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Teofane
di Peritheorion
Dialogo fra Massimo Kausokalyba e Gregorio Sinaita
sulla preghiera pura, i doni dello Spirito e il discernimento

Fra i numerosi testi contenuti nella Filocalia, uno dei più brevi è un frammento della vita di un santo monaco dell'Athos, Massimo Kausokalyba. Questo testo, che qui riproduciamo secondo una recensione più antica di quella utilizzata dalla Filocalia - la Vita di Massimo redatta da Teofane di Peritheorion -, ci narra l'incontro di Massimo con un altro santo, Gregorio Sinaita (1255-1346), una delle figure più significative del movimento esicasta.
Massimo era nato a Lampsakos, in Asia Minore. Entrato nella vita monastica all'età di diciassette anni, si stabilì a Costantinopoli dopo la morte del suo padre spirituale. Vi condusse una vita da “folle in Cristo", esprimendo con questa follia simulata la contestazione evangelica dei valori mondani. Si recò successivamente sulla Santa Montagna, visse per qualche tempo nel monastero di Lavra, poi, in seguito a una visione della Madre di Dio presso la cima dell’Athos, riprese la sua vita di eremita pellegrino e di folle in Cristo sui sentieri del "Giardino della Panaghia" (nome tradizionale dell'Athos). Questo gli valse, da parte di alcuni monaci privi di discernimento, il soprannome di "Errante", nel doppio senso di instabile e preda dell'illusione. Per non installarsi mai in un luogo, egli bruciava spesso le capanne di stoppia sotto le quali si riparava, da cui l'altro suo soprannome di Kausokalyba, il "brucia-capanne". Conduceva una vita di preghiera intensa, perseguita per intere notti, e beneficiava di numerosi carismi. Dopo il suo incontro con Gregorio Sinaita, si stabilì, su suo consiglio, in una cella, e vi condusse vita anacoretica.
Quanto a Gregorio Sinaita, anch'egli originario dell'Asia Minore, aveva ricevuto l'abito monastico a Cipro, aveva soggiornato sul Sinai, poi era andato a Creta, dove un anziano lo iniziò alla preghiera spirituale. Si recò in seguito al Monte Athos, dove esercitò una profonda influenza sull'ambiente esicasta. Discepoli di diversa provenienza si raggrupparono intorno a lui: greci, serbi, bulgari, valacchi. Le incursioni musulmane, il desiderio della solitudine e gli attacchi degli avversari dell'esicasmo lo allontanarono dalla Santa Montagna e lo costrinsero a numerose peregrinazioni. Si stabilì definitivamente in Bulgaria, dove morì nel 1346, dopo aver diffuso la tradizione esicasta in terra slava.
Quando san Gregorio Sinaita incontrò san Massimo, gli rivolse questa domanda; "Ti prego, venerato padre, possiedi la preghiera spirituale?".
Egli sorrise e rispose; "Mi è stata accordata fin dalla mia giovinezza e non voglio nasconderti questo favore insigne[1]. Io nutrivo, venerato padre, più fede e amore di quanto non saprei dire verso la nostra purissima Sovrana, la Madre di Dio, e le domandavo con lacrime di ottenere per me la grazia della preghiera. Un giorno in cui mi trovavo, secondo la mia consuetudine, nella chiesa della Panaghia, rivolsi ancora una volta alla Madre di Dio, con lacrime, la medesima supplica. Mentre baciavo con amore la sua icona immacolata, sentii di colpo un calore fortissimo nel petto e nel cuore; ma, invece di bruciarmi, esso mi rinfrescava come fosse rugiada: mi riempiva di dolcezza e mi ispirava una profonda compunzione. A partire da quel momento, padre, il mio cuore si mise a dire interiormente la preghiera. Allo stesso modo, il mio pensiero e il mio intelletto conservano in se stessi il ricordo del mio Gesù e della mia Theotokos ed esso mai vi è venuto meno. Perdonami!".
Il Sinaita disse allora: "E mentre dici la preghiera, padre santo, ti accade di avere un rapimento, o un'estasi, o qualche altro dei fiori della preghiera e dei frutti dello Spirito?".
Il santo rispose: "E’ questo, padre, che mi ha fatto correre nel deserto e cercare senza posa il silenzio della solitudine, per cogliere in abbondanza il frutto della preghiera, voglio dire un amore appassionato di Dio e il rapimento dell'intelletto verso il Signore"[2]
"E tu possiedi questi doni? Dimmelo, ti prego", gli chiese Gregorio.
Egli sorrise e disse: "Dammi qualcosa da mangiare, e non indagare oltre sui miei errori”.
Gregorio riprese: "Potessi io essere nei tuoi stessi errori, padre santo! Ma dimmi ancora, ti prego: cosa vede il tuo intelletto con i suoi occhi spirituali durante il rapimento? Gli è ancora possibile far sgorgare dal cuore la preghiera?"
Il santo rispose: "Certamente no, padre. Quando lo Spirito santo[3] penetra nell'uomo di preghiera, allora la preghiera si arresta, perché l'intelletto è interamente assorbito dalla presenza dello Spirito santo, e non gli è più possibile esercitare le proprie facoltà[4]. Si sottomette interamente allo Spirito santo, che lo porta dove vuole, o nel cielo immateriale dell'inesprimibile luce divina, o in qualche altra prodigiosa contemplazione, o in quella suprema felicità che è il dialogo familiare con Dio. Poiché è secondo il suo beneplacito che il Paraclito accorda la consolazione ai suoi servi, a ciascuno secondo che ne sia degno".
Massimo prosegui: "Io penso, padre santo, alle visioni dei profeti, e più ancora a quelle degli apostoli. Esse erano certamente effetto dell'illuminazione della grazia dello Spirito, eppure gli altri uomini consideravano tutto questo come un errore e come ebbrezza, e lo disprezzavano. E questo anche quando li udivano affermare: 'Ho visto il Signore seduto su un trono elevato e altissimo (Is 6,1). Come il protomartire Stefano: “Ho visto Gesù seduto sul trono della divinità, nelle altezze, alla destra del Padre” (At 7,55-56). Mi stupisco di vedere ancora oggi una simile incredulità riguardo alle visioni di cui godono certuni, ora che la grazia dello Spirito è stata effusa sui fedeli, come dice Gioele: “Io effondo il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Sì, oggi lo Spirito Paraclito ci è donato dal Cristo. Per questo lo Spirito si impadronisce del nostro intelletto[5], non per fargli conoscere ciò che è l'oggetto abituale del suo pensiero, ossia gli esseri creati, ma per fargli conoscere ciò che è superiore al mondo creato, ciò che riguarda la divinità e Colui che è, Dio stesso, che mai occhio corporeo ha visto, verso il quale mai cuore terrestre è salito (cf. 1Cor 2,9). Ascolta un pensiero che mi viene nella mente: come lontano dal fuoco la cera non è che cera, ma, se la si avvicina al fuoco, esso se ne impadronisce, la liquefa e l'infiamma, proprio come esso è, e quella non può resistere, ma anzi s’infiamma con il fuoco e diviene interamente luce, in modo tale che non sussiste più nella sua natura ed è interamente luce, pur restando cera; così, credimi, avviene alla capacità dell'intelletto la medesima cosa che alla cera[6]. Finché esso resta nei limiti della sua natura, non comprende se non ciò che è conforme alla sua natura e alla sua capacità ordinaria; ma se il fuoco della divinità, cioè lo Spirito santo stesso, entra in contatto con esso, allora questo è afferrato dalla potenza dello Spirito, s'infiamma con il fuoco della divinità, i suoi concetti si disgregano, ed è interamente assorbito dalla luce divina e diviene interamente sfolgorante luce divina.
Avendo udito questo, san Gregorio gli fece osservare: “Senza dubbio, caro Kausokalyba; ma esistono fenomeni di questo genere cui è possibile dare il nome di errore”
Il santo riprese: "Sì, ma altri sono i segni dell'errore e altri quelli della grazia e della verità dello Spirito[7].
Ecco quelli dell’errore: quando è il maligno a entrare in contatto con noi, mette nell'intelletto il turbamento, lo rende selvaggio e indurisce il cuore, ispira la viltà e la disperazione, diffonde le tenebre sui pensieri, rende cattivo lo sguardo, turba il cervello, consegna il povero corpo al tremito. Egli fa apparire davanti agli occhi il fuoco rosseggiante dell'errore, e non quello che diffonde una luce chiara. Fa uscire l'intelletto da se stesso e lo rende demoniaco. Fa uscire dalla bocca parole sconvenienti e bestemmie. L'uomo non è più che irritazione e collera. In lui non vi è più nè umiltà, nè preghiera, nè vere lacrime; continuamente trae vanto dalla sua virtù e se ne gloria. Resta rinchiuso in se stesso, finché diventa insensato e giunge alla perdizione. Da questo errore del maligno, padre santo, il Signore ci liberi!
Quanto ai segni della grazia, eccoli: quando il Santo entra in contatto con noi, ricompone l'intelletto e gli dona sapienza, umiltà e misura. Mette nell'anima il pensiero della morte, del giudizio, dei nostri peccati, e anche del castigo del fuoco. Dona al cuore la compunzione perfetta, l'afflizione e il pianto; rende lo sguardo più dolce, e le lacrime scorrono dagli occhi. E più il contatto è stretto, più l'anima trova dolcezza e consolazione nella preziosa passione di Cristo e nel suo immenso amore per gli uomini. Egli pone nell'intelletto contemplazioni elevatissime e fuori dalle prese dell'errore: in primo luogo, quella dell'incomprensibile potenza creatrice, che ha creato dal nulla l'universo, che ne assicura la coesione e lo regge con la sua provvidenza; l'oceano inconcepibile e incircoscrivibile, inafferrabile e inaccessibile della divinità in tre persone, l'Essere al di sopra di ogni essere. E così lo illumina con lo splendore della conoscenza divina. E quando l'intelletto è rapito nello Spirito santo da questa inaccessibile luce divina, è illuminato da questa luce divina e splendente. Ciò rende il cuore pacificato, e colui che ha ricevuto tali doni ottiene nell'intelletto, nella ragione e nello spirito una felicità e una gioia ineffabili".
Tale era san Massimo stesso, in tutta la sua persona,
poiché si teneva sempre in spirito nelle regioni superiori e aveva in sé il
frutto dello Spirito, che è, secondo il divino Paolo, "gioia, pace, longanimità,
benevolenza, bontà, carità, compassione e umiltà" (cf. Gal 5,22).
Questo colloquio provocò nel maestro dell'hesychia e della preghiera,
Gregorio Sinaita, una profonda emozione. Le parole del santo lo avevano messo
come fuori di sé ed egli si sentì colto, nei confronti di lui, da una viva
ammirazione. E non lo chiamò più da allora se non angelo in terra, e non più
uomo.
NOTE
[1] Massimo rivela così a Gregorio come gli fu accordata la grazia della preghiera. La tradizione ortodossa distingue infatti due stadi nella vita di preghiera. Finché l'uomo non ha ricevuto la grazia della preghiera, questa dipende esclusivamente dalla sua attività. Egli pronuncia le parole della preghiera mediante un atto di volontà deliberato e deve sforzarsi, come dice Giovanni Climaco, "di rinchiudere il suo intelletto nelle parole, prestando attenzione a ciò che dice al Signore, e avendo la certezza, grazie alla fede, che Egli è presente e l'ascolta. Le distrazioni e le divagazioni dell'intelletto sono inevitabili, e ogni volta egli deve ritornare alle parole della preghiera, facendosi una certa violenza, poiché l'attività spontanea del nostro pensiero lo conduce altrove- Questa preghiera "attiva" è la sola che dipenda da noi: è la pratica normale di ogni cristiano che non ha ricevuto la "grazia della preghiera", ed è dedicandosi ad essa con grande assiduità e un grande coraggio che ci si può preparare a ricevere questa grazia, quando Dio lo riterrà opportuno- La grazia della preghiera non può essere accordata all'uomo se non dopo lunghi anni passati nell'esercizio della preghiera attiva. La visita del Signore, che segua l'ingresso in questo nuovo stadio della vita spirituale, può essere dovuta all'intercessione del padre spirituale, che discerne che il figlio spirituale è maturo per accedervi. Nella vita di san Massimo, essa dipende più direttamente dall'intercessione della Madre di Dio ed è legata alla venerazione della sua icona. L'episodio è di grande importanza, poiché manifesta bene il senso della venerazione dell'icona secondo la fede e la pietà ortodosse. L'icona non si contrappone assolutamente alla preghiera contemplativa, poiché il suo ruolo non è di fornire un supporto immaginativo alla preghiera: essa è l'epifania della presenza dell'invisibile e un luogo di incontro che ci mette in contatto con la potenza d'intercessione dei santi e con il loro irradiamento spirituale. L'effetto della grazia dello Spirito santo è di rendere spontanea la preghiera; essa sgorga allora da sé dal fondo del nostro essere, diventa come una seconda natura. Si può allora parlare di preghiera spirituale, o più esattamente di "preghiera dell'intelletto", distinguendola così dalla preghiera vocale. Non consiste più soltanto in parole che noi pronunciamo, fosse anche con attenzione: essa diviene una sorta di stato permanente del nostro essere cosciente profondo (1' "intelletto"), che l'orienta verso Dio. La si può anche chiamare "preghiera del cuore", poiché tutto il nostro essere è allora unificato dalla grazia dello Spirito santo, e il nostro cuore di carne, "organo" dell'intelletto, diviene come la sede a un tempo simbolica e reale di questa tendenza spirituale verso Dio. La preghiera spirituale può peraltro accordarsi con la preghiera vocale, con la recitazione dei salmi per esempio. L'uomo prova allora gioia nel pregare, e, soprattutto, le parole della preghiera assumono sulle sue labbra un sapore singolare. Come indica il testo della Vita di Massimo, la grazia della preghiera fa accedere alla "preghiera continua", al "ricordo incessante di Gesù e della sua santissima Madre", proprio perché stabilisce l'uomo in uno stato permanente di tensione verso Dio.
[2] Il desiderio di Dio è il motivo del ritiro di Massimo nella solitudine. Quando era giunto sulla Santa Montagna, i monaci avevano dapprima esigito da lui che si fermasse nella comunità di Lavra. Infatti il cammino che bisogna normalmente seguire per giungere alla contemplazione autentica è ciò che i maestri spirituali chiamano la "vita attiva", cioè la pratica dell'obbedienza, della carità verso il prossimo, così come tutti gli esercizi della vita comunitaria. Ma Massimo era abbastanza progredito nella vita spirituale da poter entrare senza pericolo nella vita del deserto. Era la sua stessa esperienza di Dio che lo spingeva verso la solitudine e l'incitava interiormente a restare "solo con il Solo" -
[3] I grandi uomini spirituali ortodossi ci dicono che scopo della vita cristiana è 1' "acquisizione dello Spirito santo" o "ll dono della grazia dello Spirito santo" di cui la grazia della preghiera è uno degli aspetti. Ciò non significa che lo Spirito santo e la grazia divina non siano all'opera nell'uomo fin dai primi gradi della vita spirituale. Ma essi agiscono allora segretamente, in un modo che sfugge alla coscienza. E soltanto quando il discepolo di Cristo ha vinto le proprie volontà ed è giunto a una grande umiltà, che il dono dello Spirito può portare in lui tutti i suoi frutti e manifestare tutti i suoi effetti.
[4] "Le parole di Massimo evocano una certa passività dell'anima. Infatti è lo Spirito ad assumere allora, in certo modo, l'iniziativa della vita spirituale dell'uomo. La grazia risveglia nel cuore di costui degli istinti divini che lo spingono ad agire, senza riflessione né deliberazione: ad essi egli deve innanzitutto acconsentire, nella libertà. Questo consenso dell'anima spogliata del proprio agire è la forma suprema della sua attività personale. La preghiera è sempre un'epiclesi, una domanda della venuta dello Spirito santo. Quando egli giunge, l'attività propria, deliberata, dell'uomo non deve far altro che tacere: "Ogni carne mortale faccia silenzio e resti immobile con timore e tremore ... poiché egli avanza, il Re dei re e Signore dei signori", canta la chiesa al grande ingresso della liturgia, il Sabato santo. L'esperienza del Kausokalyba raggiunge qui quella di Isacco il Siro: "Fin qui si tratta di preghiera, poiché il pensiero non è ancora passato allo stato in cui non c è più preghiera, ma uno stato superiore alla preghiera. I movimenti della lingua e del cuore nel corso della preghiera sono delle chiavi. Viene poi l'ingresso nella stanza. La bocca e labbra tacciono; il cuore, ciambellano dei pensieri, la ragione, che regna sui sensi, lo spirito, questo uccello veloce, con tutti i loro mezzi e facoltà e le loro suppliche non devono far altro che restare muti, poiché il Padrone di essa ha fatto il suo ingresso" (Discorso 22, in Mystic Treatises by Isaac of Nineveh, a cura di A.J. Wensinck, Amsterdam 1923, p. 112). CI. A. Guillaumont, Etudes sur la spiritualité de l'Orient chrètien, SO 66, Bellefontaine 1996, pp. 218-220.
[5] Abbiamo qui, in poche frasi, una significativa esposizione della concezione cristiana della conoscenza di Dio. Le realtà divine non possono essere percepite ne dai nostri sensi non trasfigurati, né dai nostri concetti e ragionamenti Solo quella che i padri hanno chiamato “sensibilità spirituale” - ossia una capacità nuova risvegliata nelle nostre facoltà conoscitive trasfigurate dalla grazia dello Spirito santo - può percepire ciò che Dio vuole manifestarci di se stesso. E questo un dato costante della tradizione cristiana esso è al cuore dell'insegnamento dei maestri dell’esicasmo.
[6] Kausokalyba paragona la divinizzazione delle nostre facoltà conoscitive all'azione del fuoco sulla cera. Questa immagine sì accosta a quelle del ferro incandescente, del carbone ardente o del cristallo attraversato dalla luce, a cui ricorrevano tradizionalmente i padri per evocare l'unione del divino con l'umano: nel Cristo, in virtù dell'unione ipostatica; negli uomini, in virtù della deificazione mediante la grazia. Una tale unione esclude ogni confusione delle nature, ogni assorbimento dell'una nell'altra, ma implica una compenetrazione delle energie dell'una da parte di quelle dell'altra.
[7] Satana è abile nel trasformarsi in angelo di luce. Si impone dunque un discernimento degli spiriti. Esso però può essere operato solo da un uomo il cui cuore sia sufficientemente purificato da non possedete in se stesso complicità segreto con il male, che turberebbero la limpidezza del suo sguardo. Il discernimento spirituale obbedisce tuttavia a dei criteri oggettivi che tutta la tradizione ha accolto, fin dal tempo di Antonio il Grande, il padre dei monaci, che li enumerava già nel suo discorso ascetico trasmessoci da Atanasio d'Alessandria (Vita di Antonio 26-43). I segni dello spirito del male sono il turbamento, l'asprezza, la tensione interiore, la cattiva tristezza che conduce allo scoraggiamento e alla disperazione, anche se tutto questo può essere accompagnato da uno zelo apparente per il bene e da un'esteriorità di virtù, o da visioni. I segni della presenza dello Spirito santo sono la pace, la gioia, la mitezza, la pazienza, l'umiltà e la carità.
Tratto da: Placide Deseille, IL VANGELO NEL DESERTO – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per l’approfondimento.