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La Preghiera del Cuore (I parte)
Incontrare Dio o trovare se stesso? Ciò che frappone ostacoli alla preghiera Come nasce la fede, nel nostro cuore? Come cresce la fede nel nostro cuore? La speranza, fiducia nell’Amore di Dio |
un Certosino
Il mio cuore
cerca il Tuo Volto
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La Preghiera Teologale
Incontrare Dio o trovare se stesso?
Qualche anno fa ho cercato di parlarti della preghiera del
cuore. Era soltanto un’introduzione ad un soggetto vastissimo, troppo vasto
forse, perché è molto semplice e noi abbiamo sempre difficoltà ad identificare e
a formulare le cose semplici. Oggi vorrei parlarti della preghiera teologale,
che in realtà è un altro modo d’avvicinare la preghiera del cuore.
Che
significa questa formula: preghiera teologale? Essa vuole evocare un
orientamento del cuore che si appoggia sulle tre virtù teologali: la fede, la
speranza e l’amore. Suppongo che ciò rappresenti per te qualcosa di abbastanza
preciso: sono, in sintesi, le capacità che Dio ci dona, per grazia, di poterlo
raggiungere, Lui direttamente. Mentre le altre virtù, le virtù morali,
riguardano i mezzi che ci aiutano a camminare verso Dio.
Ritroviamo qui un orientamento essenziale della preghiera
del cuore. Essa mira direttamente al cuore di Dio. E’ il mio cuore profondo che
è alla ricerca di un incontro diretto con Dio. Non soltanto un incontro
affettivo, sotto forma di una specie di esperienza della tenerezza divina che si
fa percepire ai miei più profondi e segreti bisogni di gustare ad un livello
umano la bontà di Dio. Non tanto questo, ma una possibilità che mi è offerta dal
Padre: è Lui che viene a me e, al di là di tutti i mezzi o degli intermediari,
vi è incontro perché Egli lo vuole e me ne dona la possibilità.
Ma a questo punto mi chiedo se non avrai voglia di
interrompermi subito ponendomi la domanda: «Perché insistere tanto su quel che
sembra un’evidenza? Pregare è cercar Dio, è tendere all’incontro più immediato
possibile tra Lui e me nell’amore».
Mi pare, appunto, che troppo spesso, anziché pregare in
questo modo, sprechiamo il nostro tempo e le nostre energie in attività alle
quali, forse, restano soltanto le apparenze della preghiera.
Non è più Dio, ma è l’io di ognuno che diviene il centro
d’interesse del suo agire. Ne facciamo tutti l’esperienza, ma forse senza trarne
sempre le conseguenze che ciò dovrebbe comportare. Permettimi, a titolo
illustrativo, di raccontarti una storia vissuta.
Nell’evoluzione della mia preghiera mi è capitata
un’avventura. So che parecchi altri hanno fatto un’esperienza analoga, ma penso
che sia utile dirne qualcosa talmente essa mi ha colpito ed ha orientato poi
tutto il seguito della mia esistenza.
Ero allora adolescente; un giorno, apparentemente per caso,
mi capita in mano un volume delle opere di Teresa d’Avila e, senza pensarci, mi
metto a leggerlo. Non so quanto tempo durò la lettura, ma sono certo che in
seguito, per anni, non ho più letto una pagina della grande santa Teresa. Ma
questa lettura ha trasformato la mia esistenza. Essa aveva in qualche modo fatto
zampillare istantaneamente una sorgente nel fondo del mio cuore, una sorgente di
cui avrei avuto difficoltà a descrivere il contenuto. Ma della quale sapevo
tuttavia che stabiliva tra il mio cuore e Dio un legame infinitamente profondo e
vero.
Questa sorgente era sufficientemente abbondante per
invadere tutta la mia vita ed è essa che mi ha condotto nella mia cella di
certosino dove poi rispondeva a tutti i miei bisogni, sia quelli della
solitudine che quelli della liturgia. Potevo, senza nemmeno pormi domande,
sempre ritornare alla mia sorgente senza mai esserne deluso.
Tuttavia un giorno si profilò, poi s’affermò un dubbio.
Questa sorgente: cosa mi dava? Rispondeva davvero al desiderio ultimo del mio
cuore? In altre parole, era Dio che incontravo in essa? Oppure - e qui la
domanda mi faceva soffrire - in fin dei conti non era me stesso che trovavo,
anche se attraverso ciò mi giungeva il riflesso di Dio che mi seduceva da anni?
La cosa divenne sempre più chiara: questa sorgente non era Dio mentre era di Lui
solo che avevo sete.
Dovevo dunque abbandonare la mia cara sorgente; se fosse
stato possibile l’avrei prosciugata, l’avrei ostruita perché la sentivo ormai
come un ostacolo: essa prendeva nel mio cuore il posto di Dio. E fu allora che
scoprii la necessità di trovare il mezzo, la disposizione del cuore con la quale
avrei aperto la porta direttamente a Colui che invano vi bussava da così tanto
tempo perché nella mia preghiera mi occupavo anzitutto di me stesso.
Mi sono soffermato su questo episodio per fare un esempio di quel che mi pare essere uno degli inevitabili tranelli della solitudine; col pretesto di cercar Dio si finisce, in modo molto pio, per trovare se stessi e farne la propria felicità. Come sfuggire a questo trabocchetto?
Ciò che frappone ostacoli alla preghiera
Mi balza spesso agli occhi un’altra difficoltà, sia nella
mia vita personale che nell’esistenza religiosa di quelli che mi circondano.
Anche se le relazioni che abbiamo con chi ci è vicino sono cordiali, sarebbe
difficile affermare che siamo sempre pronti a stabilire con loro dei veri
rapporti di intimità.
Se è così con il fratello che vedo, come immaginare che lo
stesso fenomeno non si verifichi anche con Dio che non vedo? Se vi è davvero un
campo in cui il sacramento del fratello è efficace, questo campo è quello
dell’incontro autentico con il Signore diletto.
Il vantaggio del sacramento del fratello è che si situa ad
un livello in cui ci è difficile negare un certo numero di evidenze, che
sfuggono facilmente quando nel nostro cuore cerchiamo di preparare le vie
dell’Altissimo.
Che mi dice, dunque, l’esperienza dell’incontro con il mio
fratello? Sono abbastanza accogliente per lasciarlo penetrare nel mio profondo?
Oppure, non sono bardato di difese, di corazze, di rifiuti? Queste fortezze
interiori fanno parte della mia fisionomia segreta; esse fanno quindi
necessariamente la loro parte nella preghiera e frappongono ostacoli
all’approccio del Signore in cerca del cammino che conduce al santuario intimo
del mio cuore.
Se guardo ora al tentativo di andare incontro al mio
fratello, nel senso opposto, cioè quando sono io che mi sforzo di andare verso
di lui, riesco meglio? Non credo. Penso, ad esempio, a tutte le forme di
aggressività che istintivamente metto in atto di fronte ad ogni altro: troppo
spesso adotto un atteggiamento estraneo al rispetto, all’attenzione delicata ed
amante che egli avrebbe il diritto di attendersi da me. Forse è ancora una forma
di paura di lui o di me, ma il fatto si è che questi riflessi entrano in gioco
nelle mie relazioni con il mio fratello... e con il Signore.
Chiedo scusa di dilungarmi in queste considerazioni che forse ti parranno fastidiose o scoraggianti, ma Gesù stesso ci dà questo consiglio: «Prima di mettersi a costruire una torre bisogna anzitutto sedersi e fare i propri conti per timore di impegnarsi in un’impresa che supera le nostre forze ed essere costretti a lasciare l’opera a metà» (cfr. Lc 14.28). Nel caso presente è la stessa cosa. Non sarebbe un brutto scherzo parlare di costruire la torre dell’incontro intimo con Dio senza nemmeno preoccuparsi di sapere se abbiamo un terreno libero per porvi le fondamenta? E’ inutile mirare ad un incontro vero di me stesso con il Padre, nella libertà dei figli di Dio se in partenza non prendo coscienza che sono saldamente vincolato in molte maniere e che liberarmene rappresenterà un compito considerevole che, in fin dei conti, soltanto il Signore potrà pienamente realizzare.
Ho davvero l’impressione di non essere per Dio un partner
molto attraente. Ma è questa la risposta che Egli attende da me? Dio ha inviato
suo figlio per incontrarmi, me, come sono, nella realtà di quel che vivo oggi.
Fin da questo punto bisogna cercare di avere una visuale di fede sulla
situazione.
Il progetto di Dio è quello di entrare in comunione con
degli esseri senza macchia, senza difetto, senza debolezza? Oppure non ci dice
proprio il contrario? Il Padre ha inviato suo Figlio per prenderci sulle sue
spalle, perduti e feriti come siamo, e ricondurci all’ovile dove vi è una gioia
immensa nel vedere i peccatori accogliere Gesù nel loro cuore.
Ci avviciniamo così, poco a poco, a quel che costituisce la
preghiera teologale: l’incontro nel mio essere reale, di oggi, con Dio che viene
a me, non per respingermi, né per condannarmi, ma per far di me suo figlio, nato
da lui nella fede: «A coloro che credono nel suo Nome, ha dato il potere di
diventare figli di Dio» (Gv 1. 12).
Il tre volte santo non pone come condizione al nostro
incontro che io sia perfetto, che io abbia da offrirgli nel mio passato delle
opere di valore, né che io sia capace nel futuro di rendergli dei servizi. Tutto
questo non lo interessa. Non pone alcuna condizione.
L’unico elemento indispensabile perché la nascita possa
avvenire è che io abbia fede nel suo amore e che desideri sinceramente essere
trasformato. Se posso offrirgli una traccia di questa fede, tutto è possibile!
E’ semplice. E’infinitamente semplice. Ed è forse questo
che rende la cosa così difficile per me. E’ un po’ come per Naaman il siro. Era
disposto a sottomettersi a tutti i tipi di esigenze difficili e non accettava
nemmeno l’idea che Dio potesse guarirlo se si fosse bagnato semplicemente nel
Giordano fidandosi della parola di Eliseo.
Mi piacerebbe molto di più dire a me stesso che la qualità
del mio incontro con Dio è opera mia. Sarebbero le mie qualità, le mie virtù a
far piacere a Dio e l’attirerebbero nel mio cuore. Sarebbe grazie ai miei sforzi
che diverrei santo ai miei occhi e agli occhi dell’Altissimo.
Non è questo il programma che ci sedurrebbe, anche se
costoso ed esigente? Invece il programma proposto da Dio ci sconcerta a tal
punto che esitiamo indefinitamente, prima di lanciarci e, se incominciamo con un
passo timido, abbiamo l’impressione di mancare di serietà nel nostro desiderio
di piacere a Dio.
Eppure, non è questo il senso della prima delle Beatitudini? Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5.3). Quale Regno, se non quello che chiediamo mille e mille volte nel Padre Nostro? Padre, sia santificato il tuo Nome; venga il tuo regno. Il Regno che ci è proposto è di poter glorificare il Nome del Padre; e di potergli dire che è davvero nostro Padre perché ci genera come suoi figli. Ma bisogna essere poveri. E noi abbiamo paura.
Noi tutti siamo esposti alla tentazione del giovane che si
ritirò tutto triste, perché aveva grandi ricchezze. Ed anche se tutte le nostre
ricchezze sono in moneta falsa, ci rassicura l’averle, perché abbiamo paura di
essere poveri in spirito, radicalmente nel più profondo di noi stessi.
Ecco, forse, l’ostacolo principale che ci dissuade dall’impegnarci sul serio nella preghiera del cuore. E’ al disopra delle nostre forze, pare, presentarci davanti a Dio senza avere da offrirgli null’altro che la nostra povertà, una povertà della quale abbiamo paura: quella delle nostre ferite, quella della nostra radicale indigenza spirituale, quella della nostra incapacità a varcare, con le sole nostre forze, la distanza che ci separa dalla santità di Dio.
Ecco, dunque, il cammino di cui voglio parlarti, perché mi
pare corrispondere a quel che il Signore ci chiede: tendere verso un incontro
tra lui, tal quale Egli è realmente, e me, tal quale sono in piena verità.
Prima domanda: come raggiungere Dio tal quale è? Quando si
parla di lui, è spesso più facile rispondere in modo negativo che positivo. E’
più facile dire quel che non è Dio che dire ciò che egli è. Semplificando un po’
le cose, ammettiamo persino che, in realtà, sia impossibile sapere davvero chi
egli è.
Con le nostre facoltà naturali non disponiamo di alcun
mezzo per entrare direttamente in contatto con lui. In tal caso la causa sarebbe
persa in anticipo? No, perché l’Onnipotente, da sempre, desidera incontrarci,
impegnandosi lui stesso completamente in questa ricerca.
Io non posso raggiungerlo con i miei soli mezzi. Ma lui
può, quando lo vuole, superare l’infinita distanza che ci separa. «La vera
luce illumina ogni uomo» (Gv 1.9) dice san Giovanni... In fondo al cuore di
ogni uomo brilla questa fiamma che gli chiede: «tu mi vuoi?». E la risposta in
generale è quella di san Giovanni: «Egli è venuto tra i suoi (da te, da me),
ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1.11). Allora il Padre della vigna ha
inviato i suoi servi, i profeti, che i vignaioli hanno assassinato. Infine ha
inviato il proprio Figlio. Ed è lui che, ancor oggi, bussa alla porta del tuo
cuore.
Gesù, se oso esprimermi cosi, non è che questo: Colui che è
stato inviato dal Padre. E’ una delle idee principali che dominano la preghiera
sacerdotale (Gv 17): «Hanno creduto che tu mi hai mandato». E, dal
momento in cui Gesù ha fatto accettare ai suoi discepoli la certezza che egli è
l’inviato del Padre, egli ha portato a termine la sua missione. Ritorna presso
il Padre. Ormai tra noi e lui s’è stabilita un’apertura permanente.
Quale è questa apertura permanente che penetra a tal punto
i cieli e ci permette di raggiungere questo Dio inaccessibile? E’ la fede. Essa
non vede il volto del Padre, ma nel volto di Gesù, la fede dei discepoli ha
visto il Padre. E, in maniera analoga, nella parola degli apostoli che ci giunge
ancor oggi, ci arriva la testimonianza di Gesù: «Non prego soltanto per essi,
miei discepoli immediati, ma per coloro che, per la loro parola, crederanno in
me. Che essi siano uno, i miei apostoli e coloro che crederanno per essi, come
il Padre e io siamo uno» (cf. Gv 17.20-21).
La nostra fede è il frutto della preghiera di Gesù. La fede
è questa convinzione del cuore, la cui radice è in Dio stesso; è questa
persuasione, che Dio viene a noi, adesso, attraverso suo figlio, attraverso la
sua parola, la sua Chiesa, i suoi sacramenti, nello Spirito che ci è
definitivamente donato.
Qui sta il punto decisivo: solo la fede ci permette di
accogliere davvero Dio stesso che viene a noi. Essa non illumina la nostra
intelligenza su di lui: rimaniamo nelle tenebre, ma vi siamo in tutta sicurezza,
perché abbiamo scoperto un qualcosa che è al di là delle luci dell’intelligenza:
l’Amore del Padre che essa non saprebbe cogliere, ma di cui scopre la verità in
questa stabilità che le dà la fede.
Nella fede che trasforma il tuo cuore, tu puoi dunque accogliere Dio stesso presente in te con il suo Spirito: «L’amore di Dio è diffuso nel nostro cuore per mezzo dello Spirito che Dio ci ha dato» (Rm 5.5). Hai qui il mezzo vero, efficace per raggiungere Dio, nella persona del Padre, quella del Figlio e dello Spirito, nella loro tenerezza, nella loro fedeltà, nella loro misericordia per te e per ogni creatura.
Come nasce la fede, nel nostro cuore?
Forse hai presentito finora una specie di esitazione da
parte mia riguardo al modo in cui la fede si impianta e cresce nel nostro cuore.
E’ vero, si tratta di un punto delicato e non vorrei affogarlo in lunghe
spiegazioni teoriche. Per finire ho detto a me stesso che la cosa più sicura era
semplicemente quella di vedere Gesù all’opera nel Vangelo; i racconti di Pasqua
ce ne danno, appunto, due esempi notevoli.
Maria Maddalena e i discepoli di Emmaus, in contesti
apparentemente molto differenti, sono giunti alla fede in Gesù risuscitato per
itinerari spirituali talmente vicini gli uni agli altri che mi sembrano poter
essere accolti come una descrizione simbolica dell’itinerario verso la fede
totale che tutti siamo destinati a percorrere se vogliamo essere fedeli alla
chiamata che ci ha condotti nel deserto.
Ecco i discepoli mentre camminano mestamente sulla strada
che li conduce, quella sera, da Gerusalemme a Emmaus. Essi parlano, discutono
pur continuando a camminare, ma il loro cuore è triste, immerso nelle tenebre,
oppresso dallo scoraggiamento. La loro vita era stata illuminata fino a quel
momento dalla predicazione di Gesù, ma costui è morto, proprio morto. Da che
parte si volgeranno ora?
Ed ecco che Gesù capita di nuovo al loro fianco. Non lo
riconoscono, ma senza rumore, sin dalle prime parole, egli prende di nuovo posto
nel loro cuore che una nuova fiamma sta rendendo tutto ardente. Poi,
improvvisamente, nel momento in cui il misterioso estraneo si mette a spezzare
il pane, guizza il lampo. E’ lui! E già egli è scomparso, ma nel loro cuore
brilla la fede, una fede che mai più si spegnerà.
Qualcosa di analogo capita anche a Maria Maddalena.
Desolata di non poter almeno recuperare il corpo del Crocifisso, si lamenta
davanti all’entrata del sepolcro. Anche lei sembra aver perso la fede autentica
in Gesù vivente; una sola preoccupazione l’assilla: hanno rubato il suo corpo;
se potrà ritrovarlo andrà a prenderlo poiché, ai suoi occhi, è tutto quel che
resta del Signore tanto amato.
Ad un tratto egli è lì, ma lei non lo riconosce. Avrà
almeno cercato di guardarlo bene in volto, persa com’era nei suoi ricordi e nel
suo progetto di ritrovare il corpo? Sarà stata in grado di supporre che questo
estraneo poteva essere lui? Ma basta una parola: «Maria» perché si
sprigioni la luce. Ha un bel respingerla, mandarla lontano da sé, nulla potrà
più strappare la certezza che si è impossessata del cuore della Maddalena.
E’ a questo punto che il Vangelo di cui abbiamo parlato ci
rivela il segreto che permette alla fede di nascere nel nostro cuore. Essa ci è
data da Gesù stesso che di sua iniziativa viene quasi di nascosto, senza farsi
riconoscere, a tenerci compagnia, ad accendere un fuoco in noi, sino all’istante
in cui scopriamo che è proprio Lui che è qui. Egli si è rivelato sotto una nuova
luce. Al di là della morte, egli è qui, ben vivo, risorto nel nostro cuore.
Abbiamo appena avuto il tempo di renderci conto di questa
meraviglia che egli è già scomparso, ma rimane la luce che egli ha acceso nel
nostro cuore, la luce della fede, puro dono gratuito sgorgato dalla sua presenza
misteriosa e capace di affrontare la prova del tempo, delle tenebre, delle
contraddizioni.
La fede è questa luce scaturita dal Risorto che brilla in
noi e illumina tutto quel che tocchiamo per coinvolgerlo nel mistero della
risurrezione al di là delle tenebre mortali delle quali, prima, eravamo
prigionieri.
Tuttavia la fede non pervade mai d’un sol tratto tutte le
profondità della nostra anima. La fede, in qualche modo, penetra per ondate
successive nelle zone rimaste ancora nelle tenebre e ogni volta è più o meno lo
stesso scenario che si svolge. Un giorno scopriamo che la nostra vita di
preghiera sembra impegnata su una via senza uscita. Sì: i mezzi di cui
disponiamo sono insufficienti per andare più in là; lo scoraggiamento,
l’incertezza ci invadono. Soltanto Gesù potrà tirarci fuori da questo buco. Dal
momento in cui questa certezza comincia a spuntare nel nostro cuore è il segno
che egli è venuto a raggiungerci sulla strada e «che ci interpreta in tutte le
Scritture quel che si riferisce a lui» (Lc 24.27).
Misteriosamente il Signore instilla la fede nel nostro cuore; quando egli sparisce è perché le tenebre hanno lasciato il posto alla pace, ad una luce discreta ma forte, che non nasce dalla logica dei nostri ragionamenti, ma che è un dono gratuito dello Spirito, più solido e più puro di tutte le sicurezze umane.
Come cresce la fede nel nostro cuore?
La luce della fede, dunque, ti fa sin da oggi entrare nella
vita eterna e soltanto essa può farlo. Tutto il resto rimane al di qua di ciò
che Dio ci offre dal giorno in cui Gesù è risorto. Tutte le altre luci
dell’intelligenza, tutte le altre esperienze spirituali sulle quali ci
piacerebbe talvolta appoggiarci, sono rispettabili, degne di stima, ma, in fin
dei conti, sono sorgente di vita soltanto nella misura in cui sono portatrici di
fede.
La fede ci è stata data da Dio sin dal Battesimo, ma è un
dono che egli moltiplica in noi nella misura del nostro desiderio di riceverlo,
nella misura della nostra volontà di farlo fruttificare. Se lasciamo la nostra
fede inattiva per ignoranza o per negligenza, essa si arrugginisce, si
sclerotizza mentre noi sperperiamo le nostre forze in esercizi spirituali che ci
piacciono di più, ma senza portarci frutto.
Se vuoi vivere la fede, è necessario che tu sviluppi quella
che lo Spirito Santo ha già posto in te: Dio s’aspetta che tu gli chieda, con
insistenza e con perseveranza, un aumento della tua fede. E’ una preghiera di
cui puoi essere certo che Dio vuol sempre esaudire più di ogni altra preghiera,
perché desidera infinitamente più di te vederti progredire sulle strade della
vita eterna.
Questo non impedisce che, soprattutto agli inizi, tu abbia
l’impressione che il Signore non si affretti a far progredire la tua fede.
Questo prova che la tua era ancora ben debole e che bisogna, anzitutto, darle
delle radici nascoste prima che lo stelo incominci a svilupparsi. Non ti
scoraggiare, dunque, se le tue preghiere sembrano vane; certamente non lo sono.
Metti in opera la fede di cui sei già portatore credendo fermamente che il Padre
tuo dei cieli ti ha già esaudito.
Allora potrai incominciare a vivere man mano sempre più
nella fede. Nella liturgia, durante i tempi di orazione, nel lavoro, il tuo
cuore si metterà più facilmente a contatto col Signore se tu ricevi da lui
l’amore oscuro, spesso poco gratificante, ma quanto divino, l’amore che egli ti
dona se gli offri la tua fede e non delle belle idee o i giochi della tua
sensibilità.
Non ho trucchi da insegnarti. Bisogna chiedere a Dio, nella fede viva, che sia lui stesso a insegnarti a pregare. E’ lui che occuperà il tuo cuore, la tua attenzione, anche se tu non hai una immagine precisa sulla quale fissarti. E’ vivo il Signore alla presenza del quale tu stai.
La speranza, fiducia nell’Amore di Dio
Se permetti alla fede di svilupparsi nel tuo cuore, in modo
del tutto naturale sarai condotto a scoprire all’opera in te la speranza. Essa
era già attiva sin dall’inizio, nella misura in cui la tua fede si fonda sulla
certezza che sei amato dal Signore. Questa certezza è già un aspetto della
speranza, a partire dal momento in cui non si tratta più soltanto di entrare
nella realtà del mondo divino, ma di percepire chiaramente come, anche tu, tu
esisti per Dio. Tu hai valore ai suoi occhi. Egli è pronto a donare universi
interi per te solo.
E’ proprio qui il punto di partenza della speranza: sapere
che Dio ti ama, proprio te, in modo unico. Nessuno potrà prendere il tuo posto
nel suo cuore. Ha dato suo Figlio per te e te lo dona ancora ogni giorno nella
celebrazione eucaristica. Forte di questa certezza, puoi chiedere al Padre tuo,
senza posa e senza esitare, dal momento che tu preghi nel nome di Gesù. Sarai
certamente ascoltato e i frutti della tua preghiera saranno sempre migliori di
quel che ti aspettavi.
Vi è un altro aspetto della speranza che mette spesso alla
prova la nostra povera insicurezza umana. Dal momento in cui so che Dio mi ama
in modo unico e, di conseguenza, si è incaricato lui stesso della mia esistenza,
tutto è differente. Mi fa intraprendere itinerari sconosciuti nei quali non
dipendo più che dalla sua luce, dalla sua forza, dal suo amore. Mi chiede
allora, nel senso più banale della parola, di fidarmi di lui, spesso nell’
oscurità, nell’incertezza. ma in ultimo, nella pace... se non fuggo dalla sua
mano e dal suo cuore.
«Beati i pacifici, perché saranno chiamati fig1i di Dio».
Al di là di tutte le inquietudini che vengono da te stesso o dagli altri, il
Padre ti chiede di aiutarlo a far regnare la pace nel tuo cuore per l’unica
ragione ‑ più di tutte le ragioni umane ‑ che ti ama e che incessantemente,
veglia su di te. Quante tempeste vuol così quietare nel tuo cuore, se tu ascolti
il suo invito a fidarti di lui! E, allora, sarai chiamato figlio di Dio... e lo
sarai realmente (cf. Gv 3.1).
Questa speranza è valida non soltanto per te solo, ma per
tutti quelli che ami: se tu intercedi per loro, tu ti identifichi con i loro
bisogni... ma anche con la realtà dell’amore che essi risvegliano nel cuore di
Dio. Sei esaudito nella misura della fiducia che hai in questo duplice amore del
Signore per te e per colui che tu ami.
Proprio come la fede, la speranza non è una capacità
naturale del tuo cuore. Essa è proprio tua, ma è un dono gratuito; è in te sin
dal Battesimo ed ha bisogno di crescere, di divenire operante sotto l’azione
dello Spirito Santo e grazie alle occasioni che cogli di allenarla, di renderla
docile perché mantenga te stesso disponibile e attento nella mano del Signore.
Ma non dimenticare che, per arrivare là, devi esercitarla, devi farla lavorare coraggiosamente. In cambio, quale gioia sapere - nella fede - che il Signore trova lui stesso la sua felicità in te!
Resta l’ultima delle virtù teologali, la più grande, dice
san Paolo: la carità, l’amore. Essa gioca su tre registri: l’amore del Signore,
l’amore dell’altro, l’amore di te. Questi tre amori non sono identici, ma
spuntano dalla stessa radice: tutti e tre sono ad immagine dell’amore eterno che
unisce il Padre e il Figlio nello Spirito. E’ esattamente lo stesso Spirito che
ci è stato dato in modo stabile dalla Pentecoste e che ci permette di amare come
amano il Padre e Gesù.
Questo amore divino ha, certo, dei punti in comune con
l’amore umano che, lui stesso è nei nostri cuori un riflesso di Dio poiché Dio è
amore: ogni amore vero, quali ne siano i suoi limiti, ci rimanda a Dio anche se
spesso in modo vago.
Ma l’amore divino che ci interessa qui, più ancora della
fede e la speranza, è un dono nuovo, scaturito direttamente dal cuore di Dio.
Non è una tecnica, anche se dobbiamo imparare, passo passo, a farla entrare nel
vissuto della nostra vita. Non è una tecnica, è lo slancio stesso che fa le
Persone divine: ci è donato in partecipazione, perché possiamo vivere a loro
immagine.
La realtà dell’amore in te si riconosce dalla qualità dello
sguardo che puoi posare su di una persona: se sei incapace di condannarla, di
non rispettarla, di non ammirarla; tu sei povertà completa davanti a lei, non
tenendo per te niente di quel che tu puoi dare. Nello stesso tempo aspiri ad
avere una pienezza analoga da parte sua, non come un diritto che puoi
pretendere, ma come un compimento del tuo amore.
L’amore teologale non va confuso con i grandi slanci
appassionati che destano delle ondate impreviste nel fondo del nostro cuore o
della nostra sensibilità. Queste cose non si oppongono necessariamente all’amore
vero, ma si situano ad un altro livello.
La carità vera non passa, né in questo mondo, né
nell’altro. Le grandi passioni sono come le onde del mare, violente, potenti a
volte, ma mutevoli, che possono lasciar posto alla calma assoluta.
L’esperienza pare mostrare che l’ amore più difficile da
svilupparsi nel nostro cuore, soprattutto agli inizi, è l’amore di noi stessi.
Non ha nulla a che vedere con l’egoismo, l’amor proprio, il ripiegamento su di
sé. E’ un dono dell’Altissimo che viene dal fatto che siamo suoi figli:
qualunque siano le miserie che possiamo conoscere di noi stessi, in un certo
senso esse non contano accanto a questa divinizzazione. Questa non può che
risvegliare in noi ammirazione, gioia, rispetto, amore, nella luce e nella
trasparenza. Non trascurare mai questo amore di te; se fosse troppo manchevole,
tutta la comunione con Dio ne soffrirebbe.
E’ tutto il discorso dopo la Cena, è tutta la prima lettera
di san Giovanni che bisogna 1eggere quando si vuol ascoltare cosa ci dice il
cuore di Dio sull’amore degli altri. Hai l’occasione di praticarlo
incessantemente nella vita corrente, ma devi svilupparlo, approfondirlo senza
posa nella preghiera, aprendo sempre più il tuo cuore a quello del Padre e di
Gesù.
Quanto all’amore di Dio, esso è il solo scopo di queste pagine. Meta di cui abbiamo ricevuto la caparra sin dall’inizio della vita spirituale, ma di cui non possiamo raggiungere la pienezza prima della Parusia, quando, corpo e anima, nella comunione di tutti i santi, vedremo Dio che si dona a noi e saremo capaci di accoglierlo.
Consegnarci a Colui che ci ama
Dopo aver evocato brevemente il volto delle tre virtù
teologali, vorrei dirti una parola su quel che mi pare essere un tratto
assolutamente distintivo della preghiera teologale. All’inizio di queste pagine,
ti dicevo che essa ha per scopo il raggiungimento di Dio, di Lui direttamente.
E’ questo che vorrei precisare in modo più rigoroso.
La preghiera teologale ci mette in relazione personale con
Qualcuno e non con qualche cosa: è incontro vero tra te e il Padre, o suo
Figlio, o il loro Spirito. Non è più attraverso la mediazione di idee ‑ anche
sublimi ‑ o di contemplazioni intellettuali del mistero, che tu li raggiungi.
La parola di Gesù, che fonda la nostra fede, sfocia
direttamente nel suo cuore, senza nessun intermediario, come pure nel Padre o
nel Consolatore, nella semplicità dell’unità divina.
Hai notato come, lungo tutto il Vangelo di san Giovanni, il
rimprovero che Gesù rivolge incessantemente ai «Giudei», a loro che non possono
o non vogliono credere, è sempre lo stesso? Sono incapaci o si rendono incapaci
di accoglierlo, Lui. Sentono le stesse parole dei discepoli; sono testimoni
degli stessi segni; sono eredi delle stesse promesse, ma rimangono lontani da
Gesù; non entrano in contatto con lui. Non fanno che proiettare su di lui i loro
ragionamenti e le loro teorie anziché vedere Lui stesso e lasciarsi illuminare
sino in fondo al cuore.
Non credono. Vogliono mantenere una distanza tra le idee
delle quali si sentono proprietari e la realtà del dono di Dio che li
obbligherebbe a spogliarsi di tutto e ad aprire il loro cuore alla persona del
Figlio.
E’ un po’ quel che viviamo, anche noi, nella misura in cui, alla maniera dei «Giudei», ci aggrappiamo a tutte le cose create che ci rassicurano, anziché consegnarci alla persona divina che non ha nient’altro da donarci che se stessa. La preghiera teologale non è forse proprio questo dono di noi stessi, senza limiti né restrizioni, a Colui che ci ama?
La preghiera del pubblicano
(cf. Lc 18.10)
Sento il bisogno di fermarmi qui a lungo, perché essa è
davvero una preghiera teologale. Mira a Dio e a lui solo: «Signore, abbi
pietà del peccatore che sono», a differenza della preghiera in cui il
fariseo mette in mostra con compiacenza la propria persona. E’ una preghiera che
piace a Dio. Gesù stesso ce ne dà la garanzia. E’ una preghiera che ci riguarda
tutti, perché tutti non abbiamo altro da dire che implorare la Misericordia
divina per il nostro stato di peccatori.
E’ molto importante riconoscere che mai il nostro peccato
ci proibisce di presentarci davanti al Padre delle misericordie. Al contrario!
Soltanto lui può aver pietà e, nel mistero della sua Tenerezza e della sua
Potenza, può fare in modo che siamo giustificati, gradevoli, accolti con
benevolenza, perché abbiamo creduto che egli era compassionevole e pieno di
misericordia. Insisto su questo punto perché mi sembra che costituisca davvero
il nocciolo della preghiera teologale dei poveri eredi di Adamo che siamo noi.
Certe tradizioni spirituali falsate, una «educazione
cristiana» meschina, fanno sì che nella stragrande maggioranza dei casi il
peccatore sia intimamente convinto che agli occhi di Dio egli non ha più il
diritto di esistere; il meglio che si può fare è fuggire, fuggire il più lontano
possibile dal vendicatore implacabile dei Cieli.
Quale caricatura dell’Evangelo! «Dio ha tanto amato il
mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché il mondo sia salvato e non
condannato...» (cf. Gv 3.16‑17).
Si potrebbero moltiplicare le citazioni del Vangelo e delle Epistole a questo riguardo. Il peccato è diventato il rivelatore dell’infinita profondità dell’amore del Padre per i suoi figli.
Abbiamo tutti una vocazione di pubblicani perché tutti
siamo dei peccatori, chiamati all’intimità con Dio. Egli non ci dice: «Va’
prima a purificarti e dopo ti presenterai a me». Al contrario, se
riconosciamo la verità della nostra povertà e se ci rivolgiamo alla sua
Misericordia, egli ci chiama: «Vieni che io ti purifico. Vieni a rallegrare
il mio cuore e tutto il cielo».
Il paradosso dell’amore divino è talmente forte che non mi sembra eccessivo il dire che la preghiera del Pubblicano è la sola forma di preghiera teologale normale per noi. Mai possiamo presentarci davanti a Dio senza portare nel nostro cuore degli ostacoli: peccati, tracce lasciate dal peccato, ostacoli involontari, ma molto reali, a compiere l’opera di Dio nelle nostre vite, ecc. Tutti e sempre ci presentiamo davanti al Padre nostro alla maniera del figliol prodigo, sicuri che ci prenderà tra le braccia prima che abbiamo incominciato il nostro discorso di spiegazioni.
Ci sarebbe molto da dire in questa linea sulla preghiera di
guarigione, la preghiera di questi innumerevoli peccatori, infermi, ammalati dei
quali il Vangelo ci racconta la purificazione grazie alla presenza di Gesù, a
una parola della sua bocca, a un suo semplice gesto. E questo è sempre vero.
Chi racconterà queste guarigioni immediate o progressive di
anime ferite, di cuori prigionieri, di sensibilità rivoltate che, nel segreto di
una preghiera rivolta direttamente a Gesù, si sono visti guarire, risuscitare
nella misura in cui hanno creduto in lui, hanno avuto fiducia, hanno cercato di
amarlo?
Si tratta, in tal caso, davvero di una preghiera teologale.
Si opera un incontro con il Figlio di Dio e avviene uno scambio: «Prende su
di sé le nostre infermità» (cf. Mt 8.17), mentre la vita divina si mette a
brillare nei nostri cuori; non è soltanto una consolazione quella che ci dà, è
la sua stessa vita della quale ci fa partecipi.
Non è forse una preghiera di pubblicano la preghiera di
Gesù che, da secoli, gli esicasti ripetono incessantemente? Il testo stesso è
parzialmente preso dalla formula che Gesù mette sulla bocca del pubblicano:
«Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».
Generazioni di monaci non hanno avuto altra preghiera interiore ed essa li ha condotti all’intimità silenziosa con Dio, nel fondo della loro povertà.
***
E’ «il tuo volto che cerco, Signore. Signore, non
nascondermi il tuo volto» (Sl 26.8‑9). Questo versetto del salmo, tra molti
altri, lascia ben presentire il profondo desiderio del Signore che anima tanti
cuori. Trovano il mezzo per riuscire nella loro ricerca? Non sono forse troppi
coloro che si perdono per strada oppure, stanchi per l’insuccesso del loro
tentativo, si seggono, scoraggiati, sul ciglio della strada?
Mi chiedo se questi cercatori di Dio alla deriva sono
sufficientemente aiutati. Conoscere questo dovrebbe essere una ferita per il
nostro cuore. Il Padre misericordiosissimo si degni di ascoltare la nostra
preghiera per loro.
Per concludere, devo confessare l’imprudenza che ho commesso iniziando queste pagine, il cui soggetto supera infinitamente la mia competenza. Grazie di perdonarmela. Amen.
Tratto dal sito: www.certosini.info
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