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Convegni 2000 |
Monastero di Bose |
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Si è concluso sabato 23 settembre 2000 l’VIII Convegno Ecumenico Internazionale di Spiritualità Ortodossa, organizzato dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il Patriarcato di Mosca, il monastero di Bose e l’Università di Torino, e con il contributo della Regione Piemonte e della Provincia di Biella. Il simposio si è articolato in due principali sessioni: San Nicodemo Aghiorita e la Filocalia (fino a martedì 19 settembre) e Forme della Santità Russa (da mercoledì 20 a sabato 23 settembre).
Al Convegno hanno preso parte rappresentanti del mondo accademico, culturale e religioso di Grecia, Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Slovacchia, Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Svizzera, Belgio, Italia. Numerosi i vescovi presenti (tra i quali il vescovo di Biella Giustetti e il presidente del segretariato CEI per l’ecumenismo e il dialogo, Mons. Chiaretti), accanto a monaci del Monte Athos, del Monte Sinai, di Grecia, Serbia e Russia ed esponenti di rilievo della Chiesa cattolica e delle Chiese ortodosse del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli (S. E. metr. Emilianos di Silyvría), dei Patriarcati di Mosca (i metropoliti Kirill di Smolensk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne e German di Volgograd), Serbia (il vescovo Porfirije di Kovilj), Bulgaria, Romania, della Chiesa di Grecia e delle Chiese della Comunione anglicana, Chiese luterane e riformate. Presente anche il console generale di Grecia.
Tra i relatori i professori G. Podskalsky, P. Gehin, O. Clément, A.-E. Tachiaos, E. Citterio, A. Rigo, I. Fountoulis, P. K. Karaisaridis, Ch. Yannaras; V. Vodoff, l’igumeno Ilarion Alfeev, l’archimandrita Macario Veretennikov, pro-rettore dell’Accademia teologica di Mosca, A. Poppe, S. Averincev, G. M. Prochorov, S. Senyk.
L’iniziativa prosegue una tradizione di incontri dedicate ad alcune figure centrali della storia della spiritualità russa, che hanno avuto un’irradiazione in tutta l’ecumene cristiana: San Sergio di Radonezh e il suo tempo (1993), Nil Sorskij e l’Esicasmo (1994), Paisii Velichkovsky e il suo movimento spirituale (1995), San Serafim di Sarov e la rinascita del monachesimo in Russia nel XIX secolo (1996), La Grande Vigilia. Santità in Russia tra Ignatii Brianchaninov e Ioann di Kronstadt (1997), L’autunno della Santa Russia. Santità e spiritualità in Russia in un tempo di crisi e di persecuzione: 1917-1945 (1998), Silvano del Monte Athos (1998), La Chiesa ortodossa russa, dal 1943 ai nostri giorni (1999). Di tutti i convegni sono pubblicati gli Atti presso le Edizioni Qiqajon.
In questo momento particolarmente delicato per la formazione di una comunità civile pluralista, rispettosa della diversità di culture e religioni, ma che sia anche capace di una reale opera di prevenzione dei conflitti che attraversano questo nuovo incontro tra culture, è sempre più urgente promuovere un lavoro di scambio e conoscenza tra l’Occidente e l’Oriente.
La tradizione spirituale ortodossa costituisce uno degli elementi essenziali per comprendere le radici storiche di quell’identità plurale che è il tratto saliente della civiltà europea. E’ proprio a questa realtà che rivolge la sua attenzione il presente convegno, soffermandosi sui due grandi filoni che sviluppano creativamente l’eredità bizantina: il rinnovamento filocalico in età moderna (San Nicodemo Aghiorita e la Filocalia) e la cristianità slava (Forme della santità russa).
Perché questi temi? La Filocalia (che letteralmente significa “amore del bello”) è un’antologia di testi ascetici dei padri greci sulla preghiera, composta da Nicodemo, un monaco del Monte Athos vissuto tra il 1749 e il 1809, e pubblicata a Venezia nel 1782. Si tratta della raccolta che è alla base di quel risveglio della vita cristiana e monastica che ha caratterizzato l’Oriente ortodosso, dalla Grecia, ai Balcani (ancora sotto dominazione turca), infine alla Russia degli zar. E’ la risposta che il cristianesimo ortodosso sa dare alla sfida della modernità del secolo dei Lumi: non un’astiosa contrapposizione alle istanze illuministiche, ma l’invito a una più profonda conoscenza dell’interiorità dell’uomo.
Il pellegrino russo, protagonista di quegli anonimi racconti che attraversano tutta la spiritualità russa dell’Ottocento sino alla Rivoluzione, porta con sé una Bibbia e la traduzione russa della Filocalia: la sua ricerca è ancora attuale: come possiamo pregare incessantemente? E cioè come possiamo acquisire quella pace e quello sguardo interiore illuminato dall’amore che sa vedere in ogni uomo un nostro fratello?
Solo l’attenzione amorevole ai tesori spirituali dell’altro permetta ai cristiani di progredire sul cammino di quella riconciliazione tra la Chiese, che può diventare per gli uomini un segno di speranza e un aiuto reale nel loro sforzo di vivere pacificamente in una società plurale, rispettosa delle diverse identità culturali, etniche, religiose.
In apertura, il priore di Bose, Enzo Bianchi, ha sottolineato la necessità di un incontro fecondo tra cristiani d’Oriente e d’Occidente su un tema cruciale nell’orizzonte contemporaneo quale quello della vita interiore nell’opera di Nicodemo del Monte Athos. “E’ sulla vita interiore che si innesta la vita spirituale, che per i cristiani altro non è che pienezza della vita in Cristo. Credo che proprio su questo terreno sia quanto mai necessario recuperare quella convergenza e sintonia tra Oriente e Occidente che aveva caratterizzato la chiesa indivisa nel primo millennio”. Solo così anche l’Occidente potrà di nuovo imparare dalla tradizione cristiana orientale quell’“unità tra liturgia, teologia, spiritualità, dalla quale potrà emergere un’autentica ecclesiologia, quell’ecclesiologia di ‘comunione’, che, seppur contraddetta, oggi viene riscoperta, ma che è nient’altro che l’ecclesiologia del primo millennio”.
Numerosissimi i saluti e i messaggi augurali pervenuti, tra cui quelli di Sua Santità Bartholomeos I, patriarca ecumenico di Costantinopoli (letto dal suo rappresentante il Metropolita Emilianos di Sylivría), di S. E. Ghennadios, Metropolita d’Italia, di Sua Beatitudine Christodulos, arcivescovo di Atene, di S. Em. Card. Achille Silvestrini, presidente della Congregazione per le Chiese Orientali e di S. Ecc. mons. Walter Kasper, segretario del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Presenti in sala, hanno dato il loro saluto il segretario esecutivo per le relazioni interreligiose del Consiglio ecumenico delle chiese, dottor Tarek Mitri, e il Magnifico rettore dell’Università di Torino, professor Rinaldo Bertolino.
La mattinata si è conclusa con l’ampia sintesi del significato teologico e spirituale della Filocalia, proposta da Olivier Clément, il quale, pur assente per gravi motivi di saluti, ha affidato un messaggio all’assemblea con il testo della relazione, che è stata letta dal prof. Michel Stavrou dell’Institut Saint-Serge.
Nel pomeriggio e nei giorni successivi si sono succeduti gli interventi del professor padre Konstantinos Karaisaridis, inviato del sacro Sinodo della Chiesa di Grecia e docente alla Facoltà teologica dell’Università di Craiova (Romania), di Elia Citterio, uno dei maggiori conoscitori dell’opera di Nicodemo, e del prof. p. Gerhard Podskalsky, che ha offerto un preciso quadro delle correnti e delle tensioni della chiesa e della teologia greca a cavallo tra XVIII e XIX secolo, dei professori Gehin (Paris) e Rigo (Potenza), di padre Vasilie Grolimund (Geilnau).
Particolarmente stimolante per i temi trattati e i problemi sollevati la giornata conclusiva: il filosofo ortodosso Christos Yannaras ha posto la questione della valenza ecclesiale del cammino di purificazione proposto dalla Filocalia, criticando quello che ritiene una deriva individualista della letteratura ascetica. Nel vivace dibattito che ha fatto seguito, sono emerse alcune risposte di sintesi nella tavola rotonda conclusiva: Enzo Bianchi ha infatti ribadito il radicamento cristologico della dottrina filocalica, e padre André Louf ha ricordato come anche l’asceta solitario sia in realtà “separato da tutti per essere in comunione con tutti”, mentre l’igumeno Spiridon del monastero di Nafpaktos ha sottolineato che sono proprio i santi, e cioè la loro vita di santità, a costituire il vero criterio di ortodossia e ad abbattere le barriere che separano ancora i cristiani: “In Nicodemo noi veneriamo anzitutto il santo: infatti i santi hanno fatto unità in se stessi con Dio, e intercedono per noi, perché ritroviamo tra noi l’unità in Cristo”.
“Voi sarete santi perché io sono santo” (Lv 19,2). La tavola rotonda conclusiva del convegno sulle Forme della santità russa ha ripreso quanto Enzo Bianchi aveva sottolineato nella prolusione: nei santi noi vediamo innanzitutto incarnato l’evangelo di Gesù Cristo, incarnato in una storia precisa, in uno spazio e in un tempo determinati.
La seconda parte del Convegno si è aperta giovedì 21 settembre con la lettura dei messaggi di saluto di sua Santità Alessio II patriarca di Mosca (letto dal metropolita German di Volgograd), del cardinale Achille Silvestrini, presidente della Congregazione per le Chiese orientali (letto da p. Michel Van Parys) e di mons. Walter Kasper, segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (letto da p. Iosif Maj). I tre giorni di lavoro hanno ripercorso le forme della santità presenti nella Chiesa russa, soffermandosi sulla molteplicità delle risposte alla chiamata del vangelo che lo Spirito ha saputo suscitare nei santi russi.
Il professor Vodoff ha ricostruito per quanto possibile seguendo le rare fonti la nascita del culto dei santi nell’Antica Rus’: si può dire che il cristianesimo nella Rus’ è nato insieme ai santi, come nella chiesa primitiva, come sempre avviene quando il vangelo si incultura, si fa carne nella storia degli uomini. Abbiamo così seguito la nascita, lo sviluppo di quelle forme di santità che in Russia hanno avuto tratti particolari. Il professor Andrzej Poppe ha presentato una parte del suo ampio studio sui santi Boris e Gleb, i “santi che soffrirono la Passione”, i santi strastoterptsi, questo termine intraducibile che riflette una nota profonda del cristianesimo russo. E il metropolita Kirill di Smolensk, nel suo intervento al Convegno venerdì mattina ha testimoniato la persistenza di questo tipo di santità nei tanti cristiani che sono andati incontro alla passione e alla morte sulla tracce del loro Signore nel tempo delle persecuzioni. E’ il senso di questa continuità, di questa comunione dei santi, nella storia, comunione dei santi del cielo e della terra, che è affiorata dietro i concreti dati storici e teologici presentati nelle relazioni. Padre Ilarion Alfeev ha parlato delle comunità di esicasti deportati all’inizio del XX secolo sul Caucaso e sopravvissuti all’epoca delle persecuzioni comuniste, e della persistenza della tradizione esicasta fino ai nostri giorni, senza mancare di porre il problema teologico ed ecclesiale di fondo: la capacità di una sintesi che unisca il momento della riflessione intellettuale e quello della esperienza di Dio, cioè dell’unità tra teologia e spiritualità.
Il modello di santità rappresentato dal monaco è stato affrontato nelle relazioni di Pierre Gonneau di Parigi e di Oleg Panchenko di San Pietroburgo; l’archimandrita Macarii dell’Accademia teologica di Mosca ha presentato una trilogia di santi del XVI secolo, documentando lo sviluppo del culto e le linee portanti dell’insegnamento di questi santi. Ma sono stati toccati anche i santi non monaci e non principi, i santi “laici”, di cui ha parlato Nina Kauchtschischwili, e quella importante categoria di santità russa rappresentata dalle “sante donne” in terra russa (affrontata da Tatiana Rudi di San Pietroburgo).
Ma la santità russa è anche santità di vescovi, di santi “illuminatori” che hanno portato la luce dell’evangelo: santi missionari che testimoniano Cristo sapendolo incarnare nella cultura e nella storia delle popolazioni a cui lo annunciano. E’ il caso del vescovo Innokentij Veniaminov, studiato da Sofia Senyk, il quale nel XIX secolo ha tradotto le Scritture nelle lingue delle popolazioni siberiane.
Certo, non si può parlare di santità russa senza parlare della bellezza: la bellezza è all’origine stessa della conversione della Rus’ al cristianesimo, come narra la Cronaca degli anni passati. A questo tema sono state dedicate le relazioni di Sergej Averincev (Mosca) e di Vasilij Pucko (Kaluga), che ha mostrato il sorgere dell’iconografia dei santi nella Rus’.
Pavel Florensky, questo geniale pensatore e martire russo del Novecento, ha scritto in proposito: “La personalità portatrice di Spirito è bella due volte: come oggetto di contemplazione per gli altri, ma anche come punto focale della contemplazione nuova e purificata di quanto la circonda. Il santo ci dischiude alla contemplazione della creatura bellissima primordiale”, del creato secondo l’intenzione originaria del creatore.
Anche la santità dei folli in Cristo, a cui erano dedicate le relazioni di Olivier Clément e di N. V. Ponyrko, è un aspetto di questo nesso tra bellezza e sguardo spirituale che la santità russa ha saputo mettere in luce: il folle in Cristo sa vedere l’invisibile, è portatore di uno sguardo che viene dall’altrove di Dio, e sa giudicare le storture e le difformità, le infedeltà al vangelo della vita dei cristiani.
La tavola rotonda conclusiva, a cui hanno partecipato il metropolita German di Volgograd, il vescovo serbo Porfirije di Kovilj, il canonico Donald Allchin della Chiesa d’Inghilterra e padre Michel Van Parys della Congregazione per le Chiese Orientali, ha permesso una sintesi per l’oggi delle nostre vite e delle nostre chiese del tesoro spirituale che l’eredità dei santi russi consegna alla chiesa universale.
“Il santo non è qualcuno che ha il dono della profezia o quello di fare i miracoli” ha detto il vescovo Porfirije, citando Giovanni Crisostomo: “il santo è qualcuno che è pronto a fare mille volte lo stesso peccato, ma che è anche pronto a non rimanere in quella posizione (quella della caduta), è colui che è sempre pronto a rialzarsi. Questo significa che è pronto a pentirsi”.