“SULL’ATHOS”

Conversazione con Lucio Saviani

 

 

 

PRESENTAZIONE: Cari amici e care amiche, benvenuti da Laura De Luca. La nostra storia di oggi inizia nel mare di Grecia, su uno splendido e meraviglioso promontorio: Monte Athos. Sentite infatti questo coro in sottofondo: sono proprio i monaci di Monte Athos. Tra poco vi diremo qualcosa di più su questo pezzo; ebbene al Monte Athos, ha dedicato un piccolo ma sostanzioso libro il Professor Lucio Saviani , filosofo, che è nostro ospite di oggi, che io saluto e ringrazio.

 

R: Buongiorno.

D: Bene, il Prof. Saviani ha dedicato molti saggi e ricerche all’ermeneutica contemporanea, dunque grande conoscitore di Nietzsche, di Heidegger, di altri nomi significativi della storia della filosofia del ‘900, ed è molto attento comunque al ruolo che la filosofia in genere assume nel mondo di oggi. Filosofia come ricerca, spero che potremo parlare di questo aspetto particolare; una storia, quella della filosofia, che in qualche modo è parallela alla storia dell’uomo.

Da filosofo e ricercatore, il Prof. Saviani si è recato sul monte Athos. Questa è la sua storia; quando e perché?

 

R: Dunque, due anni fa, d’estate, luglio. In fondo un viaggio, si sa, è sempre un viaggio dentro se stessi. Io, in verità, non è che sapessi bene perché fossi andato da quelle parti; forse nemmeno durante. Forse lo so meglio adesso, perché…

 

D: A due anni di distanza?

 

R: Sì, perchè è un viaggio che ha prodotto effetti, e continua a produrne anche in quello che faccio adesso, nelle cose di cui mi occupo. Questo viaggio ha avuto un’importanza per me centrale; ho, per esempio, conosciuto l’Associazione culturale “Insieme per l’Athos”, che è qui a Roma, ed è diretta da Giuseppe Balsamà; si occupa proprio della promozione , della conoscenza del monte Athos.

 

D: Spero di poter approfondire gli effetti a “scoppio ritardato”, che questo viaggio, non soltanto fisico, mi sembra di capire,ha prodotto in lei. Però rinvio, tengo a bada la mia curiosità su questo e vorrei provare ad immaginare di andare anch’io sull’Athos, nonostante io personalmente non potrò mai andarci e…

 

R: Però è possibile,è possibile con un battello che parte da Uranoupoli, che è l’ultima città prima dell’area sacra del monte. Parte un battello e, diciamo a 300 metri dalla costa, costeggia il promontorio. Ed è possibile…

 

D:…vederlo a distanza.

 

R: Sì, vedere i monasteri e i monaci.

 

D: Cosa potrebbe succedere a chi volesse proprio avvicinarsi un po’ di più e, diciamo, proprio fisicamente entrare in questo luogo, in questa riserva, possiamo dire, di umanità e di spiritualità, circoscritta nel tempo e nello spazio. Abbiamo preparato una scheda.

SCHEDA: Mare Egeo, tra il golfo di Salonicco e lo stretto dei Dardanelli, la penisola calcidica proietta sul mar Egeo i tre promontori di Cassadra, Sitonia e Athos, dove raggiunge un’altitudine di 2033 m.

Eschilo definì il monte Athos:”il regno di Zeus”, Omero:”il luogo sul quale veglia Era”. Oggi la cultura di un dio unico ha sostituito quello pagano; il destino vuole che questo lembo di terra venga a trovarsi nel corso della storia come una zona di nessuno, una zona di frontiera tra oriente e occidente, tra Bisanzio e Roma, tra l’Islam e la cristianità, in senso spirituale in quella linea di breve confine che divide l’umano e il divino. Il monte Athos si identifica con tutte le sommità delle montagne che sono divenute nel corso dei secoli rivelatrici della parola del signore; come il monte Sinai, il monte di Sion, il monte degli Olivi. Athos è il cielo sulla terra.

Sullo stesso monte convivono monaci di diversa provenienza; greci, serbi, georgiani, bulgari, russi. Luogo di preghiera, Athos è uno spazio che riflette l’immagine della chiesa ortodossa organizzata nei minimi dettagli: l’architettura, le strade, tutto è armonico con la vita condotta dai monaci.

Per accedere al monte Athos è necessario un permesso speciale da richiedere almeno qualche mese prima, in quanto le visite sono contingentate e i posti disponibili sono pochi; si può richiedere un permesso di massimo quattro giorni. All’attracco cartelli grandi e gialli in cinque lingue espongono il divieto di sbarcare senza autorizzazione per gli uomini. Le donne, nemmeno ci pensino.

Nell’Athos non è possibile per il non ortodosso accostarsi ai sacramenti; anche per l’ortodosso è necessaria la benedizione dell’abate. La vita del monaco è dedicata alla riflessione, alla preghiera. In genere, difficilmente il monaco prende l’iniziativa di parlare con il pellegrino, ciò nonostante se si è interessati ad alcuni aspetti della vita monastica, a notizie sul monastero o ad approfondire temi spirituali, basta chiedere con gentilezza senza scandalizzarsi da eventuali atteggiamenti di chiusura.

Per l’ortodossia il canto senza uso di strumenti musicali, vietato nelle celebrazioni o nelle chiese, è fondamentale; e la musica bizantina è di una purezza e bellezza unica. Se durante la “agripnia” c’è la presenza del vescovo, la celebrazione è ancora più splendente e sontuosa. In tutto il monte Athos esistono tesori d’arte d’incalcolabile valore e incredibile bellezza. Icone antiche, milioni di libri e manoscritti antichi, preziosi arazzi, vasi, croci, calici, reliquie. Alcune di queste rarità sono accessibili e godibili, altre per ovvi motivi di preservazione sono custodite in luoghi riservati.

Il capo assoluto del monastero è l’Abate che decide, confortato dall’aiuto di un consiglio di monaci, la Sinaxi, ogni particolare della vita monastica, spirituale e materiale.

 

D: Monte Athos , dunque luogo di spiritualità, di preghiera di contatto intimo e privilegiato, fra uomo e Dio, unico al mondo; in questo luogo, il Prof. Lucio Saviani, nostro ospite di oggi, si è soffermato, ha trascorso un periodo breve, forse, della sua vita ma decisivo. A questo luogo ha dedicato un libro. Il titolo di questo libro: Sull’Athos. Tracce di una via filosofica.

Professore, per noi gente comune la filosofia, forse a torto, rappresenta un po’ il contrario della fede, del percorso religioso. In che senso, allora, in un luogo così mistico si possono ritrovare queste due vie?

 

R: Sì, dunque, prima dicevo di non essere molto al corrente del perché fossi lì, quando sono andato sul monte Athos. In effetti c’era anche una motivazione, forse non la principale, che era appunto il libro che stava per nascere. Un libro che all’inizio voleva essere un commento a delle immagini molto belle, rare e inedite di un fotografo italiano, molto bravo, Oliviero Olivieri. E’ un libro voluto da una casa editrice appena nata, ispirata, animata dal Vescovo di Caserta, Monsignore Raffaele Nogaro e diretta da Don Luigi Nunziante.

Sono arrivato all’idea di questo libro interrogandomi su una questione antichissima:il dialogo tra filosofia e teologia, o variamente tradotto anche come dialogo tra ragione e fede. Questo dialogo è costitutivo sia della filosofia che della teologia; questi due modi, queste due modalità del pensare, sono impensabili senza questo dialogo che le lega e le libera allo stesso tempo.

 

D: Ci sono vari passaggi in questo libro, in cui lei spiega esaurientemente come sembra quasi che il punto d’arrivo per l’una sia il punto di partenza per l’altra. Per la filosofia, per la teologia: c’è questa parentela, anche se poi le strade… si dividono?

 

R: Le strade, appunto. L’immagine della strada, del cammino, del sentiero, ritorna molto spesso nel libro. Il “Peregrinamur”, il “Per fidem peregrinamur” di Tommaso. Queste strade della filosofia e della teologia, che attraverso una certa lettura del De Trinitate di Agostino possono essere intese non divergenti. Di solito è questa immagine, di queste due strade che sta alla base della contrapposizione tra ragione e fede.

Eppure la verità, per Agostino, è costitutivamente “indaganda”. Cioè, attraverso la fede camminiamo, procediamo. Io ho, nel libro, anche ricordato una lezione magistrale di Luigi Pareyson, in cui il filosofo diceva che la verità non è oggetto della filosofia, quanto origine della filosofia stessa. È l’origine della domanda che costituisce la filosofia”.

 

D: E che in quanto tale è sempre in cammino. E a proposito, allora, di questa metafora così efficace, della strada e del percorso, direi che rende molta ragione di quanto lei ha detto un passo particolare del suo libro, e particolarmente, direi proprio l’inizio, la presentazione in cui lei spiega le caratteristiche di questo viaggio. E fin da subito, fin dalle prime righe ci è chiaro che è un viaggio non soltanto fisico, non è soltanto uno spostamento nello spazio. Ascoltiamo:

(pagine 11-12)

“Le pagine che seguono sono le tracce lasciate da un viaggio. Lasciate in due sensi, come nelle due direzioni di un cammino.

A volte si prende una strada - si segue qualcuno, o il pensiero di una persona, oppure pensieri venuti e più o meno cercati - ci si mette in cammino come seguendo i passi, le tracce, di qualcuno che ci ha preceduto. Non che il cammino guidi da qualche parte: a 'fare' la strada, a muoverci, è l'interesse che in noi suscitano quelle tracce.

Intanto, passo dopo passo, siamo noi a lasciare impronte, segni, a spostare lo sguardo e le cose e a cambiare, così, la strada percorsa. Strada facendo, tracciamo un nostro 'proprio' percorso; si 'prende' il cammino, ci si appropria del cammino dell'altro e si lasciano sulla strada le proprie tracce.

Questo libro ha avuto inizio come note che accompagnassero le immagini, rare e inedite, di un viaggio sul Monte Athos compiuto da un conoscitore e assiduo visitatore - uno degli "ammiratori", come li chiamano i monaci athoniti - dell'Haghion Oros, della Santa Montagna.

Le pagine sono via via aumentate dopo il viaggio che io stesso ho fatto lungo i sentieri e nei monasteri della penisola dell'Athos.

Strada facendo, il testo è diventato un libro su un'idea di viaggio, sull'esperienza del viaggio, sul viaggio come metafora dell'esperienza. E l'esperienza in questione era, già dalle prime pagine, la ricerca - ma proprio come si cerca, da una traccia, qualcosa di cui si avverte per certa l'esistenza - di un campo, di un terreno comune in cui poter rintracciare un'occasione particolare di dialogo tra due discorsi, il filosofico e il teologico, intesi entrambi come due dimensioni del pensare”.

 

D: Allora, era un passo da Athos. Tracce di una via filosofica di Lucio Saviani, che è nostro ospite oggi. Professore, allora era proprio questo che ci ha illustrato prima dell’inserto, che l’inserto ha confermato…

 

R: Molto meglio di quanto abbia fatto io…

 

D: Un’idea di viaggio. Non a caso, il concetto di viaggio, soprattutto accanto a quello di montagna, torna frequentemente nel libro. Vorrei aggiungere una cosa: questo libro è diviso in due parti, molto interessanti. Nella prima, lei ci fa salire proprio sul monte Athos, complice appunto queste fotografie, questi scorci molto rari, in bianco e nero, di momenti proprio di vita quotidiana, all’interno dei monasteri. Ci fa capire, in queste prime pagine come appunto riescono ad incontrarsi con molta naturalezza, filosofia e teologia come proprio sia nella loro natura incontrarsi. E qui parla anche dell’esicasmo, questa parola così inquietante per noi, ma che dice sostanzialmente la tradizione dell’oriente spirituale.

 

R: Ma che ha che fare con la quiete, più che altro…

 

D: Una tradizione, appunto, sempre proveniente dall’oriente cristiano.

La seconda parte del libro, e qui arriva il bello almeno per me, lettrice qualsiasi, s’intitola “Voci”. In questa seconda parte la parola Athos quasi non compare più. Sembra che il viaggio sia terminato, ecco uno degli effetti del viaggio, ma in realtà ricomincia, forse in un’altra direzione. La spiritualità di Athos parla attraverso altre parole: sono esattamente 11, 11 piccoli paragrafi o capitoli e solo a pronunciarle quasi… si riesce a seguire un percorso, appunto di nuovo un viaggio che racconta che cos’è il monte Athos.

Monaco, montagna, bellezza… va avanti lei? Silenzio…

 

R:… verità, solitudine, viaggio.

 

D: Philìa, straniero, ospite”. C’è un destino, in questa successione, o è stata scelta a caso?

 

R: No. Ho scelto questi termini, queste voci, pensando a delle esperienze di pensiero che fanno parte della tradizione filosofica occidentale, così come della teologia occidentale, e della tradizione dell’esicasmo, che è una delle tradizioni spirituali fondamentali del cristianesimo d’oriente. Queste voci volevano essere un punto di incrocio tra i due discorsi, ma sempre a partire da un riferimento al monte santo, al monte Athos.

 

D: E’ bellissimo, in particolare, almeno io personalmente mi sono ritrovata molto nella descrizione, nella voce “montagna”, perché c’è un po’ il destino, evidentemente per eccellenza di Athos , no?

Ci sono delle descrizioni di scrittori diversi citate. “Asse del mondo”, lei riporta, che unisce cielo e terra. L’abbiamo sentito anche nella nostra scheda, come colonna, grazie a cui le preghiere dei monaci salgono a Dio.

Una montagna che assomiglia ad altre montagne nella sua esperienza quotidiana laica, diciamo, di viaggiatore… Che cosa ha a in comune con le altre montagne, Athos? E che cosa invece lo rende unico, proprio nella sua geografia?

 

R: Ci sono molti discorsi di alcuni archimandriti dei monasteri dell’Athos, come Stavronikita o Simonospetra, Grigoriou, che parlano dell’architettura naturale del monte Athos, come un necessario spazio e luogo e tempo di preghiera. Secondo queste profondissime voci di alcuni archimandriti, il monte Athos ha come sua propria vocazione l’incontro incessante, continuo con Dio.

Ho detto incessante, secondo il precetto Paolino, perché l’esicasmo deriva dalla parola greca “esychia”, una parola difficilmente traducibile italiano perché vuol dire: “pace, quiete, solitudine, silenzio ed è in una relazione stretta con la preghiera, incessante o preghiera di Gesù, o preghiera del cuore, che fa parte della tradizione della chiesa d’ Oriente. Basti pensare alla Filocalia di Nikodemo Aghiorita, o ai Racconti di un pellegrino russo, in cui si parla appunto della preghiera interiore, incessante.

La formula, diciamo tradizionale, è “Signore Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me”. Nella formulazione di tradizione slava diventa: “Signore Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me, povero peccatore”.

 

D: Comunque una ripetizione, un accompagnamento?

 

R: Sì. L’esichia è uno strano concetto, per chi è, del resto come me, diciamo, all’incontro con la tradizione della chiesa d’oriente; perché si tratta di pace, ma di una pace fatta di attenzione continua…

 

D: Di vigilanza, sostanzialmente.

 

R: Di vigilanza, concentrazione, sì.

 

D: E infatti quello che pure traspare dal suo libro è questo isolamento, che tanto turba la coscienza di noi contemporanei, di noi laici, dal resto del mondo. In realtà, non è un allontanamento? Ma si dice poi sempre anche dei monaci di clausura, in generale, che questo apparente distacco è in realtà un immersione ancora più autentica e in effetti tra le… prego.

 

R: Proprio a questo riguardo, io ho cercato di sottolineare, proprio cogliendola nell’esicasmo, una possibile occasione di riflessione sul dialogo tra filosofia e teologia. C’è anche una tradizione di studi che ha visto una sorta di continuità tra la prima filosofia greca e l’esicasmo, nel senso di un ritorno alla “vera filosofia”, come la chiamava del resto Platone contro gli pseudofilosofi, cioè una filosofia intesa come via, di nuovo… Insomma cammino, guida, direzione, senso di vita, una cammino che…

 

D: Accompagna quotidianamente.

 

R: …fino ad una conversione, nel senso di cambiamento.

 

D: E in effetti tra le frasi, innumerevoli, che riempiono questo suo volume, caro prof. Saviani, ce n’è una che mi piace ricordare, di Hans Georg Gadamer: “è la curva della strada che si inerpica nella montagna percorrendola, non ci si gira, ma è la strada stessa che si svolge nella direzione opposta per condurci verso l’alto”. Quindi un apparente cambio di direzione, che in realtà ci fa proseguire nella medesima direzione, il cui termine è la cima, la vetta.

Purtroppo la nostra via s’interrompe qui, so che le cose da dire sarebbero ancora infinite. Lei suggeriva, a sigla di questa conversazione, un brano di un musicista italiano, molto impregnato di spiritualità, anche orientale.

 

R: E’ anche un visitatore dell’Athos...

 

D: Tra l’altro visitatore dell’Athos; parliamo di Franco Battiato. Lei ha scelto?

 

R: “L’ombra della luce”.

 

D: Con questo brano io la saluto, la ringrazio molto cordialmente della sua partecipazione. Vi ricordo cari amici che abbiamo parlato del volume Sull’Athos. Tracce di una via filosofica di Lucio Saviani, edizioni Saletta dell’uva.

 

 

RADIO VATICANA   (17 ottobre 2003, h. 11.00)