MATTA EL MESKIN
I GRADI DELLA PREGHIERA
NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

Indice

CAP. I:  La preghiera
1. La meditazione
2.
La contemplazione

CAP. II: Al di là della preghiera
3. L'estasi
4.
La visione di Dio
5.
L'unione a Dio

 

 

2. La contemplazione

 

Pregherò con lo spirito,

ma pregherò anche con l'intelligenza. (1Cor 14,15)

 

“La contemplazione non è monopolio di nessuno, è una tappa del­la preghiera mentale accessibile a tutti, all'uomo del mondo co­me al monaco, agli sposati e ai celibi, ai giovani e agli anziani.”

 

Poche persone dedicano parte del loro tempo a fare esperien­za della presenza divina. Ma sono ancora meno quelle che giungono, con la grazia di Dio, a gioire dei benefici della contempla­zione nella loro vita interiore. Eppure questa forma di preghiera è ritenuta il frutto della vita spirituale e il ritorno di Adamo alla bellezza della sua condizione spirituale originale.

Abbiamo parlato della meditazione come della prima tappa della preghiera mentale; è bene aggiungere che tra la meditazione e la contemplazione non esistono tanto frontiere ben defini­te, quanto piuttosto una compenetrazione. Possiamo però preci­sare che la meditazione è la base sulla quale si appoggia la con­templazione, come mostreranno le parole dei padri; o, più esat­tamente, la meditazione è una sorta di esercizio, un allenamento per giungere alla contemplazione. Se la meditazione è dinamiz­zazione dello spirito tramite la lettura o altre pratiche, la con­templazione è il dinamismo stesso, vissuto senza sforzo. Se, nel primo caso, lo sforzo verte sui poteri dell'immaginazione e del pensiero, la seconda tappa è priva di qualsiasi sforzo; è sguardo interiore dell'anima e quiete del cuore che si riposa in Dio.

È sbagliato pensare che la vita di contemplazione esiga di non avere alcuna attività al di fuori della contemplazione; se così fosse sarebbe appannaggio degli asceti e degli eremiti. Di fatto la contemplazione non è monopolio di nessuno, è una tappa del­la preghiera mentale accessibile a tutti, all'uomo del mondo co­me al monaco, agli sposati e ai celibi, ai giovani e agli anziani.

Tanto la meditazione esige un approfondimento della com­prensione e, di conseguenza, un'attività accresciuta dell'intel­letto e del pensiero, tanto la contemplazione ha bisogno della calma completa delle forze intellettuali e dell'arresto di ogni sforzo mentale perché nella meditazione la mente insegue la verità per circoscriverla mentre nella contemplazione è lei, la ve­rità, che comincia a investire la mente e a colmarla; ed è nella misura della sua calma e del suo silenzio che la verità divina risplende in esso, che l'illumina e trasfigura.

In quanto esperienza spirituale la contemplazione non supera in nulla le possibilità dell'anima ordinaria quando è nel suo stato naturale tranquillo. La natura originale dell'anima secondo la sua prima creazione, quando si mantiene calma e silenziosa da­vanti al suo creatore, corrisponde allo stato di contemplazione della verità divina. All'anima nel proprio stato normale, natura­le, non è chiesto di essere positiva o negativa, non è chiesto al­cuno sforzo che la renda degna d'accogliere la verità divina; piuttosto, non deve permettere che preoccupazioni, passioni e futilità la distolgano da Dio, perché altrimenti non sarebbe più in grado di percepire la verità divina.

L'anima che si trova nel proprio stato naturale, liberata dai pensieri e dalle preoccupazioni, gode di uno stato di veglia interiore e di ponderazione che i padri definiscono "sobrietà" (népsis); nulla la preoccupa e il cuore è in uno stato di veglia e di vigilanza che i padri chiamano "attenzione del cuore" ( kardiakè prosoché).

Questo stato è alla base della contemplazione. Rende l'uomo atto ad accogliere e contemplare la verità divina. L'indizio che un anima vi è pervenuta è il fatto che essa acquisisce, al medesi­mo tempo, l'esattezza del giudizio e la sapienza del comporta­mento, quel che i padri definiscono "facoltà del discernimento" (diàkrisis).

Ma nonostante la contemplazione sia semplice e dipenda to­talmente dalla calma e dalla rinuncia a ogni attività cerebrale o psicologica, positiva o negativa che sia - non chiedendo all'ani­ma e alla mente che di mantenersi pronte e disponibili: "Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto" (cf. Sal 57,8)-, tuttavia molti hanno difficoltà ad acquisire quella semplicità e quella calma interiore, ad arrestare la loro attività psicologica e intellettuale. In simili condizioni è necessario esercitare l'anima per renderla atta a entrare nella contemplazione.

Questo allenamento è, di per sé, una forma di contemplazio­ne che chiameremo "contemplazione volontaria o per eserci­zio", oppure "contemplazione acquisita".

Prima di esporre le diverse tappe della contemplazione riba­diamo ancora una volta che ogni classificazione in materia di preghiera ha un valore del tutto relativo: i diversi gradi si com­penetrano e lo Spirito è libero di far salire o scendere dall'uno all'altro senza legarsi a regole precise. Le varie fasi della preghie­ra illustrano lo stato dell'anima davanti a Dio; non indicano in alcun modo l'atteggiamento di Dio a nostro riguardo, né in che misura egli gradisca la nostra preghiera. Queste sono esperienze che attraversiamo nella nostra vita umana e non gradi indispen­sabili per la nostra salvezza.

 

 

La contemplazione volontaria

 

È quella che ci riguarda più da vicino, perché è possibile pra­ticarla in base alla nostra volontà e in essa progredire. Per quanto all'inizio essa verta sullo sforzo umano, perché possa prose­guire è necessario l'aiuto della grazia.

Prima di parlare di questo grado della contemplazione dob­biamo ripetere ancora una volta che la contemplazione, in tutte le sue forme e in uno qualsiasi dei suoi stati, non è realizzabi­le a partire dall'attività cerebrale, né può basarsi su un'azione volontaria da parte dell'uomo. Essa richiede innanzitutto la di­sponibilità interiore dell'anima e della mente ad accogliere la manifestazione efficace della verità divina e il suo ascendente sull'anima e sulla mente.

Per questo motivo l'obiettivo della contemplazione volontaria o acquisita si deve limitare unicamente all'ottenimento di un certo livello di calma interiore e di serenità mentale; di fatto ciò equivale al raggiungimento dell'idoneità alla vera contemplazio­ne. In altri termini, la contemplazione acquisita volontaria è un'attività che conduce a reali disposizioni d'accoglienza della contemplazione perfetta, o theorìa spirituale.

Questo esercizio nella contemplazione che porta alla theorìa spirituale risale a una tradizione molto antica presso i padri, che spesso ritroviamo negli insegnamenti dei primi tra loro: Macario il Grande a Scete o abba Isacco a Nitria, al quale Giovanni Cas­siano attribuisce una descrizione lunga e molto dettagliata di questa pratica spirituale.

Quest'ultima si riassume nella concentrazione della mente su una formula breve o su un versetto della Scrittura - chiamato qui monològhistos (parola unica) - che l'uomo non cessa di ri­petere costantemente e senza interruzione, per lunghe ore, ogni giorno, fissando l'intelletto intorno al senso più stretto del ver­setto; oppure la concentrazione verte su un invocazione unica del Nome del Signore Gesù - chiamata in questo caso onomato­latreìa (culto del Nome) - senza mai distogliersene. Ogni volta che la mente oltrepassa questi limiti, l'uomo senza cedere, la richiama, finché si abitua e rinuncia alla dispersione, si calma e acquisisce serenità. Fin dei tempi dei primi padri, quest'eser­cizio era una semplice pratica spirituale che portava alla calma interiore, a partire dalla quale l'uomo poteva lanciarsi nella contemplazione pura, la theorìa spirituale. La tradizione bizan­tina posteriore ne ha tuttavia fatto una forma di preghiera in­dipendente, la preghiera di Gesù, le cui parole e modalità sono state fissate in modo preciso. Questa forma di preghiera man­tiene ancora ai giorni nostri una considerevole importanza nel­la spiritualità delle chiese bizantine e russe, e nelle altre chiese orientali.

Ciò che importa, per il momento, in questa pratica spirituale, è la sua capacità prodigiosamente rapida di rappacificare l'anima, i sentimenti e i pensieri, e la sua signoria sulla mente nel circoscriverla nei soli limiti della preghiera.

L'obiettivo primario di questa pratica è quello di entrare in uno stato di serenità spirituale e di calma interiore, l'hesychia; è per questo che i padri l'hanno chiamata preghiera d'hesychia, preghiera di serenità. Osserviamo che tale preghiera, come già abbiamo detto, è totalmente sprovvista di lettura, di meditazio­ne, di canti di lode o di ogni altra attività spirituale positiva.

I padri hanno fornito alcune discrete indicazioni a proposito di certi atteggiamenti esteriori destinati a facilitare l'accesso al­lo stato di serenità interiore: sedersi in un luogo calmo, non muoversi, concentrare sul cuore lo sguardo interiore della mente di modo che questa si associ al cuore nella preghiera e poi si sot­tometta al cuore cessando di avere la supremazia.

Indicazioni queste che hanno l'unico scopo di liberare la per­sona da quei fattori esteriori e interiori che si accaparrano l'anima e la mente fino a diventare inseparabili dall'attività umana, come una seconda natura che priva l'uomo della calma e della serenità dello spirito, costitutive in origine della natura dell'ani­ma umana.

In questo modo, questa forma di preghiera, che secondo le re­gole dei primi padri consisteva nella ripetizione del Nome del Signore Gesù o di un breve versetto, voleva aiutare l'anima e la mente umane a tornare al loro stato naturale originale: uno stato di serenità spirituale che permette all'uomo di sentire la voce di Dio, di vedere nel proprio cuore la sua luce, cioè uno stato di contemplazione spirituale autentica.

E’ senza dubbio il fine voluto dal Signore Gesù quando in­citandoci a perseverare nella preghiera diceva: "E’ necessario pregare sempre, senza stancarsi" (cf. Lc 18,1); ed è anche l'in­tenzione dell'apostolo Paolo: "Pregate incessantemente" (1Ts

5,17).

Questa contemplazione volontaria, o contemplazione acquisi­ta, è accessibile a tutti, chierici o laici, qualunque sia la loro pro­fessione. La contemplazione è la "cittadella imprendibile" (cf. Pr 18,10) che li preserva dai danni del loro ambiente di vita e di lavoro; alza il livello della volontà, feconda la personalità e la dota d'intense forze di profondità, di chiaroveggenza, di discerni­mento, rendendo l'uomo atto a fare da guida ad altri.

E’ questo il motivo per cui si ritiene che l'assiduità alla con­templazione sia uno dei mezzi più efficaci di formazione e di edificazione dell'anima, tale da renderla capace di assumere re­sponsabilità a tutti i livelli.

 

 

L'entrata nella contemplazione

 

Perché l'anima possa accedere a una contemplazione autenti­ca e fruttuosa sono necessarie alcune condizioni essenziali:

a) Libertà per combattere. Innanzitutto l'uomo non deve es­sere schiavo delle sue preoccupazioni terrene, dei suoi errori e delle sue cattive abitudini; deve essere libero e nella situazione di combattere di fronte al peccato. Questa via è facile per quel­li che hanno sperimentato e praticato la meditazione, perché il dialogo con Dio è tra i mezzi più importanti e più efficaci per liberare l'uomo, bruciare i peccati e vincere la loro attrazione e il loro potere, come abbiamo appreso dalle parole di Isacco il Siro a proposito della meditazione. Dobbiamo perciò ri­cordarci e ripetere l'importanza della pratica della meditazio­ne per pervenire, con la grazia di Dio, allo stato di purezza e di conversione necessario per entrare nella contemplazione, là dove incontreremo Dio a faccia a faccia, come dice Agostino. Possiamo riassumere il cammino di preparazione in due parole; rinunciare a sé e superare i desideri e le passioni, nel senso este­so del termine.

      Liberare l'anima dalla schiavitù dei desideri e delle passioni fa parte dell'ascesi (àskesis); in generale, l'ascesi è un'attività positiva dell'anima che si oppone all'attività negativa; è l'eserci­zio delle virtù, il solo capace di falciare l'erba sotto il piede dei vizi e delle cattive abitudini e che i padri chiamano pràxìs.

    È impossibile pervenire a un autentico successo della contem­plazione o, in generale, della vita spirituale, senza effettuare de­gli sforzi per apprendere l'ascesi e la virtù. Giovanni Cassiano dice in proposito: "E’ inutile tendere a vedere Dio se non si evita il contagio dei vizi".

b) Dominio del pensiero. Per chi ha già assoggettato il proprio io e vinto il peccato, le passioni e le loro attrazioni, è facile do­minare anche il pensiero. La fine della dispersione e la calma in­teriore sono fattori importanti per entrare nella contemplazione. Gregorio Magno dice: "L'anima in nessun modo si raccoglie in se stessa, se prima non impara a rimuovere dall'occhio della mente i fantasmi (phantasmata) delle immagini terrene e celesti, respingere e calpestare tutto ciò che si presenta al suo pensiero da parte della vista, dell'udito, dell'odorato, del tatto, del gusto, al fine di cercarsi dentro tale quale è senza di essi ... [Per l'ani­ma] il primo gradino è raccogliersi in se stessa, il secondo è ve­dere come sì è raccolta, il terzo consiste nell'elevarsi al di sopra di se stessa e sottomettersi con l'intelletto alla contemplazione del creatore invisibile ".

Raccogliere la mente è una tappa essenziale per entrare nella contemplazione e nella visione di Dio, perché solo attraverso le profondità dell'anima, si può arrivare a Dio. E’ vero che Dio è ovunque, non in rapporto a noi, ma in rapporto alla sua natura che riempie l'universo. Quanto a noi, in questo vasto mondo non c'è luogo nel quale sia possibile incontrare Dio al di fuori di un unico posto: l'intimo delle nostre anime. Là egli ci attende, là possiamo incontrano e parlargli, da là egli ci parla. Agostino, nella sua ricerca di Dio, testimonia che non possiamo trovare Dio se non nel più profondo di noi stessi:

                                                                                                                                                     Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi di­mori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla 42. Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l'onore di dimo­rarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando.

Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia me­moria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo là, fra immagini di cose corporee.

Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure lì ti trovai.

Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito ricorda anche sé medesi­mo, ma neppure là tu eri, poiché come non sei immagi­ne corporea, né sentimento di spirito vivo, quale gioia, tri­stezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro, così non sei neppure lo spirito stesso, essendo li Signore e Dio dello spirito.

Tutte queste cose sono soggette a mutamento, mentre tu rimani immutabile al di sopra di tutte le cose. E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi!

Perché cercare in quale luogo vi abiti? Come se là vi fos­sero luoghi. Vi abiti certamente, perché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te ...

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai!

Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.

Eri con me e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te.

 

c) Necessità dell'amore. È indispensabile che si sia spinti alla contemplazione da un motivo d'amore: Gregorio Magno insiste sulla necessità dell'amore per entrare nella contemplazione. Dice in proposito: "E’ necessario che chi intende dedicarsi alla contemplazione, prima interroghi se stesso per sapere quanto è grande il suo amore. Poiché la forza dell'amore è come una gru, che ci tira fuori dal mondo e ci solleva verso l'alto".

E ancora: "La grandezza della contemplazione non può essere concessa se non a quelli che amano".

Vedremo più oltre, nelle "Parole dei padri" un notevole pas­saggio di Giovanni di Dalyatha sull'amore.

 

 

Il dono della contemplazione o preghiera pura

 

Una volta liberata, l'anima ritrova la propria calma, abbando­na tutte le preoccupazioni e rinuncia a fare affidamento su di sé e sul proprio intelletto per avvicinarsi a Dio. La preghiera stessa non verte più su uno sforzo cerebrale o su una qualsiasi attività psicologica; è semplice presenza silenziosa e calma davanti a Dio, là dove l'anima riceve le verità divine senza indagine né fa­tica, senza ricerca né discussione intellettuale. I padri la chia­mano preghiera pura (proseuchè katharà), cioè purificata da ogni rappresentazione intellettuale; Isacco il Siro la definisce pre­ghiera spirituale. L'accesso alla preghiera pura è la miglior prova del successo dell'uomo nella tappa della fatica e dello sforzo ascetico, perché pervenire alla preghiera pura vuol dire che l'ani­ma si è sicuramente sbarazzata della propria attività negativa; non è più legata né assoggettata da alcun tipo di vincolo.

Ma l'uomo non accede alla preghiera pura fin da quando co­mincia a praticare la contemplazione; la preghiera pura rappresenta l'ultimo grado della contemplazione e l'ultimo degli sforzi per liberarsi dell'attività cerebrale che adultera la conoscenza spirituale e deforma la verità; dopo questa tappa la contempla­zione diventa in verità puramente spirituale.

Immancabilmente l'uomo dovrà attraversare lunghi periodi nei quali il cerebrale si mescola al divino; ma grazie alla perseve­ranza, alla semplicità e al calore dell'amore, a poco a poco, l'atti­vità cerebrale si calma e si ferma lasciando campo libero alla ve­rità divina perché prenda il sopravvento sull'intelletto: "Cono­scerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32).

Finché l'intelletto è preponderante, attivo ed efficace, la vo­lontà non riesce a liberarsi; resta sotto l'ascendente dell'inclinazione umana, perché la volontà rimane legata alla mente. Ma dal momento in cui l'intelletto comincia a calmarsi e quando la sua attività cessa, la volontà si libera a poco a poco e si dirige de­cisa verso Dio mettendosi sotto l'influenza diretta della grazia; l'anima entra allora nel campo dello spirito; la sua preghiera e le sue considerazioni diventano spirituali; essa è invasa da una pa­ce e una serenità divine che i padri chiamano hesychia: l'anima, allora, come dice Isacco il Siro, si muove sotto l'effetto dello Spirito santo.

È evidente, dunque, come la contemplazione, nella sua forma pura e perfetta, non si fonda sull'attività cerebrale bensì, al con­trario, sulla rinuncia a essa, accompagnata da calma e da silenzio interiore. E’ anche di estrema semplicità e di grande facilità. Di tutto ciò che l'uomo sperimenta nel corso della sua vita spiritua­le non c'è niente di più tranquillizzante e di più rallegrante della contemplazione, tanto che alcuni padri ne hanno parlato come del regno, a causa della felicità intensa e della gioia inaudita che l'anima incontra quando si avvicina a Dio e lo gusta.

Puro dono della grazia, dall'inizio alla fine, questa forma di contemplazione non esige nulla da parte dell'uomo: né che si trovi in uno stato particolare, né che si sforzi d'acquisirlo per mezzo del fervore o della volontà; essa è opera della grazia secondo quanto piace a Dio, a misura della sua scelta e nel modo da lui desiderato.

E’ questo il genere di preghiera che può sfocia­re in stati al di là della preghiera: estasi, visioni, rivelazioni, do­no di profezia e carismi superiori che concernono i miracoli e la guarigione dei malati.

 

 

La contemplazione spontanea

 

Per colui che pratica la meditazione arriva un momento in cui sente che sta cominciando a disfarsi della necessità di ravvivare la propria attenzione spirituale interiore. Fin da quando si di­spone interiormente a pregare egli si trova immediatamente nel­le profondità della preghiera, i suoi sentimenti si concentrano, la sua mente si raccoglie. Arriviamo così alla soglia della con­templazione dove non è più necessario effettuare sforzi di lettu­ra, d'immaginazione o qualsiasi altro esercizio... La preghiera sarà diventata naturale, non avendo più bisogno di ricreare le sue nuove condizioni di partenza. Questa rapida penetrazione nelle profondità della preghiera con il sentimento della presenza di Dio significa che la nostra relazione con Dio si è rinsaldata e che i brevi momenti nei quali sentivamo la sua presenza durante la meditazione si sono ormai estesi fino a coprire tutto il tem­po dedicato alla contemplazione. Significa anche che siamo en­trati in una forma nuova di preghiera, più semplice delle prece­denti. Ma la difficoltà, tutta la difficoltà, sta nell'essere convin­ti di tale semplicità. Nel giorno in cui ne saremo convinti, in cui respingeremo lontano da noi l'illusione che questa attività spirituale sia troppo grande per noi, allora avanzeremo a grandi passi verso di essa.

Questa pratica, facile e semplice, richiede al contempo un'a­nima semplice, capace d'avanzare senza domandarsi né dove né come lo fa. Un simile stato è paragonabile al cammino nell'o­scurità con fede semplice e intuitiva, che non si serve dei sen­si, del pensiero o dell'immaginazione; come un cieco invitato a camminare su un cammino privo di insidie e di ostacoli, poco ingombro e senza limiti a destra e a sinistra. Se il cieco ha un cuore semplice, la coscienza calma, il pensiero tranquillo e l'im­maginazione controllata, camminerà con fiducia, senza proble­mi con passo sicuro non distinguibile da quello dei vedenti. Ma se il cieco è un filosofo dallo spirito complicato, portato a dubi­tare di tutto e con un'immaginazione debordante, camminerà tastando col proprio bastone e, immaginando solchi, insidie e ostacoli, inciamperà nella marcia e preferirà fermarsi. Così è il cammino della contemplazione, semplice e rivolto ad anime semplici che credono con semplicità e vivono la propria fede con fiducia.

Dal momento in cui l'anima si tranquillizza per la preghiera, i sensi si raccolgono, l'intelletto si concentra, l'anima si libera a poco a poco dalla propensione dei sensi e dall'agitazione della mente, come se si elevasse al di sopra del corpo, non dal punto di vista della distanza spaziale, ma da quello del livello esisten­ziale. Vede se stessa aderente a una verità spirituale o a una qua­lità divina e durante il cammino incontra "cose nuove", verità straordinarie, alcune delle quali sono accessibili all'intelletto mentre altre non lo sono; l'uomo è allora invaso da un sentimen­to delizioso, un misto di gioia, meraviglia e felicità. Sente di es­sere stato ritenuto degno di penetrare verità e misteri nascosti. La fede aumenta e con essa la fiducia; l'intensità del sentimento infiamma il cuore, la speranza cresce, lo spirito diventa attivo e si sforza di avanzare ulteriormente su questo cammino faci­le-difficile, fino ad accostarsi alla fonte della luce che ha ispirato tutto il movimento e incontrarla; in quest'incontro, all'improv­viso l'intelletto si ferma, i sensi si annullano e l'anima va in esta­si davanti a colui che Agostino descrive come il solo essere im­mutabile: Dio.

Ma se nel corso del suo cammino semplice e facile l'intelletto si ferma mettendosi a scrutare una delle verità che gli si presen­tano con il fine di discuterla, la contemplazione si blocca all’istante e questo stadio ha fine; diventa allora inutile tentare di proseguire la contemplazione; essendo regredito l'intelletto, i sentimenti perturbati ricadono nel caos.

Per questo, quando cominciamo la nostra preghiera con la meditazione o con la contemplazione, dal momento in cui il cuore s'infiamma d'amore e l'anima si lascia invadere dal piacere dell'inizio, dobbiamo accantonate tutti i mezzi utilizzati nella preghiera - lettura, riflessione, salmodie o prosternazioni - e at­tendere, nel silenzio, nella calma e nella felicità, lo slancio dell’anima, non volendo più utilizzare tali mezzi né pensarvi; ciò non potrebbe che frenare lo slancio e l'accesso alla contempla­zione. E’ come chi avvia il motore dell'automobile con la mano­vella: quando il motore risponde e si avvia non è forse inutile continuare a girare la manovella? Non c'è da far altro che ralle­grarsi e salire in auto per intraprendere li viaggio.

     Eccoci così passati a una preghiera più spirituale che affetti­va o cerebrale e, invece di parlare di Dio con le nostre parole e i nostri sentimenti, eccoci in piedi davanti a lui, perché sia lui a parlare a noi, non con parole o discorsi, ma con cose ineffa­bili, cose che l'orecchio non può udire, che l'occhio non può vedere, che il cuore dell'uomo non può intuire, come dice l'a­postolo Paolo (cf. 1Cor 2,9), che ha vissuto il più alto grado della contemplazione. Il nostro sentimento è allora il seguente: "Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto" (cf. Sal 57,8)

Man mano che progrediamo nella contemplazione, la dispo­nibilità della mente, dei sensi e del cuore alla contemplazione diventa cosa abituale e gradevole; vi facciamo sempre appel­lo, ormai facilmente e senza sforzo; la nostra preghiera diventa così, oltre che fervente, anche infiammata d'amore e d'arden­te desiderio. La presenza divina diventa per l'anima una verità tangibile tanto che alcuni, a questo livello, hanno la sensazione di percepirla, ma rimangono nel dubbio quanto ai modi di tale percezione; tuttavia, la verità indubitabile è che Dio è presente davanti a noi e che noi aderiamo a lui, anche se i nostri sensi interiori non lo percepiscono interamente. Ma il suo effetto sull'anima è chiaro. Anima la cui sublime emozione è senza precedenti. I movimenti dei sentimenti e del pensiero si ferma­no, l'intelletto interrompe il suo errare, tutto si calma e fa si­lenzio nell'attesa di colui-che-viene.

Mentre l'anima attende il suo amato come se venisse da lon­tano, bruciando dal desiderio di vederlo venire a sé, ecco che sente improvvisamente che lui è lì, dentro di lei e si sente pie­na di dolcezza e di felicità. Tenta allora di distinguere meglio l'amato, ma è come se lui le avesse messo le mani sugli occhi e lei non è in grado di vederlo; tuttavia lo sente e arde d'amore e di felicità, sicura che sia lui, Dio. Cerca di capire qualcosa di tutto ciò, ma la mente si ferma, incapace di comprendere; i sensi, come addormentati, non percepiscono nulla; l'anima resta attenta, accogliendo ciò che le accade, ma temendo di perdere quell'indicibile felicità.

Mentre si trova in questo stato, un velo leggero separa l'uomo dal mondo che lo circonda e se intorno a lui succede qualcosa, per esempio, se qualcuno lo chiama, egli sente la voce, ma po­trà rispondere solo con difficoltà e in modo istintivo. E’ come se fosse rinchiuso in una santa hesychia, dalla quale non può né vuole uscire.

In pace nella sua contemplazione, i minuti e a volte le ore possono trascorrere senza che egli se ne renda conto.

 

 

All'uscita dalla contemplazione

 

La contemplazione finisce, ma i suoi effetti rimangono nell'a­nima per diversi giorni; la calma regna in tutte le membra del corpo; il movimento è lento, la concentrazione del pensiero dif­ficile, ponderata, lo sguardo fisso e penetrante, con una tenden­za a evitare discussioni e convenevoli. In questo periodo può rinnovarsi il ritorno a stati di contemplazione, per concludersi infine e tornare solo dopo molto tempo, a volte addirittura dopo anni. Ma ci sono anime fatte per la contemplazione e, se le preoccupazioni terrene non creano loro ostacoli, possono prati­carla ogni giorno, come accadeva a Macario il Grande, del quale Palladio dice che "era incessantemente come inebriato da una visione segreta". E il suo biografo Serapione aggiunge che chi si intratteneva con lui doveva richiamare la sua attenzione per poter ottenere da lui delle risposte spirituali.

 

Tratto da Matta El Meskin, L'ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA - ed. Qiqajon  COMUNITA' DI BOSE, a cui rimandiamo vivamente per un proficuo approfondimento