MATTA EL MESKIN
I GRADI DELLA PREGHIERA
NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

 

 

Indice

CAP. I: 
La preghiera
1. La meditazione
2.
La contemplazione

CAP. II: Al di là della preghiera
3. L'estasi
4.
La visione di Dio
5.
L'unione a Dio

 

 

5. L'unione a Dio

 

Theìa énosis

Come tu Padre, sei in me e io in te,

siano anch'essi in noi una cosa so/a.                                 Gv 17,21

 

Chi si unisce al Signore

forma con lui un solo spirito.                                            1Cor 6,17

 

 

L'unione a Dio è un'espressione teologica che rende conto di quel che Cristo domanda per noi al Padre: "Siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21).

Richiesta che sì è realizzata per noi con la morte e la resurre­zione di Cristo. Siamo diventati, secondo le parole di Pietro, "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4).

La chiesa pone questo ideale davanti ai suoi figli fin dall'i­stante in cui accedono al fonte battesimale, dove ricevono lo Spirito santo. Secondo Ireneo, grazie allo Spirito santo, siamo innalzati verso il Figlio e, grazie al Figlio, siamo innalzati verso il Padre; l'unione si manifesta qui a tre livelli. E secondo Ata­nasio: "In lui [nel Cristo] diventiamo figli di Dio"; l'unione si comprende allora come integrazione delle nostre persone nell'e­terno rapporto filiale che unisce il Figlio al Padre.

Tutti i padri della chiesa concordano nell'affermare che attra­verso l'incarnazione di Cristo la natura umana nel suo insieme è stata dotata di una nuova capacità: essa può ormai ricevere la grazia di una nuova creazione dall'alto in acqua e Spirito grazie alla mediazione del Cristo. In questa nuova creazione, la natu­ra umana si trova, per grazia, in uno stato di unione a Dio che i padri esprimono con il termine di "divinizzazione", perché il Figlio di Dio "divenne uomo affinché noi fossimo deificati".

Vista l'importanza della dottrina della divinizzazione, indichiamo qui brevemente le prime allusioni a questo tema:

1.Giustino: "Tutti gli uomini erano stati ritenuti degni di diventare dèi e ... figli dell'Altissimo".

2. Ireneo di Lione: "Il Signore ... ha effuso lo Spirito del Pa­dre per operare l'unione di Dio e degli uomini, facendo discendere Dio negli uomini ... e facendo salire l'uomo fino a Dio".

3. Clemente di Alessandria: "Egli ... rende l'uomo simile a Dio".

4. Ippolito: "Tu sarai l'amico di Dio, coerede di Cristo ... tu sarai divinizzato e generato all'immortalità. E Dio non avrà perso nulla della dignità della sua perfezione divina facendoti di­ventare dio a sua gloria".

5. Atanasio: "Divenne uomo affinché noi fossimo deifica­ti".

6. Basilio il Grande: "Il più alto dei desideri: divenire Dio".

7. Gregorio di Nazianzo: "Poiché Dio si è fatto uomo, l'uomo è compiuto in Dio".

8. Gregorio di Nissa: "Dio nel suo manifestarsi si è congiunto alla natura mortale, perché l'umanità fosse insieme a lui deifica­ta con la partecipazione alla divinità"

Citiamo infine alcuni brani un po' più articolati concernenti questo credo fondamentale per i padri:

 

93. Canto alle chiese e auguro loro l'unione nella carne e nel­lo spirito di Gesù Cristo, nostra eterna vita, della fede e della carità, cui nulla è da preferire e ciò che è più impor­tante (kypiòteron) l'unione con Gesù e il Padre (cf. Gv I7,21). (Ignazio di Antiochia, Ad Magn. 1, 2)

 

94. Non avremmo potuto conoscere i misteri di Dio, se il no­stro maestro, che è il Verbo, non si fosse fatto uomo; né un altro era capace di rivelare i misteri del Padre, tranne il suo proprio Verbo. "Chi" altro, "infatti, ha conosciuto il pen­siero del Signore? O chi" altro "è stato suo consigliere?" (Rm 11,34). D'altra parte non potevamo conoscerlo in altro modo se non vedendo il nostro maestro e percependo la sua voce con il nostro orecchio affinché, divenendo imitatori delle sue opere ed esecutori delle sue parole, avessimo la co­munione con lui, ricevendo, noi che siamo stati creati ulti­mamente, da colui che è perfetto prima di tutta la creazione la crescita! ... Se dunque il Signore ci ha riscattati con il suo proprio sangue, se ha dato la sua anima per la nostra anima e la sua carne per la nostra carne, se ha effuso lo Spirito del Padre per operare l'unione di Dio e degli uomini, facendo discendere Dio negli uomini mediante lo Spirito e facendo salire l'uomo fino a Dio mediante la sua propria incarnazio­ne; se certamente e veramente nella sua venuta ci ha donato l'incorruttibilità mediante la comunione con lui.  (Ireneo di Lione, Adv. haer. 5,1,1)

 

95. "Ti salutiamo, o Luce!". Mentre eravamo sprofondati nella tenebra e chiusi in un grigiore di morte, ci rifulse dal cielo una luce più pura di quella del sole, più dolce della no­stra vita di quaggiù. Quella luce è vita eterna, e tutto ciò che ne è toccato vive ... Questo ha voluto significare la "creazione nuova", perché "il sole di giustizia" ... trasfor­mò l'occidente in oriente e sulla croce inchiodò la morte traendone la vita ... trasse dalla perdizione l'uomo e lo por­tò in alto ... Egli ci dona quell'eredità veramente grande e divina e inalienabile che è quella del Padre e rende l'uomo simile a Dio per mezzo di una celeste dottrina "ponendo leggi nella loro mente e scrivendole nel loro cuore" (Ger 31,33-34). (Clemente di Alessandria, Protr. 11,114)

 

96. Egli divenne uomo affinché noi fossimo deificati; egli si rivelò mediante il corpo affinché noi potessimo avere un'i­dea del Padre invisibile; egli sopportò la violenza degli uo­mini affinché noi ereditassimo l'incorruttibilità. (Atanasio, Or. de inc. Verbi 54,3)

 

97. Quando comunichiamo al Verbo, partecipiamo del Padre stesso, perché il Verbo è la parola del Padre. Ma se il Verbo fosse stato Dio per partecipazione e non per divinità consu­stanziale e immagine del Padre, essendo stato egli stesso divinizzato, non avrebbe deificato. Non è infatti possibile che colui che possiede solo per partecipazione comunichi ad altri ciò ch'egli ha così ricevuto, perché ciò che ha non viene da lui, ma dal donatore, e quel che ha ricevuto è appe­na sufficiente per lui. (Atanasio, De Syn. 51)

 

98. Unito a una creatura, l'uomo non sarebbe stato divinizza­to se il Figlio non fosse stato vero Dio. L'uomo non si sareb­be avvicinato al Padre se colui che aveva rivestito il corpo non fosse stato il suo Verbo naturale e vero…

L'uomo non sarebbe stato divinizzato se colui che è dive­nuto carne non fosse venuto dal Padre per natura e non fos­se stato suo vero e proprio Verbo. Per questo l'unione si è così fatta al fine di unire a colui che è della natura della di­vinità la natura dell'uomo e di assicurare all'uomo la salvez­za e la divinizzazione. (Atanasio, Contra Ar. 2,70).

 

99. Non era dunque un uomo che in seguito è divenuto Dio, ma è Dio divenuto uomo e ciò per la nostra divinizzazione… Tutti coloro che sono chiamati figli di Dio, sia sulla terra sia nei cieli, sono infatti adottati e divinizzati dal Verbo. (Atanasio, Contra Ar. 1,39).

 

100.  Chi allora non rimarrà ammirato? Chi dunque non converrà che questa realizzazione è veramente divina?

Perché se le opere della divinità del Verbo non fossero state compiute con il suo corpo, l'uomo non sarebbe stato divinizzato. E allo stesso modo, se quel che è proprio della carne [come la morte], non fosse stato detto del Verbo, l'uo­mo non ne sarebbe stato totalmente liberato. (Atanasio, Contra Ar 3,33).

 

101. Come il Signore, avendo rivestito il corpo è divenuto uo­mo, così noi uomini, essendo assunti nella sua carne, siamo divinizzati ed ereditiamo allora la vita eterna. (Atanasio, Contra Ar 3,34).

 

102.  Egli è divenuto uomo alfine di deificarci in sé; è stato generato ed è nato da una vergine per attribuirsi la nostra razza traviata, affinché fossimo una razza santa e diventassi­mo "partecipi della natura divina", come il beato Pietro ha scritto (cf. 2Pt 1,4). (Atanasio, Ep. ad Adelph. 4)

 

103.  Siamo divinizzati non per la partecipazione a un corpo d'uomo ordinario, ma per la comunione al corpo del Verbo. (Atanasio, Ep. Ad Max. 2)

 

Emerge così che Atanasio è, tra i padri, quello che più spesso ritorna sul tema della divinizzazione. Egli vi allude in molti pas­si delle sue opere mettendo ogni volta in evidenza la relazione fondamentale tra l'incarnazione di Dio e la divinizzazione dell'uomo.

Presso i padri il concetto di divinizzazione (theopoìesis) non significa tuttavia trasformazione della natura umana in natura divina, ma abilitazione della natura umana a vivere in comunio­ne con Dio in un rapporto d'amore, eliminando con ciò il princi­pale ostacolo che separa l'uomo dalla vita di Cristo, cioè il pec­cato. Questo è distrutto grazie al sangue di Cristo che ci lava e santifica e grazie al suo corpo al quale noi comunichiamo.

La divinizzazione, o unione in senso stretto, in quanto pienezza di vita con Dio, può realizzarsi solo con la resurrezione dei morti; e tuttavia, fin da ora, avendo ricevuto i mezzi della grazia, i comandamenti e una forza divina che ci permette di vincere il peccato, il mondo e la vita di questo secolo, ci è data la possibili­tà di gustare fin da oggi dell'unione con Dio in una comunione d'amore e di piena docilità.

L'unione dell'uomo a Dio, o divinizzazione, è un fine legittimo in virtù dell'unione tra la divinità e l'umanità già realizzata in Cristo, ch'egli pone anche a noi quale obiettivo. Quest'unione è allora il fine ultimo che impegna tutti i mezzi gratuiti della gra­zia: battesimo, eucaristia e conversione continua; impegna an­che le fatiche del digiuno, della purezza, il controllo del pensiero e del linguaggio, la preghiera incessante e tutte le opere d'amore e d'umiltà; inoltre, suppone necessariamente l'aiuto misterioso di Dio a coloro che perseverano nella lotta. E sebbene l'unione a Dio sia l'obiettivo ultimo che può essere pienamente raggiunto solo nella resurrezione, essa è comunque il prezioso risultato della fede e dello sforzo che dobbiamo compiere quaggiù.

Riassumendo, nel senso attuale concernente questa vita, l'u­nione a Dio significa la trasformazione continua di una vita secondo il corpo in una vita secondo lo Spirito, che noi compiamo nella fede, nella fatica e nelle lacrime, ogni giorno e a ogni ora, in base alla volontà di Dio e alle esigenze del regno proclamate dall'evangelo.

Ma quel che sempre dobbiamo porre davanti a noi, se voglia­mo parlare di unione a Dio, è la persona di Gesù Cristo: è attraverso il nostro amore per lui e la nostra obbedienza alla sua per­sona che l'unione a Dio diventa perfetta, perché è lui che ha già compiuto nella sua persona l'unione della divinità e dell'umani­tà per comunicarla a noi nel mistero dell'ineffabile amore.

Nel cristianesimo, l'unione è una realtà vissuta che gustiamo nel culto e nell'amore di Cristo, ma non possiamo né comprenderla, né percepirla con l'intelligenza. Secondo la logica razio­nale, essa appartiene all'ambito dell'impossibile, ma secondo il mistero dell'incarnazione e l'esperienza dell'amore e della fede, è un fatto reale, un dato percettibile.

L'unione a Dio non è un elemento secondario della fede. È il fondamento di tutta la fede e del dogma; è l'obiettivo finale di Dio per il quale egli ha inviato nel mondo il suo unico Figlio at­traverso l'incarnazione: "Ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, il disegno di bontà previsto nel Figlio per portare i tempi alla loro pienezza e ricapitolare tutte le cose nel Cristo, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,9-10).

In altri termini, il mistero dell'unione dell'umanità al Cristo non è il fine ultimo soltanto dell'incarnazione, della croce, della resurrezione, ma della creazione tutta intera.

Ascolta ciò che Macario il Grande dice in proposito:

 

104.  Davvero l'anima è un'opera grande, divina, meravigliosa... In una parola, così l'ha creata perché possa divenire sua sposa, congiungersi e unirsi a lui, e diventare un solo Spirito con lui. (Macario il Grande, Hom. Sp. 46,5-6)

 

Vediamo così che l'unione a Dio è il fondamento della chiesa e il segreto dell'evangelo, perché opera della chiesa e fine dell'e­vangelo è chiamare l'umanità alla fede nella persona del Signore Gesù; opera della fede in Cristo e suo fine è l'unione dell'uma­nità nel corpo mistico di Cristo; scopo dell'unione è la manife­stazione del regno di Cristo e l'apparizione dell'assemblea dei santi che regnerà in lui e nella quale egli regnerà.

A proposito di questo regno reciproco, dì questa mutua ere­dità che così fortemente esprime il senso dell'unione a Dio, Macario il Grande scrive:

 

105. L'anima aderisce al Signore e il Signore ha misericordia, l'ama, viene a lei e sì unisce a lei, e i pensieri dell'anima rimangono incessantemente nella grazia del Signore; allora l'anima e il Signore diventano un solo spirito, una cosa sola, un solo pensiero. E se il corpo giace a terra, l'anima con i suoi pensieri vive tutta nella Gerusalemme celeste, sale fi­no al terzo cielo (cf. 2Cor 12,2) profondamente unita al Si­gnore e lì lo serve. E il Signore, assiso sul trono della mae­stà nelle altezze, nella città celeste, viene con tutto se stes­so a lei, nel suo corpo. Egli ha posto l'immagine dell'anima in alto, nella città dei santi, nella Gerusalemme celeste, e la propria immagine, quella dell'ineffabile luce della divi­nità, dentro al corpo dell'anima. Egli stesso serve l'anima nella città del corpo ed essa lo serve nella città celeste. Egli è sua eredità nei cieli, essa è sua eredità sulla terra. Il Si­gnore diventa eredità dell'anima e l'anima diventa eredità del Signore. (Macario H Grande, Hom. Sp. 46,3-4)

 

Scopriamo allora che nella tradizione della chiesa tutte le verità divine intuite dai padri teologi ripieni di Spirito santo, sono state effettivamente verificate da quei padri che, semplici asceti, le hanno vissute nella loro vita quotidiana, nella loro condotta e nella loro esperienza personale, in modo vivo, parlante, tale da farci credere fermamente che lo Spirito santo ci chiama a quella sacra comunione, benedetta, con il Padre, il Figlio e lo Spirito santo.

 

Tratto da Matta El Meskin, L'ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA - ed. Qiqajon  COMUNITA' DI BOSE, a cui rimandiamo vivamente per un proficuo approfondimento