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André Louf
MONACI ED ECUMENISMO
Monaci orientali in occidente

Non c'era più lui e noi, lui l'ortodosso, e noi i cattolici. C'erano soltanto, da una parte e dall'altra, monaci che condividevano una stessa esperienza, che si riconoscevano, nel senso forte della parola, in una grazia assolutamente identica dalle due parti, grazia che li aveva afferrati, che li guidava lungo strade molto simili verso una pienezza di cui portavano tutti la nostalgia nel cuore: la trasfigurazione nella gloria dell’amatissimo Signore Gesù Cristo.
Indovinavamo tuttavia che qualcosa di molto importante fosse accaduto, che una sorgente stesse per sgorgare in qualche punto a un livello molto profondo della vita della chiesa, una sorgente la cui forza ci aveva portati subito molto avanti sulla strada della comunione e dell'unione, molto più lontano, probabilmente, che se avessimo preso le strade battute da lungo tempo dall'ecumenismo.
L'incomprensione, i pregiudizi, spesso così tenaci in ambiente monastico, erano stati spazzati via di fronte all'evidenza di un'esperienza vissuta. Chiamati alla sequela di Cristo, camminando sulla stessa via dell'obbedienza, della povertà, del celibato, con il cuore e il corpo tesi all'oblazione della preghiera incessante, ci eravamo scoperti fratelli inseparabili e sorprendentemente vicini, e questo in modo evidente.
Un monaco ortodosso romeno in un monastero trappista
Tutto ebbe inizio una decina d'anni fa. L'evento era inatteso e non sembrava preparato da nulla, ma ci sono voluti dei mesi per coglierne la piena portata.
Ospitavamo allora nella foresteria della nostra abbazia un monaco ortodosso romeno, poco conosciuto a quell'epoca. Questi aveva richiesto il permesso, non so più tramite quali conoscenze, di fare un soggiorno nel nostro monastero, tanto sconosciuto per lui quanto lui stesso lo era per noi a quel tempo. La sua presenza era stata “molto edificante”, come dicevamo a quell'epoca. Aveva partecipato a tutti i nostri uffici, con tanta più disinvoltura in quanto leggeva correntemente il latino. Aveva condiviso la nostra tavola. Aveva anche ottenuto dal padre abate l'autorizzazione speciale a celebrare ogni tanto la sua liturgia ortodossa. Quest’ultimo si era d'altronde procurato in alto loco tutte le autorizzazioni necessarie, ed erano state prese tutte le precauzioni perché la situazione, giudicata all'epoca abbastanza delicata, rimanesse il più possibile innocua.
Il nostro padre abate di allora,
di santa memoria, era assente al momento in cui accadde l'episodio che sto per
raccontarvi. Un pò timoroso ed eccessivamente prudente, sarebbe stato poco
propenso a concedere al monaco romeno una più larga udienza. Ma il padre
priore, incuriosito dal comportamento sotto ogni aspetto così simpatico del
nostro ospite, approfittò dell'assenza dell'abate per invitare quel monaco a
prendere la parola davanti alla comunità riunita in capitolo.
Era cosa assolutamente nuova, e anzi inaudita in un monastero di trappisti, che
un membro di una chiesa che non era in comunione con quella di Roma, dunque uno
scismatico, si accingesse a salire i gradini della cattedra -
perché a quel tempo c'era una cattedra - che sovrastava la sala capitolare. Il
monaco avrebbe dovuto parlarci solo per una sera, ma dal momento che al
termine della mezz'ora regolamentare era lungi dall'aver esaurito l'argomento,
gli si offrì un'altra occasione, e ci parlò per una seconda sera. Alla fine ci
parlò per tutta una settimana. L'argomento che aveva scelto doveva sembrargli
facile: la vita, o piuttosto, l'esperienza monastica. Fin dalle
sue prime frasi accadde l'evento: noi eravamo una cosa sola. Non c'era più lui e
noi, lui l'ortodosso, e noi i cattolici. C'erano soltanto, da una parte e
dall'altra, monaci che condividevano una stessa esperienza, che si
riconoscevano, nel senso forte della parola, in una grazia assolutamente
identica dalle due parti, grazia che li aveva afferrati, che li guidava lungo
strade molto simili verso una pienezza di cui portavano tutti la nostalgia nel
cuore: la trasfigurazione nella gloria dell’amatissimo Signore Gesù Cristo.
Niente e nessuno avrebbe potuto turbare o compromettere il forte sentimento di
comunione che si era così improvvisamente imposto a quella comunità monastica
latina. Né l'accento romeno, così gustoso, del francese ancora un po' libresco
del nostro conferenziere, né le inevitabili imprecisioni, per le nostre
orecchie, di un vocabolario molto filocalico, né il rigore dell'ascesi
preconizzata, che avrebbe dovuto far tremare e scoraggiare l'uditorio. Anzi al
contrario: in quella magnifica proclamazione di fede nel carisma monastico
eravamo stati donati gli uni agli altri come fratelli, senza più alcuna
possibilità di dubbio.
Sul momento, era difficile analizzare quell'evento nelle sue componenti,
difficile anche misurarne esattamente la portata. Indovinavamo tuttavia che
qualcosa di molto importante fosse accaduto, che una sorgente stesse per
sgorgare in qualche punto a un livello molto profondo della vita della chiesa,
una sorgente la cui forza ci aveva portati subito molto avanti sulla strada
della comunione e dell'unione, molto più lontano, probabilmente, che se
avessimo preso le strade battute da lungo tempo dall'ecumenismo.
Quando, all'indomani della prima conferenza, guidai il mio amico romeno
attraverso il monastero, un monaco anziano che incontrammo all'angolo del
chiostro, prima di abbracciarlo, si mise in ginocchio davanti a lui per
chiedergli una benedizione. Venni a sapere in seguito che non era stato il
solo ad accennare lo stesso gesto. Ora, qualche giorno prima, la cosa sarebbe
stata impensabile. E adesso era accaduta, molto semplicemente come un fiore che
si apre al posto della gemma gonfia e dilatata da tempo. L'incomprensione, i
pregiudizi, spesso così tenaci in ambiente monastico, erano stati spazzati via
di fronte all'evidenza di un'esperienza vissuta. Chiamati alla sequela di
Cristo, camminando sulla stessa via dell'obbedienza, della povertà, del
celibato, con il cuore e il corpo tesi all'oblazione della preghiera
incessante, ci eravamo scoperti fratelli inseparabili e sorprendentemente
vicini, e questo in modo evidente.
Attraverso questa esperienza anche le nostre rispettive chiese si erano
reciprocamente avvicinate l'una all'altra. Come tutto questo fosse accaduto non
potevamo ancora dirlo, ma semplicemente intuirlo. Ad ogni modo una nuova via
verso la comunione si era rivelata, una via peraltro non così nuova per chi
conosce un pò la storia dei monaci. Forse bisognava prima decifrarla, munirla di
punti di riferimento con prudenza e discernimento. Ma sembrava che ne valesse la
pena. Era necessario che fosse meglio sfruttata e messa al servizio della chiesa
dì Gesù Cristo. E anche con una certa urgenza.
L'evento che ho descritto è stato per me il primo di tutta una catena. A più
riprese in seguito si è riprodotto nel corso di diversi incontri con monaci
d'oriente. La meraviglia è sempre stata la stessa: da una parte e dall'altra, ci
siamo sentiti riportati con forza al mistero di Cristo. In proporzione alle
esperienze vissute, si è potuto meglio prepararne le condizioni, meglio
comprenderne la portata, meglio seguirne e sostenerne il dinamismo ecclesiale.
(Articolo pubblicato in Collectanea Cisterciensia a (1970), pp. 46-66.)
Monaci orientali in occidente
Non si tratta qui di fare un
resoconto, anche solo sommario, di tutti i contatti ecumenici che ci sono stati
nel corso di questi ultimi anni tra monaci delle nostre due chiese. Grazie a
Dio, questi incontri tendono a moltiplicarsi in una forma o nell’altra. Vorrei
semplicemente rievocare l'esordio di un'iniziativa molto precisa, che tende ora
a divenire permanente nelle due chiese.
Nel marzo 1968, su suggestione di un amico esperto di ecumenismo, invitai per
una tournée nei monasteri di Francia l'archimandrita Platone della celebre Lavra
della Trinità di San Sergio a Zagorsk, vicino a Mosca. Era accompagnato da un
giovane ieromonaco, padre Serapione. Per due settimane essi percorsero la
Francia in lungo e in largo partendo da Mont-des-Cats, e visitarono volta per
volta alcune trappe, una certosa, alcuni monasteri benedettini, un carmelo. Per
il 21 marzo, festa di san Benedetto, ebbero la gioia di condividere
all'abbazia di Solesmes la devozione dei monaci per il patriarca del monachesimo
occidentale. La vita monastica della chiesa latina fu una vera scoperta per
i nostri due pellegrini russi. L'archimandrita Platone ne ha personalmente
fornito un resoconto in un articolo uscito sul Giornale del Patriarcato di
Mosca, che suona come una testimonianza
Nel corso dell'estate dello stesso anno, tre archimandriti greci guidati da
padre Elia Mastroyannopoulos, anziano superiore di Zoé,
attualmente direttore del seminario di Tinos, furono a loro volta nostri
ospiti, e fecero un giro dei monasteri più o meno simile in Francia, e questa
volta anche in Belgio. Uno dei tre, padre Nicola, è poi divenuto metropolita di
Chalki. Padre Elia affidò anche lui le impressioni di quel pellegrinaggio a un
comunicato ciclostilato, che fu in parte riprodotto dalla rivista
Collectanea Cisterciensia.
Queste due visite dell'oriente in occidente confermavano assolutamente i
dati precedenti dell'esperienza. I legami spirituali che si stringevano in
queste occasioni, i dialoghi attorno alla Parola ricevuta e viva nei nostri
cuori, i momenti di condivisione della nostra esperienza di vita monastica, vere
e proprie collationes - conferenze, nel senso antico del termine -, gli
scambi d'icone, di crocifissi, di coroncine di preghiera, a volte anche di
reliquie, esprimevano sempre più chiaramente una comunione che sentivamo già
presente, donata nella grazia della vita monastica.
Ricordo l'emozione dei nostri ospiti quando il priore di una certosa venne a
offrire loro uno dei rari esemplari battuti a macchina di una traduzione,
peraltro molto imperfetta, delle opere di sant'Isacco il Siro. Esemplare raro in
quella certosa, e ancor più raro nel mondo occidentale, cattiva traduzione
francese di una traduzione inglese discutibile praticata sull'originale
siriaco, ma che un certosino aveva accuratamente realizzato e copiato nel
silenzio della sua cella. Questo interesse per il principe dell’esicasmo e
della preghiera interiore nella tradizione bizantina, da parte di un monaco
latino, commosse fino alle lacrime il suo confratello greco.
Invitati a loro volta da quei tre ospiti, tre monaci d'occidente si recarono in
Grecia e in Romania durante l'estate del 1969. Nell'ambito di questo articolo il
resoconto di quel viaggio deve necessariamente limitarsi ai momenti più salienti
e più densi di significato.
Per la Grecia, racconterò per sommi capi un soggiorno di dieci giorni al Monte Athos (vedi: ); per la Romania, un giro di una settimana circa nei monasteri della Moldavia ( vedi : Monaci ed ecumenismo: speranze in Romania: breve resoconto di un pellegrinaggio presso i monaci della Moldavia del Nord).
VEDI ANCHE:
André Louf: Monaci ed ecumenismo
André Louf
MONACI ED ECUMENISMO
Monaci orientali in occidente
Tratto da: André Louf, LA VITA SPIRITUALE – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per l’approfondimento.