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Abate Nazario di Valaam
Insegnamenti sul potere della preghiera

«Mi sono rivolto ai cortigiani più potenti, i poveri e i mendicanti, che formano la Corte del Sovrano del cielo e della terra»
«Accenderò una candela e pregheremo, piangeremo, canteremo e grideremo: Signore, abbi pietà di me peccatore!»
L'importanza
del monastero di Valaam che è ancora oggi, insieme a pochi altri, focolaio di
misticismo, incominciò a delinearsi nel XVIII secolo sotto l'abate Nazario, al
secolo Nicola Anosov, figlio di un sacrestano, nato nel 1735 nella
provincia di Tambov.
Entrato a diciassette anni al monastero di Sarov e fattavi professione,
Nazario aveva ricevuto gli ordini nel 1776. Nel 1781 il primate Gabriele Petrov,
metropolita dì Pietroburgo, l'aveva invitato nella sua diocesi perché
riorganizzasse, secondo il modello di Sarov, il monastero di Valaam, ed
all'abate di Sarov che, spiacente di perdere Nazario, aveva fatto sapere di non
ritenerlo dal punto di vista dell'intelligenza all'altezza di tanto compito, il
metropolita aveva risposto che di monaci intelligenti ne aveva anche troppi.
Nazario era quindi riuscito a dare in breve tempo un nuovo volto al monastero.
Il potere della preghiera
Riguardo a Nazario ci sono stati conservati parecchi aneddoti che mettono
bene in risalto la sua spiritualità e, fra questi, due particolarmente
caratteristici.
Si racconta dunque che egli, durante il regno di Alessandro I, s'era recato in visita alla capitale e vi aveva incontrato un amico suo, aristocratico e già uomo di governo, il quale, a causa d'intrighi di corte, era stato esonerato dal suo incarico e versava in cattive condizioni di salute. Alla moglie dell'amico che gli chiedeva di pregare perché le cose si assestassero Nazario aveva risposto: «Certamente, dobbiamo seriamente pregare il Signore affinché faccia mutar parere all'imperatore, ma non dobbiamo dimenticare di far ricorso anche ai suoi amici». La signora, pensando che alludesse ai grandi dignitari, aveva replicato: «Abbiamo già fatto ricorso a tutti, ma non pare che vogliano intercedere». «Non vi siete però rivolti a chi di ragione, e nel modo appropriato. Datemi del denaro». Avendogli la signora presentato parecchie monete d'oro, «No, aveva detto Nazario, queste monete non mi servono, datemene altre di rame e di argento». Gliene avevano portato un intero sacco ed egli, uscitosene, aveva trascorso la giornata distribuendo denaro a mendicanti e povera gente, chiedendo loro di pregare per le sue intenzioni. Ritornato la sera tardi e a mani vuote, aveva annunciato: «Sia gloria a Dio! Tutta la corte del sovrano ha promesso di pregare per noi»; la signora, felicissima, era corsa a dare la buona notizia al marito e questi, dal suo letto d'infermo, aveva voluto ringraziare l'abate.
Nazario aveva appena lasciato la casa allorché
venne recapitato un decreto del sovrano che reintegrava il funzionario nella sua
carica, poiché le accuse si erano dimostrate false. All'amico che l'aveva
immediatamente richiamato per sapere a chi si dovesse attribuire
l'intercessione, Nazario aveva risposto: «Mi sono rivolto ai cortigiani
più potenti, i poveri e i mendicanti, che formano la Corte del Sovrano del cielo
e della terra».
Il secondo aneddoto è ancora più significativo
perché dà maggiore risalto alla grande fede di Nazario nel potere della
preghiera. Egli che nel 1804 aveva rinunciato ad essere abate di Valaam per far
ritorno a Sarov, prima dì stabilirsi definitivamente in quest'ultimo monastero
aveva deciso di visitarne alcuni altri nella Russia meridionale. Postosi in
viaggio in compagnia del monaco Ilarione, si era trovato ospite per una notte
nella casa di un parroco di campagna. Era di sabato ed i due monaci si erano
grandemente stupiti che il rettore della parrocchia, immediatamente riuscito
loro simpatico, non si preoccupasse di organizzare il servizio liturgico della
sera. Chiestone il motivo, si erano sentiti rispondere dal rettore che non era
sua abitudine farlo e ch'egli inoltre celebrava di rado anche la Messa. «La mia
parrocchia, padre abate, aveva egli detto, è grande e non conta dei dissidenti,
ma la gente è indifferente e viene di rado in chiesa. Non vedo perciò il motivo
di celebrare con frequenza in una chiesa vuota». «Padre mio, aveva risposto
l'abate attonito, se i vostri parrocchiani trascurano i loro più importanti
doveri voi, loro pastore, non dovete trascurare i vostri. La casa di Dio non è
mai vuota. Dacché è stata consacrata ha il suo angelo tutelare e se gli uomini
non si curano dei loro doveri, se ne curano gli angeli, i quali riempiono il
tempio e quando voi celebrate concelebrano con voi. Dovete perciò celebrare
regolarmente e chiedere a Dio di convertire la vostra gente a preghiera e
penitenza. il Signore comanderà allora ai loro angeli custodi di persuaderli.
Non siete soltanto responsabile della vostra anima, ma anche di quelle delle
vostre pecorelle e dovete rendervene conto».
Il rettore, assai scosso, aveva chiesto ai monaci di aiutarlo, e Nazario, dopo
di avergli detto di suonare la campana, si era affrettato verso la chiesa
insieme con padre Ilarione. Dapprincipio la chiesa era vuota, poi erano
incominciati ad arrivare alcuni vecchi e quando il rettore, dopo il Vangelo,
aveva brevemente parlato sulle necessità e i vantaggi del frequentare
regolarmente le funzioni, erano già presenti trecento persone all'incirca, mosse
per lo più dalla curiosità di sapere come mai si celebrava. Il giorno dopo,
domenica, molti erano venuti in chiesa e la sera del giorno di festa l'abate,
vedendo molte persone radunate nei pressi della chiesa, s'era informato: «Che ci
vengono a fare?». «A cantare e danzare secondo il solito», aveva risposto il
rettore. «Ci andremo pure noi», aveva deciso Nazario, e, preso con sé le Vite
dei santi e venutosene al cimitero posto a lato della chiesa, s'era seduto su di
una panca e aveva incominciato a leggere la vita del santo del giorno ad un
gruppo di vecchie donne colà raccolte. Dopo un pò erano sopraggiunti alcuni
anziani e poi altra gente ancora, mentre l'abate, affabile con tutti, andava
commentando i passi della lettura.
Il giorno seguente Nazario aveva celebrato
Messa, cantato i Vespri e predicato e così aveva continuato a fare ogni giorno
finché, dopo un paio di settimane, alla gente del villaggio s'era pure aggiunta
quella dei dintorni sì da affollare la chiesa. Il rettore era divenuto egli
stesso discepolo dell'abate, al quale prestava obbedienza come a uno starec.
Dopo un assai lungo soggiorno Nazario, confortato per i risultati ottenuti,
aveva ripreso il suo viaggio e quando, trascorso parecchio tempo e già sulla
strada del ritorno a Sarov, era giunto al villaggio una domenica mattina prima
dell'inizio della Messa, era stato subito riconosciuto dalla moltitudine
radunata intorno alla chiesa e da questa, fra manifestazioni di gioia, portato
in trionfo fin nell'interno del tempio. Molto commosso per la trasformazione da
Dio operata in una comunità già tanto indifferente, egli aveva benedetto i
fedeli che lo circondavano. Questi diventavano vieppiù numerosi, tanto che una
parte soltanto aveva potuto trovar posto in chiesa mentre i rimanenti seguivano
la funzione dall'esterno del tempio. In quella occasione il rettore aveva fatto
una delle sue migliori prediche, nella quale veniva attribuita alle preghiere
dell'abate una simile conversione dei cuori. Allorché, dopo un altro breve
soggiorno, Nazario aveva abbandonato definitivamente il villaggio, una
moltitudine di parecchie migliaia di persone, uomini, donne e bambini, con a
capo il rettore, e tutti quanti in lacrime, l'avevano scortato per alcune
miglia. Quanto al rettore, rimase discepolo di Nazario finché questi visse».
Diceva una volta Nazario al suoi monaci: «Non so quali siano i vostri sentimenti; quanto a me mi sento in fallo e in debito verso tutti. Com'è possibile sentirsi offeso dall'uno e dall'altro? Noi generalmente amiamo tre o quattro persone. Non vi sembra del tutto insignificante? Sarebbe molto meglio amare ogni creatura. M'è toccata in sorte la semplicità: apro il mio cuore a tutti e se qualcuno non è contento di vedere me, io sono contento di vedere lui. M'è avvenuto, per un periodo di tre anni, di non provare amarezza alcuna e di praticare incredibili digiuni e mortificazioni della carne, ed ero convinto che in ciò consistesse la virtù. Ma un giorno capitarono da me d'improvviso tre sorelle, ed eccomi piombato nella noia, tristezza e oppressione di spirito, non sapevo come riceverle, ero esausto. Ma, al momento giusto, conobbi il da farsi e dissi alle mie visitatrici; "Benvenute, mie care ospiti, farò del mio meglio per intrattenervi. Accenderò una candela e pregheremo, piangeremo, canteremo e grideremo: Signore, abbi pietà di me peccatore; tu che mi hai creato abbi misericordia; ho peccato senza sosta, perdonami. Come oso invocare la Tua misericordia? come incomincerò la mia confessione? Madre di Dio ricordati del Tuo servo!". Le mie ospiti si diedero alla fuga mentre io imploravo: "Perdonatemi!". Ma quelle erano già scomparse senza lasciare tracce. Preghiamo dunque con la mente e lo spirito avendo presenti le parole dell'Apostolo Paolo: "Preferisco dire cinque parole con la mente che mille con la lingua" (1Cor., XIV, 15, 19). Non posso dirvi quanto sia fortunato chi è capace di pronunziare queste cinque parole. Quale guadio! Signore Gesù Cristo, perdonami!».
Nazario morì a Sarov il 23 febbraio 1809.
I successori di Nazario
Fra i successori di Nazario si distinsero in modo particolare Barlaam e
Damaskij.
Barlaam divenne nel 1830 abate di Valaam, dove nel 1798 aveva fatto professione, ma dopo appena nove anni rinunziò al suo ufficio e si ritirò al monastero di Optino prestando, all'occorrenza, il suo aiuto di consigliere allo starec Ambrogio. A chi, per esempio, gli chiedeva di poterglisi accompagnare nella passeggiata, Barlaam rispondeva: «Sia pure, ma ad una condizione: passeggeremo in silenzio».
Egli diceva ancora: «Tieni a mente le parole di Sant'Arsenio il Grande: Amate tutti e statevene lontani da tutti». Ed inoltre: «L'uomo si trova a dover continuamente lottare contro due tentazioni, la tentazione, cioè, di condannare gli altri per la loro vita scadente, e quella di nutrire alta opinione di sé in ragione dei successi ottenuti».
Barlaam morì a Optino nel 1849.
L'abate Damaskij, un contadino nato a Tver nel
1795, fu un uomo di eccezionale temperamento, con forte inclinazione alla
solitudine. Divenuto eremita e passato attraverso parecchie esperienze mistiche,
all'età di quarantaquattro anni appena, fu eletto abate di Valaam, ufficio che
egli accettò per pura obbedienza e svolse poi in modo encomiabile, dimostrando
fra l'altro ed ancora una volta che i mistici, all'occorrenza, sanno pure essere
uomini pratici ed ottimi amministratori. Damaskij mori a ottantasei anni, nel
1881, esempio, come quasi tutti i monaci di Valaam, di longevità e attiva
vecchiaia.
A Valaam vi erano tre differenti tipi di vita monastica. I più vivevano, sotto stretta regola cenobitica, nel grande monastero centrale. Coloro poi che ne erano capaci e desiderosi, dopo alcuni anni di monastero, andavano a stabilirsi in differenti skete e vi conducevano vita semieremitica. A coloro infine che avevano dato buona prova di sé nella skete veniva a suo tempo concesso di ritirarsi a vita solitaria in un eremo.
Skete ed eremitaggi si trovavano sparsi sulle varie isole dell'arcipelago del Ladoga. Nel 1902 la comunità di Valaam contava 1079 appartenenti, postulanti e oblati (trudnik) inclusi.
Nel periodo intercorrente fra le due guerre mondiali fu abate del monastero Caritone, uomo dotato di estro poetico, il quale, durante l'ultima guerra, pubblicò un piccolo e assai notevole studio sull'ascetismo e già prima, in collaborazione con l'arciprete S. Cetverikov, aveva pubblicato due libri sulla preghiera di Gesù, basati sull'insegnamento dei vari mistici russi e intessuti di abbondanti citazioni dai medesimi. Il secondo libro è quasi esclusivamente di mano di Padre Cetverikov e presenta strane affinità con la seconda parte (apocrifa) dei Racconti del pellegrino russo.
Tratto da: Serge Bolshakoff, INCONTRO CON LA SPIRITUALITA’ RUSSA, Società Editrice Internazionale – Torino, a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.