffondere tanto in slavonico che in romeno Non è all'Athos, dove pure risiede per 17 anni, dal 1746 al 1763, che Paisij respira la tradizione esicasta. L'Athos costituisce solo il riferimento ideale e il “deposito” degli scritti patristici che Paisij si premunirà di scandagliare con zelo infaticabile. Il modello di vita, l'esempio vivente della tradizione esicasta, Paisij lo scopre e lo farà rifiorire su lar­ga scala nei Principati romeni. Basta leggere nell'Autobiografia le sue testimonianze a proposito dello starets Basilio e dell'am­biente romeno per rendersene conto. Da quell'ambiente ha ri­preso l'uso dei capitoli comunitari, ha imparato il senso dell'ob­bedienza e della lotta spirituale, l'eccellenza della pratica della preghiera del cuore. Del resto il suo insegnamento sulla pre­ghiera di Gesù, tutto il suo orientamento spirituale fondato sui Padri esicasti classici, ma ricettivo della spiritualità di Nil Sor­skij e di un Dimitri di Rostov, dipendono dallo starets Basilio, sua "guida, compagno di ascesi e amico", le cui Introduzioni a Gregorio Sinaita, Filoteo Sinaita, Esichio di Gerusalemme e Nil Sorskij, fanno testo.

Dal punto di vista tecnico-letterario, l'attività di correzione e traduzione dei testi patristici di Paisij e della sua comunità si innesta su una tradizione letteraria viva in ambienti romeni. Le antiche versioni slavoniche di redazione medio-bulgara e serba dei testi patristici, risalenti all'attività letteraria della scuola di Tirnovo e dei centri esicasti collegati, non mancavano nei mo­nasteri romeni. A partire poi dal sec. XVII ci si accinse a tradurle in romeno, all'inizio sulla base dello slavonico e in seguito direttamente dagli originali greci. Sono discepoli romeni, in par­ticolare Macario e Ilarione, i "maestri" di Paisij: gli insegnano il greco, le loro traduzioni romene gli servono da modello e punto di riferimento prima per la correzione delle versioni slavoniche e poi per le traduzioni direttamente dagli originali greci. E’ inte­ressante, per esempio, constatare che pochi anni dopo l'instal­lazione a Dragomirna la comunità di lingua romena poteva già disporre di una "Filocalia", una miscellanea sulla preghiera del cuore, predisposta nel 1769 dal noto copista Rafail. Compren­deva testi di Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Sinaita, Ni­ceforo Monaco, passi di Evagrio, Doroteo, Simeone di Tessalo­nica, Nilo, Cassiano, Basilio Magno e poi le ormai famose Intro­duzioni dello starets Basilio di Poiana Marului a Gregorio Sinaita e Filoteo Sinaita, nonché l'opera di Nil Sorskij (che lo starets Basilio aveva tradotto in romeno e diffuso). Le traduzioni romene erano ancora basate generalmente sulle antiche versioni slavoniche degli ambienti esicasti.

Così, quando Paisij arriva a Secu nel 1775, la tradizione delle traduzioni patristiche nel monastero, già rinomato fin dal seco­lo precedente per l'attività di copisti e traduttori celebri (ricor­do soltanto il nome dell'igumeno Varlaam, poi metropolita di Moldavia), è ancora vivente. E proprio a Secu Paisij decide di organizzare la sua "scuola" inviando Gherontie, romeno, e Dositeo, slavo, all'Accademia San Saba a Bucarest per imparare la lingua greca.

Altro segno della vitalità di questa tradizione è dato da un'ul­teriore constatazione. Inventariando i manoscritti romeni oggi disponibili si è potuto appurare che prima dell'edizione della Fi­localia greca del 1782 circolavano ampiamente le versioni romene manoscritte di Diadoco, Pietro Damasceno, Giovanni Carpazio, Macario, Niceta Stethatos, Esichio, Nilo, Marco Asceta, Callisto e Ignazio Xanthopouli, tutti autori eminentemente "filocalici".

Nella stessa ottica possiamo vedere la costituzione a Neamt, all'inizio del 1800, di una voluminosa Filocalia (B.A.R. 1455), di 1004 pagine, comprendente i primi diciotto autori secondo l'ordine dell'edizione veneziana più due aggiunte: Marco Asce­ta, di cui è presentata tutta l'opera e Massimo Confessore, di cui viene ripreso il Discorso ascetico e brani di Elia di Ecdicos. Quel che è interessante notare è il fatto che i traduttori non se­guono sempre l'edizione greca di Venezia, ma si avvalgono di manoscritti da loro stessi collazionati. Indicazione preziosa dell’amore e della serietà con cui venivano letti i Padri nelle comu­nità paisiane. Senza dubbio, quello che il principe Costantino Moruzi auspicava nella sua lettera di ingiunzione a Paisij di tra­sferirsi da Secu a Neamt, si era pienamente realizzato e stava largamente diffondendosi:

 

Questo monastero è stato concesso alla vostra comunità non soltanto per la vostra fondazione, ma anche perché diventi il modello per gli altri monasteri, secondo il vostro ordina­mento di vita.

 

Paisij aveva davvero fatto scuola!

È proprio l'ambiente romeno che ci permette di risolvere un piccolo enigma a proposito del Dobrotoljubie. Il problema nasce dal fatto che la prima edizione del 1793 comporta tre parti, men­tre la seconda del 1822 e le successive ne comportano quattro. Ai 15 autori della prima edizione vengono così aggiunti altri 9 a formare un totale di 24 autori tradotti rispetto ai 36 della Filocalia greca. Chi ha inserito questa parte?

Alla Biblioteca dell'Accademia romena di Bucarest (B.A.R.) si è scoperto recentemente un volume, collocazione III 603.560, dal titolo Parte quarta del Dobrotoljubie, in slavonico. Senza fron­tespizio, comporta 3 fogli bianchi e 129 fogli numerati per un totale di 264 pagine. Il volume è appartenuto al monastero di Poiana Marului, ricevuto in dono da Neamt almeno dal 12 lu­glio 1800, come si ricava dalle note apposte sull'esemplare in questione.

Confrontando questo volume con l'edizione del 1793  nota chiaramente che i caratteri di stampa, i fregi e l'impaginazione sono identici. La stesura dell'indice di questa "quarta parte" si differenzia da quella delle altre tre nel fatto che non sono indi­cate le pagine relative alle brevi biografie che introducono i va­ri autori, che però compaiono normalmente nel libro. L'edizio­ne del 1822 ha accorpato semplicemente questa quarta parte al­le altre tre formando un volume unico e modificando il titolo dell'indice: "Indice di questo libro, diviso in quattro parti" in­vece che "Indice di questo libro, diviso in tre parti" come nella prima edizione.

Sarebbe forse da ravvisare in questa "quarta parte" quel "se­condo tomo" del Dobrotoljubie che le fonti menzionano? In ef­fetti le fonti dell'epoca parlano di un progetto di completamen­to del Dobrotoljubie. Già nel 1795, un anno dopo la morte di Paisij, come testimonia la richiesta della badessa del monastero di Arzamas, Maria Petrovna Protaseva, fervente figlia spiritua­le di Paisij, ci si chiedeva a che punto fosse la preparazione di questo "completamento". Lo rivela una lettera, datata 12 luglio 1797, dello starets Sofronio, succeduto a Paisij nella guida di Neamt, indirizzata alla badessa Maria Petrovna:

 

Il monaco padre Atanasio, che soggiorna spesso nel villaggio di Palech, presso l'iconografo Atanasio Nikitic, nella sua let­tera spedita il 16 agosto 1795 e a me giunta solo quest'anno, il 26 aprile, spiega che lei gli aveva chiesto di scrivere a noi a proposito di alcuni libri  Del Dobrotoljubie, soltanto tre esemplari abbiamo ricevuto in monastero ... Dell'altra metà della Filocalia, vorremmo anche noi sapere cosa Dio predispone.

 

Un'ulteriore conferma è data dallo stesso padre Atanasio, latore al metropolita Gabriele dei manoscritti paisiani, il quale così scrive da Neamt alla stessa badessa Maria Petrovna il 3 luglio 1799:

 

Benché lei, reverenda Madre, non mi conosca personalmen­te, tuttavia sarà al corrente di quando a Mosca nella dépendance dell'arcivescovado di Novgorod lavoravo per la pub­blicazione del primo libro della Filocalia o Dobrotoljubie; si rammenterà anche del fatto in particolare che molte delle tra­duzioni stampate in quel libro del Dobrotoljubie le avevo prese io stesso dalla buon’anima dello starets Paisij e le avevo por­tate in Russia, non per qualche mia vana cupidigia, ma per la salvezza, a utilità comune dei monaci. Terminata la tradu­zione anche del secondo libro del Dobrotoljubie, cinque anni fa, per il mio profondo amore verso i libri dei Padri, feci ri­torno dallo starets Paisij e dalla sua gloriosa dipartita fino ad oggi sono rimasto sul monte Athos.

 

Tutta l'operazione dell'edizione del Dobrotoljubie sembra es­sersi svolta sotto la pressione di una certa fretta, imputabile forse al metropolita Gabriele il quale temeva di trovare resistenze in­torno ad una simile pubblicazione. Le fonti dell'epoca, tutta­via, per quanto mi è dato di conoscere, non rivelano nulla al ri­guardo.

La stessa arbitrarietà dell'ordine degli autori del Dobrotolju­bie rispetto all'ordine cronologico dell'edizione veneziana indu­ce a pensare che il metropolita portò alle stampe il tomo del Do­brotoljubie quando ritenne che ci fosse materiale sufficiente, man mano che si ultimavano le revisioni delle varie traduzioni.

Tuttavia, l'idea di un completamento del Dobrotoljubie po­trebbe anche riferirsi ad un vero e proprio tomo successivo com­prendente gli autori mancanti rispetto all'edizione greca con l'ag­giunta probabile degli scritti dello starets Basilio di Poiana Ma­rului, data la diffusione che godevano per la stima e la venerazione portate al loro autore. In effetti le sue famose Introduzioni cir­colavano ampiamente sia in slavonico che in romeno ed erano ritenute vere e proprie "iniziazioni" alla pratica esicasta e alla lettura dei padri esicasti. Eco tardiva, ma assolutamente fedele del comune modo di sentire, sarà il vescovo Ignatii Brjan­chaninov:

 

In particolare, gli scritti dello starets Vasilij sono i primi che si possono, anzi si devono prendere in considerazione, per­ché è ad essi che si deve assolutamente volgere chi, ai nostri giorni, desideri praticare la preghiera di Gesù con successo. Tale è, del resto, la loro destinazione. Lo starets ha infatti chiamato i suoi scritti "Introduzioni , cioè testi che prepara­no alla lettura dei Padri greci.

 

Proprio a sottolineare, se mai ci fosse bisogno, l'importanza dello starets Basilio agli occhi della comunità paisiana e dei re­visori del Dobrotoljubie, avrei da addurre una mia piccola sco­perta. Esaminando con meticolosità gli autori della quarta par­te del Dobrotoljubie, ho notato che due autori non sono prece­duti dalle solite brevi biografie: Callisto Cataphygiota e Callisto patriarca di Costantinopoli. Con mia sorpresa, controllando sull’edizione greca della Filocalia il breve stralcio riportato del pa­triarca Callisto, mi sono accorto che mancava. Ho cercato il passo in altre parti della Filocalia greca, ma invano. E poi ho scoperto che il brano è in realtà una pagina dello starets Basilio di Poiana Marului, ripresa dalla sua Introduzione a Filoteo Sinaita. In ef­fetti, il titolo riportato dalla Filocalia greca che assomiglia a quello dell'edizione slavonica è senza indicazione di autore: "Scelta dai santi Padri sulla preghiera e l'attenzione", che gli editori della traduzione italiana della Filocalia riportano con l'attribuzione a Callisto Telicoudes (cf. vol. IV, pp. 395-398). Gli editori slavonici sembra abbiano mantenuto più o meno lo stesso titolo ("Modo dell'attenzione della preghiera") ma per inserirvi una pagina che non si trova nel greco.

 

Prende così nuova luce anche un particolare dei Racconti un pellegrino russo. Nel secondo racconto, quando il pellegrino riceve in sogno le indicazioni dell'ordine in cui vanno letti a autori della Filocalia, lo starets suggerisce a modo di sintesi un passo particolare e fa trovare il libro aperto e sottolineato a carbone a quella data pagina:

 

Se inoltre vuoi un'indicazione ancora più semplice sull'orazione, cerca, nella quarta parte, il metodo dell'orazione del santissimo patriarca Callisto di Costantinopoli.

 

Lo starets del pellegrino allude proprio alla pagina di Basilio di Poiana Marului!

 

 

L'ambiente greco

 

   Non sono ancora chiarite tutte le vicende relative alla composizione della Filocalia greca. Vorrei solo presentare brevemente prima di formulare alcune mie valutazioni, i dati che sono nostro possesso stando alle testimonianze dell'epoca.

Le fonti sia greche che slave sono concordi nell'attribuire a Macario di Corinto l'iniziativa e la composizione della Filocalia. Macario era ben conosciuto per la sua premura nel ricercare i testi dei Padri. Ne dà testimonianza il predicatore della Grande Chiesa, Doroteo Voulismas:

 

Macario era noto a tutti per la sua intelligenza e saggezza per la sua cultura come anche per la sua celebre raccolta di manoscritti inediti... come un'ape raccolse manoscritti dal biblioteche di Patmos, Chios, delle isole e dell'Athos.

 

La testimonianza di Paisij è ancora più esplicita:

 

Il reverendissimo signor Macario, già metropolita di Corin­to, fin dalla sua giovinezza si era sentito ardere, per un dono concessogli da Dio, di tale indicibile amore per i testi patristici che insegnano la sobrietà e l'attenzione della mente, il silenzio e la preghiera mentale, vale a dire la preghiera com­piuta dalla mente nel cuore, che ha speso l'intera sua vita nella fervente ricerca di quei testi e nella loro ricopiatura di pro­pria mano, dotato com'era di ottima cultura, oppure per ma­no di calligrafi, sopportando gravi spese.

 

Evidentemente la Filocalia faceva parte di un programma più vasto di rinnovamento spirituale, caratterizzato dallo sforzo di ritornare alle radici della propria identità spirituale e culturale, cioè alla teologia e spiritualità dei Padri, in una fase della storia della nazione greca dove agivano fermenti sociali e culturali con­trastanti sotto l'influenza dell'Europa dei lumi. Di tale rinno­vamento si faceva appunto paladino, nell'ambito del monache­simo come della chiesa in generale, il movimento cosiddetto dei "kollyvades", di cui Macario di Corinto fungeva come da ispi­ratore, da traino ideale dato il prestigio che godeva per cultura e santità.

Se a Macario dunque va riconosciuta l'iniziativa dell'edizio­ne della Filocalia, non risultano però chiare le circostanze in cui sarebbe maturata. Il seguito della testimonianza di Paisij appe­na citata rivelerebbe qualcosa di specifico in proposito:

 

Macario venne sulla santa montagna dell'Athos e con indomito fervore e grande meticolosità trovò nelle biblioteche dei grandi monasteri molti testi patristici di quel genere che fino ad allora non possedeva ancora. In particolare, nella biblio­teca del glorioso monastero di Vatopedi trovò un tesoro impagabile, cioè il glorioso libro sull'unione della mente con Dio, composto a modo di florilegio da monaci zelanti nei tempi antichi e ancora altri libri sulla preghiera di cui finora non avevo sentito parlare. Li fece ricopiare da esperti calligrafi per alcuni anni con non poche spese, li lesse lui stesso comparandoli con gli originali, li corresse come si deve, vi aggiunse le biografie dei vari autori all'inizio dei rispettivi testi e se ne partì dalla santa montagna dell'Athos con indicibile gioia, come uno che ha trovato un tesoro celeste sulla terra. Rag­giunse la gloriosa città di Smirne nell'Asia Minore, inviò a Venezia con la non lieve somma raccolta dalle elemosine dei fedeli trentasei libri patristici, compreso il libro di Callisto di cui porta testimonianza Simeone di Tessalonica (non vi era però incluso il Paterik del deserto di Scete in Egitto), allo scopo di pubblicarli a stampa. Aveva pure l'intenzione di pub­blicare entro breve anche il grande libro di Simeone Neo-teo­logo, già pronto per la stampa. Come mi ha fatto sapere re­centemente in proposito una persona per lettera, entro breve tempo, con l'aiuto di Dio, i libri menzionati sopra saranno pubblicati. A dire il vero da molti anni il beato metropolita Macario desiderava pubblicare questi libri perché simili testi non cadessero completamente nell'oblio e sparissero dalla fac­cia della terra, come stava quasi per accadere. Conobbe per esperienza quanto lavoro fosse necessario sobbarcarsi, non si risparmiò dietro quei libri, cercandoli con cura e in tutti i mo­di, meticolosamente, ovunque, ma specialmente sulla santa montagna dell'Athos. Trovò così un tesoro spirituale, sepol­to nella terra, a lungo dimenticato e ignorato, che specie per i monaci è più necessario, oserei dire, che non il respiro stes­so per l'istruzione nella battaglia spirituale contro i nemici invisibili.

 

La testimonianza di Paisij, come d'altronde quella di Atana­sio di Paros, non menziona nemmeno Nicodimo Aghiorita. Inol­tre supporrebbe una presenza prolungata di Macario sull'Athos o perlomeno un lungo lavorio attorno alla Filocalia. Euthymios invece, nella sua biografia di Nicodimo, sottolinea la partecipa­zione di quest'ultimo alla preparazione del volume su invito dello stesso Macario giunto in visita all'Athos nel 1777 per pochi me­si. Per giunta, in quel breve lasso di tempo, Macario avrebbe affidato a Nicodimo la revisione non solo della Filocalia, ma an­che dell'Euerghetinos e dell'opuscolo Sulla comunione frequente, aggiungendo che con quei tre volumi lascia poi l'Athos per prov­vedere alla loro pubblicazione. Euthymios allude anche a una seconda visita di Macario all'Athos nel 1784, quando chiede a Nicodimo di preparare l'edizione delle opere di Simeone Neo-teologo, testo che in seguito non sarà pubblicato nella lingua ori­ginale, ma in versione neogreca. Di per se non c’è motivo di dubitare dell'autenticità delle osservazioni di Euthymios. Tut­tavia, va riconosciuto che anche le informazioni di Paisij sono di prima mano. Gli provengono dal suo discepolo Gregorio, in­caricato di raccogliere e ricopiare i manoscritti greci sull’Athos, il quale poteva seguire da vicino l'attività di ricerca dei testi patristici condotta da Macario di Corinto.

 

Tenendo pure conto delle semplificazioni o generalizzazioni che le testimonianze comportano, mi pare che comunque due dati si possano definire con sufficiente attendibilità:

 

- La collaborazione di Nicodimo alla preparazione della Filo­calia resta comunque marginale rispetto all'ideazione e compo­sizione del volume. La contraddittorietà delle fonti potrebbe ap­punto risolversi nel senso che, sebbene Nicodimo abbia parteci­pato, come sostiene Euthymios, alla redazione del proemio e delle brevi biografie, la sua collaborazione è di natura semplicemente "editoriale" e probabilmente su un canovaccio già predisposto dallo stesso Macario, al quale l'opera appartiene dunque di diritto.

Per quanto io posso conoscere dell'Aghiorita per la ricer­ca che ho condotto sui suoi testi, tenendo conto della sua giova­ne età e del fatto che si tratta della sua prima esperienza lettera­ria e, nello stesso tempo, della sua solida preparazione culturale, propenderei a vedere nell'apporto di Nicodimo una certa quale rielaborazione letteraria di idee di Macario.

 

- La Filocalia è costruita attorno a un nucleo di autori ascetici e mistici gia fissato dalla tradizione. E’ questo l'aspetto più inte­ressante della testimonianza di Paisij.

Il lavoro degli storici sarà quello di precisare in tutti i detta­gli, per quanto sia possibile, queste indicazioni, preziose ma sommarie, delle fonti, come gia si è tentato autorevolmente di fare. Non è questo però l'aspetto che qui ci preme direttamente. Il nostro interesse primario resta quello di valutare il si­gnificato della Filocalia in un confronto tra il contesto greco e quello slavo-romeno.

È indubbio che la Filocalia abbia rappresentato il frutto di un rinnovamento spirituale sia nell'ambiente greco che in quello slavo-romeno, ma non ha goduto certamente della stessa risonanza. In ambiente greco l'incidenza è stata piuttosto limitata, in ambiente slavo grandissima. Le ragioni di questa diversa influenza si riflettono sulla diversità dei contesti in cui è maturata la Filocalia. Per comprendere la Filocalia secondo l'intendimento dei suoi editori greci bisogna rifarsi allo spirito del tempo e coglierne alcune dimensioni di fondo. Credo che per il nostro scopo sia sufficiente evidenziarne due:

 

a) Anzitutto la dimensione che io chiamerei di "spirito missionario", così caratteristica dell'epoca. A quel tempo era molto sentita l’urgenza di un rinnovamento intellettuale e spirituale della nazione greca Il movimento dei kollyvades di cui Macario e Nicodimo sono tra i rappresentanti più illustri costituisce la corrente che vede nel ritorno alla Tradizione nella sua dimensione ascetica e mistica, il modo per ritrovare le radici dell'identità spirituale e culturale dell’ortodossia come fede, come chiesa, come popolo. Le numerose pubblicazioni intraprese in quegli anni di testi patristici, liturgici, di esegesi bibliche, di raccolte canoniche, lo stanno a testimoniare. La Filocalia matura in quel clima. Ed è per questo, prima ancora che per sottolineare l'unicità della via spirituale per monaci e laici, che è intenzionalmente "aperta" a tutti.

Quando Nicodimo si dovrà difendere dall'accusa di scrivere cose proprie dei monaci per gente che vive nel mondo, come nel caso del suo Encheiridron symbouleutikon, dove si rifà anche alla Filocalia, addurrà come primo motivo il fatto che è proprio di un amico rivelare all’amico le sue cose più intime; in altre parole estendere a tutti la preghiera del cuore significa desiderare la loro salvezza.  E’ in questa dimensione di “spirito missionario” che è stata intesa prima di tutto la Filocalia.

 

b) In secondo luogo, la dimensione “liturgico sacramentale”. La Filocalia e stata vista in relazione complementare con l’Euerghetinos, quasi che la Filocalia rappresenti l’aspetto contemplativo e l'Euerghetinos l’aspetto ascetico pratico della via spirituale. Credo invece che si debba considerare in relazione di simbiosi piuttosto con l'altro opuscolo Sulla comunione frequente, preparato contemporaneamente alla Filocalia. Evidentemente non mi riferisco tanto al libro in sé sulla comunione frequente quan­to piuttosto al contesto della rinnovata pratica liturgica della co­munione frequente di cui Macario e Nicodimo si fanno i paladi­ni. Se la distinzione tra vita monastica e vita nel mondo è del tutto relativa rispetto alla medesima vocazione alla santità, lo è in forza della partecipazione alla vita liturgico-sacramentale della chiesa di cui la comunione eucaristica rappresenta come la sintesi. E’ significativo, del resto, che sia proprio il classico Metodo esicasta di Callisto e Ignazio Xanthopouli a contenere la più ampia presentazione dei beni e dei frutti della comunione eucaristica nei cc. 91 e 92, più volte ripresi da Nicodimo nelle sue varie opere.

In effetti, se diamo uno sguardo d'insieme all'intera opera di Nicodimo, la potremmo dire tutta orientata ad ancorare la fede alla pratica liturgica e ad estendere a tutti l'ideale monastico della vita interiore centrato sulla preghiera del cuore, di cui la Filoca­lia è un po' come l'esposizione. Il centro d'interesse non è il mo­nachesimo, ma tutta la chiesa, tutto il popolo ortodosso, mona­ci e laici. All'esteriorità ritualistica e ad un certo lassismo mora­le del popolo, come ad un certo ambiente monastico pago di osservanze canoniche, Nicodimo oppone la piena rivalorizzazione della dimensione liturgico-sacramentale con l'accentuazione delle esigenze di ascesi e preghiera del cuore. Ad esempio, è sintoma­tico che per Nicodimo il padre spirituale della classica tradizio­ne monastica diventi il padre confessore, termini che in greco si equivalgono: o pneumatikos. Conferisce a quest'ultimo le pre­rogative del primo, estendendo all'ambito sacramentale ciò che generalmente era riservato all'ambito semplicemente monastico. Il suo Exomologhitarion, con tutta la serie di annotazioni asce­tiche e teologiche, ne costituisce la prova più evidente. Così, le istruzioni della Filocalia sulla preghiera del cuore, maturate in ambito strettamente monastico ed esicasta, le ripresenta adat­tate ad ogni tipo di vita. Questa specie di sintesi, nel clima dell’epoca, è ottenuta sotto una certa influenza della tradizione la­tina. In effetti, ha avuto un successo enormemente maggiore tra i greci il suo Aoratos polemos, il quale non è che la versione adat­tata de Il combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli, che non appunto la Filocalia. Se pensiamo poi che la Filocalia è scritta in una lingua difficilmente accessibile alla stragrande maggio­ranza dei greci del tempo, monaci o laici che siano; se teniamo presente l'evolversi della storia della nazione greca con le vicen­de relative alla liberazione dal giogo turco, avvenimenti che hanno convogliato le risorse della nazione intera, si comprenderà co­me la Filocalia non abbia potuto godere di quella risonanza che ci aspetteremmo, sostituita in questo da altre opere, più abbor­dabili, scritte in neogreco, con lo stesso respiro spirituale, anco­rate alle stesse fonti, anche se, in qualche caso e con grande suc­cesso, di provenienza latina.

La differenza di contesto con l'ambiente slavo-romeno, an­che solo a giudicare dai dati precedentemente offerti, è fin troppo evidente. Paisij si muove in ambiente strettamente monastico. A differenza di Macario e di Nicodimo, Paisij si è dimostrato un geniale animatore nell'organizzazione della vita monastica, come propriamente canta un tropario composto per il suo servi­zio liturgico: "perfetto promotore della vita monastica". Con­temporaneamente, Paisij è il maestro riconosciuto della preghiera del cuore, in un singolare contesto di vita cenobitica, tanto che il giovane Nicodimo, appena dopo aver lavorato alla prepara­zione della Filocalia, vuole raggiungerlo in Moldavia e mettersi alla sua scuola:

 

…venne a sapere della buona fama del cenobiarca Paisij, di origine russa, il quale si trovava nella Moldavia e dirigeva più di mille fratelli. Siccome insegnava loro la preghiera interio­re e lui stesso [Nicodimo] amava questa divina attività, si im­barcò per partire alla ricerca della sua diletta divina preghiera.

 

La Filocalia, per Paisij, è stata prima di tutto la lettura assi­dua, laboriosa, penetrante, amorosa, dei testi patristici che istrui­scono sulla battaglia interiore e sulla pratica della preghiera del cuore, in un contesto di "vita comune". Contesto che per Paisij risulta indispensabile proprio ai fini di comprendere rettamen­te i testi patristici relativi alla preghiera esicasta, in quanto lo stare sottomessi gli uni agli altri, in obbedienza al proprio padre spirituale, radica nel cuore quella disposizione di umiltà che so­la fa sbocciare la preghiera. Paisij, introducendo nel contesto della vita del cenobio la pratica esicasta, impegna i fratelli in uno stu­dio assiduo dei Padri per la formazione di un retto discernimen­to in vista dell'osservanza dei comandamenti evangelici, tra i quali si trova appunto anche il comando di pregare incessantemente.

La Filocalia, prima che essere un libro, è l'esperienza quo­tidiana di una comunità di fratelli, non del passato ma attuale, con tutta l'efficacia che una realtà vivente, per giunta di quelle dimensioni, comporta. In tal senso il Dobrotoljubie non rappre­sentò soltanto il “deposito” della sapienza della tradizione, ma il riverbero di un'esperienza sotto gli occhi di tutti, almeno per due generazioni. All'inizio del secolo XIX, con le mutate con­dizioni storiche, i discepoli slavi di Paisij tendono a sciamare da Neamt ritornando in patria. Saranno loro i promotori della rinascita spirituale russa, ricchi dell'eredità del loro starets, il Dobrotoljubie, facendo rifiorire eremi e monasteri. Il semplice richiamo a Optina Pustyn' basta a dar l'idea dell'irradiazione dell'opera di Paisij.

 

Ancora un'annotazione conclusiva. Sebbene il proemio del Do­brotoljubie sia diverso da quello dell'edizione greca, tuttavia ha conservato di quest'ultimo l'invito a tutti i fedeli ortodossi di accostarsi a questo libro: "Venite, dunque, venite: mangiate il pane della sapienza che è in esso e bevete il vino che rallegra spiritualmente il cuore. Venite, tutti quanti siete partecipi della vocazione ortodossa, monaci e laici insieme...".

A differenza di Macario e Nicodimo, sappiamo che Paisij si è mostrato piutto­sto riluttante alla diffusione della Filocalia come libro, nonostante poi che il suo Dobrotoljubie abbia goduto circolazione vastissima. L'intendimento di Paisij mirava a salvaguardare un'espe­rienza, mentre, forse un po' ingenuamente, i curatori greci si auspicavano un incremento di esperienza tramite la conoscenza di un libro. La messa in guardia di Paisij l'interpreterei, oggi, come un richiamo a non considerare la Filocalia in modo astrat­to, intellettualistico. In effetti l'essenziale della Filocalia sta nel fatto che dischiude e introduce a quella "scienza dello spirito" indispensabile per condurre la battaglia spirituale secondo i Pa­dri. Lo stesso rinnovamento filocalico odierno maturato anco­ra una volta in Romania prima che altrove, sembra confermar­lo. La traduzione romena della Filocalia a cura di p. Staniloae con l'aggiunta di note originali tese a valorizzare in un confron­to col mondo moderno la "scienza" dei Padri, risponde proprio all'esigenza di avere il punto di riferimento della Tradizione per formarsi a quella "scienza dello spirito", che costituisce poi il primo dei frutti di un sapiente accostarsi alla Filocalia.

 

 

Tratto da: A.A.V.V., Amore del bello, Studi sulla filocalia - edizioni QIQAJON COMUNITA' DI BOSE a cui rimandiamo per le note e l'approfondimento.