ANDRE’ LOUF

 LA DIMENSIONE APOSTOLICA E CONTEMPLATIVA
DELLA VITA RELIGIOSA



 

Ci sono tre uomini perfetti davanti a Dio  che hanno ricevuto il potere di sciogliere e legare, rimettere i peccati e di non rimetterli. E stanno ritti sulla breccia per impedire che il mondo intero venga distrutto in un attimo: grazie alle loro preghiere Dio castigherà con misericordia …  Le preghiere di questi tre si uniscono per accedere all’altare sublime del Padre delle luci. Essi si rallegrano gli uni con gli altri ed esultano insieme nei cieli.  Sono Giovanni a Roma, Elia a Corinto e un altro nell'eparchia di Gerusalemme. E io credo che otterranno quella grande misericordia. Si la otterranno. Amen


PARTE II
 


Bisogna certamente tener conto della pre­ghiera d'intercessione che i contemplativi considerano quasi co­me il loro incarico particolare: “Essi pregano - talora si dice - per coloro che non pregano". Allo stesse modo, è lecito prendere sul serio il loro desiderio spesso esplicito di "fare penitenza per co­loro che non ne fanno".

 

Voglio parlare del discernimento spiri­tuale:
Questo dono consiste in una nuova sensibilità capace di per­cepire l'invisibile nel visibile nell’esperienza contemplativa come nell'esperienza attiva.
 

Il contemplativo nella preghiera e il contem­plativo nell'azione s'incontrano in questo ascolto e in questo sguardo interiore, in questa sensibilità nuova dell’uomo nuovo, che la tradizione chiama la diàkrisis o discretio: il discernimento spirituale.

 

In effetti, per tutto il tempo in cui l'esperienza del regno in­veste solo la superficie del nostro essere, viviamo la duplice dimensione contemplativa e attiva come una frattura, a volte ad­dirittura come un'antinomia insormontabile. Ma nella misura in cui questa stessa esperienza penetra in noi a livelli sempre più profondi, la nostra comprensione di Dio e del suo regno si sem­plifica e si unifica. A un certo livello d'interiorità, le strade dei credenti non possono più contrapporsi, e meno che mai esclu­dersi: contemplativi e attivi si avvicinano straordinariamente, fino a somigliarsi come due fratelli.


 

 

Un luogo in cui rinascere

 Dio ha ora le mani libere per agire, e la sua opera è sempre un miracolo, la meraviglia dell'uomo nuovo, ricreato in Gesù Cristo. Nella sua Vita di Antonio, Atanasio descrive dettagliata­mente l'atrocità delle tentazioni ch'ebbe a subire il padre dei monaci, fino al giorno in cui Dio intervenne in suo favore. Antonio, da lunghi anni recluso nella propria tomba, che era la sua forma di solitudine, ne esce e si presenta dinanzi alla folla mera­vigliata. Ed ecco come il vescovo di Alessandria descrive, con accenti di forte emozione che sfiorano il lirismo, quest'uomo nuovo che si ferma sulla soglia del suo deserto. Va riletto con un briciolo di humour, ma che non sminuisce in nulla la pregnanza del vocabolario usato:

Il corpo di Antonio aveva l'aspetto abituale e non era nè in­grassato per mancanza di esercizio fisico, nè dimagrito a cau­sa dei digiuni e della lotta contro i demoni. Era tale e quale l'avevano conosciuto prima che si ritirasse in solitudine, E anche il suo spirito era puro, non appariva triste ne svigorito dal piacere, nè dominato dal riso o dall'afflizione. Non provò turbamento al vedere la folla; non gioiva perché salutato da tanta gente, ma era in perfetto equilibrio, governato dal Verbo, splendore della sua natura.

Parafraso un po' nel tradurre l'ultima espressione della frase (en tò Katà physin), tenendo conto che la natura, per i padri gre­ci, è l’uomo nuovo, l'uomo restaurato a partire dalla sua caduta, e che ha raggiunto la pienezza della sua umanità in Gesù Cristo. Dietro una descrizione della quale alcuni particolari oggi posso­no stupire, non c'è dubbio infatti che sia proprio questo ciò che Atanasio vuole dirci: per Antonio, il deserto è stato un luogo in cui rinascere, il sepolcro della solitudine è divenuto il sepolcro pasquale di Cristo, insieme al quale Antonio è risuscitato. Sulle orme di Cristo, l'uomo di Dio è molto semplicemente l'uomo nello splendore della sua natura, secondo il disegno di Dio. Ma a prezzo di quali prove! Perciò il nuovo essere va descrit­to più che con il vocabolario filosofico nel quale si lascia un pò trascinare Atanasio, con l'aiuto di un vocabolario soteriologico, il vocabolario della salvezza, dove si fa sempre menzione del peccato perdonato, dell'accecamento guarito e delle piaghe le cui cicatrici resteranno per sempre come nel corpo risuscitato di Gesù, ma per attestare ormai la vittoria di Dio e la sua grazia.
L’ ascesi del contemplativo - e ogni ascesi cristiana  è quindi in primo luogo l'ascesi di un povero, quel povero che non cesse­rà mai di essere anche se un giorno, superata questa tappa deci­siva, si sentirà infine completamente pacificato, dopo esser stato demolito e ricostruito da cima a fondo, per pura grazia. Egli ha sfiorato l’abisso della misericordia. Ha imparato a cedere davan­ti a Dio, a deporre la sua maschera e le sue armi. Si è trovato disarmato di fronte a lui, senza disporre più di nulla per difendersi dal suo amore. E’ veramente spoglio e nudo. Si è disfatto delle sue virtù, dei suoi progetti di santità. Conserva faticosamente soltanto la propria miseria per dispiegarla davanti alla misericor­dia. Dio è divenuto veramente Dio per lui, e soltanto Dio, cioè colui che lo salva dal suo peccato. Egli finisce anzi per riconci­liarsi con quel peccato, per essere felice della propria debolezza. Della sua perfezione ormai si disinteressa: essa non è che panno immondo agli occhi di Dio (cf. Is 64,5). Le sue virtù le possiede solo in Lui: sono le sue ferite, ma curate e guarite dalla miseri­cordia. Non può che rendere gloria a Dio che lavora in lui e con­tinua senza sosta a fare meraviglie.
Anche tra i suoi fratelli è un uomo nuovo, cioè un amico tene­ro e dolce, che non si lascia irritare dai difetti e che si mostra comprensivo di fronte alle debolezze. Perché è il primo a dif­fidare enormemente di se stesso, ma a confidare follemente in Dio, completamente aggrappato alla misericordia e all'onnipo­tenza di quest'ultimo.
Contempla qualcosa di più preciso riguardo a Dio? Lo cono­sce ormai meglio? Se gli si ponesse la domanda in questa forma non saprebbe come rispondere e probabilmente risponderebbe in modo negativo. Ha sempre l'impressione di essere immerso nella stessa notte opaca. E tuttavia qualcosa è cambiato in lui. Una nuova sensibilità si è a poco a poco risvegliata. Uno strane presentimento lo abita. Egli non conosce nè Dio, né Cristo, ma si sorprende ormai a immaginarli, a riconoscerli quasi, ad assa­porare una presenza, e non soltanto nella preghiera o ruminando la parola di Dio, ma anche altrove, su volti sofferenti o gioiosi negli avvenimenti che si succedono e nei quali adesso discerne una trama e un disegno. Ora non soltanto sa perché deve in certi momenti perseverare a lungo nella preghiera, ma comincia a sen­tire come d'istinto ciò che deve fare o dire in altri momenti, co­me deve comportarsi. Perché non vola più con le proprie ali, nè a suo rischio e pericolo. Viene portato sulle ali di un altro. E’ come sospinto dall’interno. Scopre di essere misteriosamente guidato: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio" (Rm 8,14). Egli non ha che da consegnarsi. Un altro è all'opera in lui. Un altro fa in lui la meraviglie Ed egli coglie nel più profondo di se stesso il suo appello, al limite del percepibile, come un mormorio che è preghiera incessante, una specie di unzione - come dice Giovanni (cf. 1Gv 2,27) - che gli insegna giorno per giorno tutto quelle che deve fare.
 

 Un luogo che attira la folla

Cercando di descrivervi qualche tratto di quest'uomo nuovo - contemplativo e attivo - che nasce nel deserto, vi sarete resi conto che mi sono già inoltrato nella seconda parte del mio in­tervento: la dimensione apostolica della vita religiosa. Niente di strano, perché è inseparabile dalla prima. Per quale motivo, al­trimenti, Antonio si sarebbe deciso un giorno, senza apparente esitazione, a uscire dalla propria reclusione e a rompere il silen­zio? Molto semplicemente perché davanti alla porta c'era una folla. Una folla di gente venuta da lontano e che reclamava a gran voce una parola da quell'eremita che fino a quel momento era quasi sepolto vivo. Ed eccoci, forse per la prima volta, di fronte a un fenomeno che si ripeterà all'infinito per tutta la storia della vita monastica e religiosa, e che illustra a meraviglia l’inevitabile correlazione tra vita contemplativa e vita attiva, nonché il dina­mismo interno che armonizza l'una con l'altra. Nella maggior parte dei casi non è il contemplativo a darsi da se stesso la mis­sione e la vocazione di lasciare il deserto per annunciare la Paro­la agli altri. Nella letteratura monastica antica un simile deside­rio viene anzi denunciato come una tentazione del maligno. Ma al contrario, è lo stesso popolo di Dio che riconosce colui che ha ricevuto la Parola per la gente e che esce dalla città per assedia­re, per così dire, il deserto e forzare le porte della clausura.
In tal modo s'instaura nel cuore della chiesa un continuo andirivieni tra il deserto e la città. Il monaco sembra fuggire la città, ma non appena è andato fino in fondo al deserto, non ap­pena comincia a dare qualche frutto, la città si affretta ad andar­sene anche lei e a fuggire presso di lui, sulle stesse orme, mendi­cando da lui una parola, raccomandandosi a lui e alla sua bene­dizione.
Questo fenomeno, che nella storia si è verificato tante volte e che ancor oggi si rinnova, ricorda al monaco due cose: in primo luogo l'importanza permanente della tappa del deserto in ogni vita religiosa, contemplativa e apostolica. Solo chi è stato tra­sformato dal deserto, solo l'uomo nuovo diventa questo amante che attira a sé irresistibilmente il popolo di Dio.
La seconda cosa è che esiste da qualche parte un luogo in cui il confine tra il deserto e il mondo scompare: i monaci non devo­no ritornare nel mondo, e neanche il mondo deve ritirarsi nel deserto. Esiste un luogo nel quale le due realtà non si pongono più come un'alternativa. In un Antonio, in ogni uomo di Dio, il deserto e il mondo coincidono in qualche punto: questo luogo è la chiesa. La chiesa è inviata al mondo, e tuttavia essa non ap­partiene al mondo, non vi si stempera, non si conforma ad esso. Può affrontare il mondo per proclamare la Parola proprio perché resta sempre fermamente addossata al deserto. Questo vale an­che per la vita religiosa, con la sua duplice dimensione contem­plativa e apostolica.

 

Una "misteriosa fecondità apostolica"

Vorrei dire ancora qualcosa sulla dimensione più propriamente apostolica a partire da quella che è la mia esperienza: l’esperienza monastica. In primo luogo, pensando a coloro che fanno una vita contemplativa in senso stretto, vorrei cercare di precisare con poche parole in che cosa e in che modo essi pure si sentano pienamente apostolici.
Insistendo sulla necessità di un intreccio dinamico tra con­templazione e azione nella stessa esistenza cristiana, forse ho dato l'impressione di credere che tutti i contemplativi, sull'e­sempio di un Antonio o di un Benedetto, siano chiamati a lasciare un giorno la loro clausura per dire una parola. Vi dico su­bito che non è questo il mie pensiero. In realtà, come afferma chiaramente il canone 674 che vi ho citato all'inizio, da sempre seno esistiti, ed esistono ancora, contemplativi, monaci e mona­che, che non sono chiamati a condividere esplicitamente la loro esperienza con i fratelli e che la chiesa intende proteggere con la sua legislazione canonica da ogni ingerenza inopportuna che vada in senso contrario Essa lo fa, dice, in nome di una misteriosa fecondità apostolica inerente alla vita contemplativa, della quale vuole garantire l’autenticità.
Da sempre queste vocazioni contemplative sono rimaste molto appartate. Il loro irradiamento esterno sull’esempio di quello della vergine Maria, è stato quantitativamente poca cosa. Spesso si riduceva a una semplice presenza ma di straordinaria qualità. In particolare, la nostra chiesa latina ha, specie nel XIV e nel XV secolo, una tradizione di eremiti e persino di reclusi nel senso stretto del termine, che nella maggior parte dei casi, a giudicare dalle vestigia letterarie che ne rimangono, fu realmente di qualità. Ci furono anche realizzazioni meno felici, che spiegano un certo numero di abusi e un rapido declino fino al concilio di Trento, che per questo si sentì autorizzate a passarli sotto silenzio nei suoi testi ufficiali; e fino ai nostri giorni, in cui lo statuto canonico di eremita, riconosciuto come facente par­te dello stato di vita consacrata, è appena stato reintrodotto dal nuovo Codice.
Ma in cosa consiste la “misteriosa fecondità apostolica” della vita contemplativa? Bisogna certamente tener conto della pre­ghiera d'intercessione che i contemplativi considerano quasi co­me il loro incarico particolare: “Essi pregano - talora si dice - per coloro che non pregano". Allo stesse modo, è lecito prendere sul serio il loro desiderio spesso esplicito di "fare penitenza per co­loro che non ne fanno". Ma tutte questo resterebbe insufficien­te, anche se avessimo oggi a nostra disposizione una teologia più approfondita dell'intercessione o della penitenza-riparazione ri­spetto a quella sulla quale siamo ancora obbligati a ripiegare.
La stessa osservazione vale per il ruolo di esempio che indubi­tabilmente è giocato da una comunità di contemplativi. Perché tutte queste cose - pregare, fare penitenza, dare un esempio - sono ancora nell'ordine dell'agire, mentre la fecondità specifica della vita contemplativa deriva anzitutto dal suo essere, dall'evento che il contemplativo ha vissuto, da quell'antropologia in atto che è stata la sua Pasqua nel crogiolo del deserto, dall'uomo nuovo che per pura grazia egli è diventato. È questo che importa per la storia della salvezza oggi, perché il regno venga fin da ora, senza che egli sappia né come nè perché. Perciò è questa la ra­gione ultima per la quale le sue veglie notturne o mattutine si fanno carico dell'attesa latente in tanti cuori umani; per la quale il suo digiuno esprime la fame di Dio che tortura l'umanità, sen­za che questa lo sappia; per la quale la sua obbedienza è vera­mente la Pasqua di Cristo che si prolunga fino a oggi; e per la quale il suo celibato, che egli non sbandiera più trionfalmente degli altri, allarga a poco a poco il suo cuore sino ai confini dall'universo.
Perché ora egli ama in modo completamente diverso. Durante la prova del deserto il suo cuore si è frantumato; ma più ancora, per usare un’immagine di un altro santo, si liquefatto. E’ divenuto quel cuore liquido dei santi di cui parla il Curato d’Ars,  cuore di pietra trasformato in cuore di carne, che abbraccia l’intero universo e che fa di essi dei fratelli universali.  Egli non è più altro che bontà e misericordia, a immagine di quelle che ha potuto incontrare un giorno. E sente d’istinto come sia importante, non soltanto per lui ma per la chiesa universale, che egli perseveri nel rimanere la dov’è, nell’occupare quel posto che Dio gli ha assennato. Giacche lo sa, ben al di la della sua inutilità apparente: al cuore della chiesa, sua madre, egli è l’amore.
Questa convinzione di sostenere misteriosamente il mondo non nasce con Teresina di Lisieux, ma risale a un'epoca lontana del monachesimo: ne è testimone questo strano testo di un recluso palestinese del VI secolo al quale era stato rivelato che il mondo del suo tempo era sostenute da tre oranti eccezionali:

Ci sono tre uomini perfetti davanti a Dio  che hanno ricevuto il potere di sciogliere e legare, rimettere i peccati e di non rimetterli. E stanno ritti sulla breccia per impedire che il mondo intero venga distrutto in un attimo: grazie alle loro preghiere Dio castigherà con misericordia …  Le preghiere di questi tre si uniscono per accedere all’altare sublime del Padre delle luci. Essi si rallegrano gli uni con gli altri ed esultano insieme nei cieli.  Sono Giovanni a Roma, Elia a Corinto e un altro nell'eparchia di Gerusalemme. E io credo che otterranno quella grande misericordia. Si la otterranno. Amen
 

Il dono del discernimento

Ritornando ora alla vita apostolica dei religiosi cosiddetti at­tivi - cioè di quelli che in qualche modo si presume abbiano at­traversate la tappa del deserto e, dopo esserne stati trasformati, siano rinati al mondo, vorrei, come conclusione, dire qualcosa su quello che forse è il dono essenziale di questo uomo nuovo restaurato nel deserto. Voglio parlare del discernimento spiri­tuale.
Questo dono consiste in una nuova sensibilità capace di per­cepire l'invisibile nel visibile nell’esperienza contemplativa come nell'esperienza attiva. Percepire il mormorio dello Spirito che grida in noi “Abba”, “Padre", e riconoscere la pulsione inte­riore di quello stesso Spirito che invita dolcemente a passare all'azione, non dipende da due organi spirituali distinti. E’ lo stes­so cuore, ormai in stato di veglia, a spiare, a scrutare lungamente e ad ascoltare, e al quale è dato di captare l'azione interiore dello Spirito santo, sia che lo Spirito preghi in noi, sia che ci inviti a compiere l'opera del Padre.
Nella psicologia dell'uomo nuovo questa capacità di discerne­re lo Spirito è, in un certo senso, più importante dei doni della preghiera o dell'impegno apostolico. Infatti questi ultimi dipen­dono strettamente dall'influsso dello Spirito e dalla capacità del soggetto di cogliere correttamente tale influsso. Che egli si lasci afferrare dalla preghiera, o che acconsenta a essere inviato per la testimonianza apostolica, ciò è sempre opera del medesimo Spi­rito. E’ sempre da una medesima unzione che Bernardo si face­va guidare, come dice mirabilmente di lui il suo primo biografo quando scrive che l'abate di Clairvaux portava a compimento ogni  unctio magistra avendo come maestro e come guida l'unzio­ne interiore dello Spirito santo.
Al contrario, nulla di più sterile, e al limite di più rischioso, che pretendere di darsi alla preghiera, o credersi inviati a testimoniare, per quanto sia grande la generosità che si ostenta in  tale missione, se si è perso il contatto interiore con lo Spirito, se si è incapaci di lasciarlo emergere in sé e di percepirlo. Ogni vita contemplativa vera, ogni vita apostolica autentica sarebbero in questo caso compromesse.
Si comprende così in che senso Ignazio di Loyola pretendesse di rimanere un contemplativo nell’azione, lui che aveva esitato per lunghi mesi tra una cella di certosino e la Compagnia che avrebbe poi fondato. Non è che egli richieda ai suoi compagni chi sa quale ginnastica mentale che li obblighi a mescolare la meditazione alle loro sollecitudini apostoliche. Egli si aspetta molto semplicemente da loro, nel pieno del servizio e dell'azione, che conservino l'orecchio interiore attento ai movimenti dello Spirito nel più profondo del loro cuore. Il discepolo di Ignazio - ma si potrebbe dire altrettanto di ogni credente - parla e agi­sce ascoltando ciò che avviene all'interno di se stesso, prestando attenzione ai movimenti del proprio cuore; ora, in quel cuore Ignazio pensava - facendo eco a tutta la tradizione monastica - che solo il desiderio di Dio (o la sua volontà) dovesse sopravvi­vere, una volta che il discepolo fosse divenuto indifferente a tut­ti i propri desideri superficiali; cioè quelli che, nella maggior parte delle persone, ingombrano il davanti della scena, e soffo­cano il desiderio di Dio nei riguardi dell'uomo. Eppure non è proprio questo desiderio di Dio a fondare e costituire la nostra più specifica e più ricca identità?
L'esame di coscienza ignaziano va compreso come una fase appartenente a questo stesso processo spirituale, ovvero qualcosa che è ben al di là di ciò che è divenuto in seguito, quando l'esa­me di se stessi è caduto vittima per certi versi di un moralismo volontaristico che lo ha trasformato in una specie di bilancio dei peccati e delle buone opere, in un conteggio dei profitti e delle perdite. L’esame di coscienza, molto più semplicemente è quel momento di silenzio interiore, di deserto ritrovato, che permette di auscultare il cuore in stato di veglia, mentre registra fedelmente l'istinto divino della grazia, i movimenti dello Spirito santo dentro di sé, per regolare su di essi tutto l'agire umano. E’ dunque poi così differente dalla preghiera che, essa pure, ha bi­sogno dell'orecchio interiore per mettersi all'unisono con i ge­miti delle Spirito? Il contemplativo nella preghiera e il contem­plativo nell'azione s'incontrano in questo ascolto e in questo sguardo interiore, in questa sensibilità nuova dell’uomo nuovo, che la tradizione chiama la diàkrisis o discretio: il discernimento spirituale. Condizione indispensabile perché il credente - sia che preghi, che lodi Dio o che gli renda testimonianza - riman­ga innestato sull'agire stesso di Dio.
Il discernimento spirituale è quindi come un terreno comune tra le due dimensioni di ogni vita religiosa e di ogni vita cristia­na, la dimensione contemplativa e la dimensione apostolica. En­trambe hanno origine dalla stessa realtà spirituale, dotata di un orecchio il cui timpano vibra all'unisono con il minimo mormo­rio dello Spirito, e dotata anche di uno sguardo in grado di per­cepire i primi barlumi della presenza del Signore. E’ il discer­nimento spirituale. Dalle origini della vita monastica e religiosa, è il loro tesoro nascosto, e forse anche - questa è una mia con­vinzione profonda - ciò che esse hanno di più prezioso da offri­re alla chiesa di oggi.
 

Il tesoro nascosto nel cuore

Giunti alla fine del nostro itinerario, riprendiamo la questio­ne che ci siamo posti all'inizio circa la distinzione tra vita contemplativa e vita attiva: "Non c'è a priori, in qualche ambito, un terreno comune, una fonte che esse condividono?". Sembre­rebbe proprio di sì. Per un'altra via siamo giunti alla stessa fonte che l'istruzione su 'La dimensione contemplativa della vita reli­giosa” segnalava come punto di partenza di ogni vita spirituale, descrivendola così: “Il cuore, considerato come il santuario più intimo della persona, nel quale vibra la grazia di unità tra interiorità e attività”.
Questa stessa istruzione ricordava anche come il fine principale della formazione alla vita religiosa sia quello di “immergere il religioso nell'esperienza di Dio”, allo scopo di favorire “ la compenetrazione reciproca tra interiorità e attività, in modo ti le che la coscienza di ciascuno coltivi il primato della vita nello Spirito Santo". E altrove, essa così definiva quello che abbiamo chiamato discernimento spirituale:  “Più il religioso si aprirà alla dimensione contemplativa, più si renderà attento alle esigenze del regno, sviluppando intensamente la sua interiorità teologale, proprio perché osserverà gli eventi con quello sguardo di fede che lo aiuterà a scoprire ovunque l'intenzione divina"
In effetti, per tutto il tempo in cui l'esperienza del regno in­veste solo la superficie del nostro essere, viviamo la duplice dimensione contemplativa e attiva come una frattura, a volte ad­dirittura come un'antinomia insormontabile. Ma nella misura in cui questa stessa esperienza penetra in noi a livelli sempre più profondi, la nostra comprensione di Dio e del suo regno si sem­plifica e si unifica. A un certo livello d'interiorità, le strade dei credenti non possono più contrapporsi, e meno che mai esclu­dersi: contemplativi e attivi si avvicinano straordinariamente, fino a somigliarsi come due fratelli. E la "parte migliore" allora non è pii dall’una o dall'altra sponda. Essa è ovunque, è il teso­ro nascosto al cuore di ogni vocazione.

Conferenza del novembre 1983 in occasione della Sessione nazionale dei Vicari episcopali per gli istituti dei religiosi e delle religiose di Francia. Pubblicata in Vie consacrée  3 (1985),  pp. 147-164

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