APOFTEGMI
DI ABBA ISAIA DI GAZA

 

Isaia disse:

Mi vedo come un cavallo errante che non ha padrone, e chi lo trova lo monta, e quando lo abbandona, un altro lo cattura e lo monta, e poi se ne va.

Mi paragono ad un uomo che i suoi nemici hanno cattu­rato e gettato in una cisterna piena di fango (Ger 38, 6), e se grida al suo padrone, lo riempiono di botte per farlo tacere.

Sono simile ad un passero con la zampa legata da un bambino: se allenta il filo, gioisce si alza e pensa di essere stato slegato, ma se il bambino tira, lo fa discendere; così mi vedo io. Dico questo, perché è necessario che l'uomo sia preoccupato fino al suo ultimo respiro.

 

Quando presti qualcosa a qualcuno, imiti la natura di Gesù; se la reclami, imiti la natura di Adamo; se gli chiedi un interesse, agisci contro la stessa natura di Adamo.

 

Se taci quando qualcuno ti accusa, perché hai fatto qual­cosa o perché non l'hai fatta, operi secondo la natura di Gesù, ma se dici: "che cosa ho fatto o non ho fatto?'; questo non appartiene alla sua natura; e se replichi parola per pa­rola, operi contro la sua natura.

 

Se compi le tue opere in umiltà, esse sono gradite a Dio, ma se qualcuno aizza il tuo cuore e tu ti ricordi di un altro che dorme o è negligente, vana è la tua opera (2Pt 1, 8).

L’umiltà non ha lingua per parlare di qualcuno come ne­gligente, o di un altro come di un uomo spregevole; né ha occhi per considerare ­o indagare le colpe degli altri; né ha lin­gua per dire le colpe di nessuno o disprezzare qualcuno; non ha orecchie per ascoltare cose che non fanno bene all'anima; né ha rapporti con nessuno, ponendo davanti a sé i suoi pec­cati; ma con tutti è pacifica per ordine di Dio (Mc 9, 50; Rm 12,18). Se qualcuno digiuna sei giorni e compie grandi opere al di fuori di questo cammino, tutte le sue opere saranno vane (2Pt 1,18).

Se qualcuno acquista uno strumento di cui ha bisogno e al momento di usarlo non lo trova, lo ha acquistato in­vano. Così è chi dice: “temo Dio”; ma quando ha bisogno del timore, non lo trova; o insegna all'altro ciò che egli non ha fatto, o compiace gli uomini, o acquista fama tra essi; se in questi casi non trova il timore, le sue opere sono vane (2Pt 1, 8).

 

Se Nostro Signore Gesù Cristo non avesse guarito tutte le passioni dell'uomo - poiché per questo era venuto - non sa­rebbe salito sulla croce. Infatti, prima che Nostro Signore si incarnasse (1Tm 3, 16), l'uomo era zoppo, storpio, cieco, sordo, lebbroso, paralitico, era morto a causa di tutto ciò che è contro natura; ma quando Nostro Signore Gesù venne, ebbe misericordia e venne per noi, risuscitò i morti, fece vedere i ciechi, parlare i muti, udire i sordi, raddrizzò gli storpi, fece camminare gli zoppi, purificò i lebbrosi, rialzò i paralitici, e risuscitò l'uomo nuovo (Ef 4, 24), libero da ogni malattia, ed allora salì sulla croce. E con Lui croci­fissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua si­nistra. Quello di sinistra lo insultava, ma quello di destra lo glorificava, dicendo: "Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23, 39-42). Ossia: prima che lo spirito si ri­svegli dalla sua negligenza, è con il Nemico; ma se Nostro Signore Cristo lo risuscita dalla sua negligenza, gli concede di guardare in alto e di discernere ogni cosa, può salire sulla croce; allora il Nemico persiste nel bestemmiare con dure parole, affinché lo spirito ceda, si allontani dal Signore e torni alla sua negligenza. Questo è il caso dei due ladroni che il Signore divide: uno io ingiuriava, ma l'altro parlava bene, implorando il Signore Gesù: "Ricordati di me nel tuo regno"; allora fu giudicato degno di ascoltare que­sta santa parola: "Oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23, 42s). Questi è colui che rubò nel paradiso, che mangiò dell'albero avendo ricevuto l'ordine di non mangiarne e che fu espulso dal paradiso (Gn 3, lss), ma Nostro Signore venne, ebbe misericordia e lo fece entrare di nuovo in pa­radiso.

 

Circa la Santa Comunione, abba Isaia disse:

La si chiama unione con Dio, ma finché siamo vinti dalle nostre passioni, dalla collera, dall'invidia, dal desiderio di compiacere gli uomini, dalla vanagloria, dall'odio o da una qualunque altra passione, siamo lontani da Dio. Allora, dov'è l'unione con Dio?

 

Disse anche:

Se facciamo il nostro ser­vizio e, dopo averlo fatto, nel nostro cuore si introduce una passione, vane sono le nostre opere (2Pt 1, 8) e Dio non ac­cetterà niente di nostro.

 

Un Anziano gli disse: "Perché si af­fliggono, Padre mio?". Egli rispose: Se la pioggia scende su una terra senza semi, non può germinare; ma quando scende su una terra seminata, li fa continuamente germi­nare.

 

Disse anche:

Se qualcuno lotta per espellere ciò che è contro natura, questo non si agiterà più in lui. Poiché Dio vuole che l'uomo sia a sua somiglianza (Gn 1, 27) in tutto; poiché venne per noi e soffrì per trasformare la dura natura, sopprimere la no­stra volontà in tutto ed eliminare la scienza ingannatrice (1Tm 6, 20) che aveva dominato la nostra anima. Gli ani­mali, privi di ragione, hanno conservato la loro natura, ma l'uomo ha cambiato la sua (1Rm 1, 25;); poiché nei Salmi è scritto: "io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia" (Sal 72, 22s); disse anche il profeta: "Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e in­giusta sentenza fu tolto di mezzo" (Is 53, 7s).

Orbene, come l'animale si sottomette all'uomo senza invidia, poiché è la sua natura, allo stesso modo è necessario che ogni uomo sia sottomesso agli altri, senza invidia, per Dio (lPt 2, 13); per questo venne il Signore. Osserva quanto l'animale sia mi­gliore di te, che ti appoggi sull'alta opinione che hai della tua scienza. Se voglio tornare allo stato naturale, debbo fare come l'animale che non ha volontà nè scienza e non solo con chi è d'accordo con me, ma anche con chi mi si oppone in tutto (1Pt 2, 18).

Chi desidera giungere al riposo nella sua cella e non essere oppresso dal nemico, si allontani dagli uomini, per non vituperare nessuno, lodarlo, giustificarlo, dirgli beato, o manife­stare la sua giustizia, guardare alle sue colpe o affliggerlo per qualunque cosa; non ammetta l'inimicizia nel suo cuore; deve abolire la sua scienza davanti a chi non sa e la sua vo­lontà davanti a chi non ha intelligenza; e poi conoscerà se stesso (Lc 18, 9) e comprenderà ciò che lo pregiudica. Ma chi confida nella sua giustizia (2Cor 1, 9;) e persiste nella sua vo­lontà, non può evitare il Nemico ne stare nel riposo, nè vedere niente di ciò che gli manca, e quando uscirà dal suo corpo dovrà trovare misericordia.

Orbene, la sostanza di tutto è confidare nel Signore (Fil 3, 20;) con tutto il tuo cuore, tutta la tua forza e tutto il tuo spirito (Mt 22, 37), avere misericordia con ogni creatura, essere afflitti e implorare costantemente il suo ausilio e la sua misericordia.

Sul fatto di insegnare al prossimo i comandamenti di Dio disse anche:

Come so che ho compiaciuto Dio dicendo all'altro: 'Fai questo o quello", quando io stesso sto facendo penitenza a causa dei miei peccati? L uomo che cade nel peccato ed è pentito, non è sicuro di sapere se è perdonato; il peccato è stato commesso, ma a Dio corrisponde la misericordia. Tu non puoi smettere di preoccuparti nel mo cuore prima di trovarti davanti al tribunale di Dio. Ma se vuoi sapere se c’è stato il perdono delle tue colpe, questo è il segno: se non si agitano nel tuo cuore i peccati commessi o se un altro te ne parla e tu non sai di cosa si tratta, è segno che c’è stata misericordia. Ma se vivono ancora in te, piangi per essi con timore e tremore  (Fil 2 12) finché ti trovi davanti al tribunale di Cristo (Rm 14, 10; 2Cor 5, 10;).

Se qualcuno ti chiede di insegnargli qualcosa e, mettendo in pericolo la tua anima, glielo hai insegnato (il pericolo consiste nel credersi migliori del richiedente e nel dimenticare  i propri peccati), e poi costui ritorna da te dicendoti ancora la stessa cosa, senza aver fatto progressi in quello che gli hai indicato, per non averlo fatto, allontanati da lui altrimenti farà morire la tua anima. Infatti è cosa grande per l'uomo fare la sua giustizia, che egli pensa essere conforme a Dio, ed osservare la parola di chi gli insegna le cose di Dio.

Disse anche:

Se qualcuno ti dice parole inutili, non ascoltarle per ti­more che uccidano la tua anima: non vergognarti davanti a lui, per non dargli un dispiacere,  di interromperlo e dirgli: "Non dire questo, perché non lo ricevo nel mio cuore". Poiché tu non sei migliore di Adamo la prima creatura che Dio fece con le sue mani che non pronunciò alcuna parola malvagia (Gn 3, 1s). Fuggi e non ascoltare ma sta attento a quando fuggi e non voler sapere cosa ti disse; infatti se ti fai pungere dalla sua parola i demoni non abbandoneranno nè te, nè chi parlò, ma uccideranno la tua anima (Mt 10, 28). Per questo, quando fuggi, fallo totalmente.

Stando a ciò che vedo, il lucro, l'onore e l'ozio combattono contro l'uomo fino alla morte

Se istruisci il tuo prossimo, questa è una caduta per la tua anima. Infatti, quando istruisci il tuo prossimo  è come se tu avessi un piccone che distrugge la tua casa, poi­ché, cercando di edificarlo, distruggi le fondamenta della tua casa.

 

L'abba Nisteros, uomo di Dio, vedendo la gloria di Dio, stava con i figli di un suo fratello senza dare ad essi alcun or­dine, ma lasciava che ognuno seguisse la sua volontà, senza preoccuparsi che facessero bene o male. Diceva di Caino e Abele: Finché non c'era Legge, né Scrittura, chi insegnò loro a fare qualcosa? Per questo, se Dio non insegna all'uomo, è inutile che questi si affanni.

 

Disgraziata l'anima che ha peccato dopo il santo batte­simo (Eb 6, 4ss). Un tale uomo non può smettere di preoccu­parsi stando in penitenza. Sia che peccò con il corpo, o rubò, o guardò un corpo con passione, o per qualunque altro pec­cato. Infatti chi fa queste cose insulta Gesù. E qualcuno gli disse: 'Padre, è così grande questa esigenza?". Egli rispose: Come chi scava gallerie per trovare l'oro è ingannato dal Nemico, anche questi lo è. Infatti, chi è vinto nel piccolo sarà vinto anche nel grande (Sir 19, 1).

Se un uomo realizza grandi prodigi e guarigioni (Mt 7, 22), se ha tutta la scienza (1Cor 13, 2), se egli stesso risuscita i morti, quando cade nel peccato ed è pentito, non può smet­tere di preoccuparsi. Se fa grandi opere e, vedendo un uomo che pecca ed è negligente in tutto, lo disprezza, rende inutile il suo pentimento; chi ha disprezzato un membro di Cristo (Ef 5, 30) e lo ha giudicato, senza lasciare il giudizio a Dio, que­sti lo giudica (Gc 4,11; Rm 12, 19).

Siamo tutti come in un ospedale: alcuni hanno male agli occhi, altri alla mano, altri hanno ulcere, ci sono malati di ogni tipo. Alcune malattie ritornano. Così chi, facendo peni­tenza, giudica o disprezza l'altro, deve pentirsi di nuovo. Quanti sono in ospedale soffrono malattie diverse, se uno grida a causa del suo male, l'altro gli dirà: “Perché gridi? Perché ognuno si preoccupa del proprio male?". Così se il male delle passioni dei miei peccati è davanti a me, io non baderò al peccato dell'altro, poiché tutti quelli che si trovano in ospedale obbediscono al medico e non mangiano cose che li danneggiano.

 

L 'anima che vuole evitare il peccato avrà  molte tribola­zioni. Per questo ha bisogno in tutto di molta pazienza e azione di grazie. Quando il popolo stava in Egitto, man­giava e beveva abbondantemente (Es 16, 3), mettendo mat­toni per il Faraone (Es 1, 14), ma quando Dio invia loro il suo aiuto, cioè Mosè (Es 3, l5ss), per salvarli dal Faraone, al­lora furono umiliati e oppressi grandemente (Es 5, 4ss), mentre Dio inviava piaghe al Faraone. Mosè non ebbe fidu­cia nella sua determinazione, finché giunse il giorno in cui Dio gli disse: "Invierò ancora un'altra piaga sul Faraone, e tu gli dirai: lascia partire il mio popolo; altrimenti, colpirò il tuo primogenito" (Es 4, 23). Mosè ebbe fiducia, e Dio disse a Mosè: “Dì dunque al popolo, che ciascuno dal suo vicino e ciascuna dalla sua vicina si facciano dare oggetti d'argento e oggetti d'oro" (Es 11, 21) da porre al collo degli israeliti spo­gliando gli egiziani (Es 12, 36), poiché queste cose saranno utilizzate per costruire la Tenda della Riunione (Es 35, 22).

Gli Anziani dicono: gli oggetti d'oro e d'argento sono i sensi che hanno servito il nemico. Questo significa che se l'uomo non li sottrae al Nemico affinché diano frutti graditi a Dio, Dio non proteggerà il suo riposo, ma se li separa dal nemico per rendere un frutto gradito a Dio, la sua protezione verrà su di lui. Infatti, la nube non coprì la Tenda incompiuta, ma quando fu terminata (Es 40, 33s); così successe anche con il Tempio, quando fu costruito: finché era incompiuto, la nube non lo copriva, ma quando fu terminato e l'odore del grasso degli olocausti giunse fino a Dio, allora la nube copri la Casa (1Re 8, 10; 2Cor 7, 1); ossia, se l'uomo non ama Dio con tutto il suo cuore, tutta la sua forza e tutto il suo spirito (Mt 22, 37), e non si unisce a Lui (1Cor 6, 17), Dio non pro­teggerà il suo riposo.

 

Il mio Padre santo disse, a proposito dell’Apostolo Pietro che questi aveva detto: "Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo" (At 10, 28). Ossia, poiché aveva un cuore puro, per lui tutto era puro ma per chi ha il cuore sottomesso alle passioni, niente è puro (Tt 1, 15). Egli pensa infatti che anche gli altri uomini abbiano i loro cuori ugualmente pieni di passioni, se sente dire che qualcuno è lodato, ha invidia. Dico questo perché vi guar­diate dal disprezzare qualcuno sia col cuore, sia con la lingua.

Disse anche:

Finché l'uomo è negligente, i suoi pensieri gli fanno cre­dere di essere vicino a Dio ma se si libera dalle sue passioni, ha vergogna di alzare gli occhi davanti a Dio, perché Dio lo vede e non può guardarlo fisso; più la misericordia di Dio lo attende e dà gloria a Dio in ogni momento, più si considera lontano da Dio.

Disse anche:

È necessario comportarsi virilmente rispetto alle opere e non smettere nel tempo della tentazione. Un uomo aveva due servi: li invia nel suo campo a mietere il grano ed or­dina loro di mietere sette misure al giorno - ritenendolo im­possibile. Uno si mise a lavorare dicendo: "Farò ciò che posso secondo le mie forze", poiché il lavoro superava le sue forze. L'altro, sfiduciato, disse: "Chi può fare un lavoro tanto grande?", e si mise a riposare, dormendo e senza lavorare. Quando i due tornarono a incontrarsi con il loro padrone, egli si arrabbiò, perché uno di essi non era stato capace di compiere il lavoro che gli aveva ordinato. Il loro padrone li vide e si rallegrò con chi aveva lavorato, poiché sapeva che aveva fatto secondo le sue forze; ma colui che era sfiduciato replicò: “Chi poteva compiere un lavoro tanto grande?”. Il suo padrone si irritò contro di lui e lo cacciò dalla sua presenza.

 

Tratto da: ISAIA DI GAZA, ASCETIKON, ed. Chirico a cui si rimanda per l'approfondimento.