
Vi sono luoghi che, custoditi e coltivati con quotidiana fatica e sapienza, divengono giardini pronti a offrire i loro frutti a chi vi si accosta con serietà e rispetto. Sono spazi di dialogo non sempre riconducibili a un sito geografico, ma sempre bisognosi di fiducia, di ascolto, di apertura. E’ proprio a due di questi “luoghi” che la Comunità monastica di Bose ha voluto dar voce quest’anno per i suoi ormai consueti Convegni ecumenici di spiritualità ortodossa.
Il primo è uno spazio ben
delimitato, quella penisola protesa nel mar Egeo che prende il nome dalla
vetta che la sovrasta: il monte Athos. Luogo appartato, con accessi
rigidamente regolamentati eppure fonte di attrazione e di irradiamento da
oltre mille anni: monaci e pellegrini provenienti da chiese e tradizioni
diverse hanno fatto di quelle lande scoscese una terra di incontro tra
cercatori di Dio di ogni tempo e di ogni dove.
L’altro spazio di dialogo è un luogo interiore:
il nostro cuore quando si apre alla preghiera e all’ascolto amoroso di Dio e
del prossimo.
Ma cosa significa pregare? E
cos’è la vita interiore? Domande che sempre più spesso abitano l’orizzonte
della nostra umanità postmoderna. Avvertiamo, a volte con lucidità e a volte
con smarrimento, che l’incontro tra religioni che attraversa ormai la nostra
quotidianità, senza una guida interiore, senza una conoscenza spirituale di
sé e dell’altro, si trasforma in uno scontro continuo: invece di fiorire in
dialogo, può degenerare in un conflitto irrimediabile, sotto la pressione di
opposti fanatismi. Certo occorre pazienza e intelligenza, per discernere nel
poliedrico ritorno del sacro e nel crescente interesse per ciò che giunge
dall’Oriente, quel ch’è moda passeggera — se non addirittura fuga dalla
realtà — da una sincera ricerca di vie e strumenti per ritrovare l’assiduità
con Dio, esercitandosi nell’ineffabile arte del colloquio con lui.
È così che uomini e donne di diversa confessione cristiana accostano e
praticano sempre più numerosi la preghiera di
Gesù, spesso identificata con la
preghiera del cuore, che propriamente non è che il punto
culminante di un lungo itinerario di purificazione interiore. È una
preghiera praticata soprattutto dai cristiani delle Chiese d’Oriente, ma
ormai conosciuta anche in Occidente, grazie all’insegnamento di uomini
spirituali e di numerosi testi che la presentano, la spiegano, tentano di
insegnarla. Uno dei libri che più ha contribuito ad accostare l’Occidente a
questa preghiera, sono gli anonimi Racconti di
un pellegrino russo, che narrano il cammino spirituale di un
viandante, un povero cristiano che cerca di capire come sia possibile
adempiere l’invito di Paolo a “pregare incessantemente” (1Ts 5,17). Solo
quando incontra un anziano monaco, uno starec
che lo introduce alla vita interiore, il pellegrino comprende che
“l’incessante preghiera interiore di Gesù è
l’invocazione ininterrotta del divino Nome di Gesù Cristo, fatta con il
cuore e la mente, nella consapevolezza della sua continua
presenza e nell’implorazione della sua misericordia, in ogni nostra
attività, in ogni luogo e in ogni momento. Essa si esprime con le parole:
"Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di
me peccatore”. Ecco la preghiera di Gesù: tutto qui! Poche
parole ma densissime, una sintesi delle due invocazioni del cieco di Gerico
a Gesù che passava (Lc 18,38) e del pubblicano nel tempio (Lc 18,13).
Ma com’è possibile passare dalla ripetizione esteriore della formula di
preghiera, alla sua dimensione interiore? I grandi santi russi si sono a
lungo interrogati, nel solco di una tradizione millenaria, sui complessi
meccanismi che dalla dispersione della nostra mente conducono
all’unificazione interiore, fino a presentare tutto l’essere dell’orante a
Dio, in un cammino di purificazione e di comunione. Certo, anche per loro il
primato spetta alla preghiera liturgica, e la liturgia resta il
culmine di tutta l’azione della Chiesa, fonte di tutta la sua forza. Ma la
preghiera liturgica trova il suo prolungamento nel tempo della vita
quotidiana, nell’intimo del cuore del cristiano, fino a farsi incessante:
quando mangiamo, quando lavoriamo, quando riposiamo… La preghiera di Gesù
rappresenta questa possibilità di dialogo continuo con Dio.
Gli autori spirituali russi, seguendo da vicino i padri orientali, sono
attenti nel distinguere tra “preghiera orale”,
o preghiera fatta con le labbra; “preghiera mentale”,
e “preghiera del cuore”, che
“sopraggiunge quando chi prega, dopo aver raccolto la mente nel cuore, da lì
rivolge la propria preghiera a Dio con parole silenziose” (Teofane il
Recluso). Il “raccoglimento della mente nel cuore” è il momento cruciale in
cui avviene l’unificazione interiore sotto l’azione dello Spirito santo. È
questo il fuoco segreto, la scintilla che si accende per grazia dopo una
lunga consuetudine alla preghiera.
I padri del monachesimo interpretano le esortazioni del Nuovo Testamento a
“pregare in ogni momento” (Lc 21,36), a “pregare sempre, senza stancarsi”
(Lc 18,1), a “pregare incessantemente” (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18), come
l’acquisizione di un’attitudine del cuore sempre disposta ad ascoltare il
Signore e pronta a parlargli: “Dobbiamo restare incessantemente sospesi al
ricordo di Dio come i bambini alle loro madri” (Basilio, Regole diffuse,
2,2). Acquisire la memoria Dei,il ricordo costante di Dio, richiede
molta determinazione: “Molti non sanno nulla del travaglio interiore
necessario a chi voglia possedere il ricordo di Dio” (Dimitrij di Rostov) e
la preghiera di Gesù è una via per acquisire questo incessante ricordo.
Possiamo scoprire analogie tra la preghiera di Gesù e pratiche di orazione
di altre tradizioni spirituali. In Occidente, la
Jesu dulcis memoria ha scandito le vite dei santi
testimoni, da Bernardo di Chiaravalle a Francesco di Assisi, ha ritmato le
litanie del Nome di Gesù, è al cuore della stessa preghiera del rosario:
“Benedetto il frutto del tuo seno Gesù…”.
La ripetizione del Nome di Dio è del resto presente anche nella tradizione ebraica hassidica, e in quella sufi dell’Islam. Tuttavia, la tecnica di orazione nella tradizione cristiana non ha il primato, che spetta sempre all’azione dello Spirito Santo, “che prega in noi” (Rm 8,15; Gal 4,6). Qui bisogna essere molto chiari: se la preghiera di Gesù favorisce l’habitare secum, il dimorare in pace con se stessi — e quanto spesso l’incapacità di sostare con se stessi genera nevrosi, aggressività, insoddisfazione, frustrazione —, essa non è assolutamente fine a se stessa; non è una tecnica disponibile tra le tante sul mercato del benessere psichico-spirituale. I padri sono molto duri nel denunciare l’illusione di coloro che esplorano la via della preghiera interiore senza un preciso contesto comunitario e liturgico, senza una guida cui sottomettersi nella libertà e per amore del Signore. Invece d’essere relazione con Dio, la preghiera diventa una forma sottile di autocompiacimento. Soprattutto per noi occidentali, quando non è sorretta da una profonda coscienza di sé e dell’altro, la frequentazione di pratiche ascetiche e di preghiera derivate dall’Oriente, rischia di tradursi in bulimia spirituale… Ci si accontenta di scimmiottare gli aspetti più appariscenti dell’Oriente, restandone intimamente estranei. Il vescovo Kallistos Ware mette in guardia da questa riduzione solipsistica: “In Occidente, alcuni si sentono attratti dalla preghiera di Gesù, che si presenta come qualcosa di fresco, di eccitante ed esotico, mentre le pratiche più familiari della vita quotidiana della Chiesa appaiono loro noiose e poco attraenti. Ma la preghiera di Gesù non è assolutamente una scorciatoia in questo senso”.
La conoscenza di sé a cui conduce la preghiera di Gesù non rivela in noi il superuomo, ma rivela il nostro peccato. Per il cristiano, la vera preghiera è la conoscenza di Cristo, e questi crocifisso. Per questo la tradizione russa ha individuato nell’umiltà la chiave che permette di accedere al punto più elevato della preghiera interiore. Lo Spirito santo, che è l’umiltà di Dio, ci guida anche sulla vera via della preghiera, insegna san Silvano del Monte Athos, che nella sua esperienza di preghiera ci ha consegnato uno dei frutti più alti della spiritualità ortodossa russa. Negli anni del martirio della Chiesa russa Silvano annota nel suo diario: “Il nemico perseguita la nostra santa Chiesa. Come potrei quindi amarlo? A questo io risponderò: La tua povera anima non ha conosciuto Dio! Egli ha donato alla terra lo Spirito santo che insegna ad amare i nemici e a pregare per loro … Questo è l’amore”.