VITA E ASCESI DEL SANTO PADRE GERASIMO


 

1. L'illuminato e santificato padre nostro Gerasimo veniva dalla Licia, e fu consacrato a Dio fin da piccolo dai suoi genito­ri, che erano cristiani, e fu educato nella disciplina monastica fin da bambino in un cenobio. Quando fu in età più adulta, e la virtù che era in lui si fu consolidata col tempo e con l'espe­rienza ed ebbe raggiunto il più alto segno, egli si ritirò dappri­ma nei luoghi più deserti del suo paese, nutrendosi di erbe sel­vatiche ed esponendosi a molte lotte contro gli spiriti malvagi; e così, col tempo, esercitatosi con infiniti sudori e sforzi, fu ri­conosciuto vittorioso. Più tardi, spinto dal divino amore e stimolato ad avanzare di gloria in gloria (2Cor 3,18), andò a Gerusalemme e, dopo essersi genuflesso ai luoghi santi e venerabili, scese al Giordano e cominciò a vivere nel deserto intorno al Mar Morto, conducendo vita eremitica.

Al tempo del concilio ecumenico di Calcedonia, Gerasimo, assieme agli altri eremiti del deserto, fu indotto ad aderire alla falsa dottrina e all'assurda contestazione degli scismatici, ma gra­zie all'insegnamento del grande padre Eutimio fu persuaso ad aderire al dogma dichiarato dal concilio ecumenico.

2. Questo Gerasimo, da tutti encomiato, brillò di grande lu­ce nel deserto lungo il Giordano e diffuse dappertutto i raggi delle sue virtù. E in un primo tempo visse per un certo periodo con altri santi anacoreti nel deserto intorno al Mar Morto e, imitando le loro virtù e prendendo da chi l'uno, da chi l'altro pre­gio, come quando i pittori ritraggono le forme per iperbole, li raccolse nell'unità della propria anima e da tutti elaborò un uni­co ideale di virtù; e avendo così educato se stesso nella profon­da filosofia della vita ascetica, e avendo purificato abbastanza il suo cuore nella prossimità con Dio, così fu proclamato da Dio fondatore e patrono del deserto del Giordano. Dopo aver sta­bilito qui una laura famosissima, in mezzo ad essa costruì un cenobio, e fissò la regola che i novizi stessero nel cenobio e vi fossero istruiti nella vita monastica; quelli invece già formati se­condo il volere di Dio, che si distinguevano in esercizi volontari e avevano superato gli altri nei gradi di ascesa verso Dio, li sta­bilì nelle celle, dando loro come norma che ciascuno vivesse in solitudine nella sua cella per cinque giorni alla settimana, senza toccare altro che pane, acqua e datteri; il sabato e la domenica invece andasse in chiesa e, dopo aver partecipato ai divini mi­steri, mangiasse nel cenobio cibo cotto, bevendo un po' di vino ll sabato e la domenica celebravano l'ufficio della salmodia tutti quanti insieme, mentre gli altri cinque giorni vivevano in soli­tudine, come si è detto.

3. Era vietato a chiunque a loro accendere un lume nella cella, o farsi una bevanda calda, o mangiare cibo cotto: anzi erano alieni dai possessi materiali, umili e autonomi dalle passioni car­nali. Dominavano il ventre e il piacere; non solo, ma erano al di fuori anche delle passioni dell'anima: dolore, ira, viltà e dimenticanza, sempre purificando i pensieri ed eliminando ogni esaltazione nella conoscenza di Dio (2Cor 10,4-5). Così il grande Gerasimo li educava, li guidava e li pasceva, non con gli stru­menti di un pastore inesperto, ma anzi di un pastore estrema­mente avveduto. In lui difatti c'era questa sola ansia: la cura e la sollecitudine per l'uomo nascosto del cuore (1Pt 3,4; cf. 2Cor 4,16), dare ali alle anime e strapparle al mondo e offrirle a Dio. E Gerasimo, che era sublime e dimorava con lo Spirito, si sfor­zava di trascinare ciascuno attraverso la virtù fuori da questa vita e verso il cielo. Da parte loro i padri a lui soggetti si lascia­vano volentieri governare e guidare da lui, e così fruttificavano in maniera degna della sua guida. Essi producevano nelle loro celle corda e cesti, e ciascuno di loro portava ll sabato al cenobio la produzione della settimana, e la domenica pomeriggio pren­deva le provviste per la settimana entrante, pani, datteri e un otre d'acqua, e così tornava alla sua cella. Ed erano così incu­ranti di tutte le faccende umane e, in una parola, morti alla vita e viventi per Dio solo (cf. Rm 6,11; Col 3,3), che ciascuno non teneva nella sua cella null'altra cosa di questo mondo, salvo queste necessità: una sola tunica, mantello e cappuccio; inoltre come giaciglio ognuno aveva una stuoia di giunchi, una coperta di pezze e un cuscino; e infine un unico vaso di coccio, che era usato sia per bere sia per inumidire le foglie di palma.

4. Gerasimo, ispirato da Dio, trasmetteva ai suoi discepoli l'uso di lasciare le celle aperte, in modo che chiunque dei lo­ro compagni di lotta potesse prendere ciò che gli era necessario, senza che nessuno glielo impedisse; e anche se il proprietario della cella non c'era, chi aveva bisogno non se ne preoccupava. E si poteva vederli vivere come gli apostoli: infatti tutti questi abi­tanti del deserto avevano un solo cuore e una sola mente, e nessu­no diceva di alcuna delle cose che possedeva che era sua, ma tutto era tra loro comune (At 4,32).

E tra le storie relative al grande Gerasimo si racconta anche questa. Alcuni degli anacoreti ven­nero a dirgli: "Permettici di farci una bevanda calda, di man­giare vivande cotte e di accendere un lume per leggere durante l'ufficio notturno". Ma egli rispose: "Se desiderate usare euk­ration e vivande cotte e leggere a lume di lanterna, conviene che stiate nel cenobio: io infatti non lo permetterò finché sono in vita".

Alcuni abitanti di Gerico, avendo sentito dire che i monaci di abba Gerasimo osservavano un regime di grande ascetismo, andavano da loro ogni sabato e domenica e portavano loro ge­neri di conforto in quantità. Alcuni dei padri asceti nel veder arrivare i laici prendevano la fuga, nulla anteponendo all'asti­nenza, che sapevano essere madre della continenza, perché allontana i pensieri impuri e impedisce la pesantezza del sonno. Difatti avevano appreso i benefici dell'astinenza dalle parole e dall'esempio fattivo del loro santo padre. Raccontavano infatti che avesse così perfettamente dominato la gola, che durante tutto il tempo che visse in Palestina digiunava l'intera settimana, e per tutti i giorni della santa quaresima restava senza cibo, ac­contentandosi della comunione ogni domenica.


5. Abba Ciriaco l'anacoreta mi raccontò questa storia: "Nel­la mia gioventù, desiderando abitare nel deserto, andai alla lau­ra del grande Eutimio, e dopo aver ricevuto dalle sue sante ma­ni l'abito monastico, fui mandato da lui presso Gerasimo, che è ora con i santi, il quale Gerasimo, non volendo tenere nella sua laura un giovinetto, mi accolse nel cenobio della laura e mi fece servitore dei padri. Compiutosi il quinto anno della mia per­manenza in quel luogo, il giorno 19 di gennaio, un venerdì, ver­so sera preparavo la cucina, e verso la quinta ora della notte del sabato, mentre vegliavo pulendo le verdure per i padri, im­provvisamente il santo Gerasimo venne da me e mi disse: 'Al­zati, presto, Ciriaco: mettiti i sandali e indossa il mantello e se­guimi”. E mentre camminavamo verso Gerico, chiesi all'anzia­no: “Reverendo padre, qual è la ragione di questa gran fretta?”. Mi rispose il grande Gerasimo: “Eutimio il santo è morto”. E io, meravigliato, gli chiesi: 'E da dove lo sai con certezza, vene­rando padre?'. Rispose l'anziano: 'Verso l'ora terza della notte, mentre stavo in piedi in preghiera, ho visto i cieli aprirsi e un raggio di luce uscirne e arrivare fino a terra; e il raggio persistette per una lunga ora, apparendo come una colonna di luce dalla terra al cielo. Rimasto interdetto dalla visione e incerto sul suo significato, pregavo Dio, chiedendogli di scoprirne la cau­sa, e udii una voce dal cielo dire: E’ l'anima del grande Eutimio che viene portata su in cielo. Ed ecco, quello che sembrava una colonna di luce si sollevò pian piano da terra con una melodia di inni di molte voci, e così salì in cielo: e da ciò ho appreso con certezza che il grande Eutimio è morto”. E al termine del nostro cammino scoprimmo che era proprio così, e dopo esserci genuflessi e aver dato sepoltura ai venerabili resti del santo pa­dre, tornammo indietro magnificando Dio".

6. Così dunque Gerasimo, ispirato da Dio, ricevette il dono del grande Antonio, che aveva visto con gli occhi dello spirito l'anima di Ammun di Nitria trasportata in cielo, mentre lui vide con occhi chiaroveggenti l'anima del grande Eutimio trasportata in cielo; infatti, divenuto dimora del santissimo Spirito e tempio del Logos, figlio unigenito di Dio, e monastero di Dio creatore dell'universo, aveva dentro di sé la divinità una e indivisibile, che gli rivelava ciò che si compiva anche molto lontano. Così dunque, dopo aver esercitato nobilmente l'ascesi, dopo aver guidato e illuminato i suoi discepoli, e aver seminato i semi della pietà in tutto il deserto lungo il Giordano, ed esser­si dimostrato vaso di elezione (At 9,15) del deserto, rese lo spiri­to nelle mani di Dio.

7. I seguaci di questo santo padre nostro Gerasimo, una vol­ta che andammo a trovarli, ci raccontarono questa storia, di cui abbiamo visto la testimonianza scritta di chi la udì.

Un gior­no, passeggiando lungo la riva del santo Giordano, Gerasimo incontrò un leone, che era tormentato dal dolore a una zampa. Ci aveva infatti conficcata una scheggia di canna, sicché la zam­pa ne era diventata tutta gonfia e piena di pus. Come il leone vide l'anziano, gli mostrò la zampa ferita dalla scheggia che ci si era conficcata, piangendo a suo modo e supplicandolo di cu­rarlo. Vedendo l'animale in tanta angoscia, l'anziano si sedette e, afferratagli la zampa, tagliò ll punto ferito ed estrasse il pez­zo di canna assieme a molto marciume liquido, e dopo aver ben ripulito la ferita e averla fasciata con una bendatura, lo lasciò andare. Ma il leone curato non volle più lasciare l'anziano e co­me un fedele discepolo lo seguiva dovunque andasse, tanto che l'anziano si stupiva di tanta riconoscenza in una bestia. E da allora l'anziano lo nutriva, dandogli pane e legumi inzuppati.

La laura, ovvero le caverne, aveva un asino, con l'aiuto del quale i padri trasportavano l'acqua per le loro necessità - essi infatti bevevano l'acqua del Giordano, che è lontano dalla laura un solo miglio - Ebbene, i padri presero l'abitudine di affidare l'asino al leone, perché andasse fuori a farlo pascolare presso la riva del Giordano.

8. Un giorno dunque, mentre l'asino pascolava, il leone si al­lontanò un buon tratto da lui; ed ecco arrivare un cammelliere dall'Arabia, che, trovato l'asino, se lo portò via; e il leone, perduto l'asino, tornò tutto triste alla laura da abba Gerasimo. Vedendolo, l'anziano credette che si fosse mangiato lui l'asino, e gli domandò: "Sei stato tu a mangiare l'asino?". E quello come un essere umano se ne stava con gli occhi bassi.­ Allora l'anziano gli disse: "Benedetto ll Signore! D'ora in avanti farai tu il lavo­ro dell'asino!". Da allora dunque il leone trasportava l'acqua per i padri, secondo il comando dell'anziano. Un giorno venne dall’anziano un soldato, e vedendo il leone portare in giro l'ac­qua, diede all'anziano tre monete d'oro per l'acquisto di un asi­no, e il leone fu liberato dalla schiavitù.

Dopo un certo tempo, il cammelliere che aveva preso l'asino tornò per vendere grano nella città santa, portando con sé l'asino; e come ebbe attraversato il santo Giordano, incontrò per caso li leone. Vedendolo, il cammelliere abbandonò le cammelle e si diede alla fuga; ma il leone, riconosciuto l'asino, corse da lui, e afferrata con la bocca la cavezza, come era abituato a fare, se lo tirò dietro insieme alle tre cammelle, e tutto contento di aver ritrovato l'asino che aveva perso, ruggendo andò dall'an­ziano: l'anziano infatti credeva che il leone lo avesse divorato. Allora il nostro grande padre Gerasimo si persuase che il leone era stato calunniato, e pose nome al leone "Giordano". E il leo­ne passò cinque anni insieme all'anziano, senza separarsene mai.

9. Quando il nostro grande padre Gerasimo, pieno di virtù, rimpianto da tutti e rivestito della divina gloria, migrò a Dio e fu sepolto dai padri, Dio provvide che il leone non si trovasse alla laura. Tornò poco tempo dopo, e cercava il suo santo anziano. Abba Sabbazio di Cilicia, che era amico del nostro santo padre Gerasimo, vedendo il leone, gli disse: "Giordano, l'an­ziano ci ha lasciati orfani e se ne è andato dal Signore; ma tu prendi, mangia". Ma il leone non voleva mangiare; anzi, giran­do gli occhi continuamente di qua e di là, cercava di scoprire il suo anziano, ruggendo a gran voce, non potendo sopportare di esserne stato privato. E abba Sabbazio e gli altri padri, ca­rezzandogli la criniera, gli dicevano: "Se ne è andato dal Signo­re il nostro padre, ci ha lasciato". Ma, nonostante che gli ripe­tessero queste parole, non riuscivano a fargli cessare i ruggiti e gli uggiolii; anzi, quanto più pensavano di curarlo e di fargli mutare atteggiamento con le parole, tanto più ululava, lanciava grandi ruggiti e aumentava le sue manifestazioni di dolore, mo­strando con la voce, con l'aspetto e con lo sguardo l'angoscia che provava, non vedendo il santo Gerasimo. Allora gli disse abba Sabbazio: "Vieni con me, se non ci credi, e ti mostrerò dove giace il nostro anziano". Lo prese con sé e lo portò nel luo­go dove lo avevano seppellito; distava dalla chiesa circa mezzo miglio. E stando sopra la tomba del nostro santo padre Gerasi­mo, abba Sabbazio fece una genuflessione. Quando dunque il leone vide come egli si genufletteva sulla tomba del santo anzia­no e piangeva, fece anche lui una genuflessione verso terra, bat­tendo il capo violentemente e ruggendo, e così subito morì so­pra la tomba. Tutto questo accadde, non perché il leone aves­se un'anima razionale, ma per la volontà di Dio di glorificare coloro che lo glorificano (cf. 1Sam 2,30), non solo in questa vita, ma anche dopo la morte, e dimostrarci quanta sottomissione aveva­no le bestie nei confronti di Adamo, prima che egli disobbedis­se al comandamento e venisse bandito dalle delizie dell'Eden.

10. La morte del nostro padre Gerasimo avvenne il 5 del mese di marzo della tredicesima indizione, all'inizio del regno di Zenone. Egli lasciò eredi della carica di igumeno i suoi fra­telli carnali, Basilio e Stefano, che morirono dopo essere stati per sei anni pastori di questa comunità; e così divenne capo del gregge del grande Gerasimo, per voto unanime dei santi padri, il beatissimo Eugenio. Egli fu pastore della comunità per qua­rantacinque anni e quattro mesi, in modo perfetto e gradito a Dio, e morì il 19 agosto della quarta indizione, dopo aver con­seguito uno spirito profetico e aver brillato di divine virtù in Cristo Gesù nostro Signore. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
 

Tratto da: NEL DESERTO ACCANTO AI FRATELLI – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per l’approfondimento.