André Louf

L'esicasmo palestinese: Barsanufio e Giovanni

 

 

 

Occupiamoci ora di un'altra tradizione: l'esicasmo palestine­se. Nostri testimoni saranno due anziani, dei quali non si sa nul­la se non che vissero da reclusi, all'inizio del VI secolo, nel mo­nastero dell'abate Serido, a sud di Gaza: Barsanufio, il Grande Anziano, e Giovanni il Profeta.

D'orientamento nettamente eremitico, la tradizione esicasta sviluppa una spiritualità molto interiorizzata che a prima vista lascia poco spazio alla celebrazione liturgica comunitaria. E que­sto per evidenti ragioni: nel caso degli eremiti e dei reclusi la preghiera in comune è praticamente inesistente.

Per il monaco che "si è seduto" a praticare l'hesychia, che ha abbracciato la vita eremitica, una sola è la cosa importante; im­pugnare con fermezza la spada dello Spirito, la diàkrisis, il di­scernimento, strumento spirituale che permette all'eremita di ri­conoscere nel suo cuore gli appelli dello Spirito. Sono questi che faranno da regola nella vita dell'esicasta, sostituendo così i ca­noni o i regolamenti che organizzano la vita nel cenobio:

Un esicasta ... non possiede regola. Al contrario, tu fa' come l'uomo che mangia e beve nella misura a lui gradita. Così quan­do ti capita di leggere e senti compunzione nel tuo cuore, al­lora leggi tutto quello che puoi. Lo stesso per la salmodia. Per l'azione di grazie e la litania, prolungale secondo le tue forze e non aver timore: Dio non si pente dei suoi doni. (Barsanufio e Giovanni, Epistolario 88).

Dunque non desiderare regole, perché non voglio che tu sia sotto la legge, ma sotto la grazia. E detto infatti: “Non c’è legge per il giusto”. E io voglio che tu sia con i giusti. Tieniti al discernimento come il timoniere che governa la nave con­tro i venti (Barsanufio e Giovanni, Epistolario 33).

Tale è dunque l'attività dell'eremita, interamente guidata dallo Spirito, secondo la testimonianza dell'Apostolo "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14).
Se lo Spirito di Dio è la regola e il canone di ogni cosa, lo sarà certamente della preghiera. Barsanufio risponde a un monaco che gli domanda la misura della preghiera incessante e se a que­sto proposito debba seguire una regola:

La misura della preghiera incessante appartiene all'apatheia. Quando conoscerai la venuta dello Spirito, egli t'insegnerà ogni cosa. Se egli t'insegna ogni cosa, t'istruirà anche a pro­posito della preghiera. Infatti l'Apostolo lo dice: “Noi non sappiamo pregare come si deve, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti ineffabili”.

Se l'eremita non conosce la celebrazione comune della litur­gia, si applica però con costanza alla salmodia, alla lettura meditata, alla preghiera ad alta voce: la sua liturgia personale. I grandi esicasti ne avevano perfettamente coscienza: la preghiera ad alta voce rappresentava per loro il pedagogo che doveva condurli alla preghiera silenziosa, fatta di una semplice presenza a Dio. Pre­gare incessantemente nel proprio cuore, senza che mai la lingua partecipi, "è proprio del perfetti, capaci di governare il loro spirito e di custodirlo nel timore di Dio ... Ma colui che non può conservare incessantemente il suo spirito in presenza di Dio, de­ve aggiungervi la meditazione e la preghiera delle labbra".
E Barsanufio illustra questo con una parabola.

Guardate quelli che nuotano nel mare: i nuotatori esperti si gettano in acqua con coraggio, sapendo che il mare non può inghiottire i buoni nuotatori. Al contrario, colui che sta sol­tanto iniziando a imparare, quando si sente sprofondare nell’acqua, temendo di annegare, si ritira subito dal mare per ri­manere a riva. Poi riprendendo un po' di coraggio si immerge di nuovo nell'acqua. Così fa dei tentativi per imparare a nuo­tare bene, finché non abbia raggiunto la perfezione dei nuo­tatori molto esperti (Barsanufio e Giovanni, Epistolario 182).

Non si potrebbe illustrare meglio l'attività, l'ascesi di colui che tende alla perfezione della preghiera interiore. Qualunque cosa faccia, sia che si eserciti in una semplicità assoluta a rima­nere nell'oceano divino, sia che si riposi sulla spiaggia delle Scritture nella meditazione e nella salmodia, l'eremita non ha che una sola occupazione, una sola preoccupazione, quella di prestare attenzione alla liturgia dello Spirito nel suo cuore.
Nella Lettera 74, Giovanni il Profeta traccia il programma del monaco esicasta:

Le ore e gli inni della chiesa sono tradizioni: si prestano mira­bilmente a essere eseguiti insieme dal popolo, e lo stesso nei cenobi a causa del gran numero di persone. Ma i monaci di Scete non hanno ore e non dicono inni. Essi hanno, in mo­menti successivi, il lavoro manuale e la meditazione, tutti e due interrotti da una breve preghiera.
Quando stai in piedi per la preghiera, devi invocare il Signore per essere liberato dall'uomo vecchio, oppure devi dire il Padre nostro, o anche le due cose insieme, poi sederti di nuovo al lavoro manuale. Puoi prolungare la tua preghiera quando ti alzi, o pregare senza interruzione secondo il precetto dell'A­postolo, ma per questo non è necessario che tu resti in piedi. Poiché è lungo tutta la giornata che il tuo spirito è in preghie­ra. Quando ti siedi per il lavoro manuale, devi recitare a memoria (apostethìzein) o leggere dei salmi. Alla fine di ogni sal­mo, prega restando seduto:
"Dio, abbi pietà di me miserabi­le!". Se soccombi ai pensieri aggiungi: "Dio, tu vedi la mia tribolazione, vieni in mio aiuto!".
Quando avrai terminato tre file di rete, alzati per la preghie­ra, fai la genuflessione allo stesso modo e, di nuovo in piedi, fai la preghiera che si è detta. Ai vespri, i monaci di Scete re­citano dodici salmi. Alla fine di ciascuno dicono l'Alleluja in­vece della dossologia e fanno una preghiera. E lo stesso la notte: dodici salmi, dopo di che si siedono per il lavoro ma­nuale. Se qualcuno lo desidera, recita a memoria; un altro esamina i propri pensieri, un altro ancora la vita dei padri. Colui che legge cinque o otto fogli lo fa anche per quelli che compiono il lavoro manuale. Colui che legge dei salmi o che recita a memoria deve farlo con le labbra (cioè ad alta voce), a meno che ci sia un altro accanto a lui ed egli desideri che nes­suno sappia quello che fa (Barsanufio e Giovanni, Epistolario 74).

Non si potrebbero descrivere più chiaramente le occupazioni dell'esicasta. Materialmente esse consistono in una successione perfettamente equilibrata di lavoro manuale e di pause di pre­ghiera più intensa. In realtà però, nel più intimo del cuore, la preghiera e la presenza del solitario a Dio non cessano mai.

Nella lettera che abbiamo appena citato per due volte viene proposto l'esempio dei monaci di Scete. In effetti ritroviamo qui una tradizione che risale alle origini stesse del monachesi­mo, e si potrebbe citare a questo proposito più di un apoftegma che illustra quel ritmo di vita tipicamente monastico.

Se la preghiera continua non anima questo ritmo, la celebra­zione liturgica comunitaria perde il suo significato:

Il beato Epifanio vescovo di Cipro aveva in Palestina un mo­nastero. Il suo abate un giorno gli mandò a dire: "Grazie alle tue preghiere non abbiamo trascurato la nostra regola, ma con zelo recitiamo prima, terza, sesta e nona, e l'ufficio del lucer­nario". Ma egli li rimproverò con queste parole "Evidentemente trascurate le altre ore del giorno astenendovi dalla pre­ghiera. Il vero monaco deve avere incessantemente nel cuore la preghiera e la salmodia"

Epifanio afferma così categoricamente l'assoluta necessità di un al di là liturgico, senza il quale la celebrazione comunitaria perde tutto il suo valore.

Per finire, bisogna sottolineare che questa concezione della sinergia tra preghiera liturgica e preghiera interiore non è esclusivamente prerogativa della tradizione anacoretica o semi-ana­coretica.

Nei monasteri di Pacomio, di cui oggi ci si compiace di sot­tolineare il titolo di fondatore della koinonia, si ritrova la stessa intuizione fondamentale. Dal suo abba, Palamone, Pacomio ri­ceve, assieme all'iniziazione alla vita monastica, il canone della preghiera:

Quanto alla regola della colletta, sessanta orazioni al giorno e cinquanta la notte, senza contare le giaculatorie che facciamo per non essere menzogneri, poiché ci è stato ordinato di pre­gare incessantemente.

  

Tratto da: André Louf, LA VITA SPIRITUALE – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per l’approfondimento.