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Serge
Bolshakoff
Conversazioni spirituali
con
Padre Michele, Recluso di Uusi Valaam

«In lui, per l'azione della Grazia, anima e corpo vivono in profonda pace. Il suo spirito, investito di gioia, è fatto simile a quello di un fanciullo innocente. Egli non giudica nessuno, non il Greco, non l'Ebreo, non il peccatore, non il laico. Quest'uomo di vita interiore è imparziale, onora e ama ogni creatura, esulta con l'intera creazione; è il figlio del Re che ha fiducia nel Figlio di Dio. Di fronte a lui si aprono le porte del mondo invisibile ed egli entra e prende posto. Altre porte gli si spalancano ancora dinanzi e se cento ne ha già varcate altre cento lo attendono. Gli si versa a piene mani, e più riceve più gli viene dato. A lui, come a figlio ed erede, Dio elargisce ciò che la natura non può pretendere e nessuna parola esprimere».
Padre
Michele, Recluso di Valamo, è l'ultimo rappresentante della tradizione mistica
di Valaam. Ho avuto modo di riferire in varie occasioni le conversazioni avute
con lui durante una visita che gli feci nel 1954, conversazioni che stanno pure
alla base di un piccolo libro da me composto, Padre Michele, Recluso di Uusi
Valamo.
I miei scritti in proposito hanno incontrato buona accoglienza e, già
tradotti in cinque lingue, attendono ora di vedere la luce in altre traduzioni.
Padre Michele, originario della Russia settentrionale, entrò al principio del
secolo nel monastero di Valaam e, se si eccettua un temporaneo soggiorno al
priorato di Valaam in Pietroburgo, ivi rimase fino al 1957. Le discussioni sorte
intorno al 1920 in seno alle comunità di Valaam circa l'adozione del calendario
giuliano o gregoriano e conclusesi con la vittoria dei fautori di questo ultimo
indussero Padre Michele sostenitore dell'opposta soluzione, a ritirarsi dapprima
in una skete e poi al romitaggio dell'isola Smolenskij. Padre Michele si
fece poi recluso quando nel corso della seconda guerra mondiale per il
trasferimento della comunità dal Ladoga a Uusi Valamo in Finlandia non gli fu
più possibile continuare la vita eremitica.
Or sono pochi anni, la comunità di Valaam ricevette la visita del dr. Nicola Jarusevic, metropolita di Kruticy e secondo, in ordine di prestigio, fra i primati della chiesa russa, il quale chiese all'abate che gli indicasse un monaco, il migliore, con cui poter conversare su spirituali argomenti. Gli fu fatto il nome di Padre Michele e con questi il metropolita s'intrattenne a lungo esprimendo poi all'abate tutta la sua meraviglia e ammirazione e chiedendogli che permettesse alla gente, e in particolar modo al clero, dì far visita al Recluso. Da allora incominciarono ad affluire a Uusi Valamo persone in numero sempre crescente e provenienti da ogni parte del mondo, con lo scopo di ricevere direzione e assistenza da Padre Michele il quale, di natura squisitamente contemplativa e bisognoso di pace, si trovò sul far degli ottant'anni in una posizione simile a quella dei grandi starci di Optino.
Nel 1957, essendo state appianate certe gravi difficoltà esistenti fra il Patriarcato russo e la Chiesa ortodossa in Finlandia, il metropolita di Kruticy ritornò a Valamo e riuscì a far accettare a Padre Michele l'invito a recarsi in Russia, ove urgeva la necessità di presenze come la sua. Partì dunque il Recluso per Mosca, il 15 ottobre 1957, accompagnato da altri sette monaci-preti di Uusi Valamo, tutti suoi intimi amici o discepoli, fra i quali Padre Luca, Padre Sergio e Padre Gennadio. Il patriarca di Russia diede loro da abitare l'antico e bel monastero Pskovo-Pecerskij, vicino a Pskov, nell'occidente russo, glorioso monastero che io conosco per avervi soggiornato tre mesi, nell'anno 1926, quando il territorio sul quale sorge il monastero apparteneva alla repubblica estone; fu appunto in quell'occasione che conobbi il confessore delle comunità, Padre Vassiano, il quale sotto il nome di megaloskemo Simeone, è forse oggi il più famoso direttore spirituale in terra sovietica. Prima di partire per l'Unione Sovietica, Padre Michele mi inviò la sua ultima lettera nella quale mi comunicava la sua decisione dì ritornare alla vita del recluso: «... Non aggiungerò altri consigli. Il Signore mi ha ordinato dì pregare con fervore per tutti e condurre una vita nascosta, ma non d'insegnare. Al pari di Sant'Arsenio il Grande io amo tutti e mi sottraggo a tutti».
Prima conversazione con Padre Michele
Padre Michele appartiene alla scuola
di Paisio Velickovskij cui si ricollega mediante una catena di maestri di cui il
primo fu Teodoro, discepolo di Paisio e vissuto a Valaam insieme con Leone
Nagolkin, primo grande starec di Optino. Questi furono maestri a Barlaam,
abate di Valaam morto poi a Optino, e a Padre Etidemio, confessore della
comunità, che ebbe come discepoli Damaskin, abate della comunità egli pure, e
Agatangelo, a sua volta confessore della medesima. Da Agatangelo dipende
Maurizio, un altro abate di Valaam e maestro di Padre Michele. Con questo ultimo
io ebbi cinque lunghe conversazioni che, nel libro di cui s'è fatta menzione,
sono riferite quasi parola per parola.
E' una caratteristica di Padre Michele, come d'altronde lo fu di parecchi altri starci, il conoscere già in precedenza quel che si desidera sapere da lui e il rispondere prima di essere interrogati. La nostra prima conversazione verté sulla preghiera in suffragio dei defunti; avevo da poco perso una persona cara e desideravo approfondire l'argomento. Prima che io aprissi bocca lo starec prese sul tavolo un foglietto e me lo porse. Si trattava di un sermone pronunciato il 23 novembre 1947, dal titolo: Sulla commemorazione dei defunti, ed era uno dei migliori sermoni sul suffragio dei defunti che io avessi mai letto, ove si affermava non soltanto l'opportunità della preghiera in generale, ma anche della commemorazione che dei defunti si fa nella Liturgia. «Dobbiamo perciò amare sinceramente i nostri cari morti. Quando la nostra ora sarà venuta essi si ricorderanno di noi con lo stesso affetto col quale ci siamo ricordati di loro, e questo ci sarà di aiuto.. Abbiamo detto loro addio fra lacrime e preghiere; ci verranno incontro nella gioia e con buone novelle. Essi sanno tutto di noi e di ciò che si fa quaggiù; avvertono perfettamente quando si prega per loro... Se vogliamo dunque veramente aiutarli e fare tutto ciò che la Santa Chiesa in proposito stabilisce, non lasciamoci mai cogliere dal dubbio circa la loro salvezza, perché non sarebbe altro che suggestione dello spirito maligno. Se essi, infatti, fossero immeritevoli di salvezza, Dio non permetterebbe che si pregasse per loro, come appunto afferma San Giovanni Damasceno: "Quanto ai morti che sono immeritevoli di salvezza, Dio non muove alcuno a pregare per essi, né genitori, né moglie, né marito, né parenti, né amici; in essi si compie la profezia che dice: miserabili sono quei morti per i quali nessuno dei vivi prega"».
Quando ebbi finito di leggere mi volsi meravigliato allo starec e vidi che i suoi occhi, limpidi e luminosi, mi guardavano: seppi così che Padre Michele leggeva nel mio pensiero e conosceva il mio passato. «Padre, gli chiesi, che ne pensa della morte?». «Non c'è morte, rispose egli, ma soltanto il passaggio da una condizione ad un'altra. Per me la vita dell'al di là è più reale di quella presente... Più il cristiano vive la vita interiore, più si stacca da questo mondo e impercettibilmente si avvicina all'altro; quando la fine giunge, tutto è semplice: il tenue velo non fa che dissolversi... Le preghiere per i defunti sono utili a noi pure». Nel corso di quella prima conversazione si accennò pure alla Divina Provvidenza, la vita interiore, la preghiera e il pentimento.
Seconda conversazione
La mia seconda conversazione con Padre
Michele ebbe luogo il 12 agosto l954. Volevo chiedergli il perché della tragedia
che pochi anni prima avevo esperimentato, ma anche allora prima che
io parlassi egli mi porse in silenzio un altro foglietto sul quale stava
scritto:
«Venne da Me» «Fortuna e sfortuna successo e fallimento, salute e malattia, gloria e disonore ricchezza e povertà, tutto viene da Me e come tale deve essere accettato. Quelli che hanno fiducia in Me e accettano le prove che mando loro non saranno confusi nel giorno del giudizio e riusciranno pure a rendersi conto fin d'ora del perché del loro destino. A ciascuno Io mando ciò che e meglio per lui».
Di molte altre cose parlammo in quel giorno lo starec ed io: dei miracoli, degli stati mistici, delle preclare virtù, della confessione, della liturgia quotidiana. Secondo Padre Michele l'amore è la cosa più eccelsa:
«Non giudicare mai nessuno, egli disse, non aver nemici, rispetta tutti. Evita tutto ciò che t'insuperbisce e turba la tua serenità di mente, come tu stesso hai detto, la più bella preghiera è: "Sia fatta la Tua volontà". Il pentimento sincero copre tutti i peccati. Ricordati sempre che la sofferenza ha per scopo di staccarci dal mondo e condurci ad una vita migliore. Gli esercizi esterni di pietà, come la preghiera vocale, le astinenze, i digiuni, sono cose buone e necessarie ma soltanto come cornice ad un'intensa vita interiore, fatta di umiltà, di continua preghiera, di fiducia in Dio; se manca questo, poco conta quello».
Padre Michele è di opinione che gli stati mistici risultano incomprensibili a chi non li ha personalmente esperimentati:
«Come un cieco, egli disse, non può immaginarsi i colori, così un uomo carnale è incapace di pensare le meraviglie che la contemplazione rivela e che sono ricompensa, generalmente esclusiva, di quelli che già hanno ottenuto la corona spirituale. Lo starec Ambrogio di Optino diceva che cinque sono le corone. La più gloriosa è concessa alla pazienza sopportatrice del dolore e le altre quattro sono rispettivamente privilegio della verginità, della vita monastica, della direzione spirituale e della rassegnazione nell'infermità. Alle cinque corone corrispondono sette cieli, cinque dei quali sono destinati agli asceti ed ai mistici i quali seguono l'Agnello ovunque Egli va... Bada bene che la denominazione di corone, cieli ed altre consimili indicano i vari stati mistici e non possono essere afferrate nel loro reale significato se non da chi ne ha avuto conoscenza sperimentale».
Terza conversazione
Al terzo incontro il discorso con lo
starec volse alla Comunione frequente, la Volontà Divina, il sacrificio
quotidiano della Messa e la valle delle lacrime. Padre Michele è pienamente
d'accordo con Sant'Isacco Siro nell'affermare che serve al mondo e a Dio solo in
apparenza, colui che non è ancora penetrato nella valle delle lacrime e la cui
vita interiore rimane perciò sterile. Secondo Sant'Isacco infatti le lacrime del
pentimento sono il segno del risveglio dell'anima. Lo starec disse:
«Ho conosciuto delle persone che sono passate attraverso questa benedetta valle delle lacrime e dice bene Sant'Isacco che chi ha ricevuto tale grazia nota in sé un vero e proprio cambiamento, oltre la scomparsa delle distrazioni durante la preghiera. Queste creature entrano nella pace, come ci è descritta nell'Epistola agli Ebrei, e raggiunta che l'hanno, la loro mente incomincia a contemplare i misteri. Lo Spirito Santo rivela allora al mistico le cose celesti e Dio viene ad abitare in lui».
Padre Michele celebra ogni giorno la Messa, in assoluta solitudine, come già
faceva il vescovo Teofanio il Recluso.
«Niente, egli disse, contribuisce al progresso spirituale di un sacerdote quanto la celebrazione quotidiana della Santa Liturgia. Bisogna però ricordare ciò che un grande mistico diceva e cioè che nessuno dovrebbe celebrare o accostarsi alla Comunione se non fra lacrime di pentimento e di gioia».
Ai laici pure lo starec raccomanda di comunicarsi frequentemente. Le parole di Padre Michele sulla volontà Divina mi chiarirono molte idee.
«Nulla avviene, egli mi disse, indipendentemente dal volere di Dio. Per volontà Sua tu hai abbandonato la Russia e sei andato in Occidente, senza sapere perché e senza conoscere la tua meta. Dio ti ha posto a vivere a Oxford, in Inghilterra, e qui tu ora attendi ai tuoi scritti. Sempre per volere Suo sei venuto da me, oggi ignori il perché, ma a suo tempo capirai. Lo stesso avviene a chiunque ed a me pure».
Egli mi raccontò poi della sua ordinazione e di quella di un vescovo.
Quarta conversazione
La quarta conversazione si aggirò quasi esclusivamente su argomenti di
mistica. Padre Michele mi porse l'ultimo foglietto, intitolato:
Procurati la pace della mente. Ciò non
solo rispondeva alle mie esigenze ma riassumeva tutte le nostre precedenti
conversazioni. Nel foglietto si parlava dell'ultimo giorno di vita di San
Serafino di Sarov e si diceva che in quel giorno il Santo, rivolto ad un monaco
che amava, aveva per tre volte ripetuto: «Procuratevi
la pace della mente, Padre».
«Ciò che Serafino disse al monaco io te lo ripeto. Se non abbiamo la pace della mente non possiamo vedere Dio e, benché in grado di scorgere il dito della Divina Provvidenza nella nostra vita passata, non riusciamo a capire quel che dobbiamo fare oggi e progettare per il futuro. Se non abbiamo la pace interiore, ciò significa che siamo ancora divisi in noi stessi e accecati dalle passioni che c'impediscono di vedere la realtà. Ma quando abbiamo raggiunto la pace, e con essa il dominio delle passioni, allora ci appare chiaramente chi noi siamo e dove andiamo. E' impossibile essere un buon servo del Signore ed assolvere con successo il proprio compito di lavoratore della vigna, se dapprima non si è raggiunta la pace interiore. La gente apprezza questa pace al di sopra di ogni altra cosa, ma non può naturalmente trovarla là dove non esiste; tante buone cose quindi, prediche, libri, esercizi, non producono effetto alcuno perché non sono frutto di pace, meditazione e distacco. Ma se tu raggiungi la pace interiore tutto va a posto perché Dio è con te e soltanto nella pace tu puoi sentirlo e capirne la volontà. Ogni nostra opera, per quanto solida possa apparire, è costruita sulle sabbie mobili e destinata a rovina come quella di cui leggiamo nel Vangelo, se noi per mezzo della serenità di mente non abbiamo imparato dove e come costruire».
Dopo di avermi dato alcuni consigli personali lo starec mi fece per ultimo la lode del silenzio ispirandosi ancora a Sant'Isacco Siro:
«Se tu metti su di un piatto della bilancia ogni possibile specie di esercizio ascetico e sull'altro il loro silenzio, ti accorgerai che quest'ultimo pesa assai di più. Per chi è entrato nel silenzio, i consigli degli uomini diventano superflui, come superflua diventa ogni opera cui prima egli attendeva; cose, queste, che appartengono ormai al passato mentre vicina adesso è la perfezione».
Com'è ovvio, Padre Michele desiderava ritornare
alla solitudine.
Ebbi il raro privilegio di assistere alla Messa che lo starec celebrò
nottetempo, da solo. Non posso dire quanto sia durata questa vera liturgia della
contemplazione perché le nozioni di tempo e spazio erano svanite ed il tempo
stava immobile come una eternità.. Poche ore più tardi
abbandonai Uusi Valamo e la Finlandia del Nord per un ben altro mondo.
La personalità dì Padre Michele
Per descrivere nel mio libro la
personalità di Padre Michele mi sono servito delle parole con le quali San
Macario il Grande, mistico egiziano del IV secolo, illustra la figura del vero
mistico, parole che si trovano nell'edizione del Dobrotoljubie curata dal
vescovo Teofanio il Recluso:
«In lui, per
l'azione della Grazia, anima e corpo vivono in profonda pace. Il suo spirito,
investito di gioia, è fatto simile a quello di un fanciullo innocente. Egli non
giudica nessuno, non il Greco, non l'Ebreo, non il peccatore, non il laico.
Quest'uomo di vita interiore è imparziale, onora e ama ogni creatura, esulta con
l'intera creazione; è il figlio del Re che ha fiducia nel Figlio di Dio. Di
fronte a lui si aprono le porte del mondo invisibile ed egli entra e prende
posto. Altre porte gli si spalancano ancora dinanzi e se cento ne ha già varcate
altre cento lo attendono. Gli si versa a piene mani, e più riceve più gli viene
dato. A lui, come a figlio ed erede, Dio elargisce ciò che la natura non può
pretendere e nessuna parola esprimere».
Così è di Padre Michele. Ecco il fedele ritratto del mistico russo, figura tradizionale nel corso dei secoli, che, a partire da Sergio di Radonez, attraverso Nilo di Sora, Paisio Velickovskij, Serafino di Sarov, rivive oggi in Padre Michele.
Tratto da: Serge Bolshakoff, INCONTRO CON LA SPIRITUALITA’ RUSSA, Società Editrice Internazionale – Torino, a cui si rimanda per le note e l’approfondimento.