Archimandrita Sofronio

ESICHIA ED ESPERIENZA DELL'ETERNITA'
 


L'insegnamento dello Staretz Silvano del Monte Athos

 

L'esichia (o preghiera del cuore) è una vita di splendore e ricchezza tale che qualsiasi descrizione resta in qualche modo incoerente e contraddittoria. Per questo ci sembra naturale che alcune persone, abituate a muoversi sul piano della logica, siano turbate all'idea che l'uomo, per un certo tempo e con esistenziale evidenza, venga introdotto nella vita eterna. In effetti è paradossale partecipare all'eternità per un certo tempo. Cerchiamo di darne egualmente una spiegazione.

Nella prospettiva dell'asceta il tempo e l'eternità sono due modi diversi dell'essere. Il  primo, cioè il tempo, è il modo d'essere misteriosamente creato dal   nulla da Dio, che nasce in ogni momento e si sviluppa nel suo evolversi.

Il secondo, cioè l'eternità, è il modo d'Essere divino al quale non possono essere applicate le nostre concezioni di estensione e successione. L'Eternità è un unico atto di un impensabile pienezza, atto dell'Essere divino che contemporaneamente trascende ed ingloba tutte le modalità d'estensione e di successione del mondo creato. dio solo è eterno nella sua stessa natura. L'eternità non è un'astrazione, ne un'entità che esiste in se stessa e in modo indipendente; essa e Dio nel suo Essere. Quindi, quando la benevolenza divina prodiga all'uomo il dono della grazia, per mezzo di questa comunione egli diventa non soltanto immortale - nel senso che prolunga all'infinito la sua vita - ma «senza-inizio» (anarchos), cioè partecipa alla sfera della Vita divina dove non si trova né inizio nè fine.

Dicendo che l'uomo diventa un essere « senza-inizio» non intendiamo la preesistenza dell'anima né una trasformazione della nostra natura creata in natura divina increata, ma la reale comunione con la Vita divina, « senza-inizio » in virtù della deificazione della creatura per mezzo della grazia.

L'uomo vede se stesso fino alle più profonde radici della sua natura, quando l'intelletto e il cuore che sono volti a Cristo, si fondono in una misteriosa unione non «grazie alle loro forze, ma per l'azione di Dio; ed allora l'intelletto deiforme, spirito simile a Dio ed ipostasi (persona) immortale, contempla dio senza immagini.

Ma finchè resterà legato alla sua condizione carnale la sua conoscenza non sarà mai perfetta e non potrà concepire quale sarà la sua esistenza eterna quando superata l'ultima tappa della vita terrena, cioè dopo la liberazione dal fardello della carne, avverrà, se Dio lo accoglierà, la sua entrata al di fuori dalla carne nell'infinita Luce divina.

Quando l'anima e immersa nell'eternità di Dio e non sa se è nel corpo o fuori dal corpo non si chiede come sarà la vita eterna, ma si porrà questa domanda nel momento in cui ritorna in questo mondo, cioè quando essa si sentirà di nuovo imprigionata nella carne e nello stesso momento sarà ancora avvolta dal velo della carne.

In se stesso, cioè nei limiti della propria natura creata, l'uomo non possiede la vita eterna. Solo comunicando con la Vita divina per mezzo della grazia egli potrà fin d'ora vivere quest'eternità in un modo più o meno intenso.

      L'anima in stato di visione non si domanda nulla. L'azione ineffabile della sua ascesa nel mondo divino, che avviene non a motivo della sua volontà - poiché essa non poteva desiderare ciò che non aveva mai conosciuto - non può tuttavia avvenire senza la sua partecipazione, che consiste in una preliminare conformazione della sua volontà con la Volontà di Dio, nell'osservanza dei suoi comandamenti; questa conformazione è già inerente alla aspirazione che si ha di Dio.

La visione di Dio è preceduta da grandi sofferenze, da lacrime abbondanti, da lacrime brucianti che scaturiscono dal cuore e consumano nell'uomo l'orgoglio carnale, psichico e spirituale.

Nella misura in cui l'uomo dimora nella carne, egli non può giungere alla conoscenza perfetta, ma Dio gli dona un'esperienza autentica, certa e reale del Regno eterno, e benchè questa conoscenza, come diceva lo Staretz, non sia che "parziale", tuttavia non può essere messa in dubbio.

 

Parlando dell'esperienza dell'eternità e della resurrezione dell'anima, pensiamo all'immensa benevolenza divina che si riversa sull'uomo e lo trasporta nel regno della Luce eterna, dandogli la possibilità di vivere nella certezza la sua vittoria sulla morte e la sua eternità.

Anche  se al "ritorno" da questa visione l'uomo è di nuovo ricoperto da un certo «velo», la  sua coscienza personale e la sua  percezione del mondo si ritroveranno radicalmente modificati, e non potrebbero non esserlo,  per molte ragioni. L'esperienza della caduta e delle sofferenze gli rivelano che in ogni essere umano si trova la stessa tragedia. L'esperienza dell'immortalità personale fa sì che in ogni uomo si veda il proprio fratello immortale.

La viva esperienza dell'eternità e della contemplazione interiore di Dio, distaccata dalla creazione, colma l'anima in modo incomprensibile d'amore per l'uomo e per ogni creatura. Si scopre allora che solo chi ha conosciuto nella sua esperienza spirituale la grandezza dell'uomo è capace di apprezzare ed amare veramente il prossimo.

   Vi è un altro fenomeno inspiegabile: nel momento della visione, secondo l'espressione dello Staretz, « il mondo è completamente dimenticato »; il tempo nel quale si situa la visione non è il tempo nel quale il pensiero opera; in quel momento il pensiero discorsivo cessa. Pur sussistendo l'attività dell'intelletto, essa diventa d'un genere veramente particolare. Ed è sorprendente notare che nel momento in cui quest'esperienza - posta totalmente al di fuori di questo mondo - termina, ecco che assume nuovamente la forma di pensieri e sentimenti... Lo stato della visione è la luce e l'amore divino; e sotto l'effetto di quest'amore nascono nell'anima nuovi sentimenti e nuovi pensieri su Dio e sul mondo.

Il primo « rapimento » - estasi - che conduce alla visione viene dato all'uomo dall'alto senza che egli lo abbia cercato, poiché non conoscendolo non poteva cercarlo. Ma dopo non può più dimenticarlo, e con cuore dolente lo cerca ancora e non soltanto per lui ma per tutti gli uomini.