MATTA EL MESKIN
I GRADI DELLA PREGHIERA
NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

 

 

 

Indice
CAP. I:  La preghiera
1. La meditazione
2.
La contemplazione

CAP. II: Al di là della preghiera
3. L'estasi
4. La visione di Dio
5. L'unione a Dio

 

 

 

4. La visione di Dio

 

Rimase saldo, come se vedesse l'invisibile.   (Eb 11,27)

 

Eh, bene! Verrò alle Visioni

e alle rivelazioni del Signore.   (2Cor 12,1)

 

Ecco! Io contemplo i cieli aperti

e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio.   (At 7,56)

 

 

Non si tratta qui della visione procurata dall'occhio del corpo, ma di quella che ci è data dalla conoscenza, visione che avviene con tutte le energie della conoscenza e le sue profondità, con la mente, il cuore, l'anima, lo spirito e tutti i sentimenti, dove la conoscenza è scoperta della persona di Dio con tutto ciò che questo può comportare in termini di percezione, amore, fiducia e relazione.

L'uomo è chiamato alla visione di Dio, cioè a conoscerlo sfruttando tutte le capacità di cui dispone e tendendo alla ca­pacità massima d'amore e di relazione che può sottendere alla conoscenza umana.

Dobbiamo dire chiaramente fin dall'inizio, che la visione di Dio non significa comprenderlo o circoscriverlo. Avere la visione di Dio è possibile nel senso di farne la conoscenza, ma non nel senso di comprenderlo, ciò è assolutamente impossibile. Dio è l'altro perfetto che può essere percepito, ma la cui perfezione non è percettibile.

Anche l'uomo è chiamato ad avere la visione di Dio, cioè a conoscerlo, nella misura delle sue possibilità, dell'estensione delle facoltà percettive della sua anima, della sua mente e del suo spirito, e non nella misura dell'estensione di Dio stesso, perché Dio è infinito nell'estensione delle sue perfezioni.

Questo non vuoi dire che Dio è percepito parzialmente. Dio non comporta delle parti e delle totalità; egli è l'uno semplice e il tutto perfetto e la sua semplicità è infinita e senza limiti.

Ma la debolezza della percezione umana e la parcellizzazione della conoscenza, conseguenze della trasgressione che tanto ha indebolito la purezza della visione interiore della verità, impe­discono all'uomo di vedere Dio come egli è nella sua perfetta semplicità.

E’ in base alla sua purezza, al suo amore, alla sua sottomissio­ne e alla sua umiltà, che l'uomo può percepire Dio e conoscerlo; più l'uomo avanza nelle proprie virtù, più si allarga il suo campo di visione di Dio, e più Dio gli si manifesta.

E’ come dire che la visione di Dio dipende dalle possibilità in­teriori dell'uomo che lo rendono capace di scoprire Dio in misu­ra proporzionale alla santificazione dell'anima: "La santificazio­ne, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore" (Eb 12,14).

Poiché non siamo perfetti nella santità, non vediamo Dio nel­la sua Verità "come egli è"; il che vuoi dire che chi ancora non è perfetto nella propria purezza, nella sottomissione, nell'amore e nell'umiltà, resta incapace di accedere alla visione di Dio nella sua perfetta semplicità; a volte lo vede duro, a volte misericor­dioso; alcune volte si affida al suo immenso amore, altre teme la sua giustizia; a volte percepisce la profondità della sua sapienza e la sua grande sollecitudine di fronte alla creazione, altre ne du­bita e la mette in questione.

Così l'uomo dal canto suo, finché non raggiunge la santità che l'abiliterà alla visione perfetta, rimane nell'incapacità d'a­vere una visione di Dio "come egli è"; e l'apostolo Giovanni ci annuncia nella sua Prima lettera che non raggiungeremo la san­tità perfetta se non quando sarà Dio stesso a manifestarsi a noi: "Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2).

Ma dobbiamo ripetere che manifestazione di Dio non signi­fica visione della sua forma o del suo aspetto con l'occhio del corpo, ma visione delle sue qualità e delle sue opere, compren­sione della sua sapienza e conoscenza del suo amore che supera ogni conoscenza. Questa visione non può apparirci interamen­te, adesso, in questa vita, a causa della corruzione della nostra natura. Corruzione che però non è totale e ci lascia sempre un opportunità di conoscere Dio, alla quale dobbiamo aggiun­gerne un'altra, quella inscritta nel più profondo di noi stessi, che ci aiuta a superare la corruzione e ci permette di crescere nella conoscenza di Dio.

Queste due opportunità (il resto d'incorruttibilità che la no­stra natura sempre conserva in sé e la possibilità, che ancora esi­ste nel fondo di noi stessi, che ci aiuta a vincere gli agenti della corruzione) ci aprono il campo della fede in Dio: "Voi l'amate senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa" (1Pt 1,8).

Così la fede è in realtà una forma di visione, che però non è chiara, o piuttosto è una visione parziale perché non interamen­te comprensibile a causa della frammentazione della nostra co­noscenza: 'La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia ... Ora vediamo come in uno specchio, in manie­ra confusa" (1Cor 13,9.12).

Quest'imperfezione è un fatto reale e concreto. Attualmen­te l'uomo, qualunque sia il grado della sua fede, continua a domandarsi perché Dio ha fatto così e perché non ha fatto così; molte cose gli appaiono incomprensibili e sconosciute, affette da un oscurità mentale. Ma con la fede egli supera la propria ignoranza, con la fede supera la frammentarietà della conoscen­za, con la fede attraversa l'oscurità mentale. Perciò, e sebbene la fede sia una visione di Dio incompleta e non perfettamente comprensibile, nondimeno la sua grazia equivale alla chiara vi­sione; infatti essa la prepara, ed è grazie alla fede, che fin d'ora otteniamo la forza della resurrezione nella quale vedremo Dio faccia a faccia: "Ora vediamo come in uno specchio, in manie­ra confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto (cioè conoscerò Dio come sono conosciu­to da lui). Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!" (1Cor 13,12-13).

Potremmo chiederci: dobbiamo dedurre da tutto ciò che all’uomo è impossibile vedere Dio in una visione chiara, cioè che nel nostro tempo gli è impossibile conoscerlo di una conoscenza perfetta?

Ma per rispondere a questa domanda dobbiamo esaminarla in modo spirituale e ben ponderato. Possiamo dire che la visione di Dio si basa essenzialmente e totalmente sulla santità dell'uomo.

Se l'uomo raggiunge una santità perfetta, cioè se si priva com­pletamente dalla corruzione della sua natura, allora ineluttabilmente vedrà Dio come egli è, in una visione chiara. Così la do­manda iniziale si trasforma in un'altra: in questo mondo l'uomo può raggiungere lo stato di santità perfetta, cioè rivestire una natura interamente nuova?

Per rispondere a questa seconda domanda, dobbiamo sapere con certezza che qui siamo, in modo essenziale, al cuore del cri­stianesimo: Cristo è venuto, ha offerto il suo corpo, ha versato il suo sangue, ci ha fatto dono dell'unione a sé nel mistero del­la fede e nell'azione dello Spirito santo, affinché possiamo rag­giungere, attraverso di lui, la santità perfetta, quella che ci abili­ta, non soltanto alla visione di Dio, ma anche all'unione e alla vita con lui: "... ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo e nello Spi­rito del nostro Dio" (1Cor 6,11).

Allora, attraverso il mistero della fede in Gesù Cristo e l'azio­ne dello Spirito santo riversato nella nostra natura, otteniamo la santificazione che ci abilita alla visione di Dio, cioè a conoscerlo di una conoscenza profonda di unione e condivisione: "Perché i loro cuori vengano consolati e così, strettamente congiunti nell'amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intel­ligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo" (Col 2,2).

Ma poiché la santificazione, la purificazione e la giustifica­zione, fattori essenziali della visione, sono tutti legati alla fede, e poiché la fede, per sua natura, diminuisce, aumenta, cresce e si arresta a causa della sua dipendenza e dei suoi legami con la na­tura dell'uomo - che muta ed è suscettibile di crescere e di evol­vere - così, anche la visione di Dio (cioè la sua conoscenza) è soggetta al cambiamento e alla crescita.

Ed è nella misura della crescita della sua fede in Dio, della sua fiducia in lui, della sua speranza e del suo amore, che l'uomo cresce e si sviluppa nella propria visione di Dio.

Può la fede crescere fino a un grado di perfezione tale da per­mettere all'uomo di raggiungere uno stato di santità perfetta consentendogli, nel nostro tempo, di vedere Dio di una visione chiara?

Dal punto di vista teorico ciò è possibile perché si tratta di un diritto e di un dovere: "Se credi, vedrai la gloria di Dio" (Gv 11,40). Ma è impossibile dal punto di vista pratico, perché in­tervengono i sensi dell'uomo e la sua mente, che si sono sviluppati nella frammentazione, nel dubbio e nell'analisi e che, di conseguenza, quando interferiscono con la visione, corrompono la conoscenza e ne diminuiscono la chiarezza, fino ad annullarla a causa del dubbio: "Signore, già manda cattivo odore, poiché è [un cadavere] di quattro giorni" (Gv  11,39).

Così, la natura dell'uomo, qualunque sia il suo rinnovamento in questo mondo, mantiene nei sensi corporei e nella mente ele­menti del principio di corruzione che impediscono la chiara vi­sione di Dio; e niente potrà annullare il principio di corruzione se non la tomba, seguita dalla resurrezione. Ecco perché, dal punto di vista dell'uomo, della sua natura e delle sue possibilità, è impossibile avere in questo mondo una chiara visione di Dio.

Ma è forse impossibile a Dio manifestarsi all'uomo?

La ovvia risposta, in base alla convinzione della fede, è che niente è impossibile a Dio!

Così Dio può manifestarsi all'uomo. E questo l'ha fatto in modo ineffabile nel mistero dell'incarnazione divina permetten­do all'uomo di vedere Dio attraverso la mediazione del Cristo che si fa carico d'annientare, fin dal momento in cui appare, tut­ti gli ostacoli dovuti alla natura corruttibile dell'uomo, annul­lando tutte le influenze negative dei sensi e dell'intelletto e purificandoli totalmente con la sua ineffabile forza santificatrice, trasformando l'uomo in creazione nuova, trasfigurata dalla san­tità di Dio. Allora l'uomo trasfigurato vede Dio di una visione chiara, come egli è: "Non sono forse libero, io? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?" (1Cor 9,1).

Si apre così davanti a noi, già ora, una nuova via verso la vi­sione chiara, non per la fede umana, ma per la manifestazione divina. La manifestazione di Dio secondo il beneplacito della sua volontà è il solo mezzo per eliminare tutti gli ostacoli alla vi­sione chiara e permettere all'uomo di raggiungere, attraverso la visione stessa, una perfetta santificazione. Ma questa visione non è che temporanea e il suo effetto non dura indefinitivamen­te, a differenza della visione chiara della vita futura che raggiun­gerà la perfezione nell'unione eterna.

È bene adesso sottolineare la grande differenza tra due nozio­ni; quella della visione di Dio e quella della manifestazione o ap­parizione di Dio. La visione di Dio comprende ciò che l'uomo intravede delle qualità divine a seconda delle proprie capacità e della propria santificazione. In questo senso, è impossibile che l'uomo arrivi a una visione perfetta di Dio.

Manifestazione di Dio significa invece che è Dio stesso a ri­velarsi, cioè Dio si mostra all'uomo, secondo la grandezza del proprio amore, della propria misericordia e benevolenza. In que­sta manifestazione Dio svela all'uomo le profondità del proprio essere e si preoccupa, lui stesso, di procurargli la santifica­zione e la forza necessarie per contemplare la gloria di Dio: "Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio" (1Cor 2,10).

Questa differenza essenziale tra la visione che risulta dallo sforzo umano e dalla santificazione personale da una parte, e la visione che deriva da una manifestazione gratuita di Dio dall'al­tra, chiarisce per noi i versetti dell'Antico Testamento che affer­mano l'impossibilità di vedere Dio e, al contempo, la possibilità di una tale visione.

Da una parte, Dio dice a Mosè: "Nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Es 33,20). L'evangelo dice: "Dio nessuno l'ha mai visto" (Gv 1,18; cf. Gv 6,46 e 1Gv 4,12). E l'apostolo Paolo rende gloria al "Re dei re e Signore dei signori, il solo che pos­siede l'immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessu­no tra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e po­tenza per sempre. Amen" (1Tm 6,15-16).

Ma è anche vero che nell'Antico Testamento, troviamo passi nei quali si attesta che Dio si è effettivamente mostrato a Mosè, a Isaia, a Giobbe e a molti altri. Nel Nuovo Testamento è detto:  "Noi vedemmo la sua gloria" (Gv 1,14) e "Ogni uomo vedrà Dio" (Le 3,6 che riprende Is 40,5). "Poiché la Vita si è fatta vi­sibile" (1Gv 1,2), secondo Giovanni. E Cristo dice: "Chi ha vi­sto me, ha visto il Padre" (Gv 14,9); e ha promesso: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manife­sterò a lui" (Gv 14,21). L'apostolo Paolo dice: "Lo Spirito infat­ti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio" (1Cor 2,10).

Ne deriva che quel che era impossibile all'uomo attraverso lo sforzo o il merito, cioè la visione di Dio, è diventato possibile tramite la manifestazione di Dio quale prova d'amore e do­no gratuito della grazia. Questo rimane vero anche ai giorni no­stri: cercare di vedere Dio è un cammino impossibile all'uomo, se non in misura infima, proporzionale alla sua purezza, al suo amore e alla sua sottomissione ai comandamenti divini; quanto alla manifestazione di Dio, essa è data all'uomo senza restrizioni né condizioni, senza sforzi né meriti, perché il Signore accorda all'uomo la capacità e la santità che gli permettono di vedere Dio come egli è, o piuttosto come a lui piace rivelarsi.

Questa verità è molto esplicita nelle parole del Signore stesso: "Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (apocalypsai)" (Lc 10,22), utiliz­zando il termine "rivelare" nel senso di "manifestare attraverso la visione".

Da questa parola del Signore deriva che la manifestazione o la visione del Padre e del Figlio, cioè la conoscenza interiore delle qualità essenziali di Dio, è fondamentalmente e ineluttabilmen­te legata alla volontà di Gesù Cristo e alla sua mediazione. La ri­velazione in questione è la visione che conduce alla conoscenza di Dio grazie alla sua stessa manifestazione, in modo che l'uomo percepisca la Verità che è in Dio e raggiunga l'estrema felicità: accede così, infatti, alla comunione di vita con Dio.

 

Tratto da Matta El Meskin, L'ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA - ed. Qiqajon  COMUNITA' DI BOSE, a cui rimandiamo vivamente per un proficuo approfondimento