MATTA EL MESKIN

I GRADI DELLA PREGHIERA
NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

 

 

 

Indice
CAP. I:  La preghiera
1. La meditazione
2.
La contemplazione

CAP. II: Al di là della preghiera
3. L'estasi
4. La visione di Dio
5.
L'unione a Dio

 

 

CAP. II: AL DI LÀ DELLA PREGHIERA

 

"Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato pri­ma dei secoli a nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta non avreb­bero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: 'Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo rice­vuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma inse­gnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spiri­tuali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, per­ché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudica­to da nessuno. 'Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?'. Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo" (1Cor 2,6-16).

 

 

3. L'estasi

 

Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro

perché erano piene di timore e fuori di sé.   (Mc 16,8)

 

Il   termine estasi (dal greco ékstasis) significa etimologicamente "essere fuori di sé", che vuoi dire al contempo stupore, perdi­ta di coscienza, rapimento dello spirito; lo si traduce a volte con il termine "agitazione", come nel Salmo 116: "Quando dicevo nel mio sgomento (en té ekstàsei mou), l'uomo non è che menzo­gna". Qui, dobbiamo rammaricarcene, il termine ékstasis è stato interpretato come indicante imbarazzo, smarrimento; in realtà vuole descrivere piuttosto uno stato di elevazione spirituale, dal momento che anche il resto del testo giustifica bene questo sen­so; David dice subito dopo; "Come potrò ringraziare il Signore per tutto il bene che mi ha fatto? Alzerò il calice della salvezza, invocherò il Nome del Signore" (Sal 116,12-13).

Con ciò egli riconosce la grandezza della grazia che ha invaso la sua anima durante l'estasi. Quanto all'espressione; "Nella mia estasi dicevo: l'uomo non è che menzogna", essa corrisponde a ciò che dice Qohelet; "Tutto è vanità e un pascersi di vento!" (Qo 1,14); così, nella sua estasi spirituale, si rende manifesta a David la prova che, per l'uomo, tutto è vanità.

Allo stesso modo, il termine ékstasis si trova nel Nuovo Testa­mento in diversi passi, per esprimere il rapimento, l'ineffabile sorpresa per lo spirito, stupefacente per la sua estrema felicità e l'intensità dello shock spirituale, tali che: "Tutti rimasero stupi­ti  (ékstasisi) e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano; 'Oggi abbiamo visto cose prodigiose"' (Lc 5,26).

Torna a più riprese nei racconti della resurrezione; "Ma alcu­ne donne, delle nostre, ci hanno sconvolti (exéstesan hemàs, agi­tati, fatti andare in estasi). Recatesi al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo" (Lc 24,22). Il senso si chiarisce ulteriormente nella seguente situazione; "Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e fuori di sé (letteralmente; perché furono prese da spavento ed estasi). E non dissero niente a nessuno perché ave­vano paura" (Mc 16,8).

Lo troviamo anche negli Atti degli apostoli con il medesimo significato; "E riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l'elemosina alla porta Bella del tempio ed erano pieni di meraviglia e stupore (ékstasis) per quello che gli era accaduto" (At 3,10).

L'estasi con perdita di coscienza è uno stato di rapimento spi­rituale che la Scrittura esprime con varie espressioni: "Lo Spirito del Signore fu su di lui" (1Sam 10,10; Nm 24,2; Ez 11,5), oppure; "La mano del Signore si posò su di me" (Ez 8,1), oppu­re; "Caddi svenuto, con la faccia a terra" (Dn 8,18; 10,9), op­pure; "Quest'uomo ... - se con li corpo o senza il corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo" (2Cor 12,2-3) o an­cora; "... io fui nello Spirito" normalmente tradotto con ragio­ne; "Rapito in estasi" (Ap 1,10)

Quest'esperienza esige che l'uomo sia pronto, interiormente e spiritualmente, a ricevere le manifestazioni divine; per questo l'estasi è sempre accompagnata da una totale calma interiore e dalla serenità (hesychia) che permettono all'uomo di interrom­pere i rapporti con se stesso e con il mondo circostante per dedicarsi a Dio con tutto il proprio essere. Nell'estasi, l'uomo perde li controllo della mente e dei sensi; in quei momenti è lo Spirito santo a guidarlo; con la propria libertà assorbita dalla volontà dello Spirito egli si pone sotto la sua azione e le sue manifestazioni.

Nell'Antico Testamento, le estasi dei profeti che ricevono la Parola di Dio, i suoi ordini e i suoi avvertimenti, sono presentate in maniera esplicita: il suo spirito viene improvvisamente rapito, il profeta si trova in uno stato di perdita di coscienza. Quando la riprende, proclama la parola di Dio con una grande lucidità, una grande ponderazione e una grande chiarezza; op­pure proclama le parole di Dio nell'estasi, in uno stato di se­mi-incoscienza, descrivendo ciò che vede e sente; oppure scrive, durante l'estasi, tutto quello che Dio gli detta, come accadde al profeta Daniele: "Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine" (Dn 12,4); e analogamen­te a Giovanni nell'Apocalisse: "Poi aggiunse: 'Non mettere sot­to sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino"' (Ap 22,10).

Da dopo l'incarnazione del Figlio di Dio, lo Spirito santo si effonde liberamente su ogni uomo secondo la promessa divina del libro di Gioele ripresa da Cristo prima della sua ascensione e pienamente realizzata il giorno di Pentecoste. Da quel giorno, ogni uomo in Cristo Gesù, per grazia di Cristo e in virtù del mistero divino effuso su di lui dallo Spirito santo, come i profeti dell'antica Alleanza, diventa capace di mettersi sotto l'influenza dello Spirito santo, dei suoi insegnamenti e della sua retta condotta. Così egli è chiamato, non tanto a essere il depo­sitario delle nuove rivelazioni che riguardano la fede in genera­le, come lo furono gli apostoli e i profeti, quanto a conoscere, di questa fede, ciò che riguarda lui personalmente, a percepire la via della propria salvezza, a scoprire li mistero dell'amore di Cristo Gesù a lui riservato e a ricevere da Cristo la manifesta­zione della sua persona secondo la sua promessa: "L'amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14,21). E’ chiaro che l'influenza del­lo Spirito santo e il suo modo di guidare l'anima è diversa per ogni uomo.

L'estasi è ancora oggi, come un tempo, uno dei mezzi per en­trare in contatto diretto con Dio, ma ha gradi differenti fino a quello dell'estasi perfetta e ciò affinché crescano la conoscenza e le personali relazioni d'amore tra Dio e i suoi amati sinceri e fe­deli. Questa conoscenza, quest'amore, sono quelli dei quali Dio ha promesso la crescita di giorno in giorno, eternamente.

Quanto al perché gli ineffabili segreti divini che riguardano la conoscenza di Dio e il suo amore non derivino tutti dalla perce­zione dell'intelletto cosciente, la risposta è semplice ed eviden­te: l'intelletto umano nel suo esercizio è per natura tributario delle valutazioni del concreto, dell'immaginazione e della logi­ca; è cresciuto, si è sviluppato ed è maturato sotto l'influenza di tali valutazioni. E’ cresciuto anche nella quasi-incapacità di co­noscere Dio in modo totale e vero, perché la natura di Dio non può derivare da valutazioni materiali, immaginative o logiche. Per questo la fede in Dio supera necessariamente l'intelletto, e colui che vuole credere in Dio in verità deve elevarsi al di sopra di se stesso, del proprio intelletto e del mondo circostante. Quindi, il valore della fede diventa superiore al valore dell'uomo stesso e del mondo, e la ricompensa della fede superiore a tutti i possessi dell'uomo e all'insieme delle glorie di questo mondo, perché essa è Dio stesso. A causa di ciò, il valore della fede è di fatto superiore al valore dell'estasi, delle visioni e delle rivela­zioni in quanto tali: "Beati quelli che pur non avendo visto cre­deranno!" (Gv 20,29).

Ma, affinché Dio potesse testimoniare il suo amore all'uomo che l'ha amato e ha creduto in lui, a volte Dio ha voluto manife­starglisi, perché il suo amore fosse personale, individuale e vero sul piano della realtà umana: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). Per­ché Dio possa manifestarsi a lui è inevitabilmente necessario che l'uomo vada al di là di tutto ciò che egli percepisce attraver­so la vista, l'udito, il pensiero e tutti i sensi, affinché le facol­tà corporee e cerebrali non intervengano a sofisticare la verità di Dio che prevarica i sensi dell'uomo. Ne deriva che, la mani­festazione di Dio all'uomo e la testimonianza del suo amore ai suoi amati esigono necessariamente una temporanea sospensio­ne dell'attività e dell'efficienza dell'intelletto nella sua relazione con i sensi, perché si possa realizzare quell'ineffabile contatto che supera la natura tangibile. Ecco l'estasi in Dio, quella che noi chiamiamo estasi assoluta, a motivo della sua elevazione al di sopra del limitato e del sensibile.

L'esperienza dell'estasi in Dio non dipende da determinati meriti che Dio porrebbe come condizioni per la propria manifestazione, ma dall'amore profondo dell'uomo, di tutto il suo cuo­re e di tutto il suo spirito, secondo il comandamento. L'esperienza prova che la relazione fondamentale tra quest'amore ar­dente, sovrabbondante, e l'estasi in Dio è certa. Tutti coloro che hanno conosciuto l'estasi in Dio, sono in realtà quelli che hanno avuto il cuore ricolmo dell’amore di Dio. Il calore di quest'amore del cuore, quando raggiunge una certa intensità, diventa il pun­to di partenza che permetterebbe di entrare in estasi. E’ per que­sto motivo che, a volte, definiamo l’estasi “rapimento” (o ratto spirituale). Rimane pur sempre vero che la grazia è legata a que­sta condizione; può andare alla ricerca dell'uomo e sorprenderlo improvvisamente, privo di meriti o preparazione e farlo andare in estasi, come se cadesse quale ambita preda nelle mani dell'a­more onnipotente che gli fa perdere libertà e coscienza di sé per colmarlo di un'indicibile felicità e di un'indicibile conoscenza.

Ecco perché non possiamo considerare l'esperienza dell'esta­si come appannaggio di coloro che sono più avanzati spiritualmente. Alcuni padri, come Simeone il Nuovo Teologo, tendono a considerare l'estasi come un'esperienza che può confarsi ai principianti, perché lo loro mancanza d'esperienza interiore del­la luce divina li espone all'urto improvviso e violento dello splendore della luce ineffabile; ciò li priva immediatamente del­la loro coscienza, al pari di un uomo che, abituato all'oscurità, improvvisamente venga posto di fronte a una luce violenta.

Riteniamo tuttavia, che se i principianti possono conoscere l'estasi, non è per non essere abituati alla luce divina, piuttosto a motivo dell'intensità del loro ardore iniziale che supera la comprensione. Sappiamo, per esperienza, che l'ardore e l'amore per Cristo da parte del principiante toccano vertici che nei pri­mi tempi della nuova vita raggiungono i più alti livelli; ciò li po­ne in uno stato di allegrezza e d'euforia spirituale che supera il mondo circostante, che supera perfino l'intelletto tanto da ri­durre la persona in uno stato quasi costantemente prossimo al rapimento.

Anche i più anziani tra i padri ripetono che l'uomo deve vive­re in permanenza con gli stessi sentimenti, lo stesso amore, lo stesso ardore spirituale che aveva il primo giorno del suo ritorno a Dio e del suo abbandono del mondo. Molti padri hanno spe­rimentato la possibilità di vivere sempre con quel primo ardore colmo d'amore fino all'estasi, come Macario il Grande, del qua­le Palladio ci testimonia essere continuamente "come inebriato da una visione segreta”.

Secondo Dionigi l'Areopagita, l'estasi è un'azione non volon­taria "per mezzo della quale l’uomo si avvicina a Dio quale ricompensa per il suo allontanamento dal mondo; nella misura in cui perde, trova, nella misura in cui muore, vive. L'estasi esige effettivamente che l'uomo si sottometta a Dio tanto pienamente quanto nella morte ci si abbandona a Dio.

In generale, agli occhi degli spirituali, l'estasi traduce un pro­cesso di evoluzione e di progresso mistico della natura umana verso la condizione superiore alla quale, con la sua creazione, es­sa è chiamata; perché l'uomo è un essere in divenire ed è chia­mato a mutare spiritualmente verso l'alto per avvicinarsi a Dio.

Ma l'estasi incosciente non è la sola via di quest'evoluzione, di questo progresso mistico della natura umana e del suo avvicinamento a Dio. Ci sono anime dalla sensibilità spirituale pro­fonda e aperta, dalla costituzione mentale forte che possono, in piena coscienza, raggiungere un tale grado di spoliazione di sé da incontrare, nell'intimità del proprio equilibrio cosciente, la verità divina e il volto di Gesù Cristo. Nella pienezza delle lo­ro facoltà, delle loro energie spirituali e intellettuali e della loro sensibilità esse si trovano di fronte a Dio nello stesso istante in cui l'anima accede a un livello superiore di amore autentico. Quest'esperienza cosciente nel corso della quale l'anima si trova faccia a faccia con Dio, benché sia d'intensità, profondità e ori­ginalità minori rispetto all'estasi e al rapimento spirituale inco­sciente e inaccessibile ai sensi, è tuttavia considerata come un'e­sperienza più legata alla vita di preghiera, e più realista in rap­porto alla fioritura della vita spirituale: l'anima vi gusta le più dolci gioie e consolazioni dello Spirito e vi si trova come in uno stato di ebbrezza cosciente.

Tutti i passi della Bibbia che descrivono l'anima in una sorta di stato d'ebbrezza (cf. per esempio Sal 103,15; Pr 9,2; Ct 1,2-4; 2,4; 5,1; Mt 26,29; At 2,15; Ef 5,18) e che paragonano l'effetto dello Spirito santo nell'anima con quello dell'alcool sul­la mente, non sono altro che illustrazioni dell'effetto dell'estasi nei suoi diversi stati coscienti e incoscienti, proprio come avvie­ne per i diversi gradi dell'azione dell'alcool sulla mente.

 

Tratto da Matta El Meskin, L'ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA - ed. Qiqajon  COMUNITA' DI BOSE, a cui rimandiamo vivamente per un proficuo approfondimento