Archimandrita Sofronio

IL FONDAMENTO SPIRITUALE E ANTROPOLOGICO DELL'ESICHIA
(o PREGHIERA DEL CUORE)

 


L
'insegnamento dello Staretz Silvano del Monte Athos

 

 

IL FONDAMENTO DELL'ESICHIA SI TROVA NEL PRIMO COMANDAMENTO DI CRISTO


Alcuni Padri, nelle loro opere ascetiche, distinguono due forme di vita spirituale, una attiva (praxis) e una contemplativa (theoria), e vedono nella prima la via dell'osservanza dei comandamenti.

Lo Staretz StIvano pensava in maniera un po' diversa: anche lui divideva la vita in   aspetto attivo e un aspetto contemplativo, ma entrambi conducevano all'osservanza dei comandamenti di Cristo. Per lui l'esichia derivava innanzitutto dalle parole del primo comandamento, che ci sprona ed amare Dio con tutto il nostro cuore, tutta la nostra mente e tutte le nostre forze. Egli scrive: « Chi ha conosciuto l'amore di Dio dirà: "Io non ho osservato i comandamenti. Anche se prego giorno e notte e mi sforzo di praticare ogni virtù, non ho egualmente raggiunto l'amore di Dio. Io accedo a questo comandamento solo in rari momenti, ma l'anima mia aspira a dimorare in esso per sempre". Quando i pensieri venuti dall'esterno si fondono con l'intelletto, la sua attenzione si pone allora simultaneamente su Dio e sui loro oggetti, per cui il comandamento di amare con tutta la mente e tutto il cuore non viene adempiuto. Ma quando l'intelletto dimora in Dio, svuotato da ogni altro pensiero, allora si realizza il primo comandamento, benchè ancora in modo incompleto » (cfr. La lotta spirituale - La Grande Scienza).

L'esicasmo ha sempre avuto, soprattutto in Occidente, numerosi avversari. Non avendone mai fatto l'esperienza, essi traggono conclusioni in maniera astratta, giungendo fino a qualificare questa forma di preghiera come un comportamento meccanico, cioè una tecnica spirituale che ci guida alla contemplazione di Dio. Ma senz'altro esso non è nulla di ciò.

Nella sua assoluta libertà, Dio non è condizionato da alcuna causa e non è sottoposto ad alcuna costrizione. L'esichia (o preghiera del cuore) esige invece una totale rinuncia di se stessi, compreso il « diritto » al successo della propria opera ascetica. Ed è solo la decisione di accettare una simile sofferenza per meglio osservare i comandamenti che, di fatto e non per diritto, attrae la grazia di Dio, e solo se questo sforzo viene compiuto con uno spirito di umiltà.

Un orgoglioso non giungerà mai alla vera unione con Dio qualunque sia il mezzo che usa. L'aspirazione umana  - in quanto tale -   è impotente ad unire la mente all'abisso del cuore; ed anche se l'uomo vi giunge da solo, vi penetrerà solo fino ad un certo punto, e non vedrà che se stesso, la sua bellezza creata - senz'altro sublime in quanto fatta ad immagine di Dio, - ma non vi troverà mai Dio.

Il beato Staretz ricorse allora, in questa lotta per l'umiltà, ad un'arma di fuoco, a quel comando che gli era venuto da Dio:


« Mantieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare ».
 

Ma quest'uomo - tutt'altro che un letterato: un « semplice », un « ignorante » - ha conosciuto molte volte lo stato della pura contemplazione di Dio. Aveva dunque buoni motivi per dire: « Se la tua preghiera è pura tu sei teologo »; o ancora: « Sulla terra ci sono molti credenti, ma rari sono coloro che conoscono Dio »

Per conoscenza non intendeva le teorie gnostiche, né le speculazioni teologiche, ma l'esperienza della viva comunione, l'esperienza della reale unione con la Luce divina.

La conoscenza è co-esistenza, cioè comunione nell'esistenza.

 

 

FONDAMENTO ANTROPOLOGICO DELL'ESICHIA

  

A proposito del silenzio dell'intelletto, argomento tanto caro allo Staretz, crediamo sia utile riassumere, rifacendosi all'esperienza, il fondamento antropologico di quest'azione. I seguenti passi di san Macario e di sant'Isacco il Siro, di cui egli conosceva bene gli scritti, esprimono questa antropologia:

« L'anima non è di natura divina, né della natura delle tenebre menzognere; essa è una creatura intelligente (noera), piena di bellezza, di grandezza e di mistero, immagine ed armoniosa somiglianza di Dio, ma essa è  penetrata dalla malvagità delle passioni tenebrose in seguito alla disobbedienza » (San Macario, Omelie 1,7).

« Dio ha creato esente da passione colui che ha fatto a sua immagine...; ma poiché... le passioni non sono della stessa essenza dell'anima, ma costituiscono qualche cosa di aggiunto, la loro responsabilità incombe sull'anima stessa » (Sant'Isacco il Siro, Logos 82).

« Quando i sensi vengono mantenuti nel silenzio, tu vedi quali tesori racchiude l'anima » (ibidem).

Abbiamo detto che l'intelletto stabilito nella preghiera del cuore percepisce ogni pensiero che si avvicina al cuore ancor prima che esso vi si introduca. Per pensiero intendevamo l'energia delle  « passioni maligne » che dall'esterno assalgono l'anima; cioè quello che secondo l'espressione di Isacco è « aggiunto », accessorio e non intrinseco alla natura dell'anima. A tutti questi e elementi a  aggiunti, estranei, intrusi e tendenti ad entrare nel cuore, l'intelletto che si è stabilito nel cuore oppone loro la preghiera e con la preghiera il respinge.

Ma vi è un momento in cui si produce un'interiorizzazione ancora più profonda, ed è quando l'intelletto, per proposta divina, si unisce con il cuore al punto di spogliarsi integralmente da ogni immagine e ogni concetto, e il cuore non lascia entrare in sé alcun elemento esterno; con l'intelletto puro l'anima penetra allora in quella « tenebra » dal carattere tutto particolare, per venir poi giudicata degna di restar ineffabilmente dinanzi a Dio.

Ma vi è uno stato superiore anche a questo: quando l'uomo si trova in una comunione esistenziale e con assoluta evidenza con la vita eterna, e riposa in Dio. Tuttavia l'uomo non si mantiene a lungo in questo stato se il Signore, nei suoi  disegni che solo Lui conosce, intende prolungare la sua vita; egli ritorna quindi nel mondo e parla della sua dimora in Dio come san Pietro sul monte Tabor: « Signore è bello per noi restare qui » (Mt 17,4).