Vite di monaci copti

Vita di apa Aphu l’anacoreta

 


“Ed era forte più delle bestie con le quali cam­minava, ed esse lo riconoscevano come un amico e lo amavano come un pastore, beneficandolo molto come degli uomini ragionevoli, in quanto egli era stato segnato dalla santa Provvidenza, ed esse vedevano il segno del loro Signore sopra di lui. D'inverno lo cir­condavano affinché stesse caldo in mezzo a loro, come chi sta in un riparo, per la quantità dei fiati che lo raggiungevano, e l'estate invece gli facevano ombra. E se un giorno egli era malato e non poteva seguirle quando andavano al pascolo, alcune rimanevano pres­so di lui e non lo lasciavano solo, mentre il resto andava a pascolare e gli portavano con la bocca qual­cosa da mangiare”

 

 

1. Introduzione; ascesi

 

Dopo di ciò è opportuno che facciamo la commemorazione del santo vescovo il cui nome fra gli  uomini fu Aphu, ma che è anche chiamato fra gli uomini: il potente.

Egli era rimasto dapprima sotto la guida di alcuni uomini santi e fedeli, i quali avevano accostato a loro volta alcuni fra i discepoli degli apostoli, ed egli visse secondo la loro vita pura. dopo che morirono egli rimase solo, conoscendo soltanto     un fratello il quale anche egli  aveva imparato la  via verso il cielo con lui da essi.

Aphu volle vivere una vita di questo tipo:  si svestì dei suoi abiti e cinse ai fianchi una pelle e rimase con i bufali nel deserto, essendo per lui8 la notte e il giorno tempo di synaxis, ed essendo il suo cibo conforme al loro, e si conformava ad essi, egli che portava il corpo della debolezza degli  uomini.  Quando infatti ebbe superato le intemperanze della gioventù,  cominciò la vita di questo tipo. E incontrava il fratello di cui abbiamo prima parlato, che veniva una volta all’anno  ad indicargli il tempo della santa catechesi,  ed egli veniva (in città) vestito di una tunica malandata ed ascoltava la catechesi della Pa­squa nella chiesa di Pemge, senza che alcuno lo riconoscesse, finché tornava alla sua abitazione. Egli rima­se così finché raggiunse l'inizio della vecchiaia.

Ed era forte più delle bestie con le quali cam­minava, ed esse lo riconoscevano come un amico e lo amavano come un pastore, beneficandolo molto come degli uomini ragionevoli, in quanto egli era stato segnato dalla santa Provvidenza, ed esse vedevano il segno del loro Signore sopra di lui. D'inverno lo cir­condavano affinché stesse caldo in mezzo a loro, come chi sta in un riparo, per la quantità dei fiati che lo raggiungevano, e l'estate invece gli facevano ombra. E se un giorno egli era malato e non poteva seguirle quando andavano al pascolo, alcune rimanevano pres­so di lui e non lo lasciavano solo, mentre il resto andava a pascolare e gli portavano con la bocca qual­cosa da mangiare.

Queste cose le dichiarò egli stesso dopo che diven­ne vescovo, poiché una folla di fratelli lo interrogavano intorno a questo genere di vita: « Per quale motivo la tua ascesi è di questo tipo? », ed egli disse ciò: « lo sono assai misero, tuttavia ho udito il beato David che disse di fronte a Dio: "Io sono come gli animali di fronte a Te”. Ho udito poi di Isaia che camminò nudo ed anche la tela di sacco che lo avvolgeva ai fianchi la fece cadere (Is. 20, 2). Ed anche nostro Salvatore, il Signore del Tutto, ho letto nel Vangelo di Marco che si dice che egli stava con gli animali (Mc. I, 13). Se dunque Dio e i suoi santi andarono in tali tormenti per me, quanto più io misero? ».

 

 

2. La disputa con Teofilo

 

Quando ancora stava con  gli animali, accadde che sì recasse alla predica della santa Pasqua. Ed udì una frase che non concordava con la conoscenza dello Spi­rito Santo, tanto che fu molto turbato dalla cosa. Ed infatti tutti quelli che la sentirono si addolorarono e furono anch'essi turbati. L’angelo del Signore ordi­nò al beato Aphu di non trascurare la cosa, dicendogli: «Ti è ordinato da parte del Signore di andare ad Alessandria e correggere queste parole ». Le parole erano di questo tenore: quasi per innalzare la gloria di Dio, con il discorso egli rammentava  l’inferiorità degli uomini, e colui che predicava diceva: «Non è l'immagine di Dio quella che noi uomini portiamo».

Dopo che ebbe udito ciò, il beato Aphu fu ripieno dello Spirito Santo e si recò ad Alessandria portando un abito sdrucito.   Il beato Aphu stette dinnanzi alla porta dell’episcopio per tre giorni, ma nessuno lo fece entrare, poiché vedevano che era un uomo dall'aspetto di uno qualsiasi. Ma  poi se ne accorse uno dei chierici, vide la sua umiltà e notò che egli era un uomo di Dio, entrò e riferì all’arcivescovo: «Ecco, sta davanti alla porta dicendo di volerti incontrare. Ma noi non abbiamo osato introdurtelo perché non ha una veste decente». Subito come mosso da Dio egli ordinò che lo introducessero.

Quando gli fu davanti, gli chiese il motivo (della visita). Egli rispose: « Che il mio signore vescovo ascolti la parola del suo servo con amore e pazienza». Gli disse: « Parla». Rispose il beato apa Aphu: « Io conosco la bontà della tua anima, che tu sei un uomo riflessivo. Perciò sono venuto dalla tua grandezza osando affinchè tu non rigetti la parola della pietà, anche se proviene da un pover’uomo quale io sono».

L’arcivescovo Teofilo gli disse: «Quale ateo potrebbe essere così sciocco da rigettare una parola di Dio per qualsiasi motivo? ». Rispose Aphu:  «Che il mio si­gnore vescovo comandi che mi venga letta qui la copia della predica, poiché udii una frase che non concorda con le Scritture ispirate da Dio. Ed io non credo che possa essere venuta da te,  ma mi sono detto che forse il copista ha sbagliato a scrivere. A causa di essa molti uomini pii si sono confusi tanto da esse­re molto addolorati».

Ordinò allora l'arcivescovo apa Teofilo che por­tassero la copia della predica. Dopo che cominciarono a leggere, arrivarono a quella frase. Allora si levò apa Aphu dicendo: « Questa frase non è giusta, ma io con­fesserei che tutti gli uomini sono stati creati secondo l'immagine di Dio». Rispose l'arcivescovo: « Perché solo tu mi parli di questa frase, e nessun altro ti è venuto in aiuto? ». Disse apa Aphu: « Io confido che tu stesso mi aiuterai e non ti opporrai a me». Disse l'arcivescovo: «Come puoi dire di un Etiope che egli è l'immagine di Dio, o di un paralitico o di un cieco? ». Rispose il beato apa Aphu:  «Se dici ciò con­traddici Colui che disse: facciamo un uomo a nostra immagine e somiglianza (Gen. 5, 1; 9, 6) ».  Rispose l'arcivescovo: «Non sia mai. Ma io penso che è stato soltanto Adamo ad essere creato secondo l'immagine e la somiglianza sua, mentre i figli che egli ha generato dopo di sè non gli somigliano».

Rispose apa Aphu dicendo: « Eppure dopo che Dio fece il patto con Noè dopo il diluvio, gli dice: “Colui che verserà sangue umano, sarà versato il suo in cambio, poiché l'uomo è stato fatto secondo l'imma­gine di Dio” (Gen. 9, 6) ». Disse l'arcivescovo: « Io ho timore di dire di un uomo che si ammala e patisce, che porta l'immagine del Dio impassibile e perfetto. Quando egli si siede a fare i suoi bisogni, come potrai pensare che sia simile alla Luce che non si estingue? ». Disse Aphu: « Se tu dici ciò, si dirà che non è il corpo dl Cristo quello che noi riceviamo. Infatti i Giudei diranno: perché mai ricevendo del pane prodotto dalla terra ed impastato con farina, tu credi che ciò che hai preso sia il corpo del Signore?».

Disse a lui l’arcivescovo:   «Non è così. Infatti è veramente pane prima che venga posto sull’altare, ma quando viene posto sull’altare e noi invochiamo Dio su di esso, il pane diventa corpo di Cristo ed il calice diventa sangue, secondo che disse ai suoi discepoli: "Prendete e mangiate questo e il mio corpo ed il mio sangue" (Mt. 26, 26 ecc.). E così credia­mo». Disse apa Aphu: « Come è necessario credere ciò, è anche necessario credere al fatto che l’uomo è stato creato secondo l’immagine e la somiglianza di Dio. Chi ha detto infatti: “Io sono il pane disceso dal cielo” (Gv. 41, 51), Egli è anche colui che ha detto "Chi verserà del sangue umano, sarà versato il suo in cambio, poiché l'uomo è stato fatto ad immagine di Dio" (Gen. 9, 6). Quanto poi alla gloria della grandezza divina, che nessuno può misurare per la sua grandezza incommensurabile, e quanto all’inferiorità delle possibilità dell'uomo, secondo la bassezza della natura che conosciamo, noi pensiamo che come un re che ordini che venga dipinta un’immagine, e ciascuno riconosce che essa è l'immagine del re, sebbene tutti sappiamo che è del legno con dei colori -  dal momento che il suo naso non è in rilievo come  quello dell’uomo, nè le sue orecchie come quelle del viso del re, né essa parla come lui - eppure di tutti questi difetti, nessuno tiene conto, temendo una sentenza del re, poi­ché egli disse: "Questa è la mia immagine"; ed anzi se qualcuno osa negare che essa sia l'immagine del re, lo uccidono perché l'ha calunniata, ed inoltre i magi­strati si riuniscono attorno ad essa glorificando un pezzo di legno e dei colori per il timore del re; se questo dunque accade per una  immagine senza spi­rito, e che non si muove né sente, quanto più l'uomo, nel quale è lo Spirito di Dio, e clic è più potente e più onorato di tutti gli animali che stanno sulla ter­ra! E quanto agli accadimenti delle malattie ed i diversi colori e le inferiorità che stanno in noi, per una nostra necessità, per la nostra salute, non è possibile che alcuna di queste cose cancelli la gloria che Dio ci ha dato, secondo che dice Paolo: "All'uomo non conviene di velare il proprio capo" ( 1Cor. 11, 7) ».

Dopo che ebbe udito queste cose il beato arcive­scovo si levò e inchinò la testa dicendo: « Veramente è giusto che la dottrina provenga da coloro che stanno silenziosi e ritirati. A noi infatti i pensieri del nostro cuore sono annebbiati tanto da farci errare a tal pun­to per l'ignoranza». E subito scrisse a tutta la provin­cia proclamando che quella frase era errata, e «scioc­camente noi l'abbiamo concepita». Dopo di ciò scon­giurò il beato dicendo:  «Fammi conoscere qual’è la tua vita e quale il tuo luogo di nascita. Vedo in­fatti che ti vesti come un poveraccio, ma sento che le tue parole sono assai più elevate di quello dei sofoi».

Rispose dicendo: « Io vorrei vivere come mona­co, però sono assai distante da quell'onore. Per il resto io sono originario di Pemge. Ma poiché è sulla tua saggezza che noi ci fondiamo, perciò il nemico ten­tò di far questo per mezzo tuo, sapendo che una gran folla sarebbe stata ingannata, poiché non osano disob­bedire all'insegnamento santo che viene dalla tua boc­ca». Se non che a causa dell'amore verso Dio che è in te, ecco, hai vinto da ogni parte gli inganni del diavolo, dando ascolto alle parole della mia nullità. Egli infatti non permise  che giungesse al disprezzo la grandezza che è in te, cosicché tu hai potuto frenare la tua volontà stessa e hai mostrato in te l'umiltà che è in Cristo, come anche il grande Mosè che diede ascolto a Iethro, il sacerdote di Madiham (cf. Es. 18), essendo davvero questo che disse il Signore ai nostri padri gli apostoli: "Quando vi sarete volti ad essere simili a questi bambini (ecc )  (Mi 18 3). E tu veramente ti sei mostrato pronto a passare dalla superbia all’umiltà ed alla semplicità della piccolezza».

Dopo di ciò Teofilo lo pregò di rimanere con lui alcuni giorni, ma egli si schermì dicendo: «E’ per me impossibile questo», e così prese congedo da lui in pace e con onore. Egli si rattristava nel vederlo partire da lui come un figlio quando il padre si allon­tana.

 


3. 
Nomina a vescovo

 
E dopo tre anni da quando questo accadde mori il vescovo di Pemge, e secondo l’usanza la città tutta si radunò insieme e con accordo unanime votarono uno dei presbiteri pii e lo mandarono ad Alessandria con i risultati della votazione  perché lo facessero vescovo. Ma dopo che l’arcivescovo apa Teofilo ricevette la lettera rispose dicendo  « Vi è un monaco, Aphu, uno della vostra città. Portatemelo che lo faccia vo­stro vescovo ». Risposero i presbiteri dicendo « Noi non conosciamo alcun monaco nel nostro distretto che si chiami Aphu, e crediamo che nessuno di noi lo conosca». Rispose allora l’arcivescovo dicendo loro «Se non mi porterete lui, non vi consacrerò alcun altro». Allora essi presero congedo da lui e andarono alla loro città.

Cercarono l'uomo ma non lo conoscevano in tutto il distretto. Egli infatti non stava con gli uomini ma con gli animali. Dopo che furono molto preoccupati, radunarono i monaci e chiesero ad essi circa quell'uomo. Rispose quello di loro che lo conosceva:  « Si, lo conosco da parecchio e lo andavo a trovare nel deserto in cui vive con i  bufali». Allora ordi­narono che i cacciatori lo scovassero e lo catturassero, poiché il fratello li aveva informati:  « Se egli saprà che lo cercate per farlo vescovo fuggirà».

I cacciatori dunque lo cacciarono con le loro reti ed egli uscì la notte per abbeverarsi con i bufali. Allo­ra i cacciatori gli saltarono addosso e lo presero e lo legarono. Egli parlò con loro: « Che cosa avete contro di me per catturarmi? Io sono un uomo come voi. Se voi cercate animali, ecco il bufalo, l'avete preso ». Gli dissero: « Sappiamo che tu sei un uomo, e proprio te cerchiamo. Perciò ti abbiamo preso». Disse loro: «Dunque sono io che cercate? Allora lasciate che que­sto se ne vada». Allora lasciarono andare il bufalo e presero lui e subito lo portarono ad Alessandria dall’arcivescovo.

Dopo che lo vide si rallegrò molto e dopo che gli narrarono come lo avevano preso si meravigliò molto e disse; «Sei arrivato anche tu o Aphu a prendere lo sofferenze con i tuoi compagni! Fino ad oggi tu hai combattuto solo per te, mantenendoti sulla retta via; ora invece volgiti a correggere i tuoi fratelli e a com­battere per loro insieme con me». Rispose apa Aphu: «Chi sono io? o mio signore, perché tu mi parli in questo modo? Io infatti sono un uomo debole e a causa della mia debolezza ho fuggito il commercio de­gli uomini affinché non incorressi nella tempesta delle onde di questa vita. Ora ti scongiuro per il Signore di non farmi violenza. Infatti questa cosa è superiore alle mie possibilità ». L'arcivescovo si rattristò molto per lo scongiuro per il Signore e  gli dis­se: «Vive il Signore che se tu non scioglierai il giu­ramento, con cui ti sei legato, io ti farò estraneo alla chiamata tutta dei cristiani in questo mondo ed in quello che verrà». Allora si inchinò apa Aphu dicen­do: «Sono sconfitto. Sarebbe infatti per me questa una vergogna ed una sofferenza eterna. Ecco sono con te. Se io potrò fare il mio compito fa come ti piace ». Quindi si inchinò dicendo: Perdonami, mio signore padre », ed egli lo consacrò e lo rimandò alla sua città.

Dopo che egli comincio il suo episcopato cominciò anche un sistema di vita di questo genere:  tutto l'episcopato lo trascorse senza passare una sola notte a dormire nella città, né toccò mai cibo assolutamente in essa nemmeno per un giorno, ma restava solo in un monastero presso la città ed il sabato andava alla chiesa, radunava il popolo e parlava a loro con la parola di Dio fino alla sera, e trascorrevano la notte del sabato facendo le synaxis e le preghiere e i salmi, stando egli presso di loro nelle sante liturgie. E li catechizzava fino all’ora sesta della domenica e quindi ritornava al suo monastero fino al sabato successivo.

Ed egli nominò il presbitero che avevano (dapprima) scelto per farlo vescovo, (responsabile) sulla contabilità tutta della Chiesa. Ed egli faceva i conti della Chiesa una volta all'anno, e tutto ciò che cresce­va dalle rendite della Chiesa lo distribuiva ai poveri della città e dei dintorni in modo che dimenticassero la condizione della loro povertà a causa di ciò. Infat­ti anche le autorità civili lo aiutavano oltre ai beni della Chiesa e davano a lui delle largizioni e dei doni ed egli li distribuiva fra tutti a seconda delle necessità di ognuno. Ed il sabato lo trascorreva con coloro che erano bisognosi e che avevano ricevuto ingiuria, e provvedeva allo loro necessità. E rimaneva a sovrin­tendere alle loro dispute sino all'ora nona. Dall'ora nona in avanti egli attendeva alla santa preghiera fino a sera e faceva per loro la synaxis e usciva, e quindi si sottometteva alla veglia fino all’alba.

E nessuna delle donne osava avvicinarsi a  lui per ricevere la comunione con qualche oggetto d’oro. Egli infatti aveva ordinato che  nessuna donna si avvici­nasse a lui per ricevere il corpo ed il sangue di Cri­sto con dell'oro indosso che si vedesse, o anche con delle vesti colorate. E i diaconi lo temevano e stavano in piedi ordinatamente presso la porta e non lasciavano entrare nessuno che non fosse vestito seriamente, cioè con il capo e le mani coperte e (badavano) che i vestiti che portavano non  provenissero da una tintoria, ed il loro colore non fosse troppo vivace.

I diaconi da parte loro seguivano anch'essi la sua sorgente, e nessuno di loro commetteva ingiustizie nè prestavano ad usura. E non soltanto loro ma anche molti altri cessarono dall'esercitare l’usura, essendo zelanti ed esercitando la politeia della vita. Le donne da parte loro erano zelanti nella castità, e nessuna di loro attirava l'ira sulle cerimonie dei luoghi santi, cosicché si diceva in quei tempi di tutta la città: «Questi sono davvero il popolo del Signore». Infat­ti egli predicava loro molto spesso la catechesi, dicen­do.. «Il mio cuore non si addolora tanto per quelli che ricevono l'ingiustizia quanto per coloro che la commettono. Infatti per coloro che hanno ricevuto l’ingiustizia è spalancato il Regno dei cieli. Invece coloro che compiono ingiustizia lo fuggono da se stes­si e si scelgono la perdizione».

E accadde molte volte che egli fosse in trance e gli venisse rivelato ciò che accadeva nella città. Ed egli lo diceva al popolo affinché facesse penitenza ed impedisse all'ira di sopravvenirgli. E quando colui che cantava i salmi sbagliava una lettura o stonava, egli impediva che continuasse sinché non l'avesse ridetta ed avesse corretto il salmodiare. E diceva pian­gendo: «Queste parole sono di un re, che le disse nei digiuni e vestito dì tela di sacco, e  noi con leggerezza non riusciamo ad impararle a memoria».

Ed accadde, dopo che ebbe terminato la sua vita, che i fratelli andarono da lui morente come a testimoniare la dirittura del suo popolo e la purezza del suo episcopato di cui erano stati testimoni. E gli dissero: « Padre nostro, dicci qualcosa prima che tu ti separi da noi ». Ed egli parlò con loro dicendo: «Io vi ordino una cosa sola, che nessuno di voi desideri alcun comando. Infatti io, dopo che venni ordinato a questa carica che avrei voluto fuggire, a mala  pena potei mantenere ciò che avevo conquistato quando ero monaco. Ma quanto all’episcopato, non credo di aver fatto progressi in alcunché, e a stento                potei conservare il modo nel quale ero dapprima».

Ed egli quando doveva consacrare un diacono non lo consacrava se prima non imparato a memoria 25 salmi o 2 epistole di Paolo ed uno dei Vangeli. E se si trattava di un presbitero, anche una parte del Deuteronomio ed una parte dei Proverbi ed un’altra parte da Isaia. E quanto alla regola a cui si atteneva, pochi uomini poterono avvicinarsi ad una di questo genere, se prima non si fossero preparati con ogni cura.

E non succedette mai assolutamente che qualcuno ricevesse del denaro per farsi consacrare ai suoi tempi, e quando qualcuno del popolo veniva scelto alla carica di cui vi era necessità, lo faceva prima stare in sottomissione in modo che si mostrasse amante della parola di Dio, affinchè egli stesso  fosse di edificazione per il popolo in questa sottomissione. E cosi compì la sua vita beatamente ed andò a Dio in pace il 21 di Thout in Cristo Gesù nostro Signore, dal qua­le proviene la gloria di Dio Padre insieme con Lui e con lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli, amen.