Tommaso Gallo

I SETTE GRADI DI CONTEMPLAZIONE

 

  

Prologo

 

Col desiderio di rendere ancora più acuti gli sguardi aquilini dei contemplativi e di far assaporare al loro palato spirituale un cibo di celeste dolcezza, ho creduto opportu­no di accingermi ad esporre quei sette gradi della contem­plazione che sono tanto più gloriosi quanto più comprovati dal sapere che viene dall'esperienza. Ho fiducia che con lo sprigionarne il profumo ne deriverà maggior splendore di luce all'intelletto come un profluvio della misericordiosa dolcezza dell'amore divino.

Parleremo dunque prima del fuoco, poi dell'unzione, poi in terzo luogo dell'estasi, quarto della speculazione, quinto del gusto, sesto della quiete, settimo della gloria.

Giacché l'anima

- dapprima si accende;

- accesa riceve l'unzione;

- unta viene elevata all'estasi;

- nell'estasi specula o contempla;

- contemplando gusta;

- nel gusto ha pace e riposo.

- Il settimo grado viene ottenuto con più abbondanza solo nella Patria da coloro che si saranno esercitati nei gradi precedenti.

Queste tappe si possono conseguire ancora in questa vita, anche se non tutte subito, bensì a gradi. Ma li conse­gue più presto colui che si dà più spesso agli esercizi spiri­tuali.

 

         

1. Fuoco

 

Il fuoco è un fervore veemente di calore o amore divino trasmesso dalla fornace della splendente Gerusalemme.

Il caldo di questo fuoco s'apprende all'anima del con­templativo o del santo uomo di vita attiva quando s'abban­dona alla preghiera ponendosi al cospetto di Dio, lo irrag­gia di lucentissimo splendore, lo incendia fortemente, in­fiamma i sentimenti e affetti disseccati, brucia e spazza via quelli cattivi, risveglia il torpore, e rende l'anima in grado di presentarsi davanti a Dio come il pingue olocausto ve­spertino, e perciò idonea a vedere e godere.

Dio le si avvicina ed essa rimane sbigottita; egli accre­sce il fuoco che le ha infuso perché si accenda di più; essa a sua volta aduna ed alimenta gli effetti sorti perché l'incen­dio acceso aumenti quanto più si appresta il combustibile.

Ha raggiunto questo grado colui che può dire col Pro­feta:

Il mio cuore dentro di me si è riscaldato; mentre riflettevo è divampato il fuoco (Sal 38,4).

E ancora:

Si è acceso il mio cuore; le mie viscere si sono rinnovate (Sal 7 1,5).

 

 

2. Unzione

 

L'unzione è come una lozione di rosa che si espande su tutta l'anima e la istruisce, corrobora, conforta, disponen­dola con soavità a ricevere le luci della verità e ugualmente a contemplarle.

Era unto di questa celeste unzione colui che disse:

«Egli mi ha unto con la sua misericordia»;

e lo stesso Davide aggiunge:

«Come la rugiada del monte Hermon che discende sul monte Sion» (SaI. 13 I, 1).

Cioè: l'infinita bontà di Gesù che disse:

«Io sono la luce del mondo» (Gv. 8,2).

Questa luce salì dalla terra sulla croce, e dalla croce elevata al di sopra di ogni bellezza celeste, cosicché ora, a maggior ragione, si può dire che egli è il sommo splendore e fulgore dell'eterna città, per la gloria e bellezza che sono state aggiunte alla sua umanità.

Dunque la rugiada di questo monte discende sul monte Sion, ossia nella mente del contemplativo, ne feconda il cuore irrigandolo e lo irriga fecondandolo, in certo modo temperando il calore del primo grado perché non arda più di quanto convenga.

Quello che il fuoco purifica col suo bruciore, l'unzione ammorbidisce distendendo la sua crema per renderla capa­ce di ricevere i raggi divini che l'abbelliscono e provengono abbondanti dall'aurora eternamente sorgente. Da questi illuminata e guarita, viene ammaestrata in ogni cosa, come insegna l'apostolo, in modo che in essa non vi sia più posto per l'ignoranza e vi rifulga tutta la luce della gloria.

 

 

3. Estasi

 

L'estasi è la deliziosa elevazione dell'anima al di sopra di sé, abbandonato l'uomo esteriore, protesa verso la sor­gente sovraintellettuale dell'amore divino grazie alle virtù che spingono verso l'alto. E queste virtù che spingono verso l'alto sono a mio parere l'umiltà e la purità.

Con l'umiltà si esce fuori dall'uomo esteriore; con la purità l'uomo interiore si eleva verso l'alto ed è da essa condotto al raggio sorgivo dove si disseta alle profonde sorgenti dell'amore divino. Per effetto di questo egli può obliare le cose che stanno alle sue spalle e tendere a quelle che sono davanti, nell'empireo e nel sovralucente taberna­colo.

L'amore divino infatti provoca l'estasi non consentendo che si sia amatori di sé ma di quelle cose che solo devono venir amate, come attesta Dionigi, conoscitore dei segreti di Dio.

Se dunque noi siamo nella carità vera, e non finta, siamo già nell'estasi santa che attira l'uomo interiore alle cose interiori e fa che si dimentichi sia delle cose esteriori che di quelle che sono passate.

 

 

4. Speculazione

 

La speculazione è la pia visione delle ricchezze dei beati del cielo che sono conoscibili solo da Dio, da parte dell'intelletto e dell'amore. A contemplare sono appunto questi due, cioè l'intelletto e l'amore, ma l'intelletto in modo del tutto diverso dall'amore.

Infatti quando l'animo contemplativo innalza i suoi sensi spirituali dilata la facoltà conoscitiva fino alle essenze eterne, e allora la scintilla dell'intelligenza e la punta della volontà, reciprocamente influenzandosi, si muovono verso le cose divine, l'una con la speculazione, l'altra col desiderio.

L'intelligenza corre avanti ma non è in grado di entra­re, giacché vede solo per immagine, e quindi rimane fuori.

L'amore invece che non conosce per immagini, entra e si unisce, come è scritto:

Colui che ama Dio diventa un solo spirito (Cor, 6, 17).

Poi entra l'intelletto che prima con le sue sole forze non poteva entrare; e l'animo viene gioiosa­mente accolto dalla sovressenziale e sovrintellettuale bontà divina.

Dopo averlo accolto tutto desideroso di lei e proteso verso l'alto con tutte le sue forze, essa lo attira ancor più profondamente in sé ed elargisce una chiarissima soavità all'intelligenza abbellendola con i chiarissimi raggi della chiara e fulgida sorgente, e alla volontà alimentandone il santo desiderio della soave, divina, immensa dolcezza. Poi mentre esse ne gustano e insieme la desiderano sempre di più, la bontà divina entra sempre più in loro e ancor più vi risplende: per cui esse molto amano la somma Verità e il sommo Bene.

Beato colui che consegue la vetta di questo grado; egli vive in terra come trasformato in un angelo, quasi avesse già cominciato la vita futura. Così era colui che disse:

Noi però guardando a volto scoperto la gloria di Dio, ci trasformiamo in una sua immagine, passando di chiarezza in chiarezza, come condotti dallo spirito del Signore (2 Cor, 3, 18).

L'apostolo ha voluto con queste parole indicare l'utilità della contempla­zione.

Cos'è infatti contemplare a volto scoperto la gloria del Signore se non rimirare con pietà, purità, devozione, dopo aver sgombrato dall'impurità che la offusca la nostra intel­ligenza, la gloria di Dio, cioè, l'eterna, fulgida, inconosci­bile chiarezza e insieme inesprimibile, e per le menti uma­ne incomprensibile del tutto, tranquillissima pace delle celesti nature?

E che mai vuol dire che coloro che contemplano in tal modo si trasformano nella stessa immagine, se non che a causare tanto vivace soavità sono proprio quelle realtà che veniamo immaginandoci, tanto che ci traggono fuori di noi stessi e ci assorbono in loro stesse, fino ad abbeverarci col torrente di gioia e quindi necessariamente trasformarci da terreni in celesti, da carnali in spirituali, da uomini in qualche modo in angeli?

Cosi io interpreto quest'espressione: trasformati nella stessa immagine, cioè nelle stesse realtà immaginate. Così pure si dice bene: «di chiarezza in chiarezza», come nello Spirito del Signore, perché dallo Spirito del Signore veniamo condotti quasi per mano e colmati di santa divina luce, per cui progrediamo di conoscenza in conoscenza, come detto dal Profeta: Nel tuo lume vedremo la luce (Sal 35,10).

Un tale esercizio di contemplazione o investigazione non presenta quasi alcun pericolo o fatica; anzi, l'animo pio, puro, libero, vi trova una grande utilità anche se non dovesse riuscire a investigare nulla.

   

 

5. Gusto

 

Il gusto è una soavissima e intima pregustazione dell'i­nestimabile dolcezza divina fluente nelle anime dei santi contemplativi dalle riserve dello Spirito Santo.

Ho detto pregustazione perché cosa assai piccola in confronto alla immensa grandezza della dolcezza di Dio, ma essa ci viene indubbiamente dalla preveggente, ineffabile bontà di Dio. Giacché mentre veniamo come ricreati a goccia a goccia con quelle eterne, soavissime effusioni, ci distendiamo con maggior frequenza nella preghiera e ane­liamo ancora a maggior pienezza di beni.

Inoltre queste pregustazioni divine stimolano il deside­rio più che nutrire, anche se producono l'uno e l'altro effetto: infatti provocano fame, non sazietà. Per effetto poi di questo grado si ha una conoscenza sperimentale che ci rende simili quanto a conoscenza alle sostanze celesti. In­fatti le intelligenze celesti quello che sanno lo sanno per esperienza. Giacché come il sole rispetto alla terra così quella è rispetto alla semplice conoscenza.

Felici e gloriosi sono quelli che giungono a questo grado! Essi effondono le tante soavità delle nozze eterne, trovano riposo e constatano quanto è soave il Signore.

 

 

6. Quiete

 

La quiete è una meravigliosa pace soave prodotta in noi dalla dolcezza infusa nell'orazione frequente.

L'esperienza di tale quiete è data solo a quelli che sono veramente spirituali e che possono andar oltre le stesse nature celestiali con la contemplazione. Infatti in essi pe­netra, rendendosi loro familiare, la stessa inaccessibile Bontà; per cui quasi allargando col santo desiderio il loro petto, ne ricevono le potenti, beatificanti immissioni, che tuttavia sono inconoscibili a coloro che vivono nella loro animalesca presunzione.

In tal modo le anime dei santi contemplativi che si nutrono di tanto inconsueto cibo ricevono chiarezza razio­nale. Riceve dolcezza il loro appetito concupiscibile, gioia il loro appetito irascibile, per cui non dubitiamo che tale divina quiete provenga da ciò che essi amano.

Questo grado è più glorioso e prezioso di ogni altro perché con esso ci si avvicina a quel grado ultimo che è proprio solo della patria.

 

 

7. Gloria

 

Del settimo credo meglio tacere che parlare: nessun mortale ha potuto salirvi e vedere, se non quel Paolo che nella S. Scrittura confessa d'essere stato rapito fino ad esso.

Felice senza dubbio la dolcissima e gloriosissima vergi­ne Maria alla quale fu dato già in vita quello che nessun santo poté possedere, cioè di portare in sé quella Gloria dalla quale gli altri sono portati. Essa salì a questo gradino con la conoscenza della fede mentre Dio discese in lei con l'incarnazione.

Che cosa io pensi di questo grado, che cosa intenda di questa gloria potrai dirlo tu stesso: non è altra cosa che Colui che essa partorì, nutrì col suo latte verginale e strinse con le sue bianchissime mani, riscaldò col suo dolcissimo grembo, vezzeggiò col suo purissimo volto, strinse col suo castissimo abbraccio: cioè il Signore nostro Gesù Cristo, che è benedetto nei secoli del secoli. Cosi sia.